Sabato, 21 Ottobre 2017
Lunedì 26 Marzo 2012 22:19

Chiesa, la tua missione è sociale (Anthony Egan)

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L’esortazione post-sinodale, una sintesi

Il 2° Sinodo africano (Roma, ottobre 2009) era incentrato su riconciliazione, giustizia e pace. Muovendo da qui, il Papa ha dettato le linee di un'evangelizzazione che si fa carico di responsabilità teologiche e sociali.

Durante la sua visita in Benin (18-20 novembre 2011), Benedetto XVI ha divulgato l'esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, come risposta ufficiale al 2° Sinodo africano dell'ottobre 2009.

Si tratta di un testo molto sistematico, ricco di citazioni bibliche, di riferimenti a pensatori antichi (sant'Ignazio d'Antiochia, sant'Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria, Origene, san Cipriano, san Girolamo, sant'Agostino), medievali (san Fulgenzio di Ruspe, san Benedetto, san Tommaso d'Aquino) e rinascimentali (san Francesco di Sales), e di passi tratti da precedenti documenti papali e del Concilio Vaticano II.

Il documento comprende due parti: una incentrata sulla missione e l’altra sulla natura della chiesa nel continente. Vediamo in sintesi.

Partendo dal versetto biblico «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5), posto come titolo della prima parte, il Papa ribadisce il compito fondamentale assegnato al sinodo: «Discernere le strutture portanti della missione per un'Africa che aspira alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace» (14), in modo da consentire alle chiese particolari di tradurre queste strutture in fervore di propositi e concrete linee operative.

Questo “impegno dell'Africa”' (Africae munus, in latino), giudicato un servizio all'evangelizzazione, rimane «il compito essenziale della chiesa» e s'invera nel «portare il messaggio del Vangelo al cuore delle società africane e condurre verso la visione di Dio» (15).

I tre temi principali del tema sinodale - riconciliazione, giustizia e pace - «hanno posto il Sinodo di fronte alla sua responsabilità teologica e sociale e hanno permesso di interrogarsi anche sul ruolo pubblico della chiesa e sul suo posto nell'ambito africano di oggi» (17). Ciò significa che la "missione sociale" è parte essenziale del modo in cui la chiesa vive la fede in Africa.

Il Papa precisa che la riconciliazione «è concetto pre-politico e una realtà pre-politica» (19), ed è radicata nella riconciliazione che Dio ha operato con l'umanità in Cristo. In questo senso, «l'esperienza della riconciliazione stabilisce la comunione su due livelli: comunione tra Dio e l'umanità e, poiché l'esperienza della riconciliazione rende noi (umanità riconciliata) anche "ambasciatori della riconciliazione", essa ristabilisce pure la comunione tra gli uomini» (20).

La riconciliazione dopo un conflitto è fondamentale: «Essa supera le crisi, ripristina la dignità delle persone e apre la via allo sviluppo e alla pace duratura tra i popoli a tutti i livelli. Per diventare effettiva, questa riconciliazione dovrà essere accompagnata da un atto coraggioso e onesto: la ricerca dei responsabili di quei conflitti, di coloro che hanno finanziato i crimini e che si dedicano a ogni sorta di traffici, e l'accertamento della loro responsabilità» (21). È in questo contesto che va visto il ruolo delle commissioni ecclesiali "Giustizia e pace" (23), chiamate anche a svelare e denunciare ogni tipo di ingiustizia, quali «la confisca dei beni della terra da parte di una minoranza a scapito di popoli interi» (24); traffici umani, corruzione, violenza politica, frodi elettorali... Il motivo: «Il discepolo di Cristo, unito al suo Maestro, deve contribuire a formare una società giusta, in cui tutti potranno partecipare attivamente con i loro talenti alla vita sociale ed economica» (26).

 

 

Cantieri aperti

 

Nella sezione “attenzione alla persona umana”, il Papa indica «alcuni "cantieri" che i padri sinodali hanno identificato per la missione attuale della chiesa nella sua preoccupazione di aiutare l'Africa a emanciparsi dalle forze che la paralizzano» (31): la metanoia (autentica conversione) (32); il sacramento della penitenza e della riconciliazione (33); una spiritualità di comunione (34-35); l'inculturazione del Vangelo e l'evangelizzazione delle culture (36-38). Tutti temi teologici che devono essere tradotti nei vari contesti sociali attraverso un attivo impegno per la giustizia, finalizzato a «edificare un tessuto sociale di pace e di armonia» (43).

I contesti presi in esami sono: la famiglia, «il luogo propizio per l'apprendimento e la pratica della cultura del perdono, della pace e della riconciliazione» (42-46); le persone anziane, le più indicate a contribuire all'edificazione di una società più giusta (47-50); gli uomini, «chiamati a garantire lo sviluppo personale di tutti i membri della famiglia» (51-54); le donne, che «con i loro numerosi talenti e i loro doni insostituibili, apportano un grande contributo alla famiglia, alla società e alla chiesa», anche se «la loro dignità, i loro diritti... continuano a non essere pienamente riconosciuti, né apprezzati», e, quindi, «la chiesa ha il dovere di contribuire a questo riconoscimento e a questa liberazione della donna» (55-59); i giovani, la maggioranza della popolazione africana, spesso vittime di «sentimenti di frustrazione e di rifiuto di fronte all'impossibilità di prendere in mano il proprio avvenire» (60-64); i bambini, che «devono essere oggetto di particolare cura da parte delle loro famiglie, della chiesa, della società e dei governi» (65-68).

 

Partecipazione e buon governo

 

Una vita armoniosa e ricca di relazioni interpersonali è riflessa nella «visione africana della vita» (69-87). In essa, «la vita viene percepita come una realtà che ingloba e include gli antenati, i vivi e i bambini che devono nascere, tutta la creazione» (69). Oggi, però, questa vita è minacciata da una «cultura della morte» (70). L'elenco delle minacce contro la vita è cospicuo: conflitti, aborto, droga, abuso di alcol, comportamenti sessuali a rischio, malaria, tubercolosi, aids, povertà, mancanza di medicine, crisi dell'educazione, analfabetismo. La soluzione proposta è «lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l'uomo» (70), con la promozione di comportamenti più sani, lo sradicamento dell'ignoranza attraverso l'alfabetizzazione, programmi educativi, il varo di piani sanitari che rendano le medicine e i trattamenti accessibili a tutti (71-78).

In un contesto più ampio, il Papa parla della necessità di «operare e prendere posizione in favore di un' economia attenta ai poveri e decisamente opposta a un ordine ingiusto» (79). Preciso il testo anche in materia di rispetto della creazione e degli ecosistemi: «Uomini e donne d'affari, governi, gruppi economici si impegnano in programmi di sfruttamento che inquinano l'ambiente e causano una desertificazione senza precedenti... Esorto la chiesa a incoraggiare i governanti a proteggere i beni fondamentali, quali sono la terra e l'acqua» (80). Fondamentale al perseguimento della riconciliazione, della giustizia e della pace è «il buon governo degli stati», con «dibattito pubblico sano e sereno». A questo riguardo, «un buono svolgimento delle elezioni susciterà e incoraggerà una partecipazione reale e attiva dei cittadini alla vita politica e sociale. Il non rispetto della costituzione, della legge o del verdetto delle urne, là dove le elezioni sono state libere, eque e trasparenti, manifesterebbe una disfunzione grave nell'esercizio del governo e significherebbe una mancanza di competenza nella gestione della cosa pubblica» (81). I leader politici devono rendere conto del loro operato: «Oggi, molte persone che prendono decisioni, sia politici sia economisti, pretendono di non dovere nulla a nessuno tranne che a sé stessi» (82).

Chiare le affermazioni sulle migrazioni: «Milioni di persone cercano una patria e una terra di pace in Africa o in altri continenti... Purtroppo numerosi rifugiati o profughi incontrano ogni sorta di violenza e di sfruttamento, addirittura la prigione o troppo spesso la morte. Alcuni stati hanno risposto a questo dramma attraverso una legislazione repressiva... La coscienza umana non può che indignarsi di fronte a queste situazioni» (84).

 

 

Dialogo e fermezza

 

Parlando a un continente caratterizzato da pluralismo religioso, il Papa esamina i temi del dialogo ecumenico e religioso. Notando che «un cristianesimo diviso resta uno scandalo», invita «l'intera famiglia ecclesiale a proseguire questo cammino di dialogo in modo più convinto» (89). Riconosciuta la sfida rappresentata dalle chiese africane indipendenti, che «adottano aspetti delle culture tradizionali africane», esorta i vescovi a «trovare una risposta adeguata al contesto, in vista di una evangelizzazione più profonda» (90). Più preoccupato appare nei confronti dei movimenti sincretisti e delle sette: «La loro denominazione e il loro vocabolario portano facilmente alla confusione e possono ingannare fedeli in buona fede. Approfittando di strutture statali in elaborazione, dello scardinamento delle solidarietà familiari tradizionali e di una catechesi insufficiente, queste numerose sette sfruttano la credulità e offrono una copertura religiosa a credenze multiformi ed eterodosse non cristiane» (91).

Circa le religioni tradizionali africane il Papa non nasconde un certo disagio. Ammette che «sono l'humus culturale e spirituale da cui viene la maggior parte dei cristiani convertiti e con cui mantengono un contatto quotidiano», ma più che al dialogo con esse, sembra mirare a un loro superamento, salvando «alcuni elementi che sono conformi all'insegnamento di Cristo» (92). Forte è la condanna della stregoneria, che causa il problema della “doppia appartenenza” al cristianesimo e alla religione tradizionale, superabile soltanto attraverso «una catechesi e un'inculturazione profonde» (93).

Anche la presenza dell'islam in Africa è motivo di preoccupazione. «In alcuni paesi regna una buona intesa fra cristiani e musulmani... In altri, i cristiani non hanno che una cittadinanza di secondo rango... In altri, gli elementi religiosi e politici non sono ancora sufficientemente distinti. In altri, infine, esiste aggressività... Dobbiamo operare insieme per bandire tutte le forme di discriminazione, di intolleranza e di fondamentalismo confessionale». Dopo aver esortato la chiesa a cercare, «mediante un dialogo paziente con i musulmani, il riconoscimento giuridico e pratico della libertà religiosa», il Papa afferma: «La libertà religiosa è la via della pace» (94), facendo eco al suo ex collega Hans Küng (senza però citarlo) di cui sembra adottare la visione espressa nel Progetto per un'etica mondiale (volume e progetto hanno festeggiato i vent'anni), secondo cui non vi sarà pace mondiale senza pace tra le religioni.

 

Apostolato: quattro direttrici

 

La seconda parte dell'Africae munus è rivolta più direttamente all'impegno delle comunità ecclesiali nel continente. Il Papa si rivolge ai vari membri della chiesa, seguendo uno stretto ordine gerarchico - vescovi, sacerdoti, diaconi permanenti, persone consacrate, seminaristi, catechisti, laici (99-131) - ed elenca i principali campi di apostolato: educazione, salute, informazione e comunicazione (132-146).

Il ruolo e le funzioni dei vari membri sono descritti nella maniera più tradizionale possibile. Al punto che le indicazioni offerte potrebbero facilmente essere applicate a ogni chiesa locale nel resto del mondo. Quando invita i vescovi a «promuovere e sostenere effettivamente e affettivamente il Simposio delle Conferenze episcopali dell' Africa e del Madagascar (Sceam) come struttura continentale di solidarietà e di comunione ecclesiale» (107), uno non può che assentire. Ma quando ricorda loro che devono vivere «uniti al Successore di Pietro» (102,105) e che non devono sprecare le loro «energie umane e pastorali nella vana ricerca di risposte a domande che non sono di loro diretta competenza, o nei meandri di un nazionalismo che può accecare» (102), uno si domanda se il Papa non stia parlando ai vescovi latino-americani.

L'appello rivolto ai sacerdoti a non cedere «alla tentazione di trasformarsi in guide politiche o in operatori sociali» non è certamente fuori luogo. Lo scandalo del genocidio ruandese rimane una ferita aperta nella memoria del continente, e i terrificanti resoconti su alcuni religiosi e membri del clero attivi nell'appoggiare, se non addirittura compiere, atrocità rimane una macchia sul nome della chiesa africana. Ma non è certo un problema esclusivamente africano. Che dire di alcuni preti statunitensi invasi da zelo patriottico sciovinista dopo l'11 settembre 2001, o di taluni religiosi baschi o irlandesi simpatizzanti dei movimenti di guerriglia nelle rispettive nazioni? 

Ciò che emerge in modo preponderante in questa parte del testo, a parte il ripetuto appello alla santità (termine che ricorre 10 volte nella Esortazione), è la visione tradizionale che Benedetto XVI ha dei diversi ruoli nella chiesa. È vero che tutti sono invitati a diventare "responsabili" nella comunità ecclesiale, ma nella struttura gerarchica vi sono posizioni e compiti ben precisi. Se il documento fosse rivolto a chiese americane o europee, uno potrebbe scorgervi un'ammonizione rivolta a chi mette in questione la tradizionale definizione dei ruoli e dei compiti nella chiesa perché torni nel giusto alveo. Ma in Africa la gerarchizzazione della chiesa non fa problema: ruoli e funzioni sono talmente radicati nel modo in cui la chiesa si concepisce e agisce da compromettere, caso mai, la sua efficacia pastorale.

Nella sezione dedicata ai «principali campi di apostolato», il Papa loda il contributo offerto dalla chiesa in Africa e si augura che l'impegno sociale dei cattolici cresca. È colpito dallo sforzo profuso nel mondo dell'educazione ed esprime la speranza che questo servizio aiuti le società africane «a comprendere meglio le sfide con cui l'Africa si confronta oggi, offrendo la .luce necessaria con le ricerche e le analisi» compiute dalle istituzioni accademiche cattoliche (135). 

 

di ANTHONY EGAN

Gesuita sudafricano, insegna al Collegio

Sant'Agostino di Johannesburg e al Seminario

"San Giovanni Vianney" di Pretoria

  

Nigrizia, anno 2012, n. 1, pag. 46

Ultima modifica Giovedì 12 Aprile 2012 20:58

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