Venerdì, 22 Settembre 2017
Giuseppe Lami

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Sabato 25 Settembre 2004 13:06

Globalizzazione

di Fabrizio Galimberti


Ci sono nella storia dei punti di flesso, dei punti di svolta che ogni volta, con l’accelerazione del cambiamento, provano tensioni e fanno temere catastrofi. Dal punto di vista economico, è quello che successe con la Rivoluzione industriale nell’Inghilterra del tardo Settecento e del primo Ottocento, con la globalizzazione del primo Novecento (ancora più intensa, secondo alcuni parametri, di quella attuale ), con la Grande depressione…
Nel dopoguerra ci sono stati alcuni sommovimenti economici, dall’abbandono dei cambi fissi alle crisi petrolifere, ma niente di paragonabile a quei punti di svolta appena citati. Negli ultimi anni, tuttavia, si è andata profilando (era cominciata prima ma non ce ne eravamo accorti) un’altra ondata di cambiamenti epocali, legata alla globalizzazione e alla telematica: due fenomeni che non sono indipendenti, ma si completano e si nutrono a vicenda, e che vanno lentamente cambiando sia il modo di produrre che il modo di consumare nel mondo intero.
Come tutti i grandi fenomeni, ci sono aspetti positivi e negativi. Vediamoli, dal punto di vista economico, uno per uno. Useremo per convenienza il termine globalizzazione, con l’avvertenza però che questo termine racchiude tanti aspetti: fusione economica e fissione politica, ragnatela telematica e delocalizzazione della produzione, avvicinamenti e scontri fra culture. Menzioniamo quattro critiche che sono solitamenti rivolte alla globalizzazione e vediamone, dal punto di vista economico, la rilevanza.

1. Incertezza del domani e instabilità.
Certamente, la globalizzazione aumenta l’incertezza, come tutti i cambiamenti. Quando le cose cambiano, non si sa mai dove si andrà a finire. L’incertezza è obiettivamente uno svantaggio dal punto di vista economico, perché introduce grani di sabbia nei meccanismi delicati delle decisioni di investimento e di lavoro. Ma in tutte le grandi epoche di cambiamenti è aumentata l’incertezza. Il problema non è quello di constatare la maggiore incertezza, ma quello di capire se questo cambiamento è un cambiamento in meglio o in peggio.

2. Maggiori disuguaglianze.
Gli economisti sono divisi sul fatto che l’innegabile allargarsi delle disuguaglianze sia da attribuirsi alla globalizzazione. Ma il consenso che va emergendo è il seguente. All’interno dei Paesi ricchi l’allargarsi delle diseguaglianze è prevalentemente dovuto alla tecnologia e non alla globalizzazione. La rivoluzione industriale in corso (la “quinta” rivoluzione industriale, dopo il vapore e i telai di fine Settecento, l’elettricità e le ferrovie nell’Ottocento, la radio e la motorizzazione nella prima metà del Novecento, le materie plastiche e l’elettronica nella seconda metà del Novecento) sta trasformando l’economia in una “economia della conoscenza”, con le applicazioni della telematica nei processi produttivi, l’Internet e la fertilizzazione incrociata fra informatica, biologia e nuovi materiali. A questo punto si approfondisce il solco fra i “compensi alla conoscenza” e i “compensi al lavoro manuale”. Si tratta di qualcosa che è già successo nella storia e che spinge naturalmente ad elevare il livello di formazione e di istruzione di chi voglia andare avanti nel mondo. Si tratta di un processo irreversibile e non si può fare nulla per tornare indietro. Bisogna solo accettarlo e mettere in opera programmi di riaddestramento per preparare i lavoratori a mansioni segnate da maggiore conoscenza.
All’esterno dei Paesi ricchi, cioè nelle relazioni fra Paesi ricchi e Paesi poveri, invece, la globalizzazione riduce le diseguaglianze. Quando ci si lamenta che un programmatore in Italia viene scartato a favore di un programmatore in India, questo è molto triste per il programmatore in Italia ma è molto bello per il programmatore in India. E, dato che l’India è un Paese molto più povero che l’Italia, le differenze di reddito fra Italia e India si riducono. Nei Paesi emergenti i redditi stanno crescendo più rapidamente che nei Paesi ricchi per due ragioni: i lavori di manifattura passano nei Paesi nuovi, dove il costo del lavoro è minore (il disegno dei pantaloni italiani rimane in Italia, ma i pantaloni vengono tagliati e confezionati in Marocco); e i prodigi della telematica permettono di trasferire nei Paesi poveri anche quei lavori impiegatizi (ticketing per le linee aeree, trattazione dei rimborsi di spese mediche…) che si prestano a essere fatti a distanza. In più, i Paesi poveri di reddito ma con scuole che funzionano riescono anche a entrare, come accennato sopra, in quei “mercati della conoscenza” che sono la programmazione e la gestione di sistemi informatici.
Vi sono poi i casi famosi dei bambini che cuciono palloni da calcio nei Paesi del Terzo mondo: questi casi ricalcano situazioni di sofferenza che sono andate scandendo lo sviluppo economico dal Settecento in poi. Lo sfruttamento minorile nelle fabbriche inglesi del tardo Settecento è tristemente famoso. Allora, come adesso, le alternative non erano molto allegre. Un testimone dell’epoca ricorda che nelle campagne, da dove quei minori erano andati via per essere sfruttati nelle fabbriche, le cose andavano ancora peggio: ho visto, diceva, bambini morti di inedia lungo i fossati della strada. Le stesse alternative terribili esistono adesso, ora che la clamorosa miseria urbana in molti Paesi emergenti sostituiscie la miseria silenziosa delle campagne. Ma come nell’Inghilterra di allora anche nei Paesi in via di sviluppo di oggi le cose miglioreranno man mano che l’economia acquista forza in un contesto di globalizzazione. Intanto, è bene che i cittadini dei Paesi ricchi facciano sentire la loro voce, attraverso boicotti o denunce, presso le multinazionali che producono beni in quei Paesi, così da evitare situazioni estreme di sfruttamento.
Vi sono, purtroppo, dei Paesi che non beneficiano di questo processo di sviluppo, come molti Paesi in Africa. Ma non ne beneficiano a causa del fatto che la globalizzazione non li lambisce. Sono Paesi che si chiudono agli scambi internazionali, per oscurantismo culturale o per insufficienze, per non dire corruzione, della classe dirigente.

3. Lavoro (troppo) flessibile.
La flessibilità del lavoro è un bene quando viene dall’offerta. Cioè a dire, se chi si offre di lavorare ha bisogno non di un lavoro regolare ma di un lavoro parziale od occasionale, perché vuole conciliare studio e lavoro, o lavoro e famiglia, o semplicemente guadagnare un po’ di soldi per poi andare a fare il giro del mondo, è un bene che il sistema economico offra queste opportunità di lavoro. Non succedeva spesso tempo fa e succede adesso, perché la società è cambiata. La flessibilità del lavoro è anche un bene quando viene dalla domanda, cioè dai datori di lavoro: dovendo calibrare la produzione sulle quantità che i clienti richiedono, variabili lungo l’anno, è bene che i datori di lavoro possano avere a disposizione figure contrattuali diverse dal tempo pieno e dal contratto a tempo indeterminato tipici del passato. La flessibilità del lavoro non è invece un bene quando la domanda di lavoro flessibile e l’offerta di lavoro flessibile non si incontrano, così che chi vorrebbe il tempo pieno è costretto al tempo parziale o chi vorrebbe un contratto permanente è costretto a prendere contratti di tipo precario.
Questa precarietà rende certo la vita difficile a chi oggi si affaccia al mercato del lavoro. Ma è una precarietà connaturata alla fase di intensa trasformazione che stiamo attraversando. Gli unici rimedi sono quelli di considerare la vita lavorativa come una “formazione permanente”, attenti a cogliere i cambiamenti nei lavori e nelle professioni che l’economia richiede. L’importante è che l’economia cresca e che i nostri Paesi rimuovano gli ostacoli alla creazione d’impresa – mancanza di concorrenza, adempimenti burocratici soffocanti – che ancora impediscono di cogliere le opportunità offerte da questa straordinaria stagione di innovazione nei prodotti e nei processi.

4. Deregolamentazione selvaggia.
Un’altra caratteristica solitamente considerata negativa dalle temperie presenti è la degolamentazione, che finisce col sacrificare al “dio-mercato” le tutele e le sicurezze di ieri. Questo è un campo dove l’economista può dare il suo contributo, nel senso che ci sono casi in cui la deregolamentazione è positiva e casi in cui è negativa. In linea di massima, è normale che in tempi di rivoluzione tecnologica e di cambiamenti accelerati sia necessario spostare uomini e capitali dai settori in declino ai settori in espansione. Se le istituzioni dell’economia rendono questa mobilità difficile, è giusto deregolamentare. É difficile dire qualcosa di meno generale, perché bisognerebbe andare a studiare i singoli casi.
Esiste il pericolo che le resistenze incontrate dal processo di globalizzazione siano tali che il processo venga interrotto e si ritorni a una frammentazione dei mercati, a un “nuovo medioevo di mercati regionali”? No, questa possibilità è remota perché i benefici dell’apertura ai mercati, specie per i Paesi emergenti, sono ormai così evidenti che la frammentazione non è un’opzione. I problemi del mondo di oggi sono più politici che economici. Originano dal bubbone irrisolto Israele-Palestina, diventano contrapposizione di civiltà fra l’Occidente e l’Islam, esplodono nel terrorismo e nelle politiche sull’orlo del rasoio di Paesi che, come la Corea del Nord, si sono tenuti ai margini della globalizzazione.







Martedì 21 Settembre 2004 21:01

REDEMPTIONIS SACRAMENTUM

di Riccardo Barile
Da “Settimana” 18/2004



“REDEMPTIONIS SACRAMENTUM”

Cominciamo dagli abusi riconoscendo che ce ne sono: chi non ha mai trasalito per aver dovuto sopportare ad esempio le parole di certi canti (...sull'altare è Gesù che si fa) ai quali accenna con molta discrezione il n. 58?
Agli abusi segue la protesta, cui dà voce la RS. Il positivo è riprendere l'attenzione a celebrare dignitosamente l'eucaristia riconsiderandone le norme rituali, come ad altro livello fu chiesto qualche anno fa alle chiese d'oriente.
Ciò detto, iniziamo le reazioni con i vari "bene bravi / distinguo / ahimè / credo quia absurdum" ai quali diamo la stura.

Denunzie e querele. Il n. 184 che le prevede è l'ultimo rimedio dopo la formazione e la vigilanza dei pastori. In sé non dice nulla di nuovo: la novità è il dirla avviando una prassi. Ma quale? Mentre in positivo va riconosciuto il diritto in oggetto, in negativo sorgono alcuni timori: non suggerendo un primo dialogo con l'autore degli abusi, si rischia di favorire una contrapposizione preti/laici sostenuta dall'alleanza vescovi/laici; si rischia un clima da neomodernismo; si rischia che quanti segnaleranno gli abusi siano in prevalenza cattolici tradizionalisti o persone squilibrate: nessuno denunzierà mai che il salmo responsoriale, "di norma" da cantarsi, è "di fatto" quasi sempre letto…

Dai giornali a l'Osservatore Romano. Stando all'EdE 52, la RS è un atto preannunciato e dovuto. Durante le fasi preparatorie filtrarono indiscrezioni provocando anticipate reazioni, grazie alle quali il documento fu ampiamente ritoccato. Pubblicato il documento, la grande stampa ha prevalentemente parlato di messe/show
Il consiglio è di abbandonare questi media e rivolgersi a L'Osservatore Romano del 24 aprile 2004 pp 4-5, dove si trova la presentazione ufficiale (reperibile anche sul sito vatican.va) di Grinze, Amato e Sorrentino, il nuovo segretario della Congregazione del Culto.

L’onesto e il positivo è il riconoscimento dei valori sottostanti alla normativa: «Le parole e i riti della liturgia sono espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come lui»(3). La positività metodologica sta nell'ammettere una graduatoria delle norme (7, 13, 171ss) e nell'indicare come rimedio la formazione (170), unita al monito cha la liturgia cresce non con le continue modifiche ma nell’approfondimento della parola di Dio e del mistero celebrato» (39).
Ma bisognerebbe domandarsi se gli abusi sono solo frutto di cattiva volontà e carenza formativa o se non sono anche il sintomo di una situazione che sta maturando e che esigerebbe più autonomia delle chiese locali, perché a livello centrale è sempre meno governabile. Non so se così sia, ma ritengo onesto domandarselo.

Le regole del gioco. In ogni gruppo ci vuole qualcuno che ogni tanto richiami e ristabilisca le regole del gioco - qui si fa così -, espresse allo stato attuale, senza troppe distinzioni tra ciò che passa e ciò che resta, ciò che è riformabile e ciò che non lo è. Il richiamo, anche se doloroso e non del tutto precisi), è sempre qualcosa che fa crescere. La RS è esattamente questo.
Nella chiesa - soprattutto in quella cattolica - avviene periodicamente un simile atto e non solo per la liturgia. Ciò pone a nudo la verità della realtà. Per ogni (liturgista) cattolico si tratta di continuare ad esserlo perché riconosce certi meccanismi e vede incommensurabili ricchezze oltre al disagio del momento. Per le attività ecumeniche si tratta di essere sinceri e dire a ortodossi e protestanti che se si camminerà insieme verso Cristo ma con la chiesa cattolica e un giorno si farà anche un unità visibile, qualche mese o qualche anno dopo da Roma verrà un documento sgradito. E questo accadrebbe non solo con l’attuale papa e con gli attuali curiali, ma anche con un papa e curiali francesi, tedeschi, inglesi, africani, asiatici, americani e forse anche greci e russi.

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