Domenica, 20 Agosto 2017
Venerdì 16 Aprile 2010 12:51

Export di armi: fuoco sulla 185

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La lobby dell’industria armiera si sta avvicinando al suo obiettivo: smantellare la legge che da vent’anni regola e dà un minimo di trasparenza all’esportazione degli armamenti. E il governo Berlusconi, con il pretesto di adeguarsi al quadro europeo, ha avviato la pratica, mettendo in cantiere una nuova proposta di legge. Nel 2010 scatta un altro anniversario. Il 9 luglio, compie vent’anni la legge 185 del 1990. Un totem per la società civile pacifista. Regolamenta, infatti, la trasparenza e il controllo del commercio italiano di materiali di armamento.

 

 

Una legge presa a modello, per molti anni, dalle associazioni occidentali impegnate nel controllo del business armiero. Ma la 185 è sempre stata vissuta, dall’altra parte della barricata, come il classico bastone infilato negli ingranaggi della grande macchina degli affari. I tutori degli interessi armati mal digeriscono i troppi lacci che questa legge impone. Così, da anni lavorano per porre il silenziatore alla “campagna di criminalizzazione” con cui si bollano l’industria della difesa e le banche che sostengono le imprese del settore. E i risultati si vedono. Oscuri burocrati governativi annunciano che è giunta l’ora di mandare in pensione la 185, per far posto a una nuova legge. Lo scrivono, in gran segreto, nei rapporti inviati da Roma a Bruxelles e che appartengono alla documentazione richiesta dall’Europa per adeguare la nostra legislazione ad alcune diretti-ve comunitarie assunte per far nascere un mercato unico della difesa. In particolare, l’8 dicembre 2008 il Consiglio affari generali dell’Unione europea approva una “Posizione comune” sulle regole che riguardano il controllo delle esportazioni delle tecnologie ed equipaggiamenti militari, con cui si renderà vincolante il Codice di condotta per le esportazioni militari adottato nel 1998. L’impegno assunto dai 27 paesi membri dell’Ue è di recepire nelle proprie normative nazionali le regole e le procedure alla base di questa prima forma di politica di esportazione europea. Otto giorni dopo, il 16 dicembre, il parlamento europeo vota una nuova direttiva che facilita il trasferimento intracomunitario di prodotti militari destinati alla difesa. Lo scopo è di snellire gli adempimenti burocratici e dare impulso all’innovazione in un settore, quello dell’industria europea di difesa, che impegna circa 800mila occupati (tra militari e civili) e che rappresenta il 2,5% del prodotto interno lordo dell’Unione europea. Ma al di là degli inevitabili tecnicismi, c’è la sostanza politica. Roma, lo scorso novembre, fa arrivare a Bruxelles, in risposta alle sue richieste, un documento nei cui meandri si legge che «una nuova legge per tutti i settori è in preparazione e includerà anche la Posizione comune». Una nuova legge. I premurosi tecnocrati di casa nostra sussurrano, affinché nessuno li ascolti in Italia, che la 185 è da buttare. Bruxelles non pretendeva tanto. Chiedeva un adeguamento. Noi, invece, riscriviamo la legge. Nel silenzio generale. Senza un adeguato dibattito. Già in passato l’Italia aveva fatto marcia indietro, smantellando alcuni tra i principi cardine della legge. Ora la si vorrebbe cancellare. Magari azzerando quelle parti che toccano i rapporti tra mondo finanziario e industria bellica, e su cui si fonda la Campagna di pressione alle “Banche armate”. Già nel bilancio 2007, l’Aiad (la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza) si era lamentata di come «l’industria nazionale risulti penalizzata in maniera oltremodo significativa sia dalla legge 185 sia dall’atteggiamento demagogico delle cosiddette “banche etiche”». E ritorna sul tema anche nella Relazione esercizio 2008, approvata nel luglio del 2009. Dove si legge: «A tenere viva l’attenzione dell’Associazione è stato anche il problema delle banche etiche che, professandosi “non armate”, hanno sospeso ogni transazione di esportazione, se pur già disciplinata nel rispetto della legge 185/90. In maniera ricorrente l’Aiad ha rappresentato la propria preoccupazione per l’amplificarsi delle conseguenze derivanti alle imprese e al riguardo sono state inoltrate sia a Confindustria che all’Abi (Associazione bancaria italiana, ndr) comunicazioni alle quali hanno fatto seguito molteplici incontri sia con i vertici dell’Abi che dei diversi gruppi bancari, nonché con il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; numerosi anche gli interventi nell’ambito di seminari e convegni per porre in evidenza l’atteggiamento fondamentalmente demagogico proprio degli istituti bancari». Michele Nones, direttore dell’area sicurezza e difesa dell’Istituto affari internazionali (Iai) e consulente dei governi italiani in tema di legislazione armiera dal 1992, non ha mai fatto mistero della «necessità di una legge completamente nuova». A suo avviso, «con l’integrazione del mercato europeo della difesa, misure esclusivamente nazionali sarebbero inutili. Già oggi un’impresa italiana potrebbe farsi pagare legalmente in una qualsiasi banca europea fuori dal territorio italiano ed eviterebbe i controlli della legge». Per lui, «con la direttiva europea si chiude una fase storica, e personalmente preferisco guardare avanti con ottimismo, piuttosto che rivolgermi all’indietro con rimpianto». È una lobby potente quella che si è messa in moto per disarmare la Campagna “Banche armate”. Che sfrutta due fattori che giocano a suo favore: immersi, come ancora siamo, nel pantano del terremoto economico e finanziario, il dizionario pacifista appare spolpato dei suoi sogni; il controllo e la trasparenza sul commercio delle armi non sembrano, poi, nell’agenda né dell’opposizione parlamentare, né in quella della società civile. E la fotografia che esce dall’ultima Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sull’export di armamenti è impietosa: dopo una stagione di timori e titubanze, gli istituti di credito, anche quelli che negli ultimi anni avevano promesso conversioni “pacifiste”, nel 2008 hanno spalancato le porte al business armiero. Il numero delle autorizzazioni complessive alle transazioni bancarie è raddoppiato (1.612) rispetto al 2007 (882). Il valore delle stesse, invece, è quasi triplicato (4 miliardi 285 milioni di euro, contro 1 miliardo 329 milioni dell’anno precedente). In particolare, le autorizzazioni relative a operazioni di esportazione definitiva sono state 1.120 (677 nel 2007), per un ammontare di 3 miliardi 701milioni di euro (contro 1 miliardo 224 milioni del 2007). È evidente la voglia di abbuffarsi. La Banca nazionale del lavoro 2 anni fa aveva supportato le aziende armiere per 62 milioni e spiccioli di euro. Nel 2008 per 1 miliardo 253 milioni. Prestazioni muscolari mai raggiunte nel recente passato. Ma è una gran fetta del mondo della finanza a essersi seduta alla tavola imbandita a festa e con il tovagliolo al collo. Triste compleanno per la 185. Dossier Nigrizia Bankitalia ordina: controlli più severi Il 27 maggio scorso – ma la notizia è stata resa nota solo ai primi di novembre – la Banca d’Italia ha dettato le regole, indirizzate agli istituti di credito del Belpaese, per un rafforzamento dei controlli sulle operazioni finanziarie riconducibili alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Un provvedimento unico nel suo genere, che agisce, per la prima volta, sul finanziamento, quindi sulla produzione, piuttosto che sulla commercializzazione delle armi. Le “indicazioni” di Palazzo Koch, che non fanno altro che applicare la normativa europea, prevedono che gli “intermediari” (ossia tutti i soggetti finanziari) provvedano a fornirsi degli strumenti necessari a verificare le informazioni relative alla propria clientela, «per operare maggiori controlli nei rapporti e nelle operazioni eventualmente intrattenuti con controparti coinvolte, direttamente o indirettamente, in programmi di sviluppo di armi di distruzione di massa». Dunque, oltre alla normale attività di controllo, le banche sarebbero tenute anche a controllare l’origine dei fondi impiegati nei propri istituti, recuperando informazioni anche sugli eventuali beneficiari indiretti. Nei casi in cui non sia possibile verificare tutte le informazioni, via Nazionale ritiene che la banca sia tenuta a non fornire il servizio, segnalando, ove lo ritenga opportuno, il proprio cliente alle autorità. Disposizioni che costituiscono uno strappo rispetto a un sistema, quello della finanza mondiale, che normalmente mal sopporta ogni forma di limitazione ai movimenti di capitale. Un plauso all’iniziativa arriva dalla Rete italiana per il disarmo (Rid), che raggruppa oltre 30 organizzazioni sul tema del controllo degli armamenti e che lancia un appello agli istituti di credito affinché si dotino di un codice etico interno. La Rete, tuttavia, non manca di sottolineare come questo sia solo un punto di partenza. E che è «bene ricordare come siano le cosiddette armi “piccole” o “leggere” a essere responsabili del maggior numero di morti in tutto il mondo, sia nei conflitti che nelle situazioni di criminalità». Proprio per questo, la Rid chiede che le stesse disposizioni siano allargate a tutti i sistemi di armamento. Continuiamo la Campagna Letterina alla propria “banca armata” Al direttore della banca… Nella Relazione 2009 sull’export di armamenti autorizzato e svolto dall’Italia nel 2008, che il governo ha presentato al parlamento la scorsa primavera, ho trovato il nome della banca da lei diretta tra quelle coinvolte nelle operazioni di appoggio al commercio delle armi Ritengo che chi esercita un ruolo nell’attività economica e finanziaria di questo paese non debba sottovalutare le eventuali ricadute della sua attività sui diritti umani. Ora, si dà il caso che il commercio delle armi – anche quello legale – continui ad alimentare conflitti e violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, in modo particolare nel sud del mondo. E nel mercato degli armamenti l’Italia continua ad avere un ruolo non trascurabile. Secondo l’istituto internazionale Sipri, il nostro paese occupa l’ottavo posto nella classifica mondiale di chi ha maggiori spese militari (40,6 miliardi di dollari). Dal 1991 al 2008 le autorizzazioni all’esportazione di armamenti a uso militare, rilasciate dai vari governi italiani, hanno sfiorato i 30 miliardi di euro in valori costanti. Nel 2009, il centro di ricerche del Congresso Usa colloca l’industria italiana armiera al secondo posto nel mondo, davanti a Cina, Russia e Francia, con 3,7 miliardi di dollari di guadagni dall’export di armi. Questo è il contesto. Dunque, avendo io un conto aperto presso di voi, mi trovo nella situazione in cui anche i miei risparmi vanno ad alimentare, seppur indirettamente, conflitti e violazioni dei diritti umani fondamentali. Chiedo, perciò, che la banca, una volta preso atto delle ricadute di questo segmento della sua attività, prenda una posizione chiara. Dichiari, cioè, pubblicamente di voler cambiare la propria politica e di uscire da queste attività. In caso contrario, mi trovo costretto ad aprire le procedure per risolvere il rapporto con la banca. Resto in attesa di un vostro riscontro. (Data e firma

Ultima modifica Venerdì 16 Aprile 2010 13:07
Salvo Celeste

Salvo Celeste

Dottore in Giurisprudenza

Rubrica L'Angolo del Diritto ecclesiastico;
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