Lunedì, 18 Dicembre 2017
Giovedì 01 Settembre 2011 17:47

La fame nel mondo e la risposta tecnologica

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"Di sovente il dibattito sugli Ogm incrocia quello sulla fame nel mondo cercando di delinearne una parabola sociale. Ma gli Ogm sfameranno i poveri?"

È questo uno degli interrogativi che emerge da un documento della Fondazione Diritti Genetici, redatto in occasione della Conferenza "Transgenic plans for Food Security" organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze e che si è tenuto a Roma il 19 maggio.
Il documento è stato diffuso dalla Focsiv, la Federazione degli organismi cristiani di volontariato cui aderisce lo Svi. Gli Ogm sono gli organismi geneticamente modificati, cioè quei vegetali che sono stati creati in laboratorio (invece che con la selezione sul campo) per ottimizzare alcune caratteristiche (spesso la resistenza alle malattie). Gli Ogm sono certamente il progresso anche se la scienza non è sicura che tutti non siano nocivi, per cui vale il principio di precauzione (è questa la linea dell'Unione Europea, mentre nel terzo mondo non c'è precauzione che tenga).
Quanto al problema della fame nel mondo va detto che i brevetti di queste super sementi sono in mano alle multinazionali che se li tengono ben stretti. Se anche gli Ogm fossero tecnicamente ottimi, potrebbero far nascere (ma già succede) nuove forme di colonialismo. Dice, infatti, il documento che "anche qualora vi fosse bisogno di un aumento di produttività e gli Ogm riuscissero ad aumentare l'offerta globale di alimenti, le condizioni di accesso al cibo non sarebbero adeguatamente garantite, non venendo rimosse le ineguaglianze sociali, politiche ed economiche che causano l'insicurezza alimentare e la povertà". Il documento rappresenta la posizione del Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare che comprènde più di 270 organizzazioni della società civile tra Ong, movimenti sociali ed ambientalisti, associazioni di categoria e sindacati. Questo il nocciolo del problema. Riportiamo alcuni passi del documento per chi vuol capirne di più.

NON OCCORRE PRODURRE PIU’ CIBO MA CEDERE IL CONTROLLO AGLI AFFAMATI

Gli organismi geneticamente modificati servono semmai ad arricchire i ricchi. Tornare ad una agricoltura per l'alimentazione.

Fra il 2007 e il 2008 il mondo è tornato ad accorgersi dell'importanza del cibo e dell'agricoltura che lo produce e immette in commercio. Dopo lustri di disinteresse, l'impennata dei prezzi scatenatasi in ogni angolo del pianeta ha costretto istituzioni, media, imprese e ricerca scientifica a dedicare nuovamente attenzione e priorità ai sistemi agroalimentari.
Il panico dettato dalle difficoltà di accedere alla nutrizione da parte di fasce sempre più ampie di popolazione ha a sua volta generato un panico politico ed economico, non ultimo a causa di tumulti registrati in circa 40 Paesi del mondo e di tensioni estesesi anche fra i ceti medi dei Paesi benestanti i cui redditi sono divenuti progressivamente inadeguati a soddisfare gli stessi bisogni essenziali, quali quelli alimentari. Rivolte per il pane (o per il riso, certo non per le brioche) hanno contrassegnato la storia, deposto sovrani e dato vita a nuove forme di democrazia o di terrore. Un pandemonio che oggi si accompagna allo scompiglio degli assetti di governo e di potere intorno al cibo e all'agricoltura che lo fomenta, al caos climatico, al subbuglio economico e finanziario.
Nel corso della crisi alimentare, gli Ogm sono stati sovente invocati quali panacea di una presunta carestia globale. Nessuna carestia si è però abbattuta sul pianeta (e sugli indigenti che lo abitano) tanto che il 2007 e il 2008 (anni nel corso dei quali i prezzi delle derrate agricole e degli alimenti sugli scaffali dei mercati sono esplosi) hanno fatto registrare il record produttivo di cereali, base alimentare dei popoli. Sul mondo (del cibo) si sono invece abbattuti l'impazzimento degli agrocarburanti che per sanare la sete delle automobili hanno contribuito ad aggravare la fame di uomini e donne e un'ondata di speculazione finanziaria senza precedenti nella storia agroalimentare.

Il cibo non manca
Dagli anni '70 la disponibilità pro-capite annua di cereali si attesta fra i 300 e i 350 kg, poco meno di un chilo di cereali al giorno per ogni essere umano, crescendo produttivamente in sostanziale parallelo alla curva demografica planetaria, tanto che Jean Ziegler, nelle sue passate vesti di Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul Diritto al Cibo, citando dati FAO, ha indicato sufficiente a sfamare 12 miliardi di individui.
Eppure sulla risorsa alimentare le attenzioni sono molteplici e multiformi: nel caso dei cereali su 2.232 milioni di tonnellate prodotte nel mondo nel 2008 meno della metà è destinata a sfamare direttamente gli esseri umani in quanto la quota destinata a tale consumo è stimata nel 2008 in 1.006 milioni di tonnellate. Che fine fa il resto? Ad esclusione degli scarti e dell'aliquota destinata alla produzione di semente circa la metà del consumo mondiale di cereali viene dirottato verso mangiatoie animali e utilizzi industriali (traducibili in gran parte in carburanti vegetali).
È dunque in atto una competizione feroce sul destino della risorsa alimentare, competizione denominata in inglese food-feed-fuel, ossia una contesa sul prodotto agricolo fra diretto consumo umano degli alimenti, uso mangimistico in zootecnia o come carburante per le automobili.

Economia non alimentare
Una considerazione da non relegare a invettiva no-global: "lo scopo essenziale del cibo, nutrire le persone, è stato subordinato agli obiettivi economici di una manciata di corporation multinazionali che monopolizzano tutti gli aspetti della produzione alimentare, dai semi alle maggiori catene di distribuzione, e sono loro i primi beneficiari della crisi mondiale. Uno sguardo ai dati del 2007, quando è iniziata la crisi alimentare, mostra che corporation quali Monsanto e Cargill, che controllano il mercato dei cereali, hanno visto i loro profitti crescere del 45 e 60% rispettivamente, mentre la società leader del mercato dei fertilizzanti, la Mosaic Corporation, filiale di Cargill, ha raddoppiato i suoi profitti in un solo anno". Si tratta di un passaggio del discorso di Miguel d'Escoto Brockmann, Presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Ma gran parte del quasi miliardo di persone esposte alla fame sono dunque produttori di cibo o loro famigliari: è anche da questi che ci si aspetta un contributo al raggiungimento dell'obiettivo di aumentare le produzioni di alimenti del 50% al 2030, menzionato nel corso dei lavori della Conferenza FAO del giugno 2008. Un obiettivo, in verità, non impossibile da perseguire se è vero che comporta un aumento della produttività complessiva intorno al 2% l'anno, tendenzialmente in linea con gli incrementi di resa che si sono ottenuti nel corso degli ultimi decenni.

La scorciatoia transgenica
Di sovente il dibattito sugli OGM incrocia quello sulla fame nel mondo cercando di delinearne una parabola sociale. Ma gli Ogm sfameranno i poveri? Di certo vi è che gli Ogm oggi coltivati non sono stati concepiti per rispondere a questa esigenza: non producono più cibo, non costano meno e soprattutto sono prevalentemente destinati a sfamare il bestiame più che gli uomini. Anche qualora vi fosse bisogno di un aumento di produttività e gli Ogm riuscissero ad aumentare l'offerta globale di alimenti (la qual cosa non è ad oggi supportata dall'evidenza), le condizioni di accesso al cibo non sarebbero adeguatamente garantite, non venendo rimosse le ineguaglianze sociali, politiche ed economiche che causano l'insicurezza alimentare e la povertà.

Un'altra prospettiva
La comunità scientifica internazionale presenta un'altra prospettiva. L'intero impianto tecnicista quale traiettoria di sviluppo per l'agricoltura è stato messo in discussione da uno degli sforzi più ambiziosi e autorevoli che le istituzioni internazionali abbiano saputo mettere in campo sul tema della ricerca e delle conoscenze agricole. Non essendo quella di andare avanti così una ipotesi percorribile secondo i ricercatori dello laastd, è fondamentale porre l'accento sulla multifunzionalità dell'agricoltura e sul ruolo cruciale che le conoscenze di contadini e contadine applicate al contesto locale - esperienze che hanno valore dinamico, come ricorda il rapporto - hanno nello sviluppo di tecnologie e di saperi appropriati ai fabbisogni sociali e ai vincoli posti dagli ecosistemi, traendo esperienza dai fallimenti insiti nelle tecnologie impiegate nel passato e nelle modalità in cui queste sono state trasferite e adottate. "Nel corso del secolo scorso il settore agricolo ha tipicamente semplificato i sistemi produttivi al fine di massimizzare i raccolti di una singola specie, generalmente ignorando altri servizi e funzioni ecologiche che potevano regolare, sostenere e integrare l'attività primaria. Quando queste pratiche sono state associate a politiche che hanno fornito incentivi distorsivi dei prezzi agricoli si è prodotto degrado ambientale e delle risorse naturali". Come indicato da Olivier de Schutter, Relatore Speciale dell'ONU sul diritto al cibo, alla Conferenza di Alto Livello promossa dalla FAO nel giugno 2008 per rispondere alla crisi alimentare, "la scienza e tecnologia agricola hanno finora solo garantito benefici alle grandi imprese e non si sono concentrate sui bisogni specifici dei poveri rurali nei Paesi in via di sviluppo.
Se ha ragione l'Osservatore Romano quando, sotto l'inequivocabile occhiello "Crisi alimentare e speculazioni finanziarie", sottolinea che "quasi il 70% delle transazioni che hanno fatto crescere i prezzi del cibo sono finanziarie", ci si deve domandare perché non aggredire una delle cause primarie dell'innalzamento dei prezzi alimentari che ha aumentato di più di 100 milioni di persone gli affamati al mondo in soli due anni, invece di inseguire la panacea transgenica.

da Rivista Mensile Kiremba

Ultima modifica Martedì 04 Ottobre 2011 14:39

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