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Lunedì 15 Gennaio 2007 11:07

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

Testimonianza / Una voce dalla Costa d’Avorio

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

A partire dal settembre 2002,

la Costa d’ Avorio, terra di speranza - stando a quanto dice anche il nostro inno nazionale - è entrata in una guerra che non è ancora terminata. In questo sfacelo, molti ivoriani continuano a credere che le elezioni si terranno, che l’economia rifiorirà e che

la Costa d’Avorio risusciterà, come ha preconizzato il nostro arcivescovo emerito, mons. Bernard Agré. Anche noi facciamo parte di questo gruppo di persone, anche se riteniamo che queste speranze, gioie, tristezze e angosce debbano essere superate da una speranza più grande, suscitata dal messaggio di salvezza di Gesù Cristo.

Il cuore della nostra speranza è

la Chiesa, popolo di Dio in marcia che, vivendo di questa speranza, lancia questa sfida al nostro Paese, al nostro continente africano e al mondo intero. E’ dunque

la Chiesa che fonda questa speranza che prende in contropiede tutte le visioni afro-pessimiste.

Per questo, partendo dalla crisi ivoriana e cercando di comprenderne le ragioni, cercheremo di vedere che cosa significa speranza - e cosa significa essere testimoni di speranza - in un contesto di crisi, come quello ivoriano e non solo, e per cercare di dire anche cosa i cristiani d’Africa possono affermare in termini di speranza al mondo occidentale.

Al di là di tutto quello che può essere stato detto o scritto sulla crisi ivoriana e sulle cause economiche o politiche, pensiamo che la vera ragione non è stata ancora evocata. La crisi che conosce il nostro Paese ha origine nel fossato che non ha mai cessato di approfondirsi tra ricchi e poveri, a tal punto che la capitale Abidjan, situata a sud, non ha mai smesso di svilupparsi in maniera abnorme, mentre il resto del Paese è rimasto indietro.

Ma più ancora, i privilegiati, che hanno saccheggiato il Paese per lustri, si sono costruiti propri quartieri, ospedali, università, luoghi di divertimento; intanto gli ospedali, le scuole e le università pubblici accolgono i figli dei poveri. E mentre ai rampolli dei ricchi, dopo aver studiato all’estero o in prestigiose scuole locali, viene garantito un posto di lavoro, gli altri perdono il loro tempo a riempire domande di impiego senza alcun risultato.

Quelli che hanno preso le armi in questi anni si dicono «giustizieri» di tutta questa massa di «senza voce» e delle regioni trascurate dallo sviluppo, cercando di prendere con la forza quello che la politica ha rifiutato loro. Ancor più, questi giovani, messi ai margini dal sistema, sono diventati oggi i padroni del gioco politico, senza capirlo fino in fondo, come pure gran parte della popolazione.

Sono disperati e dunque non hanno paura delle armi, ma a ogni tumulto sociopolitico ne approfittano per riversarsi nei supermercati o nei distributori di benzina per saccheggiarli. Oppure distruggono strutture pubbliche come scuole, ospedali, biblioteche o edifici amministrativi, pensando che appartengono ai potenti, e così si illudono di ridurre il fossato che li separa dai ricchi.

Queste situazioni non sono appannaggio dei popoli africani. Gli Stati Uniti d’America, così come le banlieu della grandi città europee, hanno conosciuto recentemente delle sommosse. La ragione è sempre la stessa anche a livello planetario, ovvero il fatto che esistono gravi sperequazioni tra un’élite di ricchi e potenti e una grande massa di poveri. Di qui una guerra che si nutre di terrorismo internazionale e fanatismo, mentre l’Onu appare blindato dai diktat dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, che si sono spartiti il mondo.

Eppure, anche se tutto sembra perduto, una speranza c’è. In Costa d’Avorio, sin dall’inizio di questa crisi, le nostre Chiese non hanno smesso di riempirsi e nelle nostre famiglie la preghiera è sempre presente. Numerosi gruppi di preghiera sono nati, anche se in un contesto apparentemente apocalittico. Questo perché gli ivoriani si rendono conto che tutte le nostre speranze non possono essere soddisfatte se non da una speranza più grande, che è radicata nel messaggio di salvezza di Gesù. Avere speranza, dunque, è andare oltre le legittime attese della popolazione - beni materiali, amore umano, situazione sociopolitica stabile, rilancio economico - per perseguire il bene di tutti.

Sperare solo per se stessi sarebbe segno di un egoismo e di un orgoglio insopportabili. Come testimoni di speranza, laici e persone consacrate, al seguito di Mechtilde de Hackeborn e di Magdebourg, di Teresa di Lisieux e Teresa d’Avila o di Giuliana di Norwich, hanno desiderato donare la loro vita affinché i loro concittadini potessero essere salvati. Queste persone pregano per i peccati dei loro fratelli e sorelle, li guardano con amore senza condannarli. Essere testimoni di speranza è avere un amore ardente della croce, il desiderio di soffrire con Gesù per salvare l’umanità. In questo contesto di crisi, essere testimoni di speranza significa scendere agli inferi con i nostri fratelli e sorelle, per incontrare tutti coloro che hanno le mani sporche di sangue, responsabili di uccisioni e barbarie di ogni genere, e di orrende violenze sulle donne stuprate, sventrate, infettate di malattie terribili. Dobbiamo portare le sofferenze di questi traumi e implorare Cristo di non abbandonarci nella morte. Non possiamo che pregarlo perché dopo questa terribile traversata ci attenda sull’altra riva. In questo contesto, la voce che noi come Chiesa ivoriana possiamo inviare alla Chiesa universale non può che essere un messaggio di speranza. L’inno del nostro Paese saluta

la Costa d’Avorio come una terra di speranza. Questo saluto è stato tradotto nel linguaggio del popolo nella formula: «Lo scoraggiamento non appartiene agli ivoriani». E poi, oltre alla speranza, c’è l’ospitalità: «Paese dell’ospitalità», dice il nostro inno. Di fronte all’egoismo generalizzato nel nostro mondo, ci auguriamo che tutti i Paesi, anche l’Italia, possano essere terra d’accoglienza per tutti coloro che vogliono venirci in cerca di un po’ di felicità, e che gli italiani comprendano che


la Terra e tutte le sue ricchezze appartengono a Dio e che noi dobbiamo condividerne i beni, affinché il fossato tra ricchi e poveri si assottigli. Se ci rendiamo conto di questo, non erigeremo muri di filo spinato tra le nazioni, non vivremo più con la paura di prendere l’aereo, ma ogni uomo si sentirà a casa sua su questa Terra, dove vivremo tutti come fratelli e sorelle.

di Patrice Jean Ake

Docente di Filosofia

Università cattolica di Abidjan

Mondo e Missione / Ottobre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:42

QUANDO IL SACRO DANZA

CULTURA I LE RELIGIONI AFRO-AMERICANE IN ITALIA

QUANDO IL SACRO DANZA

E’ da un po’ di tempo che a Milano si possono osservare, agli incroci delle strade o vicino alle porte delle banche, grandi vassoi di terracotta, al cui interno sono sistemate, con garbo e arte, cibi, foglie e, a volte, addirittura parti di pollo. Il passante, stupito o incuriosito, forse non sa che si tratta di offerte alle divinità afro-americane (orixàs) . I fedeli del candomblé (la più conosciuta fra le religioni afro-brasiliane) o della santeria (religione afro-cubana) offrono cibo e fiori alle loro divinità e li depongono, a seconda del dio a cui chiedono aiuto, agli incroci delle strade, ai piedi di un albero o sulle rive dei fiumi o del mare.

La santeria e il candomblé sono giunti in Italia ormai da anni (il secondo da almeno 15-20) e vengono seguiti non solo dai loro devoti immigrati, ma anche da tanti italiani affascinati dalla bellezza dei riti e dal messaggio festoso di vita che trasmettono. Esistono comunità religiose di candomblé pure in Portogallo e in Francia.

Inizialmente, solo chi frequentava i corsi di danza afro-brasiliana sapeva della loro esistenza, attraverso qualche raro racconto degli insegnanti, che mostravano i passi delle coreografie rituali. Anche i libri di Jorge Amado hanno contribuito alla conoscenza di queste religioni. I suoi racconti sulla vita di Bahia e sulle sue divinità sono conosciuti in tutto il mondo.

RELIGIONI INIZIATICHE

Il messaggio più importante del candomblé è che il dolore può essere trasformato in forza vitale e che la vita va vissuta nel miglior modo possibile, poiché si vive qui e ora. Altro elemento fondamentale è l’accoglienza incondizionata: qualsiasi persona è bene accetta, indipendentemente dal suo stato sociale.

Il candomblé e la santeria sono religioni iniziatiche e sono definite terapeutiche poiché, spesso, i fedeli vi arrivano in seguito a una malattia fisica o mentale, curata nel lungo percorso rituale che porta l’individuo a diventare “sacerdote”. La liturgia è affidata alla musica e all’arte: nel rito, danza, canto, musica e scenografia trasmettono messaggi all’animo umano in modo più profondo che non un discorso razionale. Quindi, nelle comunità di candomblé non si ricrea solo la fede negli antenati africani (che trasmettono l’energia vitale), ma si “riorganizza l’ori” (la testa). Si cerca, cioè, di appianare le ansie e di rasserenare le parti negative, dando forza a quelle attive e positive. Si assiste, così, a un doppio movimento: da un lato, il fedele acquista più forza e volontà, dall’altro, viene inserito nella comunità religiosa che lo sosterrà nei momenti di bisogno.

Sono varie le modalità di provenienza delle religioni afro-brasiliane in Italia. All’inizio, arrivarono con i transessuali, giunti soprattutto dal sud del Brasile e, quindi, seguaci dell’umbanda (o macumba, com’è conosciuta a Rio). In questa religione vi sono, accanto ai numerosi orixàs, anche le pombagiras, spiriti di donne defunte che in vita avevano praticato la prostituzione o erano state zingare. C’è, poi, soprattutto Exu. Nel candomblé, questa divinità adempie a più funzioni: è il dio delle possibilità, dell’equilibrio e, quindi, della comunicazione, cioè dell’armoniosa relazione che deve esistere tra le varie parti che compongono l’essere umano e tra la persona e gli dei. Nell’umbanda, invece, Exu non è una sola divinità: diventa più spiriti o personaggi, che agiscono di notte in cerca di avventure, sono dediti ai sotterfugi, ma sono anche grandi conoscitori della vita. In Brasile, le pombagiras e gli exu dell’umbanda spesso sono classificati come entità di second’ordine e sono venerate per ottenere, più che altro, favori in amore e protezione. L’umbanda è seguita soprattutto dai transessuali e dalle prostitute, forse per ottenere protezione, per richiamare clienti e per le cerimonie di limpeza, cioè di purificazione dalle energie negative.

LE ORIGINI

Il candomblé, invece, è stato portato in Italia dai brasiliani che sono venuti per lavorare e trovare una qualità migliore di vita o per fuggire dalla violenza delle grandi città, e anche da alcuni italiani che, dopo aver assistito in Brasile ai suoi bellissimi riti, ne erano rimasti affascinati. Tra i suoi fedeli non mancano connazionali che già praticavano vari tipi di magia e hanno cercato di apprendere e conoscere queste religioni, il più delle volte snaturalizzandole e proponendole solo per il loro aspetto magico, con una serie di rituali di dubbia provenienza e utilità.

Racconta Simona, un’italiana vissuta vari anni in Brasile e divenuta una fedele del candomblé: «Ho intravisto in esso qualcosa di vero, che cercavo da sempre. Mi ha colpito la dolcezza delle sacerdotesse, la loro immediata empatia e la loro umanità. Purtroppo, in Italia avevo più volte sperimentato la freddezza e la rigidità della gente, anche da parte di chi, per lavoro e scelta vocazionale, non dovrebbe esserlo. In Brasile, invece le mães-do-santo m’hanno dato fiducia, dicendomi di seguire la mia intuizione, di fidarmi di me. Cosa che raramente facevo».

Che vuoi dire “fidarmi di me”? «Nei candomblé - ma, in generale, nella cultura popolare brasiliana - c’è una profonda spinta a credere nella propria intuizione, a fidarsi del proprio “sentire”. Quindi, una persona sensibile intuitiva è valorizzata e non è percepita come irrazionale. Per “sentire” correttamente, però, uno deve essere equilibrato e sgombro da tutti i pensieri tipici della mente occidentale. Questo mi ha affascinata. Come nella meditazione orientale e nello yoga, anche nel candomblé c’è la proposta dell’essere umano come un tutto, dotato di corpo e spirito uniti e in collaborazione. Per questo, la persona sente, percepisce, vede non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo».

Ludovico, che ha conosciuto in Italia il candomblé (esiste una comunità in Piemonte e un’altra, più piccola, a Roma), racconta: «Ciò che mi ha attirato di questa religione, oltre alla conferma di possedere una certa sensibilità e di poterla valorizzare, è il fatto di essere entrato in una comunità che si costituiva come una famiglia. Per la prima volta mi sono sentito accettato». E spiega la differenza fra gli italiani devoti e i brasiliani: «Noi, in genere, cerchiamo un’affettività che non abbiamo ricevuto in famiglia. Vogliamo ristabilire, probabilmente a livello inconscio, un equilibrio con le parti affettive più squilibrate. A mio avviso, in noi non esiste una vera ricerca dell’esperienza religiosa. Ho sempre vissuto il discorso religioso - e, di conseguenza, anche l’argomento Dio - come qualcosa di lontano, che non comunicava con il mio quotidiano. Per i brasiliani è diverso. Sono abituati alla comunicazione del sacro nel quotidiano. Per loro, anche il vento può essere messaggero del divino. Poi, secondo me, i brasiliani ricercano soprattutto un avvicinamento alle proprie radici, qualcosa che ricordi loro la loro terra e la loro fede».

L’ASPETTO MAGICO

E la magia? «Sicuramente c’è nel candomblé. Ma dipende da chi e da come la si cerca. Ci sono state persone nel terreiro (luogo sacro) che la “compravano”, come si fa al supermercato. Credo che la magia esista e che si manifesti nella pratica quotidiana, nella ricerca del proprio equilibrio e attraverso lo sforzo individuale. I riti servono a purificare il devoto dalle negatività della vita e a dare forza. Senza lo sforzo del singolo, non succede niente».

Elvira è la sacerdotessa di un terreiro. Mi dice: «Ho conosciuto il candomblé in Brasile e ne sono rimasta subito affascinata. Ho sempre creduto che esista un mondo parallelo a quello usuale, nel quale vivono gli spiriti dei morti, che noi viventi possiamo incontrare per farci da loro aiutare e consigliare. E’ per questo che mi sono avvicinata al candomblé. Per me gli orixàs sono gli spiriti dei morti. E’ stato in un festival latino-americano che ho conosciuto un pãe-de-santo. Organizzava alcune feste di candomblé a Milano. In una di queste, ho incontrato un altro fedele italiano. Così, a poco a poco, sono entrata anch’io nel gruppo».

Dirceu è brasiliano e vive da 20 anni in Italia. Mi confida che, durante i primi tempi, non riusciva a capire «perché gli italiani stessero male». Spiega: «Avevano cibo, lavoro, assistenza sanitaria... Con il tempo, però, ho compreso e visto molte persone depresse e senza modelli di riferimento. Ho capito che in Italia c’è un grande malessere psicologico a cui le persone rispondono come possono. C’è molta gente repressa, che non riesce a uscire dal suo tran tran, che non riesce a lasciarsi andare. La cultura europea ha ucciso la sensibilità e, quindi, il corpo. Io sento con il corpo: sento e capisco cosa mi circonda. Come i bambini, dobbiamo imparare “muovendoci”. La danza sacra è la manifestazione dell’esperienza mistica. È la divinità in movimento. È la vita. E il suo muoversi e aprirsi al mondo. Dove trovi questo in Italia?».

LA FINE DEL SACRO?

Riemerge anche da queste parole il tema della secolarizzazione, che fa riferimento, soprattutto, alla crisi della religione.

Molti sostengono la presunta fine del sacro o una sua eclissi. In realtà, si sta sempre più assistendo a un abuso del termine “spiritualità” e al diffondersi di proposte di corsi e stage che divulgano incontri di meditazione, danze curative attraverso la trance, ritiri spirituali che si basano sulle tradizioni più varie, dalle religioni sciamaniche a quelle africane. E un susseguirsi di offerte per allontanare lo stress, per ritrovare sé stessi e per ricuperare un contatto con il sacro - spesso percepito come qualcosa di magico - che all’improvviso si manifesta e ci salva. Al contrario di quanto si pensi, l’uomo contemporaneo ha bisogno di magia, di credere in qualcosa e di riappropriarsi del “sacro , del “meraviglioso”.

L’estrema razionalizzazione della nostra cultura - e, quindi, anche della religione - ha fatto sì che si perdessero, forse, anche quelle forme “magiche di consolazione” o quella ritualità più appariscente, colorata, musicale, che aiuta i fedeli a concentrarsi su sé stessi per vivere al meglio il loro quotidiano.

La figura del prete di campagna, consigliere e un po’ psicologo, che dialogava con le famiglie, ormai non esiste più. Al suo posto si ritrovano numerose figure professionali, che cercano nella freddezza dei loro studi di dare un senso alla frammentazione dell’essere umano nelle nostre caotiche città.

E così, molti oggi ricercano un incontro più profondo con sé stessi, con il sacro, con la meditazione e con la magia in senso lato, per ridare un senso alle proprie esistenze e per colmare un vuoto che ci appartiene culturalmente.

di Susanna Barbara

Nigrizia/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:37

ATTENTO OSSERVATORE

Zambia / Incontro con Mons. Medardo Joseph Mazombwe

ATTENTO OSSERVATORE

Ha 75 anni, ma non li dimostra. È stato nominato arcivescovo della capitale nel novembre 1996, dopo essere stato vescovo di Chipata dal 1971. Ha sempre un occhio puntato sulla realtà sociale ed è un attento osservatore del mondo politico nazionale. Delle recenti elezioni dice: «Nonostante i disordini verificatisi subito dopo l’annuncio dei risultati, devo riconoscere che il processo elettorale si è svolto in modo pacifico. Il merito va dato totalmente al popolo. La campagna elettorale è stata molto intensa, ma non si sono registrati atti di violenza o intimidazioni. Se sia stato uno scrutinio imparziale e giusto non sta a me dirlo: spetta agli organismi civili nazionali e agli osservatori internazionali pronunciarsi. Per ora mi limito a constatare un dato molto significativo: la partecipazione è stata alta, e ciò sta a significare la maturità democratica della popolazione».

Guarda subito in avanti: «E’ urgente che il nuovo governo faccia ripartire il processo di riforma della costituzione. Questa richiesta fu avanzata già nel 2001 e il presidente Levy Mwanawasa accettò di metterla in agenda nel 2003. Molte organizzazioni della società civile hanno chiesto con insistenza la creazione di un’assemblea costituente, ma Mwanawasa ha sempre giocato un ruolo ambiguo sulla questione. Ora s’è impegnato a rilanciare il processo. La chiesa cattolica s’è più volte espressa in favore della revisione della legge fondamentale nazionale e intende continuare a svolgere un ruolo di sensibilizzazione della gente su questo delicato esercizio».

Gli faccio notare che il partito del presidente, il Movimento per una democrazia multipartitica (Mdm), ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle zone rurali, mentre i partiti di opposizione si sono rafforzati nella capitale Lusaka e nei grandi centri urbani, in particolare in quelli della cosiddetta Copperbelt, “la cintura del rame”, la zona più ricca del paese, ai confini con

la Repubblica democratica del Congo. Risponde: «E’ la storia che si ripete. Il governo è stato sempre molto “presente” nelle aree rurali. Una presenza, per Io più, fitta di regali alle popolazioni: Fertilizzanti, sementi, cibo... Gli abitanti dei villaggi sono persone semplici e hanno sempre creduto a questi politici e alle loro promesse mai mantenute».

E poi, mons. Mazombwe scuote la testa: «È mai possibile che una nazione ricca di minerali sia la patria di un popolo per il 64% costretto a vivere sotto la soglia della povertà? L’aspettativa di vita è di soli 34 anni. La disoccupazione s’aggira intorno al 50%». Cosa si può fare? «La prima priorità del governo deve essere quella di aiutare la gente a uscire dalla miseria. Come? Creando posti di lavoro. Oltre a essere il terzo produttore di rame al mondo, abbiamo immense aree di terra fertile ancora non coltivata. Solo il 14% è messa a frutto. E’ necessario diversificare la nostra economia, investendo in particolare nell’agricoltura».

Altre priorità? «L’educazione e la sanità. Lo standard scolastico, negli ultimi anni, è calato in maniera terrificante. Un insegnante di scuola elementare si trova a dover gestire classi di 70-80 alunni, e senza materiale didattico. Molti bambini non frequentano perché mancano strutture sufficienti. Negli ospedali e nei dispensari mancano i medicinali basilari. I medici e gli infermieri più bravi, dopo aver resistito più che possono, si vedono costretti a emigrare. Abbiamo un dottore per ogni 17.000 abitanti. Come è possibile, in queste condizioni, contrastare l’epidemia di aids che ha già colpito oltre il 20% della popolazione?». E aggiunge: «Com’era da attendersi, durante la campagna elettorale il presidente ha promesso educazione e sanità gratuite per tutti. Staremo a vedere».

DEBITO

In occasione del Giubileo 2000,

la Conferenza episcopale italiana lanciò la campagna, dal titolo “Tu in azione” (in seguito trasformata in “Fondazione giustizia e solidarietà”). Si raccolsero 17 milioni di Euro, che furono destinati all’acquisizione di quote di debito estero di due nazioni africane: Guinea e Zambia. Inoltre,


la Fondazione decise di creare un fondo - di circa 5 milioni di Euro - a sostegno dei contadini, in termini di formazione agricola e microcredito. L’ammontare assegnato allo Zambia fu di 10 milioni di euro. A che punto si è oggi?

Mons. Mazombwe, che è stato tra i principali interlocutori in questo progetto, ci dice: «Qualcosa è stato fatto, ma molto lentamente. Voi europei insistete con il dirci che è necessario prima identificare le aree di priorità ed elaborare studi di fattibilità, e poi che non si può procedere senza avere documenti precisi e dettagliati da presentare in patria, perché possano essere valutati. E non è finita: seguono discussioni e incontri a non finire. Intanto il tempo passa... e le cose si muovono a rilento».

A ritardare l’attuazione del piano aveva contribuito anche il governo dello Zambia. L’accordo prevedeva che le autorità accettassero che i fondi fossero sotto la responsabilità della chiesa cattolica nazionale. E non è stato facile ottenere questo.

L’arcivescovo precisa: «Nei sei anni trascorsi, sono emerse altre priorità. Non neghiamo l’importanza e l’urgenza dell’aiuto ai contadini, come chiaramente espresso nell’accordo, ma siamo giunti a individuare due aree che noi vescovi riteniamo più urgenti: sanità ed educazione. Abbiamo deciso di chiedere la costruzione di un ospedale cattolico, che sia in grado di rispondere alle emergenze sanitarie del paese e possa fare da traino ad altre strutture. Secondo, si è fatta sempre più chiara l’urgenza di un’ università cattolica per preparare personale, non solo esperto nei diversi campi, ma anche pronto a servire veramente il popolo. Nessuno può negare la necessità di creare una nuova classe dirigente che sappia essere davvero vicina alla gente». Nel giugno scorso, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha deciso di ripartire i cinque milioni di euro del Fondo così: due per finanziare l’Ospedale nazionale cattolico di Lusaka e l’Università cattolica dello Zambia; tre per estendere il programma del Fondo sul territorio nazionale.

Gli faccio il nome di mons. Milingo. E lui: «Sono stati fatti “passi straordinari” perché egli restasse nella chiesa, ma non sono serviti a nulla. Dopo il suo primo gesto di adesione alla chiesa di Moon e il suo pentimento, venne a farci visita. Ricevette un’accoglienza calorosa da parte di noi vescovi e di tutta la comunità cattolica. Io ho condiviso con lui alcuni momenti difficili... Oggi, però, ci sentiamo traditi e confusi. Tornasse oggi in Zambia, la gente non sarebbe più disposta ad accoglierlo. È una ferità ancora aperta e ci vorrà molto tempo perché si rimargini».

a cura di Carmine Curci

Nigrizia/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:27

COSÌ VICINO AL CIELO

Nell’eremo di Charles de Foucauld all’ Assekrem.

COSÌ VICINO AL CIELO

Non c’è niente e nessuno. Solo il sibilare del vento, che si infila tra le guglie e le gole di quello che probabilmente è uno dei luoghi più suggestivi al mondo: il massiccio dell’Hoggar e, nel suo cuore, l’altipiano dell’Assekrem, dove Charles de Foucauld si ritirò in eremitaggio. Non c’è niente e nessuno, solo sassi, rocce e pareti ardite su cui si infrangono luci e ombre. E quel silenzio perfetto che oggi, come ai tempi di frère Charles, risuona d’assoluto.

Arrivare qui in stagione non turistica significa davvero fare esperienza di deserto. Tre ore di pista, da Tamanrasset, durante le quali è raro incrociare un altro fuoristrada. E poi, quei pochi metri a piedi per raggiungere l’eremo, col fiato spezzato dai quasi tremila metri d’altitudine. Qui i turisti e i pellegrini assaporano tramonti e albe indimenticabili. Mentre i due piccoli fratelli, che discretamente custodiscono questi luoghi, si godono una vita di solitudine, preghiera, meditazione e accoglienza. Edouard e Alain hanno i volti scolpiti dal vento come queste rocce. Hanno parole misurate come chi conosce il valore del silenzio. Hanno modi cordiali di accogliere l’ospite pur conservando un’austera sobrietà. Edouard, classe 1927, è in Algeria dal ‘54, all’Assekrem da 33 anni. Alain, che di anni ne ha 83, è arrivato qui nell’82. Continuano una tradizione di appartenenza e fedeltà a questi luoghi, al loro significato e ai suoi visitatori, che dura dal 1955, quando i piccoli fratelli Antoine e Jean Marie cominciarono a garantire una presenza che né l’asprezza dei luoghi (e soprattutto la mancanza d’acqua) né le vicende politiche hanno più interrotto. Oggi con loro c’è un altro piccolo fratello, Ventura, cinquantenne, ex monaco trappista, arrivato tre anni fa. «Sembra un luogo fuori dal mondo», dice sorridendo Alain, mentre serve tè e biscotti su una terrazza naturale, che dà su un orizzonte senza confini. «E poi non ci si abitua mai a questa bellezza!», aggiunge, intuendo il pensiero di chi arriva qui per la prima volta e vaga con lo sguardo smarrito e incantato. «Sembra fuori dal mondo - ribadisce - ma è tutto il mondo che viene qui: gente di posti, culture, fedi diverse, con obiettivi diversi; chi per un ritiro spirituale, molti in pellegrinaggio, i più per turismo, senza sapere nulla di Charles de Foucauld. Così come molti algerini. Un mondo estremamente diversificato, universale. Per noi, una grande ricchezza». Loro accolgono tutti, e sono sempre più numerosi coloro che si recano sin lassù, soprattutto da quando si è chiusa la pagina buia del terrorismo e i tour operator hanno ripreso a portare fin nel cuore del Sahara viaggiatori e pellegrini. I primi erano già assidui di questi luoghi sino alla fine degli anni Ottanta; i pellegrinaggi, invece, sono divenuti più frequenti soprattutto negli ultimi anni, specialmente con il rinnovato interesse per Charles de Foucauld suscitato dalla sua beatificazione.

«Accogliamo tutti - aggiunge Edouard - senza fare distinzioni. E lasciamo a ciascuno la possibilità di scoprire ciò che vuole scoprire». E’ una meta, certo, l’Assekrem, ma - lo sanno bene i piccoli fratelli - chi arriva qui spesso finisce col mettersi in ricerca. Per trovare molto più di ciò che si aspetta. E questo vale non solo per coloro che vi trascorrono periodi di ritiro spirituale, meditazione e solitudine. O per il pellegrino sulle orme di frère Charles, che ne ritrova la spiritualità più autentica proprio là dove lui stesso si era ritirato in mezzo al nulla. Ma anche per il turista che non sa niente della vicenda umana e spirituale del «fratello universale» o per l’algerino che vuole conoscere il suo Paese. Tutti però trovano loro, i piccoli fratelli, segno di una presenza fedele e di un servizio alla Chiesa d’Algeria e all’Algeria stessa. «Durante gli anni del terrorismo - racconta Alain -, quando i turisti non venivano più, erano soprattutto gli algerini ad arrivare fin quassù. E a meravigliarsi di trovare questi posti e di trovare noi, che a questo luogo dedichiamo molte cure. Trovano una presenza di preghiera che spesso li tocca molto profondamente e che pone loro delle questioni. Trovano un luogo di incontro e di pace, di silenzio e non di scontro, in cui ci si ritrova sulle cose essenziali».

Arrivando all’Assekrem «ho avuto modo di scoprire un grande tesoro», scrive un algerino. nel libro degli ospiti custodito nell’eremo. E per questo ringrazia affettuosamente i fratelli.

«Sono molti i musulmani che venendo qui rimangono colpiti dalla semplicità del nostro luogo di preghiera», aggiunge Edouard, precisando che «la nostra è una vocazione contemplativa. La preghiera sta al cuore della nostra vita ovunque nel mondo».

La loro esistenza, del resto, continua ad essere scandita proprio dall’orazione, dalla lettura e meditazione della Parola, dalla celebrazione dell’Eucaristia, la mattina all’alba. E dal lavoro. Per quarant’anni i piccoli fratelli hanno lavorato alla stazione del servizio-meteo algerino, l’unica altra presenza sull’altipiano, insieme a una piccola guarnigione di militari, più recente, e ai gestori del rifugio che ospita i viaggiatori. «E’ tutta la nostra famiglia», dice Edouard, che ha prestato servizio alla stazione meteorologica sino alla pensione. Ed è il loro modo di vivere nel «nascondimento», che sembra paradossale in un luogo dove non c’è nessuno come l’Assekrem, ma che significa una vita «nascosta», «radicata», nella terra e nel popolo di cui hanno scelto di far parte e con cui hanno condiviso gioie e drammi; una vita mischiata alla gente comune, facendo i lavori più umili, con Gesù a Nazareth secondo la spiritualità di de Foucauld.

E’ mattina presto. Un’alba limpida e commovente lascia il posto al sole tiepido. I due piccoli fratelli escono dalla cappella dove ancora tutto parla di frère Charles: l’altare in pietra, la bisaccia tuareg che fa da tabernacolo... Alain prepara la colazione. L’acqua, bene raro e preziosissimo, è gestita con parsimonia, il pane è fatto in casa, perché qui i rifornimenti arrivano solo ogni quindici giorni, con l’auto del servizio meteo che porta il cambio degli addetti.

«Ce l’ha insegnato Antoine, suo padre era panettiere...», racconta Edouard, che va col ricordo agli anni in cui nella zona vivevano ancora una quindicina di famiglie tuareg a un’ora e mezza di marcia. «Ora ne è rimasta una sola che ci conosce ormai da quarant’anni, a più di due ore da qui». Anche Antoine non c’è più. E’ stato il primo ad arrivare all’Assekrem, nel ‘55, ma dopo sei anni si è trasferito a Tamanrasset. Ne è il curato, il notabile, in un certo senso «uno degli uomini più vecchi della città!», dice egli stesso schernendosi. Di cognome fa Chatelard, e tutti gli ammiratori di Charles de Foucauld vi si sono imbattuti per la straordinaria mole di studi e di scritti che ha pubblicato, molti dei quali tradotti in italiano dalle edizioni Qiqajon di Bose. Di Tamanrasset è stato tra i primi abitanti e a lungo il panettiere, quando la città contava 1.500 anime, prima che esplodesse per raggiungere le proporzioni colossali di oggi: centomila abitanti circa, in mezzo al deserto e senza acqua. Una città meticcia con gente del sud e molti arabi del nord, con una manciata di tuareg, minoranza in casa loro, e molti subsaharaiani, di passaggio lungo le rotte dell’immigrazione. Conosce tutti, Antoine, e tutti lo conoscono. E’ un punto di riferimento. «Esser qui da cinquant’anni vorrà pur dire qualcosa; si conosce la storia e la gente, si è letto e si è scritto...». E però sente che è tempo che qualcuno lo sostituisca, perché «questa Chiesa, la cui presenza è molto speciale, deve continuare, deve durare, si deve rinnovare». Lo dice quasi con sofferenza, proprio mentre le piccole sorelle di Gesù stanno partendo per sempre, lasciando un vuoto incolmabile. «Piccola sorella Hayat ha fatto nascere una buona parte della popolazione di qui...», dice con aria malinconica. «Ma la nostra presenza - aggiunge immediatamente - non si giustifica per quanti siamo o per le cose che facciamo. Non sono le cose che si fanno che legittimano la nostra presenza al servizio di un popolo.

Essa si gioca piuttosto sulla testimonianza e le conoscenze personali. Il senso è quello dell’”‘essere con”. Con l’altro, con il diverso, introducendo noi stessi una differenza che in nulla ci può sminuire, ma che può solo arricchirci».

Certo non vale per tutti. Non manca, qui come altrove, l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità, soprattutto da parte dei nuovi venuti, portatori di un islam più radicale e intransigente, spesso più mischiato con la politica. «Il dialogo islamo-cristiano come lo si intende a Roma è astratto. Qui lo viviamo nella relazione quotidiana, al di là delle parole, nell’ incontro».

Un’esperienza che segna molto anche i pellegrini che vengono in visita ai luoghi di Charles de Foucauld:

la Fregate, il suo primo eremo, uno stretto parallelepipedo, col soffitto di rami di tamarindo, un tempo disperso in mezzo al nulla e ora soffocato dalle case; o il Bordj, il fortino costruito per ospitare le poche famiglie tuareg che vivevano nei dintorni, in caso di attacco. «La nostra missione è di parlare di lui e di farlo parlare, ma anche di collocarlo in questo contesto. La gente di qui vede arrivare i pellegrini, ci vede celebrare

la Messa; i visitatori vedono i nostri fratelli musulmani pregare cinque volte al giorno e affidarsi fiduciosamente a Dio. E’ importante, per noi come per loro, conoscerci, rispettarci, aprirci gli uni agli altri».

Mondo e Missione / Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:21

La scelta (obbligata) del nascondimento

Algeria – Islam - Chiesa

La scelta (obbligata) del nascondimento

Una volta al mese si ritrovano In una saletta della Maison diocesaine, luogo di residenza, ospitalità e di molte attività della diocesi di Algeri. E’ Il cuore della comunità cristiana della capitale, questa grande casa, che regolarmente accoglie anche quello che è il suo nucleo più intimo, fragile, discreto e, nondimeno, orgoglioso: il piccolo «gregge» di cristiani algerini.

Questa domenica, sono solo un gruppetto che non arriva alla decina; la maggior parte sono donne, dl età diverse. C’è anche una coppia e alcuni uomini.

Leggono il Vangelo, insieme a mons. Teissier, lo commentano e pregano. Poi discutono. Con molta libertà e apertura. La nuova legge sui culti non musulmani inquieta tutti. Come comportarsi nei confronti del governo? E rispetto agli evangelici, che fanno apertamente proselitismo? Occorre essere solidali con gli altri cristiani, sostiene qualcuno. Si, ma occorre anche distinguersi, asseriscono i più:

la Chiesa cattolica è qui per servire, non per convertire. Quel modo di fare proselitismo, dicono, è deleterio innanzitutto per gli altri cristiani.

Eppure loro stessi sono dei convertiti. Anzi, proprio per questo, ribadiscono che non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Le loro sono storie molto speciali e specifiche, uniche, estremamente personali. I numeri così esigui sono lì a dimostrarlo.

Le loro vicende, dicono, non hanno nulla a che vedere con l’incremento di conversioni che si sta registrando In questi ultimi tempi specialmente in Cabilia, regione berbera e con velleità indipendentiste, dove la religione sta diventando strumento anche per rivendicazioni politiche e identitarie.

La posizione della Chiesa cattolica, sottolineano, è sempre stata di grande prudenza. Anche mons. Teissier lo ribadisce: «Noi siamo qui in una relazione di rispetto e di servizio gratuito. E’ quello che ci chiede il Vangelo che ci invia per servire, non per convertire». E rincara convinto: «Il centro della nostra missione, della nostra vita e della nostra preghiera non è la costituzione della nostra Chiesa, ma la vita dei nostri fratelli algerini».

Ecco perché anche le richieste di coloro che manifestano l’intenzione di conoscere il cristianesimo vengono vagliate con grande discernimento, così come le motivazioni che hanno spinto queste persone ad avvicinarsi a un’altra religione. Una donna ricorda che suo padre ha iniziato il cammino a13 anni ed è stato battezzato a 67. Quanto a tenacia non c’è che dire... La maggior parte di loro è diventata cristiana molti anni fa: una donna nel ‘64, l’altra nel ‘76, alcuni in anni più recenti. Spesso sono casi unici all’interno della loro famiglia, in una condizione di grande fatica e spesso di sofferenza. Tuttavia, a coloro che vengono battezzati si chiede che almeno un membro della propria famiglia ne sia a conoscenza. È l’unica condizione. «Per il resto - spiega padre Jean Belaïd Ould Aoudia, uno dei due preti algerini, presenti nel Paese, attualmente a Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia - si chiede discrezione, non per paura o tattica, ma per carità cristiana. La scelta di essere cristiani non deve arrecare danno alla propria famiglia o all’ambiente in cui si vive. Nessuno ha diritto di mettere in difficoltà i propri cari».

Una coppia racconta la sua esperienza dolorosa: il marito non ha mai voluto nascondere la propria identità religiosa e per questo subisce una progressiva emarginazione. Di qui la crescente difficoltà a vivere e lavorare nel contesto in cui i due erano inseriti, fino all’emigrazione all’estero. Poi, quando decidono di ritornare in patria, ricominciano da zero, tra mille difficoltà e con molta più discrezione, lontani dalla loro regione d’origine. Ma senza mai tradire la loro fede.

Un’altra donna racconta che nella sua famiglia sono al corrente della sua scelta solo la figlia e il marito. «A mio figlio, invece, non posso proprio dirlo. Non capirebbe». Le dispiace, ma non è triste. «Solo Dio sa…..»

Mondo Missione/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
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