Venerdì, 20 Maggio 2022
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Cina / A confronto le comunità «ufficiali» e sotterranee

LA CHIESA DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA «NUOVA CINA»

La Chiesa di Cina, ufficiale e sotterranea, è più viva che mai. E’ una Chiesa che soffre ed evangelizza, e che non attende i rapporti diplomatici fra Cina e Vaticano come una panacea. Anche se schiacciata da controlli, arresti, persecuzioni, cresce al ritmo di 150 mila battesimi di adulti ogni anno.

E’ questa l’immagine che emerge dal Colloquium Cina-Europa, svoltosi aTriuggio (Milano) dal 6 al 10 settembre scorsi. All’incontro hanno partecipato circa 200 persone dalla Cina e dal mondo cattolico e missionario. Fra i maggiori rappresentanti del mondo asiatico, erano presenti mons. John Tong, vescovo ausiliare di Hong Kong, personalità ortodosse del Patriarcato di Mosca e del mondo protestante. Fra gli italiani intervenuti, mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento e presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione; mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia; mons. Angelo Mascheroni, vescovo ausiliare di Milano, rappresentante del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della diocesi ospitante il convegno.

Quest’anno il Colloquium ha celebrato la sua settima edizione. Iniziato in modo informale nel 1992, dall’interesse e la passione per

la Cina di alcuni missionari europei, il Colloquium è divenuto poco a poco un punto di riferimento importante per il rapporto fra Chiese europee e Chiesa cinese. Ma la ripresa dei rapporti fra cristiani europei e cinesi risale ad almeno 25 anni fa, dopo la morte di Mao Zedong e le prime timide aperture di Deng Xiaoping. Il tema di quest’anno è stato proprio «25 anni di incontro con

la Chiesa in Cina. Una valutazione guardando al futuro».

È toccato a padre Jeroom Heyndrickx tracciare un primo bilancio di questi 25 anni, dal 1981 al 2006. Nella sua relazione ha sottolineato che «

la Cina di oggi non è quelia di 25 anni fa»: l’ideologia comunista è ormai crollata e lo stesso Partito comunista cerca di modernizzarsi; anzi, negli stessi vertici vi sono divisioni molto forti fra conservatori e progressisti. Proprio queste tensioni spiegano il carattere «a pendolo» della politica cinese sulla libertà religiosa, che alterna aperture e chiusure, novità e durezze. Nel corso del Colloquium, altri relatori - fra cui padre Roman Malek e padre Giancarlo Politi - hanno invece sottolineato che, pur con qualche aggiustamento, la politica religiosa di Pechino non è cambiata in questi 60 anni di comunismo. Ne è causa l’eredità confuciana e imperiale, che impone il controllo sulla vita dei cinesi, e il progetto comunista di distruggere le religioni o perlomeno dominarle.

Ciò su cui tutti gli intervenuti sono d’accordo, invece, è il fatto che

la Chiesa in Cina non è più quella di 25 anni fa. Agli inizi degli anni Ottanta.

la Chiesa cinese, appena uscita dall’uragano della Rivoluzione culturale, era una Chiesa povera di clero, con sacerdoti molto anziani, senza religiosi o religiose.

Dalle testimonianza presenti al convegno - sacerdoti, religiose, laici dei quali non ci è possibile fare i nomi per sicurezza - emerge con chiarezza che oggi

la Chiesa della Cina è giovane: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati. Da una semplice pastorale di sopravvivenza, oggi le comunità cristiane sono passate a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Tutti questi impegni della Chiesa ufficiale e non ufficiale sono ben visti dal governo, perché rispondono a bisogni che lo Stato stesso ignora o non riesce a soddisfare.

I problemi di questa Chiesa - al di là di quelli esterni causati dalla persecuzione - sono dovuti proprio al divario fra la relativa giovinezza dei nuovi convertiti e la profonda vecchiaia delle sue leve più anziane, con un marcato gap generazionale. Fra i sacerdoti e le suore cinesi presenti, varie testimonianze hanno sottolineato che nel clero e fra le religiose mancano figure di mezz’età (50- 60 anni, corrispondenti agli anni della Rivoluzione culturale), che dovrebbero avere funzione di leadership, o di direttori spirituali, con i quali i più giovani potrebbero trovarsi più facilmente in sintonia. Il rischio sottolineato da molti e in particolare da mons. John Tong, è che i giovani, senza modelli da seguire, si esauriscono nell’attivismo e nelle pratiche di pietà senza maturare nella contemplazione.

Un altro problema è l’urgenza di accompagnare il passaggio da una fede tradizionale e poco ragionata - fatta di devozioni e precetti - a una fede più adulta, capace di vivere e testimoniare la gioia del rapporto con Gesù Cristo.

La carenza di direttori spirituali e di figure vicine ai giovani, come anche l’esigenza di una formazione più profonda e moderna, ha spinto da tempo le diocesi della Cina a inviare all’estero seminaristi, sacerdoti, religiose. A tutt’oggi, i preti e le suore cinesi che studiano in Europa e America sono alcune centinaia. Al Colloquium sono stati verificati i pro e i contro di questo rapporto.

Pur dentro queste difficoltà, i partecipanti sono rimasti stupiti della vitalità dei cristiani cinesi e della capacità che essi hanno a offrire una risposta di fede al problemi della società. Un professore cinese ha fatto notare che la società cinese contemporanea presenta tante sfide: «Il materialismo nella vita quotidiana, l’individualismo sfrenato, che spinge all’egoismo e a non fare attenzione alle persone, al futuro e all’ ambiente».

La Chiesa - ha continuato l’accademico - è chiamata «ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente», mostrando che «una sana collaborazione fra la fede e la ragione migliora la vita umana».

di Bernardo Cervellera

direttore di AsiaNews

Mondo e Missione/Novembre 2006

I numeri dei cattolici in Cina

Non è facile offrire dati certi circa la presenza cattolica in Cina. Le stime più attendibili, aggiornate all’ottobre 2005, sono fornite dall’HoIy Spirit Study Centre. In base ad esse il numero dei cattolici in Cina si aggira Intorno ai 12-13 milioni, 4-5 della comunità ufficiale, il resto «clandestini».

Nelle 138 diocesi si contano 64 vescovi della Chiesa ufficiale (aperta), mentre i pastori della comunità non ufficiale (clandestina) risultano essere 39. Significativa la presenza dei sacerdoti, soprattutto ordinati da pochi anni: nella Chiesa ufficiale ce ne sono 1.620, mentre 180 preti sono già anziani. Rilevante anche nella Chiesa non ufficiale il numero di presbiteri: 900 giovani e 200 anziani. Anche In questo caso, si evidenzia il «buco» generazionale tra i 35 e I 60 anni, creatosi negli anni della Rivoluzione culturale.

In ogni caso, il numero di seminari fa ben sperare per Il futuro della Chiesa cinese: 14 seminari maggiori (con 640 seminaristi), 18 minori (con circa 500 seminaristi), 10 della Chiesa non ufficiale, che registrano la presenza di circa 800 giovani. Rilevante anche la componente femminile nel tessuto ecclesiale del Paese asiatico: infatti nella Chiesa ufficiale operano 3.600 religiose, con 40 novizie e 600 giovani in formazione; circa 1.200, invece, le suore nelle fila della Chiesa non ufficiale, con 20 novizie e 600 sorelle che si stanno formando. Ma bisogna considerare che si tratta di stime ancora provvisorie, destinate a crescere.

(l.bad.)

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:01

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

«Non vogliamo più fare una lettura a cifre del disagio e delle situazioni a rischio Vogliamo invece “leggere i territori” in termini di relazioni, contatti, progetti. Il che vuol dire impegnarsi non solo - come abbiamo sempre fatto e continueremo a fare - a rispondere ai bisogni che ci vengono segnalati ma anche ad anticipare i fenomeni e a intercettare il disagio prima ancora che sì manifesti nelle sue forme più acute. La sola analisi di ciò che non funziona e la sola distribuzione di servizi non bastano più. Occorre uno sguardo che sappia guardare lontano»

Don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, spiega perché da oltre un anno e mezzo, in collaborazione con

la Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, ricercatori ed esperti si siano addentrati nelle periferie delle dieci maggiori città italiane per sondarne umori e derive e per cercare di immaginare per questi quartieri e per le metropoli nel loro insieme scenari futuri migliori degli attuali.

Qual è stato il punto di partenza di questo lavoro?

«Non siamo partiti dal nulla, ma dalla nostra presenza nei territori. Il nostro stile è sempre quello di valorizzare innazitutto le molte cose buone che già si sono fatte e si stanno facendo. In molte situazioni

la Caritas, il volontariato, le diverse esperienze educative, la scuola, sono un punto di riferimento importante. A partire dai servizi messi in atto nei confronti di numerose persone che sono disagiate per diversi aspetti abbiamo cercato di agganciare situazioni ancora più di frontiera in modo da avere una lettura anticipata di possibili fenomeni che in futuro potrebbero esplodere in modo dirompente».

Esplosioni di violenza come è avvenuto già in altre città d’Europa, ad esempio?

«I risultati della nostra ricerca ci dicono che siamo ancora lontani da quel tipo di fenomeni. Innanzitutto perché le città italiane si caratterizzano per una ancora forte coesione sociale. Inoltre, anche nelle zone più degradate non mancano le risorse e il lavoro, anche organizzato per rispondere alle difficoltà. A differenza, per esempio, delle periferie francesi, in Italia c’è l’impegno delle comunità parrocchiali, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti, delle cooperative sociali. I territori non sono lasciati completamente a se stessi, ma possono contare su iniziative che già esistono».

Cos’altro distingue le nostre città?

«Il fatto che il disagio non sia dato da un fattore dominante, ma dall’insieme di più situazioni precarie. Non è tanto e solo l’immigrazione, o la mancanza di lavoro, o il problema degli anziani soli o ancora la malattia mentale che caratterizzano il progressivo degrado dei quartieri, ma il miscuglio di tutti questi fattori. Un terzo fattore che si sta cogliendo è il fatto che queste periferie non sono cresciute come un far west, ma sono venute fuori all’interno di una progettazione. Progettazione che però non è stata attenta a trovare all’interno dei territori i servizi adeguati. Non c’è stata cura e attenzione da parte delle istituzioni e così, questa carenza di punti di riferimento e di risposte ha portato a situazioni di degrado e di violenza sempre più evidenti».

Cosa può fare

la Caritas e


la Chiesa nel suo insieme in questo contesto?

«Credo che siamo chiamati ad anticipare i fenomeni e gli scenari futuri. Per questo la seconda parte della nostra ricerca si occuperà di collocare dei “segni”. Non tanto i segni soliti, come il centro di ascolto, il luogo di accoglienza, il cammino di accompagnamento a difesa dei diritti, la costruzione di relazioni per persone che vivono la solitudine. Su tutto questo c’è una buona presenza. Anche se certamente non possiamo accontentarci di questo….»

E quindi…...

«Dovremmo riuscire a comprendere i possibili fenomeni devianti ed essere capaci di anticipare le risposte. Per questo cercheremo innanzitutto di coinvolgere le amministrazioni locali. Ci auguriamo che la nostra ricerca aiuti le istituzioni a capire che non si possono trascurare ulteriormente questi territori, già molto provati. Da una parte, dunque, vogliamo svegliare l’attenzione delle amministrazioni pubbliche e, dall’altra, vogliamo far sì che le presenze che già ci sono non si sentano abbandonate a se stesse, ma che invece siano rafforzate con supporti e reti».

Un lavoro che partirà subito?

«E’ necessario muoversi in fretta. Non possiamo permetterci di stare fermi per ritrovarci tra qualche anno ad analizzare il nuovo disagio e i nuovi problemi che intanto si saranno radicati nel territorio. Cerchiamo una modalità di impegno che non ci veda ancora occupati nei classici servizi, ma che sia di tipo culturale, dialogante, di risveglio, di responsabilità, di sollecitazione del territorio. Non vogliamo andare ancora una volta a investire in “opere buone”, ma vorremmo impegnarci in azioni che provochino “opere buone”. Questo non è un tirarci indietro, ma   un esserci, come Caritas e come Chiesa, più in chiave di sentinella, di antenna, di favorente una serie di compiti che spettano in primo luogo alle istituzioni e alle realtà locali».

La lettura di questa ricerca è soltanto sociologica o anche pastorale?

«Non abbiamo separato i campi. Gli esperti hanno contattato, sul territorio, tutte le realtà che vi operano, dalla parrocchia alle scuole. La lettura è dunque non solo sociologica, ma molto esperienzale: si combina insieme il culturale con il pastorale e con il sociale. Non vogliamo che sia una pura lettura da “sacrestia”, ma neppure che sia una cosa prettamente da studiosi. Anche perché le risposte dovranno essere integrate, a rete. La pastorale non è un qualcosa di astratto, che si applica all’interno delle parrocchie, ma si confronta quotidianamente con le persone, con problemi, con lo sviluppo di un territorio».

Concretamente che cosa significa?

«L’obiettivo è di stare nei territori non in maniera gestionale. Certamente restiamo attenti a dare delle risposte anche sui bisogni immediati, ma non possiamo fermarci a questo. Non abbiamo segnali di disastri simili a quelli che sono successi in altre città fuori dall’Italia, ma sappiamo bene che alcune situazioni, se non curate, possono portare a una frattura molto grave e a punti di difficile ritorno. All’interno dei contesti che abbiamo analizzato ci sono cose pesanti che vanno valutate attentamente. Quello che ci dà speranza, però, è che ci sono anche presenze significative. Non c’è, insomma, una totale disumanizzazione del territorio.

La Chiesa lavora molto in questi territori ed è anche riconosciuta come punto di riferimento».

Come vi muoverete dopo la presentazione di questa ricerca?

«Attualmente ci caratterizziamo, soprattutto noi della Caritas, per il fatto di stare, di abitare il territorio, di ascoltarlo. D’ora in avanti vorremmo che sempre di più fossimo riconosciuti come riferimento per diversi mondi e diverse realtà sia istituzionali, che ecclesiali, che di società civile. Con il lavoro di ricerca che abbiamo fatto e con i passi futuri vorremmo che la nostra azione sia ancora più in movimento. Non che quanto si è fatto e si fa sia statico. Il punto, però, è che nei prossimi anni vogliamo assumerci l’impegno di stare ancora più addentro alle situazioni e di cercare le “lontananze più lontane” facendo sì che nascano relazioni. Vorremmo essere sempre in movimento, come lo sono i quartieri di cui ci occupiamo e le vite delle persone che incontriamo. Così anche la nostra azione pastorale potrà essere più incisiva e più rispondente alla valorizzazione piena delle risorse personali e comunitarie. Non è un impegno facile quello che ci attende, ma è l’unica strada che possiamo battere per stare accanto alle persone, facilitare una migliore qualità della vita, aprire le città alla speranza. E per non trovarci tra qualche anno a raccogliere i cocci delle ennesime buone proposte andate in fumo».

Annachiara Valle

Jesus/Novembre 2006

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I

IL CONVEGNO DI VERONA

Un grande “campo-scuola”senza voti e senza giovani

In giro per Verona li riconosci dal cordoncino blu e arancione che regge il cartellino. I delegati al convegno ecclesiale - preti, religiosi, laici - non trascurano le bellezze della città. Anche se per poco tempo, lasciano i freddi ma funzionali spazi della Fiera e girano per piazza Bra e Castelvecchio. La mostra del Mantegna e la basilica di san Zeno.

Non sono però disinteressati a ciò che succede nelle aule di lavoro: molti di loro, in percorsi associativi, di movimento o parrocchiali, si sono preparati all’appuntamento già da tempo. Hanno partecipato ai cinque eventi nazionali che hanno preceduto i giorni di Verona, si sono confrontati in diocesi, hanno studiato la traccia introduttiva. Adesso ascoltano relazioni e omelie e si entusiasmano per l’intervento di Savino Pezzotta; poi, quando tocca a loro prendere la parola, dicono senza problemi quello che pensano, non lesinando le critiche. E chiedendo, come fanno quelli di Milano, che i lavori preparatori delle diocesi non finiscano archiviati, ma vengano tenuti in conto.

Il volto della Chiesa italiana, a giudicare dai numeri, dalla prevalenza di teste bianche e di colori scuri, appare forse un po’ vecchio e stanco. E con qualche timore nei confronti del laicato. Si è parlato molto della responsabilità dei laici e del loro protagonismo, ma poi poco meno di metà dei delegati, 1.252 su 2.700, sono laici. «Questo non rispetta la composizione della Chiesa popolo di Dio, dove i fedeli laici sono la maggioranza», sorride una delegata. E, per bilanciare un po’ la composizione dell’assemblea,

la Cei ha dovuto aggiungere una delegazione ad hoc di 40 giovani.

Un terzo delle ore di lavoro è dedicato ai trenta gruppi di studio, sei per ognuno dei cinque ambiti. «E’ qui che si vive maggiormente l’esperienza di Chiesa come popolo: seduti fianco a fianco, vescovi e laici, in fila per il proprio intervento, a confrontarsi», dice Ivan. Il problema. aggiunge Piergiorgio, è tradurre questo stile nella quotidianità. E «capire qui, e in generale nella Chiesa, qual è la natura della discussione: confronto su qualcosa di già dato dall’alto o spazio di discernimento comunitario per elaborare proposte nuove?». È nei gruppi di studio che quella che sembra un’assemblea compatta negli umori, mostra le differenze dei cammini formativi e delle varie sensibilità .

Diversamente dall’assemblea di Palermo qui non si vota, e quindi non si “corre il rischio” che qualche ambito bocci la sintesi dei lavori. D’altra parte c’è chi giura che in questi anni non c’è mai stata la tentazione di ridurre la pluralità delle espressioni, ma solo la volontà di arginare la frammentazione e di trovare un passo comune per camminare insieme.

Un passo faticoso che però va cercato «nella lotta alla corruzione, alla disoccupazione e alla criminalità organizzata. Sono temi», spiega Vincenzo, «che toccano così profondamente la vita delle persone, che il magistero dovrebbe quasi imporre l’impegno comune».

Si registra un po’ di paura delle differenze», fa eco uno degli invitati eppure, dice il teologo Severino Dianich, «quanto più nella Chiesa siamo uniti nella medesima fede in Gesù, tanto più possiamo permetterci il lusso di avere posizioni diverse. Solo da una dialettica anche vivace nasce qualcosa di nuovo». Il teologo fa riferimento alla preoccupazione che qualcuno manifesta sui possibili rischi di contrapposizione laicato-gerachia che potrebbero scaturire dalla nascita di un “Sinodo dei laici”, già richiesto a Palermo come luogo di discernimento comune, caduto nel dimenticatoio, e qui invocato a gran voce soprattutto nell’ambito cittadinanza”. «Se pensiamo a come gli interventi dell’episcopato sui problemi politici in questi ultimi anni abbiano creato tanti disagi, non solo negli ambienti laicisti anticlericali, ma dentro la stessa comunità ecclesiale, allora penso sarebbe utile avere un organismo leggero ma permanente e rappresentativo del laicato, con il quale i vescovi potrebbero consultarsi in particolar modo sui temi più politici», dice Dianich.

Le urgenze dei delegati sono tante: la questione del Sud e del suo sviluppo e quella del Nord e della perdita della qualità delle relazioni; il confronto con le altre culture e religioni; il tema dell’immigrazione; la cura dei malati; l’accoglienza dei divorziati risposati, dei preti sposati, degli omosessuali. Ma anche questioni più ‘tradizionali”, come la «qualità della formazione integrale della persona, senza separatezza tra l’essere cristiano e cittadino», spiegano Franco e Gabriella o, per dirla con Fabio, «l’educazione a una grammatica della cittadinanza, che manca spesso nelle stesse comunità ecclesiali». La base dei fedeli ha voglia di parlare, di confrontarsi sulle esperienze concrete, «per lasciare poi le scelte finali alle Chiese locali, che conoscono i bisogni e le risorse del territorio», aggiunge suor Ester.

I delegati applaudono il Papa in molti passaggi, ma poi qualcuno confessa la propria «delusione per l’ultima parte del discorso, che non ha messo all’ordine del giorno le questioni che investono realmente la vita delle persone. Sarà anche importante il tema della scuola cattolica, ma i dolori e le sofferenze della gente si misurano in altri ambiti che sono prioritari rispetto a questo discorso. Va benissimo parlare di postmoderno, ma per i poveri è più urgente sentire parole di speranza che toccano la loro esistenza».

Tra un padiglione e l’altro della fiera campeggiano i cartelloni con i volti dei sedici santi che

la Chiesa italiana propone come testimoni di speranza cristiana. Tra questi, il piemontese Gesualdo Nosengo che, come consulente del ministero della Pubblica istruzione, lavorò per una maggiore qualificazione della scuola statale e per l’istituzione di una scuola media obbligatoria per tutti; la romagnola Annalena Tonelli, assassinata in Somalia lo scorso anno, che da missionaria ha cercato di dialogare anche con le frange islamiche più estremiste; e il fiorentino Giorgio


La Pira, il politico che nell’assemblea Costituente lavorò sul rapporto Stato e Chiesa, sulla dignità della persona, e firmò l’articolo in base al quale l’Italia ripudia la guerra.

Proprio sulla guerra i delegati restano un po’ frustrati:: «La via della riconciliazione, del perdono, del servizio, della non- violenza sono segni di speranza che

la Chiesa italiana è chiamata a dare, ma che in questo convegno non sono emersi in alcun modo», dice don Fabio Corazzina, coordinatore di Pax Christi. «L’ordine del giorno, come diceva don Tonino Bello», sottolinea Domenico, «lo deve fare la società con i suoi problemi. E qui molti temi non sono stati affrontati».

Il cardinale Ruini finisce di parlare, i delegati sciamano via. Se ne vanno come sono arrivati, contenti come dopo un campo scuola. Promettono di incontrarsi di nuovo, si scambiano indirizzi e numeri di telefono. Alle loro spalle

la Fiera è vuota; la vela della barca, all’ingresso dei padiglioni, sta per essere smontata; le luci degli stand sono spente; gli ultimi che partono si scambiano altre impressioni. Di domande ne restano molte, ma una per tutte, serpeggiata già dai primi momenti tra i delegati al convegno, resta nella memoria. E’ scritta in rosso a lettere maiuscole su un grande striscione esposto allo stadio: poche parole che sintetizzano un pensiero comune: «Speranza..... Siamo noi giovani?».

Vittoria Prisciandaro

Annachiara Valle

Jesus/Novembre 2006

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Martedì 09 Gennaio 2007 11:07

LA GRATUITÀ VIENE PRIMA DELL’EFFICIENZA

LA GRATUITÀ VIENE PRIMA DELL’EFFICIENZA

«È questa la nostra via: essere umane il più divinamente possibile ed essere religiose il più umanamente possibile». Sono parole della fondatrice delle Piccole sorelle, Magdaleine di Gesù, che prendo a commento del messaggio del Papa per

la Giornata missionaria: «La carità, anima della missione». Piccola sorella Magdaleine, sulla scia di Charles de Foucauld, fonda numerose comunità: «Intimamente mischiate alla massa umana, come un lievito nella pasta. Siamo fatte per mescolarci alla folla, come Gesù sulle strade di Galilea». Negli anni Quaranta in Francia, qualcuno già cominciava a parlare di questo Paese come di una «terra di missione». Piccoli gruppi iniziavano esperienze coraggiose (ad esempio i preti operai), piccola sorella Magdaleine scelse la via dell’amore tra la gente. Questa donna aveva il coraggio della fede per denunciare una certa vita religiosa (e cristiana) dove la regola doveva essere rispettata, e non importava poi molto se i rapporti umani venivano mortificati; «. . .è desolante la formazione che a volte si dà. Viene demolito tutto l’umano... e l’umano è opera di Dio. Non si dice che è una colpa grave non amare i fratelli e si fa un affare di Stato dell’essersi serviti di un ago senza permesso... Sempre lo stesso errore che filtra il moscerino e ingoia il cammello».

Sono passati oltre sessant’anni, ma queste parole sono ancora una grande provocazione per noi missionari e per noi Chiesa italiana. Dobbiamo riconoscere che, dopo i decenni in cui l’impegno sociale dei cristiani è stato vissuto con intensità, anche se con il limite di essere stato a volte «ridotto a mera attività filantropica e sociale» si assiste oggi a una certa chiusura all’interno del mondo ecclesiale, a una rinuncia alla ricerca di vie nuove per evangelizzare e servire gli ultimi.

La Chiesa italiana insiste nel mettere la parrocchia al centro dell’attività missionaria, e promuove molte iniziative di servizio per le nuove povertà: ma quanto è grande l’impressione che moltissime di esse siano strutture ben organizzate, dove però manca l’anima, cioè «il fuoco della divina carità in grado di incendiare il mondo», come scrive il Papa. E anche tante opere, persino quelle in missione, sono apprezzate perché «funzionano» ma rischiano di non trasmettere l’essenziale. Mi diceva una giovane suora missionaria: «il nostro ospedale funziona bene, è apprezzato, pulito e fornito di tutto, ma per fare questo si è sempre arrabbiate col personale locale perché non rispetta i nostri standard: alla fine che cosa passa? Che vogliamo loro bene? Che in noi arde un amore divino?».

Occorre una rinnovata riforma nella Chiesa per «essere umani il più divinamente possibile». Fondamentale è il continuo riferimento personale a Gesù. Ma questa riforma passa anche attraverso scelte ecclesiali coraggiose. Pongo alcune domande: quale segno profetico dell’amore di Cristo sono le comunità religiose oggi? Perché non si punta con coraggio a fraternità sacerdotali, privilegiando la testimonianza di vita all’efficienza? I missionari mentre fanno tante opere sociali, si domandano se queste sono segno della carità evangelica? E le famiglie educano i figli a scelte controcorrente rispetto al consumismo e all’individualismo?

         Soprattutto resta la testimonianza personale di ogni cristiano: il primo vescovo della Guinea Bissau, mons. Settimio Ferrazzetta, viene ricordato da tutti (anche dai musulmani) come un «padre della patria»: non per il lebbrosario o le tante scuole da lui create, ma per gli ultimi mesi della sua vita, passati, quand’era già malato, ad attraversare i fronti della guerra civile per tentare di riconciliare le parti. L’immagine di questo vecchio che sprofonda nel fango per incontrare il leader dei ribelli è per ogni guineense il segno più forte e credibile che Dio è amore.

padre Davide Sciocco

Mondo e Missione / Ottobre 2006

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Martedì 09 Gennaio 2007 11:02

IL FILTRO OPACO

Un tesoro in vasi di creta

IL FILTRO OPACO

Sveglia alle 4; preghiera, colazione, alle 7 sulla bicicletta. Ogni giorno macina decine di chilometri in città, fuori, dovunque ci sia un malato o qualcuno con problemi fisici. Non è medico, non distribuisce soldi, non dirige strutture né organizzazioni. Una volta la settimana va a Dhaka in autobus con due o tre persone che affida a qualche progetto di interventi gratuiti ora su un labbro leporino, ora su cataratte o su un piede deforme. Pernotta e ritorna alla stanzetta in affitto che è cucina, studio, cappella, salotto, e dove dorme con la bicicletta accanto al letto. A chi chiede risponde; «Sono un missionario cristiano, seguo il mio profeta, Gesù, che “passò beneficando e risanando” (At 10, 38)”.

Gioviale ma di scorza dura, padre Bob McCahill ha passato i 70 e continua tenacemente a cercare non di dialogare con i sapienti della comunità islamica, ma d’incontrare la gente che suda e soffre vivendo la fede in cui è nata, per portare loro un tocco del Regno. Tronca subito ogni polemica: «Sì, sono americano, ma non sono Bush. Si, credo che Gesù è figlio di Dio, che è uno e trino, ma bisticciare su Dio è da pazzi». Verso le 15 torna a casa e riposa, poi celebra l’Eucaristia, studia, scrive e chiacchiera con chi va a trovarlo. Riso e verdure per la cena e poi a letto.

Tre anni di questa vita per «beneficare e risanare» poi, come Gesù, «passa»: insalutato ospite va e ricomincia altrove, dove nessuno ha mai conosciuto un cristiano. Padre Bob è felice di vivere così il tentativo più radicale e genuino che io conosca di effettuare un «primissimo annuncio» chiaro e rispettoso, fra le genti dell’islam. Non critica nessuno, ma il suo stile di vita interroga gli altri missionari, inseriti nelle piccole comunità cristiane e impegnatissimi in scuole, parrocchie, dispensari, ostelli, catechesi, organizzazioni. E’ lo stile giusto?

E’ doveroso ammettere che molti di noi creano e dirigono strutture, si affaticano In costruzioni e organizzazioni, perché non sanno fare altro. Abbiamo bisogno di un ruolo che ci dia un certo potere, ci faccia tenere il coltello per il manico, di una scrivania fra noi e l’interlocutore, di una comunità che ci avvolga; immersi «alla pari» fra la gente, tanto più fra credenti di altre religioni, ci sentiremmo smarriti. Più che fare missione, facciamo opere missionarie e la testimonianza si arena: ammirano l’efficienza, invidiano la disponibilità economica, sospettano motivazioni nascoste o di conquista. Non s’arriva al cuore. Però non è sempre e solo così. Tanti hanno iniziato più o meno come padre Bob, per sentire poi che la carità evangelica chiedeva di offrire un aiuto più efficiente e più ampio. Suor Silvia Gallina, un ciclone di affetto e compassione per i poveri, negli anni Sessanta-Settanta era forse l’unica donna in Bangladesh a guidare una Vespa con cui faceva la spola fra le case dei malati e l’ospedale, portando a rotta di collo anche le partorienti. Erano gesti immediati, da cui sprizzava la sua carica umana e una fede senza parole. Ma ha forse amato e testimoniato meno quando, per accogliere chi veniva da lontano e per aiutare più malati, s’è organizzata costruendo per loro un rifugio, ha maneggiato soldi dei benefattori, ha dato tempo (brontolando) alla contabilità?

Prendendo carne, il Verbo ne ha accettato l’opacità, per cui molti lo hanno frainteso, negato e calunniato; ne ha accettato il peso fino alla croce. Liberarsi di tutto perché risplenda meglio la grazia del Vangelo, o sporcarsi le mani perché essa trasformi e plasmi la vita quotidiana? Un guru che vivesse di esercizi ascetici e astrazioni spirituali, dimenticando la polvere, il sudore e la fragilità sua e dei fratelli sarebbe testimone solo di se stesso, tanto quanto un «missionario manager» che si preoccupasse soltanto del perfetto funzionamento delle sue opere, pastorali o sociali che siano. Il metodo ha valore, ma è sempre e comunque un filtro «opaco». Il Vangelo passa da persona a persona, si legge negli occhi, si percepisce nella passione con cui seguiamo Cristo nella sua incredibile missione dl dare a Dio un cuore di carne. Abbiamo bisogno di padre Bob e di suor Silvia, di interrogarci sul nostro modo dl essere uomini e donne fra altri uomini e donne, loro e noi «nudi» davanti al mistero di Dio. E abbiamo bisogno di non trovare risposta a queste domande.

di Franco Cagnasso

Missionario del Pime in Bangladesh

Mondo e M issione/Ottobre 2006

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