Giovedì, 26 Maggio 2022
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 LA POLITICA: POTERE FORTE O STRUMENTO DEI POTERI FORTI?

di Lino Duilio
da Rivista Servire/gennaio-marzo 2006

La questione del rapporto tra potere politico e potere economico è questione nuova eppure antica, nel senso che la loro è una relazione problematica, che esiste da sempre e che risulta ancora più specifica a partire dalla nascita dell’epoca moderna, quando economia e politica si costituirono, insieme alla scienza, al diritto e ad altre sfere dell’agire umano, come sfere dotate di una propria autonomia, svincolate da un preciso riferimento ad un fondamento morale di origine trascendente.

La complessità di quel rapporto viene dunque da lontano e, per le caratteristiche quantitative e qualitative che gli intrecci sono andati assumendo nel tempo, affonda le sue radici, oltre che nelle dinamiche proprie del mondo degli affari e del fallibile comportamento umano, nei caratteri peculiari della scienza economica moderna.

Le continue, reciproche interferenze tra potere economico e potere politico si realizzano, in modo aperto o in modo subdolo, su un terreno che ha assunto progressivamente una dimensione di valore che va ben al di là della funzione specifica che ne aveva segnato l’origine: stiamo parlando del “mercato” o del “sistema di mercato”. Il quale oggi detta legge, fornisce orientamenti, indirizza previsioni, costruisce “visioni”: il suo funzionamento, in nome della cosiddetta “sovranità del consumatore”, evoca continui e nobili richiami a questioni eminenti come la libertà, la giustizia, la distribuzione della ricchezza, l’equità.

Ma a ben vedere, con lo sviluppo sempre più sofisticato del modello capitalistico di produzione, il sistema di mercato mostra alcuni limiti e, se non adeguatamente regolamentato, produce eventi che ripropongono la domanda di quale debba essere lo spazio di autonomia assegnato all’economia nel più complessivo equilibrio sociale e nei riguardi del potere politico.

La domanda appare giustificata da alcune palesi “contraddizioni” che risultano comprensibili ad ogni normale intelligenza.

Per un verso infatti, con il passare del tempo,assistiamo al plateale rovesciamento di alcune di quelle che erano considerate tradizionali “virtù”: i comportamenti speculativi ad esempio, più che essere condannati, tendono progressivamente ad essere apprezzati come opera dell’ingegno; il mercato stesso viene sempre più idealizzato e percepito come unico e sicuro rimedio a tutti i mali del mondo; la stessa guerra comincia ad essere vissuta come strumento utile all’affermazione della democrazia. Sul piano più fattuale, per altro verso, le distorsioni emergono dallo spettacolo presente quotidianamente sotto i nostri occhi, sia a livello di sviluppo economico del pianeta che di più specifiche dinamiche interne ai cosiddetti paesi sviluppati. Fame, miseria, differenze abissali di status tra i cittadini del mondo, forme estreme di benessere e di povertà, sovralimentazione e sottoalimentazione, rapporti commerciali non proprio paritari tra stati, questi ed altri sono gli elementi di conoscenza offerti dalla concreta situazione del mondo. E se si volge lo sguardo ai contesti a noi più familiari, non vi è chi non veda come forme di capitalismo “selvaggio” e di familismo amorale, intreccio tra politica ed affari, assenza di regole nella trama dei rapporti economici siano all’ordine del giorno.


Il sopravvento dell’economia

Provando a guardare dietro la facciata, sembra emergere la realtà di un potere che è molto più visibile ma molto meno effettivo nella sfera politica, mentre è molto meno apparente ma molto più sostanziale nella sfera economica. Con la conseguenza di un connubio tra politica ed affari vissuto come antidoto o come convenienza, con la politica che finisce comunque nelle braccia dell’economia e della finanza, e con la sostituzione, a scapito dell’interesse generale, delle corporazioni di interesse, di natura economica, industriale e finanziaria, sulle istituzioni, da sempre concepite come presidio di tutela del bene comune per tutti i cittadini.

In definitiva, la realtà empirica è lì a dimostrare che un mercato evoluto non rappresenta lo spontaneo prodotto dell’azione umana ma il tutto di regole e di principi che sono andati progressivamente affinandosi, anche a seguito dei numerosi fallimenti che si sono verificati nel tempo.

In assenza di tutto questo, non disponendo di una propria autosufficienza sul piano etico, l’economia sembra sviluppare una genetica inclinazione al disordine ed alla sopraffazione, sedimentando distorsioni che si rivelano dannose per lo stesso processo di crescita della libertà. Del resto, che essa fosse incline a prendere il sopravvento su tutto il resto era ben chiaro già nella fase della nascita dell’economia politica come scienza. Lo ricorda Ernst F. Schumacher, un economista tedesco di nascita ma angloamericano di formazione, in un aureo libretto pubblicato a Londra nel 1973, dal titolo “Piccolo è bello”. Dove si legge che “Tornando insieme nella storia possiamo ricordare che quando si discuteva a Oxford 150 anni fa sull’opportunità di istituire una cattedra di economia politica erano in molti a non essere lieti di questa prospettiva. Edward Copleston, il grande Rettore dell’Oriel College non voleva ammettere nel curriculum dell’Università una scienza “così incline a usurpare tutto il resto” anche Henry Drummond di Albury Park, che aveva sovvenzionato la cattedra nel 1825, sentì la necessità di chiarire che si aspettava che l’Università tenesse al proprio posto la nuova scienza”.

E la politica? Come ha reagito la politica dinanzi ad una tale inclinazione?

La politica ha teso ad instaurare un rapporto con l’economia all’insegna di un condizionamento possibile ai fini della tutela dell’interesse generale. In ciò assumendo la tesi che l’economia in sé tutela interessi parziali, e che è necessario introdurre regole di comportamento che non favoriscano prevaricazione ed ingiustizia. Questa preoccupazione è diventata a volte eccessiva ed invadente, come nel caso dei sistemi ad economia pianificata. Con risultati, come è unanimemente riconosciuto, del tutto fallimentari.

Il problema del rapporto problematico tra economia e politica, però, resta tuttora aperto. Ed oggi ancora più intricato per lo scarto che esiste, nella cosiddetta “società globale”, tra il luogo delle decisioni, sempre più sovranazionale, e gli effetti di queste decisioni, che ricadono tuttora all’interno degli stati nazionali.

Per il ritorno della politica

Come si può uscire da questa situazione? Come è possibile affrontare i problemi inediti che emergono in questa società postindustriale? Come è evitabile la sudditanza, anche culturale, della politica nei riguardi dell’economia?

Per contrastare efficacemente la piega che le cose stanno prendendo, credo che occorra innanzitutto reagire al disincanto ed allo scetticismo che pervadono i nostri comportamenti, e riaffermare con convinzione il primato della politica sull’economia. Un primato che definirei “debole” più che forte, nel senso che sia capace di mettersi sempre in discussione, ad evitare l’eccesso di una politica che imbrigli la libertà economica dentro pastoie che costituirebbero il classico rimedio peggiore del male.

Per ottenere un tale risultato, è necessario pensare all’introduzione di regole in grado di favorire una vera concorrenza tra gli attori economici, evitando che, in modo aperto o malcelato, si formino concentrazioni in grado di dettare esse le regole del gioco. Perché regole vere possano essere pensate è necessario agire per “un più di politica” rispetto alla situazione attuale, intendendo per politica evidentemente quella con la “P” maiuscola, che punta all’interesse generale ed esalta il ruolo delle istituzioni, da intendere come “luogo” che preserva lo spazio delle libertà.

Fondamentale per un simile obiettivo è la crescita della coscienza civica e la conseguente possibilità di avere una pubblica opinione non facilmente condizionabile da messaggi lesivi delle fondamentali regole in materia di bene comune e di trasparenza dei comportamenti pubblici e privati. È questione - quest’ultima - oggi ancor più rilevante se si pensa che di frequente il potere economico e finanziario si trasforma in potere mediatico, in grado di condizionare pesantemente la formazione dei consenso sociale e dunque la libertà del cittadino.

Volendo concludere, il rischio della società moderna, e della società italiana ancor più in particolare, è che la politica, anziché essere un potere autorevole e forte, nel senso spiegato, diventi essa stessa uno strumento dei poteri forti. È un rischio del quale essere consapevoli e che occorre assolutamente contrastare. Non si tratta, evidentemente, di un compito facile, anche perché man mano che si procede verso una società della conoscenza a livello globale risulta ancora poco chiaro qual è lo spazio delle decisioni rilevanti che restano assegnate alle politica: a questo fine, mancano istituzioni adeguate, difettano le procedure, tardano a venire le necessarie riforme nei rapporti tra stati.

In ogni caso, anche se molto cammino resta ancora da fare, una cosa sembra sempre più chiara: in futuro, se si vorrà costruire una prospettiva possibile di libertà, di giustizia e di pace, avremo bisogno di una politica più forte, che sia in grado di ridimensionare questa pretesa onnivora dell’economia, che si manifesta sia a livello culturale che di pratiche individuali e di performance più complessive.

Perché uno scenario di tal fatta divenga probabile, è necessario ricreare le condizioni, ai diversi livelli, perché le istituzioni recuperino la loro intrinseca dimensione etica, grazie a nuove regole che andranno introdotte ed alla formazione di libere coscienze di uomini e donne di fortissima tempra spirituale che, con buona volontà, si ridedichino alla politica con passione e con rigore.

Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico

Il problema del matrimonio, piuttosto che del divorzio, con l’etica si pone per ogni sfera dell’ attività umana: famiglia, scuola, lavoro, cultura, politica. Chi non indulge a una visione meccanicistica o deterministica della vita e della storia, chi cioè le interpreta come poste sotto il segno della libertà (e della responsabilità), non può non porsi il problema di orientare giudizi, scelte e comportamenti alla verità e al bene.

Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico
NdR: questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 1 agosto 2006
Il primo ministro britannico ha rivelato di essersi accordato, venerdì scorso, con il presidente americano per effettuare «uno sforzo finale» e cercare di rimettere in moto le trattative, sospese a tempo indeterminato lunedì scorso, tra i 149 Paesi della Wto, l'Organizzazione mondiale del Commercio. George Bush, per parte sua, ha confermato di avere istruito la negoziatrice americana, Susan Schwab, a continuare negli sforzi per rianimare i colloqui nel giro di settimane. Qualche speranza affinché anche il sistema globale degli scambi non scivoli verso la strada delle ripicche e delle dimostrazioni muscolari, dunque, rimane. Non è però il caso di trattenere il fiato, per ora. Il dato di fatto è che il negoziato è saltato esattamente una settimana dopo che i leader del mondo, riuniti nel G8 di San Pietroburgo, avevano dato indicazione pubblica affinché i loro ministri del Commercio raggiungessero un accordo. Che Bush e Tony Blair tengano oggi aperta una porta, dunque, non è indicativo del fatto che Stati Uniti e Unione Europea riescano davvero ad arrivare a una liberalizzazione significativa, soprattutto in fatto di agricoltura. Men che meno è un segno della disponibilità delle potenze emergenti a raggiungere un compromesso in tempi rapidi: in un incontro tra la signora Schwab e il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, sabato scorso, si è parlato di cinque-otto mesi prima che le trattative possano riprendere. Ieri, anche il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, si è chiesto in un articolo molto aperturista sul «Financial Times» «quale fenice può risorgere dalle ceneri», dopo il fumo e le fiamme dei giorni scorsi. E ha sostenuto che «in agricoltura le posizioni non sono irriconciliabili»: la Ue deve muoversi verso il taglio delle tariffe chiesto dai Paesi emergenti e gli Stati Uniti devono tagliare pochi miliardi di dollari di sussidi agli agricoltori americani. Si può fare, dice Mandelson. In Europa, tra l'altro, si parla di un possibile consiglio straordinario dei ministri del Commercio per dare un mandato più flessibile al commissario stesso. Gli ostacoli politici, però, sono seri. La Francia, che vede arrivare le elezioni presidenziali, ha più volte detto di avere ormai superato il limite delle concessioni che i suoi agricoltori possono sopportare. E a Washington, con le elezioni di medio termine in autunno, la lobby degli agricoltori è fortissima. Un esito positivo del Doha Round beneficerebbe l'economia mondiale e soprattutto quella dei Paesi poveri. Ma, in questo momento, farebbe di più: sarebbe il rilancio di un sistema multipolare in un mondo con pochissimo ordine. Il litigio, invece, porta brutte notizie. Da quando i negoziati sono stati interrotti, le tendenze commerciali meno positive hanno preso a correre: la Russia ha dovuto accettare di rinviare al 2007 o al 2008 l'ingresso nella Wto; l'India ha detto che svilupperà i suoi accordi commerciali bilaterali, al di fuori del sistema multilaterale; la Cina sta già registrando rallentamenti nel passo delle riforme economiche (lo ha denunciato il dipartimento al Commercio americano). Le ragioni per insistere con il Doha Round sono insomma forti. Il guaio è che, come sanno Bush e Blair, lo erano già a San Pietroburgo.

Fonti:
Corriere della Sera
www.tradewatch.it
Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
Venerdì 18 Agosto 2006 13:44

LA FINANZA ETICA NON ESISTE

LA FINANZA ETICA NON ESISTE

da
Carta n° 7, luglio/agosto 2006

(abstract)

La finanza etica non può esistere. È un ossimoro che può condurci su
percorsi equivoci. Dobbiamo invece ripartire dalla moneta e dal suo ruolo di
supporto tecnico ai processi produttivi e di scambio. Affermare questo significa
rendere la moneta dipendente dalle scelte produttive e non queste dalla
finanza. Significa inoltre abbandonare l’idea che la moneta, mediante la sua
forma finanziaria, possa divenire fonte di valore e di guadagno. Senza questo
salto di qualità non si esce dai meccanismi perversi della speculazione
finanziaria ai quali va ricondotto lo stesso concetto di interesse. Non può
esistere una “banca etica” il cui utile non sia il risultato di una
partecipazione al rischio di ogni operazione imprenditoriale di investimento,
in forma solidale con i produttori, ma sia un utile acquisito come diritto solo
per il possesso del denaro che viene messo in circolazione indipendentemente
dall’esito finale dell’operazione economica. Altro aspetto della banca etica
deve essere il rifiuto di partecipare alle attività di imprese non etiche e a
forme di investimento finanziario anonime come avviene mediante l’immissione
sul mercato delle azioni e delle obbligazioni. L’anonimato è la causa
principale della mancanza di etica e della corruzione di certa finanza. 

Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico

ROMA-MOSCA: SALE ANCORA

LA TENSIONE SUL NODO DELL’UNIATISMO

 

“E’ una posizione aggressiva: dal vaticano ci aspettiamo  dei passi concreti, non delle dichiarazioni poi puntualmente smentite dai fatti”: non usa mezzi termini il vescovo ortodosso di Egorievsk Mark Golovkov, vicepresidente dell’Ufficio relazioni estere del Patriarcato di Mosca. Il riferimento è alle modalità con cui il Vaticano sta gestendo la situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Si tratta di quella che spregiativamente viene chiamata Chiesa uniate, il cui leader, cardinale Lubomyr Husar, chiede che la sua Chiesa venga elevata a rango di patriarcato, con sede a Kiev. Di fatto dalla città di L’viv l’arcivescovado è già stato spostato nella capitale dell’antica ‘Rus cristiana, patria spirituale degli apostoli Cirillo e Metodio. E Benedetto XVI, il 22 febbraio, ha inviato una lettera a Husar, “arcivescovo maggiore di Kyiv-Halic”, per ricordare le persecuzioni di 60 anni fa subite dai greco-cattolici, che oggi diventano “stimolo per la comunità greco-cattolica ad approfondire il suo intimo e convinto legame con il successore di Pietro”.

Se Kiev dovesse essere elevata a rango di patriarcato, agli occhi di Mosca vorrebbe dire che secondo Roma, i discendenti dei primi evangelizzatori cristiani non sarebbero gli ortodossi, ma i cattolici che nel XVI secolo si sono riuniti al Papa. Una richiesta quella del cardinale Husar, osteggiata da diversi personaggi della Curia romana attenti al dialogo ecumenico. Anche il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ha dichiarato più volte la non opportunità della cosa, aggiungendo che nulla era stato deciso in proposito dal Pontefice.

Per spiegare il clima teso che esiste in Ucraina a causa di questi eventi, il vescovo Mark ricorda che era stato raggiunto un accordo di collaborazione “ma poi i nazionalisti uniati della Chiesa greco-cattolica non hanno voluto tener fede ai patti e hanno preso con la violenza  molte chiese ai nostri preti, i quali oggi non possono celebrare in quei villaggi dove la maggioranza della popolazione è ortodossa”. Inoltre, accusa, “corre voce che

la Chiesa uniate si consideri come

la Chiesa di tutti gli ucraini. Più volte il cardinale Husar ha dichiarato che in Ucraina ci dovrebbe essere un unico Patriarca, in comunione con Roma, cioè lui. E a questa cosa sono contrari tutti i Patriarchi della Chiesa ortodossa. Il Vaticano, che sostiene anche economicamente

la Chiesa uniate, ha il dovere di intervenire”. Fino a quando questo punto non sarà chiarito, dice Mark, la sostanza delle relazioni non cambia. E nessuna visita tra il Papa e il patriarca Aleksji II può prospettarsi all’orizzonte.

 

 

vi.pri

Jesus/maggio 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
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