Giovedì, 26 Maggio 2022
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Venerdì 24 Dicembre 2004 00:31

Europa e Islam: due identità smarrite

Europa e Islam:
 due identità smarrite
di Sandro Magister
da www.chiesa.espressonline.it

(abstract)

È uscito da pochi giorni in Italia un libro su occidente e Islam che è una lettura d’obbligo anche per i diplomatici vaticani. È stampato da Vita & Pensiero, l’editrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ne è autore Roger Scruton, filosofo e saggista inglese, già professore al Birkbeck College di Londa e alla Boston University. Il titolo originale è "The West and the Rest". La versione italiana, "L’Occidente e gli altri", è apparsa nella collana di geopolitica dell’Alta Scuola di Economia e di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica diretta da Vittorio E. Parsi, che è anche editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, "Avvenire", ed esperto di fiducia del cardinal Camillo Ruini.

Già le primissime righe del libro vanno contro i canoni del politicamente corretto: "La famosa tesi di Samuel Huntington secondo la quale alla guerra fredda sarebbe seguito uno scontro di civiltà ha più credibilità oggi di quanta ne avesse nel 1993, quando fu avanzata per la prima volta". Ma assai più ricco di sorprese è il seguito. Se la libertà di cui si fa vanto la civiltà occidentale comprende anche il rifiuto di sé — e Scruton riserva a questa pervasiva cultura del rifiuto uno dei suoi capitoli più fiammeggianti — allora "si tratta di una civiltà volta alla sua stessa distruzione". Viceversa l’Islam si definisce non in termini di libertà ma di sottomissione: e anche questa sottomissione è autodistruttiva. È prigioniera di un testo sacro, il Corano, che finché continua a essere letto al di fuori del tempo e della storia fa di ogni musulmano uno sradicato. Nella prefazione all’edizione italiana del volume, Khaled Fouad Allam — acuto intellettuale della diaspora musulmana, algerino con cittadinanza italiana — convalida in pieno questa condizione di smarrimento di sé dell’Islam nella modernità.
 
E non è tutto. A giudizio di Scruton, ciò che rende ancora più esplosivo lo scontro tra le due civiltà è l’avanzata della globalizzazione. Essa diffonde nelle nazioni musulmane immagini, prodotti e figure delle democrazie occidentali secolarizzate, sia in quanto hanno di attrattivo e vincente, per ricchezza e potere tecnologico, sia in quanto hanno di vacillante e morente sul terreno della cultura e dell’identità collettiva. Scrive Scruton: "Lo spettacolo della libertà e della ricchezza occidentali, che si accompagna al declino dell’occidente e allo sgretolarsi delle sue fedi, provoca necessariamente, in chi invidia il primo e disprezza i secondi, un cocente desiderio di punire". Altri passaggi folgoranti del suo libro sono quelli che criticano la tendenza a dar vita a legislazioni transnazionali, a corti penali internazionali, alla stessa Unione Europea come superstato, in realtà "nuova mano invisibile dell’imperialismo" ed "espressione politica della cultura del rifiuto". A giudizio di Scruton solo la giurisdizione territoriale e le fedeltà nazionali possono fondare una cittadinanza condivisa e ospitale, anche per il musulmano. In occidente sono gli Stati Uniti a tener ferma questa consapevolezza: "Il trionfo dell’America è stato di persuadere ondate di immigrati a rinunziare a tutti i legami conflittuali e a identificarsi con quel paese, quella terra, quel grande esperimento di insediamento, e a partecipare alla sua difesa comune".
 
Il cristianesimo è indicato da Scruton come elemento essenziale di questa cittadinanza capace di dare identità all’occidente e di accomunarlo agli altri, sia pure nella diversità delle fedi. Esso "dice al cristiano di guardare l’altro non come una minaccia ma come un invito all’accoglienza". Ma, allo stesso tempo, il cristianesimo impone di difendere chi è aggredito. Perché la predicazione di Gesù è predicazione di pace, non però pacifista: "L’idea di perdono, simboleggiata dalla croce, distingue l’eredità cristiana da quella musulmana. Cristo ci ordina persino, quando siamo aggrediti, di porgere l’altra guancia, allora incarno la virtù cristiana della mansuetudine. Ma se mi è stato dato in custodia un bambino che viene aggredito, e porgo l’altra guancia del bambino, divengo complice della violenza. Questo è il modo in cui il cristiano dovrebbe comprendere il diritto alla difesa, ed è come esso è inteso nelle teorie medievali della guerra giusta. Il diritto alla difesa nasce dalle obbligazioni nei confronti degli altri. Sei obbligato a proteggere coloro il cui destino è sotto la tua custodia. Un leader politico che porge non la sua guancia ma la nostra, si rende partecipe della successiva aggressione. Perseguendo l’aggressore, anche in maniera violenta, il politico serve la causa della pace e anche quella del perdono, del quale la giustizia è lo strumento" (*). Pagina dopo pagina, Scruton mette a nudo grandezze e miserie dell’occidente di oggi, a tu per tu con la sfida islamica. Con argomentazioni spesso controcorrente.

(*) — N.d.r: il precetto evangelico di porgere l’altra guancia è stato troppo spesso guardato come un messaggio assurdo e impraticabile; troppe altre volte sono stati fatti tentativi penosi o maldestri di adattarlo ai propri interessi o alle proprie idee. Che cosa vuole dire Gesù con questa espressione? Per comprenderla in pieno dobbiamo rileggere la frase che Gesù dice al sommo sacerdote quando questo, durante l’interrogatorio notturno in casa sua, lo schiaffeggia: "Se ho parlato male, dimostrami dove è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti ?" (Gv 18,23). Dunque Gesù reagisce non porgendo l’altra guancia, ma facendo una domanda; quale è dunque il significato della sua frase a un tempo famosa e controversa? È, a nostro avviso: non opporti al nemico lasciandoti trascinare sul piano del malvagio. Reagisci, come cristiano saggio, vivo e creativo, così da creare una situazione nuova che faccia riflettere il nemico. Il cristiano dunque ricorrerà alla violenza per difendere i deboli o per mettere il nemico nella impossibilità di nuocere unicamente e soltanto se nessun altro modo o nessun’altra strada sono stati efficaci...


Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico
Mercoledì 22 Dicembre 2004 13:48

Atto unico sul pentecostalismo

tto unico sul pentecotismo

sembrerebbe quasi un fiorire di esperienze del tipo “credere, obbedire, non combattere” per una crescita anche umana

Le chiese pentecostali hanno saputo prosperare in un paese dove un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà, con una ricetta molto semplice: ascoltano,consolano ed aiutano spesso materialmente. Questi luoghi di culto sono pieni. Alle spese della Chiesa cattolica che fa però il suo mea culpa. Un reportage da Belém, capitale dell’Amazzonia.

La città di Belém. Situata nel delta del Rio delle Amazzoni, Belém,capitale dello stato del Parà, è una città di 1,5 milioni di abitanti. Porta di entrata, e soprattutto di uscita, del commercio amazzonico, essa ha conosciuto un’età dell’oro al tempo del boom della gomma, fra il 1860 ed il 1910. Dopo di che la città è entrata in una lunga fase di recessione. Cominciò ad uscirne con la politica di colonizzazione dell’Amazzonia iniziata alla fine degli anni 1960. Ma questo “miracolo economico” non ha approfittato a tutti. Oggi, i servizi, il commercio, le piccole attività di sussistenza costituiscono l’occupazione degli abitanti. Quasi la metà di loro è stata relegata nelle zone soggette ad inondazione.

Una domenica a Belém nell’ Amazzonia brasiliana. Una notte calda scende sulla città. Un autobus pieno è lanciato sull’Avenida Almirante Barroso - immensa ferita aperta al cuore della città, saturata di gas, bordata di edifici lebbrosi - vibra, ruggisce e cigola. Lungo l’Avenida delle grandi insegne segnalano i luoghi dove le chiese pentecostali chiamano i loro fedeli a radunarsi per calmare i loro mali: “Centro di guarigione delle malattie incurabili”, “Valle dellabenedizione”, “Tenda dei miracoli”… Ad ogni fermata dell’autobus, sale un gruppo di piccoli venditori che prova ad offrire chewing gum, biscotti, cioccolata. Gli affari importanti di questo ricchissimo paese si trattano in altri luoghi … Qui, è chiamato sviluppo, lo sfruttamento frenetico e caotico delle risorse da cui trae profitto soltanto un piccolo numero. Per gli umili, questo “progresso” significa soprattutto sradicamento, precarietà, sofferenza …

Il pastore Gilberto.

Mi dirigo verso il Satellite, un quartiere diseredato della periferia. È sulla strada, in un ex-locale notturno (un dancing), che il Pastore Gilberto dell’Assemblea di Dio ha messo la sua chiesa. L’Assemblea di Dio è la più importante istituzione pentecostale del Brasile: la prima è nata in 1911 a Belém per iniziativa di due missionari battisti svedesi che venivano dagli Stati Uniti.

Gilberto non è rappresentativo del clero di questa chiesa, conosciuto per la sua austerità morale e per le sue prese di posizione tradizionaliste. Non nasconde il suo percorso  personale tumultuoso. Perché il pastore Gilberto fu un trafficante di droga e un pericoloso gangster.  Si è convertito all’età di 20 anni mentre era su un letto di ospedale con due pallottole sotto la pelle… Dagli anni di galera, Gilberto ha tratto un senso del contatto fraterno e una autorità spirituale incontestabili. Questa sera, presiede il culto con un tamburello in mano, è un culto molto animato che mescola canti, testimonianze ( di una ex-prostituta e di un carceriere), sermoni infiammati “dialogati”con l’assemblea che interviene,reagisce, approva.

La forza di queste chiese risiede anzitutto nel fatto che il fedele vi è accolto personalmente ed esce dell’anonimato al momento in cui vi entra” commenta il padre Ronaldo, sacerdote cattolico di Belém osservatore attento dello sviluppo dei pentecostalisti. “Mentre il cattolico medio può partecipare alla messa rimanendo nella solitudine totale.”

Martedì, ore 19. a Ananindeua, nella vicina periferia, fra gallerie commerciali e fast food, l’immensa cattedrale dorata della Chiesa universale del Regno di Dio, “l’Universal” si riempie velocemente. In un paese che non è noto per il senso dell’ordine, sono colpito dalla pulizia dei luoghi e per l’organizzazione. I fedeli sono accolti all’entrata da un battaglione di pastori, uomini e donne, e dai loro assistenti in uniforma. Questi postano accompagnano i nuovi arrivanti per evitare ogni disordine. In poco tempo i 4700 posti sono occupati. Ci sono molte persone in piedi. Siamo quindi più di cinquemila persone nell’edificio quando comincia una cerimonia sbalorditiva di esorcismo collettivo.

Sul palco un pastore va e viene arringando la folla che reagisce come un solo uomo ad alcune delle sue parole: “oggi, dice lui, prenderemo il vostro problema alla sua radice”. Poi inizia il rituale: “Pensate al vostro problema, concentratevi su di lui … Tenete in mano le foto di quelli e quelle che volete proteggere o oggetti che a loro appartengono…”.Una foresta di braccia si alza. Viene infine il momento dell’esorcismo. Il discorso dell’ufficiante diventa sempre più spezzettato, In un certo senso sempre più aggressivo. Interpella gli spiriti maligni, chiedendo loro di manifestarsi, diuscire dai corpi: “Tu che hai trasformati in inferno la vita di questa famiglia, tu che ti dedichi ai riti abominevoli alla porta dei cimiteri, mostra il tuo volto nel nome di Dio onnipotente.” Gliassistenti percorrono i corridoi trasversali, osservano attentamente i fedeli, si avvicinano a loro se notano cambiamenti nel comportamento…

Perché fra poco le persone cominciano adandare in trance. Qua e là uomini e donne crollano urlando, immediatamente presi in carico dai pastori che cominciano a pronunciare, a bassa voce, ai loro orecchi parole di esorcismo. La tensione è al suo vertice. Nell’assemblea di 5000 persone che è in combattimento col demonio, c’è una energia palpabile, un soffio potente che si sente in crescendo. Fanno salire sul palco i posseduti, che si contorcono violentemente. Il pastore principale fa una intervista in diretta al diavolo… Si avvicina aduna donna e le chiede suo nome. “Lucifer” risponde in un rantolo. Segue una successione di ingiurie. Poi l’ufficiante scongigge lo spirito maligno effettuando tre passi in direzione della donna che crolla bruscamente.

Sedute per doni

“Dell’isteria collettiva e del teatro” ,commenta il P. Ronaldo. “E abbiamo prove ci sono persone pagate per fingere.” Forse. Ma questi rituali sono notevolmente ben condotti e se ne esce sentendosi come risanati. Si capisce come la gente con problemi insolubili possa trovarci conforto.

Più tardi, dopo l’esorcismo, i pastori dell’Universal organizzano una seduta per i doni dove i fedeli sono invitati a rivaleggiare in generosità tra vigorosi applausi che sfidano il diavolo e rinforzano economicamente il patrimonio della loro Chiesa . “E funziona bene” …secondo Rosa Marga Rohte, pastore della Chiesa luterana che ha fatto un lavoro universitario sullo sviluppo dei pentecostali a Belem. “Alcune di queste chiese sono ricchissime relativamente agli edifici che costruiscono ed al benessere in cui vivono alcuni pastori. Qui si tocca quella che viene chiamata “Teologia della Prosperità” e chi si potrebbe riassumere così: “il mio successo materiale è il segno del mio successo spirituale. Se sono ricco, significa che sono nella verità e che Dio mi ricompensa.” Una curiosa lettura del Vangelo, ma che corrisponde bene a una convinzione che viene appunto dalle Chiese nord-americane. Di vuole una religione dei risultati e dei riti che producono effetti immediati, che guariscono e che danno la forza di affrontare i problemi di sopravivenza.”

Giovedì, un pomeriggio di caldo equatoriale, la sala di attesa del dispensario di “Terra Firme”, uno dei quartieri più poveri della città, è piena di bambini accompagnati da loro mamme. Questo “posto di sanità” come si dice qua, è di proprietà della Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Vi viene curato gratuitamente un elevato numero di bambini ogni giorno. I locali sono esigui ma l’organizzazione è efficace. Gli Avventisti non sono propriamente pentecostali. Sono piuttosto come quelli chiamati in Brasile: Chiese evangeliche missionarie, confessioni cioè protestanti tradizionali : battisti, luterani, metodisti… A causa però di alcuni di alcuni suoi metodi e pratiche, la Chiesa avventista si avvicina dai pentecostali. Dal suo modo, ad esempio, diinvestire in campo sociale e politico. Ma soprattutto, è laChiesa del Vangelo Quadrangolare che ha dato negli anni 70, il segnale dell’entrata in politica di questi gruppi. La città è piena di grandi cartelloni colorati del sorridente pastore Giosuè Bengtson, un notabile della Chiesa Quadrangolare e deputato federale, di ci si festeggia il compleanno. “Se la presenza dei pentecostali nelle istituzioni dello Stato del Parànon è massiccia, spiega Hanny Amoras, responsabile del servizio-stampa dell’Assemblea legislativa, essa è significativa. Hanno tre deputati su quarantuno e uno di loro ha già occupato il posto di presidente di questa assemblea. Hanno ugualmente tre deputati federali (all’assemblea nazionale di Brasilia) sui diciassette dello Stato del Parà e quattro dei trentatè consiglieri municipali di Belem.”

Clientelismo

Quasi una metà di questi rappresentanti viene dall’Assemblea di Dio, l’altra dalla Quadrangolare. La loro azione politica è pituttosto clientelare. Cercano di ottenere favori per loro fedeli: impieghi, viaggi, protesi per handicappati… Succede anche che i deputati, da tutte chiese, si uniscano per ostacolare il voto di disposizioni che ritengono immorali. Ma non sembra che abbiano un progetto politico ben definito. Tuttavia, si inquieta P. Ronaldo, “ il loro peso elettorale, il loro modo di investire massicciamente nei media ed i loro metodi settari cominciano a porre dei problemi.” Questo prete mi accoglie in una vasta canonica silenziosa al centro della città. Sulle mura, sfilano pie immagini e foto di vescovi. In un corridorio oscuro, passa velocemente una religiosa con un bicchiere d’acqua fresca su un piatto. Il rumore stressante della città non sembra giungere in questo luogo.

Uno risveglio in ritardo.

La Chiesa cattolica, sola maestra nel passato, ha i mezzi per contrapporsi a questa marea del pentecostalismo che rappresenta ora in alcuni quartieri della Grande Belem il 20 percento della popolazione ? “Non abbiamo saputo accogliere l’angoscia ed il malessere dei più vulnerabili, confessa P. Ronaldo, non abbiamo personalizzato le nostre relazioni con i fedeli. Ma la dura lezione è stata appresa, e stiamo entrando in una fase di ri-evangelizzazione”… Ri-evangelizzazione che si ispira spesso alle pratiche pentecostali: liturgie più vive, più piene di calore umano, più partecipative, un’azione pastorale con più autentico senso ecclesiale .

La Chiesa cattolica si sveglia po’ tardi, commenta Isabela, una professoressa di francese che dichiara di essere stata guarita dall’epilessia in una assemblea pentecostale. “Molto tempo fa, in molti luoghi, la Chiesa cattolica ha perduto il contatto con le popolazioni più diseredate che si sentono ugualmente abbandonate dai servizi pubblici. Qui, a Nuova Marituba,il campo è stato completamente occupato dai pentecostali che inquadrano i giovani, ostacolano l’istallarsi del traffico di droga, organizzano la solidarietà.”

Sabato pomeriggio, gli abitanti di questo nuovo quartiere della periferia nelle loro piccole case ascoltano la radio a tutto volume.Le strade di terra hanno buchi profondi e pozzanghere di fango, perché piove ogni giorno a Belém. Non ci sono luci sulle strade pubbliche e la spazzatura si accumula aspettando la fluttuante buona volontà dei rarissimi ed imprevedibili servizi pubblici.

Subito, in una casa vicina, un canto collettivo si alza e si fa sentire, punteggiato dal battere le mani e da voci fragorose. “Il figlio del vicino è ammalato, spiega Isabela, allora la gente della Quadrangolare si è mobilitata per pregare e cantare per lui.”

Frederic Pagès

N.B. traduzione ed adattamento, a cura di Damien Diouf, dall’omonimo articolo pubblicato sul n° 1/03 di Le Monde des Religions

Il sottotitolo è del coordinatore del sito, che invita le persone interessate ad intervenire sul Forum, nel sito stesso, di Mondo Oggi-geopolitico

Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico
Martedì 12 Ottobre 2004 23:59

I militi ignoti della fede

Da 10 anni l’Agenzia Fides, a servizio della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, compila quel che, nato come elenco dei missionari martiri, è diventato il martirologio della Chiesa. In effetti, stando ai dati 2003, su 29 nomi sono ben 22 i seminaristi, preti, laici e laiche locali che hanno pagato col sangue la loro fedeltà al Vangelo. Nelle piaghe delle statistiche affiorano storie ignote ma significative. Insieme con don Saulo Careno, ucciso in Colombia il 3 novembre scorso, c’era – ad esempio – anche Marita Linares, impiegata dell’ospedale, così come a fianco di don William de Jesus Ortez, parroco in Salvador, assassinato a colpi d’arma da fuoco all’interno della chiesa il 5 ottobre, v’era il sacrestano Jaime Noel Quintanilla, di soli 23 anni. Ancora: l’imboscata con la quale i ribelli del Lord ‘s Resistance Army, il primo settembre 2003, hanno ucciso don Lawrence Oyuru, è costata alla vita ad altre 25 persone. Corpi senza volti, senza nome. Ricordiamo anche loro, quando il 24 marzo pregheremo i martiri del nostro tempo.  


22 anni. Ana Isabel Sanchez Torralba era una giovane del Volontariato missionario calasanziano, alla sua prima missione all’estero. È stata uccisa in Guinea Equatoriale il primo luglio, durante un controllo di polizia. Gli “under 40” nella lista 2003 di Fides sono diversi: don Martin Macharia Njoroge, morto l’11 aprile all’ospedale di Nairobi per le ferite riportate durante l’aggressione di banditi aveva 34 anni, 36 ne aveva il colombiano don Jario Garavito, ucciso il 15 maggio da delinquenti introdottisi nella sua abitazione a scopo di rapina, 38 don Gorge Ibrahim, eliminato nella sua parrocchia in Pakistan il 5 luglio.


6 vittime. È i pesante tributo pagato da Colombia e Uganda, i Paesi che guidano la tragica classifica dei Paesi dove di è registrato il maggior numero di martiri nel 2003. nel periodo 200-2003 complessivamente in Colombia sono state ben 22 le persone – tra vescovi, preti, seminaristi, laici – tolte di mezzo a motivo della loro testimonianza cristiana e della lotta in difesa della giustizia e dei diritti umani. Una Chiesa, quella colombiana, che paga a carissimo prezzo la sua fedeltà al Vangelo.


39 . Tanti sono i Paesi in cui si è registrato almeno un caso di morte violenta a danno di cristiani nel periodo 200-2003 (14 nel solo anno passato). Un dato che conferma quanto scrive il Papa nella Terbio millennio adveniente, a proposito della dimensione del martirio che connota oggi l’intera vita della Chiesa universale. Di questi 39 Paesi, ben 18 si trovano nel martoriato continente africano. 


23. Sono i missionari italiani uccisi nell’arco di tempo che va dal 1994 a fine 2003. le circostanze della loro morte riflettono la difficile condizione delle popolazioni in mezzo alle quali sono immersi (guerre, disordini interetnici, scontri fra governativi e ribelli, criminalità…). Con la gente, indifesa e vulnerabile, missionarie e missionari condividono, in molti casi, la precarietà dell’esistenza.   


di Gerolamo Fazzini

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 12 Ottobre 2004 23:52

Nuovi vescovi in Cina, nomine tormentate

La Chiesa cattolica in Cina, e mi riferisco in particolare alle comunità aperte, ufficiali, sta vivendo una fa­se cruciale della sua storia: il cambio di leadership. I vescovi anziani scompaiono uno dopo l'altro. Il ruo­lo-guida della Chiesa viene assunto da vescovi giovanissimi, in qualche caso neanche quarantennio. Gli uo­mini incaricati dal regime di con­trollare la Chiesa si rendono ben conto che questo è un momento cri­tico e non risparmiano mezzi e mi­nacce per eleggere all' episcopato persone accondiscendenti alla poli­tica religiosa del regime comunista. I giovani preti, soprattutto coloro che hanno le qualità per assumere un ruolo di guida, sono sottoposti a pressioni tremende per piegarsi e adeguarsi alla politica religiosa. Attraverso il «governo democratico della Chiesa», che niente è se non un eufemismo del controllo del regime, i funzionari del partito (Fronte unito) e del governo (Ufficio affari religiosi) creano, ovunque possono, un’artificiosa divisione nelle comu­nità cattoliche. Da una parte il can­didato ecclesiale, il sacerdote spontaneamente riconosciuto come il più degno e preparato, sostenuto (quan­do c'è) dal vescovo anziano, che garantisce fedeltà alla tradizione cat­tolica e unità con la Santa Sede; dall’altra il candidato del governo, ge­neralmente un sacerdote che - fatta salva la sua dignità personale e sa­cramentale, che rispetto - per un motivo o per l'altro, può essere fa­cilmente manipolato dagli uomini del regime.


La manipolazione del governo consiste in una specie di isolamento del «suo» candidato dal resto della diocesi, attraverso promesse e premi di vario. tipo, incluso quelli econo­mici e politici. Di conseguenza un giovane prete dalla personalità de­bole o ambiziosa, difficilmente re­siste alle pressioni e alle lusinghe. La crisi, vocazionale e morale, di un numero crescente di giovani preti trova in questa perversa politica go­vernativa una delle sue ragioni.


Negli ultimi 12 mesi abbiamo as­sistito a varie ordinazioni di giovani vescovi: Giuseppe Tong Changping (Weinan, Shaanxi), Giuseppe Han Zhihai (Lanzhou, Gansu), John Tan Yanchuan (Nanning, Guangxi), Giuseppe Liao Hongqing (Meizhou, Guangdong); Pietro Feng Xinmao (Hengshui, Hebei). Le diverse cir­costanze e modalità di queste ordi­nazioni, che non possono essere ri­portate qui in dettaglio, hanno qual­cosa in comune: la permanente si­tuazione di conflitto tra i funzionari della politica religiosa e le comuni­tà cattoliche.


La conferma viene anche dal tentativo, non riuscito, di procedere se­condo il metodo «democratico» all’elezione di un numero ancora mag­giore di vescovi, tra cui quello di Zhouzhi (Shaanxi). In entrambi i casi, di ordinazioni avvenute o di elezioni mancate, risulta chiara la volontà delle comunità cattoliche.


Che è quella di essere veramente tali, ovvero di procedere all'elezione e consacrazione del vescovo se­condo la tradizione cattolica, che include, come elemento essenziale, il mandato o l'approvazione dell’e­letto da parte del Papa.


Come l'esperienza di questi an­ni ha mostrato chiaramente, i catto­lici di Cina non sono più disposti a tollerare di essere governati da un vescovo illegittimo (indipendente­mente dalla dignità personale della persona coinvolta). Un vescovo che venisse ordinato illegittimamente sarebbe di fatto un vescovo diserta­to, senza popolo, un «pastore» sen­za gregge. È triste osservare quanto tarde siano le autorità del regime e dell' Associazione patriottica ad am­mettere il fallimento della loro po­litica religiosa: non esiste in Cina una Chiesa patriottica, una Chiesa indi­pendente. I fedeli, i sacerdoti, le re­ligiose e i vescovi non vogliono una Chiesa nazionale. Eppure la politi­ca del governo è portata avanti con determinazione e senza risparmio di mezzi. Si deve registrare, per esempio, la presenza intimidatoria di centinaia di membri della pubblica sicurezza alle ordinazioni episco­pali; l'imposizione del­la lettura, durante la Messa di consacrazio­ne, della lettera di no­mina da parte della Conferenza episcopale cattolica cinese, un or­gano abusivo istituito dal governo, che non esiste secondo il diritto della Chiesa. Il regime, purtroppo, non sta scherzando, e sa­rebbe bene che più osservatori e commentatori prendessero nota di questo.


D'altra parte non si può non rilevare che, ove il clero, le religiose e i fedeli di una determinata diocesi siano sta­ti capaci di essere uniti, determinati e coraggiosi, sono riusciti a strappare qualche forma di compromesso, tra cui la comunicazione pubblica dell’esplicita comunione dell’eletto con la Chiesa universale e il Santo Padre. Abbiamo constatato che, tanto più il candidato era disposto a rinunciare all’episcopato piuttosto che tran­sigere sulla comunione con la Chiesa univer­sale, tanto maggiore era la sua forza nel far valere i suoi diritti di cattolico e di resistere alla pressione dei fun­zionari della politica religiosa.


Ai giovani preti di Cina, essendo anch' io prete come loro, va la mia simpatia e solidarietà. Se queste parole rag­giungessero i candidati all'episco­pato, vorrei dire loro: «Siate liberi, siate forti, resistete; rinunciate all’episcopato piuttosto che compro­mettere la vostra coscienza. La ve­rità vi farà liberi...».


Gianni Criveller

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Sabato 25 Settembre 2004 13:06

Globalizzazione

di Fabrizio Galimberti


Ci sono nella storia dei punti di flesso, dei punti di svolta che ogni volta, con l’accelerazione del cambiamento, provano tensioni e fanno temere catastrofi. Dal punto di vista economico, è quello che successe con la Rivoluzione industriale nell’Inghilterra del tardo Settecento e del primo Ottocento, con la globalizzazione del primo Novecento (ancora più intensa, secondo alcuni parametri, di quella attuale ), con la Grande depressione…
Nel dopoguerra ci sono stati alcuni sommovimenti economici, dall’abbandono dei cambi fissi alle crisi petrolifere, ma niente di paragonabile a quei punti di svolta appena citati. Negli ultimi anni, tuttavia, si è andata profilando (era cominciata prima ma non ce ne eravamo accorti) un’altra ondata di cambiamenti epocali, legata alla globalizzazione e alla telematica: due fenomeni che non sono indipendenti, ma si completano e si nutrono a vicenda, e che vanno lentamente cambiando sia il modo di produrre che il modo di consumare nel mondo intero.
Come tutti i grandi fenomeni, ci sono aspetti positivi e negativi. Vediamoli, dal punto di vista economico, uno per uno. Useremo per convenienza il termine globalizzazione, con l’avvertenza però che questo termine racchiude tanti aspetti: fusione economica e fissione politica, ragnatela telematica e delocalizzazione della produzione, avvicinamenti e scontri fra culture. Menzioniamo quattro critiche che sono solitamenti rivolte alla globalizzazione e vediamone, dal punto di vista economico, la rilevanza.

1. Incertezza del domani e instabilità.
Certamente, la globalizzazione aumenta l’incertezza, come tutti i cambiamenti. Quando le cose cambiano, non si sa mai dove si andrà a finire. L’incertezza è obiettivamente uno svantaggio dal punto di vista economico, perché introduce grani di sabbia nei meccanismi delicati delle decisioni di investimento e di lavoro. Ma in tutte le grandi epoche di cambiamenti è aumentata l’incertezza. Il problema non è quello di constatare la maggiore incertezza, ma quello di capire se questo cambiamento è un cambiamento in meglio o in peggio.

2. Maggiori disuguaglianze.
Gli economisti sono divisi sul fatto che l’innegabile allargarsi delle disuguaglianze sia da attribuirsi alla globalizzazione. Ma il consenso che va emergendo è il seguente. All’interno dei Paesi ricchi l’allargarsi delle diseguaglianze è prevalentemente dovuto alla tecnologia e non alla globalizzazione. La rivoluzione industriale in corso (la “quinta” rivoluzione industriale, dopo il vapore e i telai di fine Settecento, l’elettricità e le ferrovie nell’Ottocento, la radio e la motorizzazione nella prima metà del Novecento, le materie plastiche e l’elettronica nella seconda metà del Novecento) sta trasformando l’economia in una “economia della conoscenza”, con le applicazioni della telematica nei processi produttivi, l’Internet e la fertilizzazione incrociata fra informatica, biologia e nuovi materiali. A questo punto si approfondisce il solco fra i “compensi alla conoscenza” e i “compensi al lavoro manuale”. Si tratta di qualcosa che è già successo nella storia e che spinge naturalmente ad elevare il livello di formazione e di istruzione di chi voglia andare avanti nel mondo. Si tratta di un processo irreversibile e non si può fare nulla per tornare indietro. Bisogna solo accettarlo e mettere in opera programmi di riaddestramento per preparare i lavoratori a mansioni segnate da maggiore conoscenza.
All’esterno dei Paesi ricchi, cioè nelle relazioni fra Paesi ricchi e Paesi poveri, invece, la globalizzazione riduce le diseguaglianze. Quando ci si lamenta che un programmatore in Italia viene scartato a favore di un programmatore in India, questo è molto triste per il programmatore in Italia ma è molto bello per il programmatore in India. E, dato che l’India è un Paese molto più povero che l’Italia, le differenze di reddito fra Italia e India si riducono. Nei Paesi emergenti i redditi stanno crescendo più rapidamente che nei Paesi ricchi per due ragioni: i lavori di manifattura passano nei Paesi nuovi, dove il costo del lavoro è minore (il disegno dei pantaloni italiani rimane in Italia, ma i pantaloni vengono tagliati e confezionati in Marocco); e i prodigi della telematica permettono di trasferire nei Paesi poveri anche quei lavori impiegatizi (ticketing per le linee aeree, trattazione dei rimborsi di spese mediche…) che si prestano a essere fatti a distanza. In più, i Paesi poveri di reddito ma con scuole che funzionano riescono anche a entrare, come accennato sopra, in quei “mercati della conoscenza” che sono la programmazione e la gestione di sistemi informatici.
Vi sono poi i casi famosi dei bambini che cuciono palloni da calcio nei Paesi del Terzo mondo: questi casi ricalcano situazioni di sofferenza che sono andate scandendo lo sviluppo economico dal Settecento in poi. Lo sfruttamento minorile nelle fabbriche inglesi del tardo Settecento è tristemente famoso. Allora, come adesso, le alternative non erano molto allegre. Un testimone dell’epoca ricorda che nelle campagne, da dove quei minori erano andati via per essere sfruttati nelle fabbriche, le cose andavano ancora peggio: ho visto, diceva, bambini morti di inedia lungo i fossati della strada. Le stesse alternative terribili esistono adesso, ora che la clamorosa miseria urbana in molti Paesi emergenti sostituiscie la miseria silenziosa delle campagne. Ma come nell’Inghilterra di allora anche nei Paesi in via di sviluppo di oggi le cose miglioreranno man mano che l’economia acquista forza in un contesto di globalizzazione. Intanto, è bene che i cittadini dei Paesi ricchi facciano sentire la loro voce, attraverso boicotti o denunce, presso le multinazionali che producono beni in quei Paesi, così da evitare situazioni estreme di sfruttamento.
Vi sono, purtroppo, dei Paesi che non beneficiano di questo processo di sviluppo, come molti Paesi in Africa. Ma non ne beneficiano a causa del fatto che la globalizzazione non li lambisce. Sono Paesi che si chiudono agli scambi internazionali, per oscurantismo culturale o per insufficienze, per non dire corruzione, della classe dirigente.

3. Lavoro (troppo) flessibile.
La flessibilità del lavoro è un bene quando viene dall’offerta. Cioè a dire, se chi si offre di lavorare ha bisogno non di un lavoro regolare ma di un lavoro parziale od occasionale, perché vuole conciliare studio e lavoro, o lavoro e famiglia, o semplicemente guadagnare un po’ di soldi per poi andare a fare il giro del mondo, è un bene che il sistema economico offra queste opportunità di lavoro. Non succedeva spesso tempo fa e succede adesso, perché la società è cambiata. La flessibilità del lavoro è anche un bene quando viene dalla domanda, cioè dai datori di lavoro: dovendo calibrare la produzione sulle quantità che i clienti richiedono, variabili lungo l’anno, è bene che i datori di lavoro possano avere a disposizione figure contrattuali diverse dal tempo pieno e dal contratto a tempo indeterminato tipici del passato. La flessibilità del lavoro non è invece un bene quando la domanda di lavoro flessibile e l’offerta di lavoro flessibile non si incontrano, così che chi vorrebbe il tempo pieno è costretto al tempo parziale o chi vorrebbe un contratto permanente è costretto a prendere contratti di tipo precario.
Questa precarietà rende certo la vita difficile a chi oggi si affaccia al mercato del lavoro. Ma è una precarietà connaturata alla fase di intensa trasformazione che stiamo attraversando. Gli unici rimedi sono quelli di considerare la vita lavorativa come una “formazione permanente”, attenti a cogliere i cambiamenti nei lavori e nelle professioni che l’economia richiede. L’importante è che l’economia cresca e che i nostri Paesi rimuovano gli ostacoli alla creazione d’impresa – mancanza di concorrenza, adempimenti burocratici soffocanti – che ancora impediscono di cogliere le opportunità offerte da questa straordinaria stagione di innovazione nei prodotti e nei processi.

4. Deregolamentazione selvaggia.
Un’altra caratteristica solitamente considerata negativa dalle temperie presenti è la degolamentazione, che finisce col sacrificare al “dio-mercato” le tutele e le sicurezze di ieri. Questo è un campo dove l’economista può dare il suo contributo, nel senso che ci sono casi in cui la deregolamentazione è positiva e casi in cui è negativa. In linea di massima, è normale che in tempi di rivoluzione tecnologica e di cambiamenti accelerati sia necessario spostare uomini e capitali dai settori in declino ai settori in espansione. Se le istituzioni dell’economia rendono questa mobilità difficile, è giusto deregolamentare. É difficile dire qualcosa di meno generale, perché bisognerebbe andare a studiare i singoli casi.
Esiste il pericolo che le resistenze incontrate dal processo di globalizzazione siano tali che il processo venga interrotto e si ritorni a una frammentazione dei mercati, a un “nuovo medioevo di mercati regionali”? No, questa possibilità è remota perché i benefici dell’apertura ai mercati, specie per i Paesi emergenti, sono ormai così evidenti che la frammentazione non è un’opzione. I problemi del mondo di oggi sono più politici che economici. Originano dal bubbone irrisolto Israele-Palestina, diventano contrapposizione di civiltà fra l’Occidente e l’Islam, esplodono nel terrorismo e nelle politiche sull’orlo del rasoio di Paesi che, come la Corea del Nord, si sono tenuti ai margini della globalizzazione.







Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
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