Mercoledì, 17 Ottobre 2018
Mercoledì 20 Dicembre 2017 20:43

Geremia

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di P. Franco Gioannetti

Geremia fu profeta dal 628 al 580 circa e ricevette la sua vocazione nel 628

conobbe i regni di Giosia, di Joakim,. di Joiachim, e di Sedecia, ultimo re di Giuda

Ambiente politico:

  • decadenza assira

  • predominio babilonese ( nel 625 Nabopolassar si proclamò indipendente a Babilonia)

  • nel 618 Egitto ed Assiria si alleano contro Babilonia

Nulla poté fermare i Babilonesi: 614 Assur è occupata dai Medi, nel 612 cade Ninive, nel 610 cade Haran, a Karkemish nel 605 crolla la potenza Assira

A Gerusalemme nasce un partito filo egiziano

Babilonia si impossessa di Giuda

Geremia chiede la sottomissione leale alla nuova potenza. Per intrighi a favore dell’Egitto Babilonia occupa Gerusalemme nel 597 e nel 586 distrugge città e tempio

Ambiente socio religioso

Sotto l'empio re Manasse l'idolatria era stata favorita ed incoraggiata

Idoli, magia, negromanzia infestavano il tempio

nel 627 re Giosia purifica il tempio

nel 621 si scopre il Deuteronomio e questo accentua la spinta della riforma

I santuari delle alture sono rasi al suolo e molti inservienti sono uccisi

Con la morte di Giosia crollò però presto la riforma

Con Joakim vengono di nuovo favoriti i culti pagani

la pratica della legge è abbandonata

Il tempio santifica di per sé, indipendentemente dalla condotta dei frequentatori

Anche Sedecia segue la via di tutti

Parti del libro:

Una contiene minacce contro Giuda e Gerusalemme (1, 1-25, 13), l'altra profezie contro le nazioni (25, 13-38 e 46-5~). Una terza parte è costituita da 26-35, dove sono adunati in un ordine arbitrario brani che hanno un tono più ottimista. Questi brani sono quasi tutti in prosa e provengono in gran parte da una biografia di Geremia, che si attribuisce a Baruc. Bisogna mettere da parte i cc 30-31 che sono un libretto poetico di consolazione. La quarta parte (36-44), in prosa, continua la biografia di Geremia e dà il racconto delle sue sofferenze durante e dopo l'assedio di Gerusalemme. Essa termina con 45, 1-5, che è come la firma di Baruc.

Contenuto

In un giorno, relativamente calmo, dopo un prolungato assedio di Gerusalemme, da parte dei caldei, Geremia approfittò dell'occasione per visitare i suoi parenti nella terra di Beniamino, dovendo trattare con loro di certi affari (cfr. Ger. 37,11-12).

Ma quando stava per uscire dalla capitale, la guardia gli ordinò di fermarsi: "Tu stai passando dalla parte dei caldei" (37, 13).

"Non è affatto vero! Io non sto passando dalla parte dei caldei", rispose Geremia (37, 14). Ma le sue spiegazioni non valsero a nulla. Fu arrestato e picchiato, sotto accusa di fare il gioco dei nemici della patria.

Fu buttato in prigione (cfr. 37, 15 seg.). E che prigione!

Un antro, che gli faceva venire la paura di morire (cfr. 37, 20).

In quel clima di psicosi anticaldea o antibabilonese, i capi del popolo persero la testa. Nessuno più riusciva a pensare rettamente. Le soluzioni proposte per la sicurezza del popolo, erano incerte e strane. Si faceva la politica dello struzzo. Mettevano a tacere e fingevano di ignorare il pericolo, dicendo:

"Va tutto bene! ...” mentre tutto andava male ( 6, 14). Parlavano solo di felicità, per nascondere le ferite aperte dal terrore ( cfr. 8, 11).

Cercavano alleanze militari con l'Assiria e, soprattutto, con l'Egitto. Ma l'Assiria era già in agonia poiché, alcuni anni prima Ninive, la sua capitale, era caduta sotto i colpi dei babilonesi e dei caldei e, pochi anni dopo, aveva cessato definitivamente di esistere.

L'Egitto, a sua volta, non si interessava di altro, se non della sicurezza delle sue frontiere (cfr. 37, 7). Un paese satellite o cuscinetto, come la Giudea, gli era utilissimo. Perciò, gli egiziani blandivano i giudei con promesse e riuscirono, di fatto, ad avere un gruppo a loro favore, proprio all'interno del governo di Gerusalemme.

Per di più, questa politica vile e falsa, promossa dallo stesso re di Giuda, veniva coperta col manto protettore della religione ufficiale. Compiendo fedelmente le cerimonie liturgiche, con tutte le feste e i riti prescritti, pensavano di impadronirsi della radice della loro salvezza: "Siamo salvi!" (7 ,10).

E non era difficile trovare profeti e sacerdoti che dessero copertura a questo modo di pensare, confermando così i capi del popolo nelle loro supposte soluzioni alla crisi.

In questo modo, la religione diventava un vero e proprio oppio del popolo, che credeva santamente nei falsi profeti, quando andavano dicendo: "Vi sarà dato ogni bene! Non succederà niente di male! 11 (23, 17). Ma ... non si combatte un esercito con riti, cerimonie e promesse. La disgrazia si avvicinava, inesorabilmente.

In mezzo a questo tormento generale, un uomo conservava la mente lucida: Geremia.

Vedeva la falsità di questa posizione politica e religiosa e la denunciava con tutta chiarezza e senza paura. Non si preoccupava di quello che dicevano i profeti opportunisti, ma tirava diritto per la sua strada, smascherando, uno a uno, tutti gli argomenti fondamentali di questa falsa sicurezza, creata dalla paura e dall'euforia presuntuosa.

Diceva chiaramente: il culto, compiuto con tanta meticolosità e arricchito dall'incenso di paesi lontani, non piace a Dio. Non dà nessuna sicurezza. Vantarsi di possedere il tempio e andar gridando: "Tempio di Dio! Tempio del Signore! Ecco qui il tempio del Signore! ... " è un tragico inganno, perché esso non è più, ormai, la casa di Dio. Dio è diventato uno straniero nella sua terra (cfr. 14, 8) e il tempio sarà presto distrutto, come una casa qualunque. Dio non ne vuol sapere del tempio. La circoncisione, i sacrifici, il digiuno (14, 12) e la preghiera (11, 14) non servono più a niente. Neppure se intercedessero i grandi uomini del passato, come Mosè e Samuele, Dio volgerebbe gli sguardi sul suo popolo (cfr. 15, 1).

Non serve a niente dire: "ma noi abbiamo la legge del Signore!" perché, a dire il vero, si sono serviti della menzogna per fare della legge del Signore uno strumento di oppressione e di inganno (cfr. 8, 8-9). Neppure le promesse divine, fatte al re, offrono una base di sicurezza perché, anche se il re fosse come l'anello della mia mano destra, me lo strapperei, dice il Signore.

Conclusione tragica, ma ovvia: "Il Signore non sta più in Sion, e in lei non abita più il suo Re" (8, 19). A niente vale gridare: "Va tutto bene! Va tutto bene! Perché tutto va di male in peggio" (8, 11). Insieme all'appoggio di Dio cade anche l'appoggio degli uomini. L'Egitto non potrà aiutare né soccorrere (cfr. 37, 7). "Sarai delusa dall'Egitto, come lo sei stata dal1' Assiria. Anche di là, uscirai con la testa fra le mani” (2, 36).

Non c'era più niente da fare. Le soluzioni ufficiali non erano più valide.

Ma criticare e denunciare è facile.

Che soluzione proponi tu, Geremia, tu che critichi tutto? Non c'è più soluzione. Tutto è marcio! Questa istituzione, che sta ancora in piedi, deve sparire. Il peccato ha pervaso tutto ( cfr. 17, 1-2).

Essi non vogliono il bene e ripudiano l'onestà, ed è questa la radice di ogni disgrazia e di ogni cattiveria (cfr. 18, 12). “Può forse un negro cambiarsi la pelle? O un leopardo cancellare le chiazze di cui si ammanta? E voi come potrete praticare il bene, se siete impregnati di malignità?" (13, 23). La unica soluzione sta nel distruggere tutto. "Spezzerò questo popolo e questa città come si spezza un vaso di creta, senza speranza di rimetterlo insieme" (19, 11). L'unica cosa da farsi è intonare fin d'ora un canto funebre (cfr. 7, 29).

L'unica possibilità di uscire vivi dalla terribile minaccia sovrastante era consegnarsi al nemico che avanzava (cfr.27, 12 e 38, 17). Era il consiglio che Geremia dava a chi volesse ascoltarlo.

Un uomo che parlava così era pericoloso.

I suoi discorsi generavano la rivolta, demoralizzavano il popolo e toglievano ai soldati il vigore, di modo che non avrebbero avuto il coraggio, né la voglia di combattere (cfr. 38, 4). E, in fondo, che ne sapeva Geremia della strategia militare? Un bel niente. “Quest'uomo deve essere tolto di mezzo" (38, 4).

Perciò, fu arrestato alle porte della città, come se fosse una spia o un traditore. Jassur, il sovrintendente del tempio, lo fece picchiare e mettere in catene. Ma la prigione non risolse nulla. Un uomo come Geremia dà sempre noia, sia in carcere che in libertà. La situazione, invece di migliorare, diventò sempre peggiore, perché la prigionia di Geremia fu causa di divisioni tra gli stessi capi del popolo (cfr. cap. 37 e 38). O a favore, o contro, tutti avevano paura di lui.

Il ragionamento di Geremia era molto semplice, così semplice che era difficile capirlo: la situazione della nazione era per lui una prova evidente che il popolo aveva smesso di servire Dio. L'ingiustizia si era istallata nel potere, a cominciare dal re stesso. Geremia arrivò perfino a dubitare che ci fosse un solo uomo, a Gerusalemme, capace di praticare la giustizia (cfr. 5, 1). Secondo lui, la causa di tutto questo era l'abbandono di Dio (cfr. 9, 2). Invece di servire all'unico Dio, che voleva la giustizia, ognuno andava dietro al suo Dio particolare. C'erano tanti dei, quante erano le città di Giuda e tanti altari consacrati agli idoli, quante erano le strade di Gerusalemme.

In una situazione del genere, a nulla serviva la politica dello struzzo, non bastava fuggire ogni responsabilità e cercare protezione in una religiosità senza senso, o nelle alleanze militari ambigue. Bisognava attaccare il male alla radice, poiché la fuga non risolve mai niente.

Ogni altra soluzione sarebbe stata come un innesto su un ramo secco. L'unico vantaggio sarebbe stato quello di affrettare la disgrazia del pericolo caldeo, proprio quello che si voleva evitare. "Si poteva udire già lo scalpitio dei cavalli e tutta la terra tremava al fragore dei loro focosi destrieri" (8, 16). E nessuno sembrava avere coscienza che loro stessi, nello sforzo sbagliato di risolvere la crisi, affrettavano l'ora del caos.

Non volevano vedere la luce della verità che Geremia offriva loro con parole semplici, chiare e incisive. Vivevano immersi nella menzogna, avevano paura della verità e volevano soffocare la sua voce. Geremia fu perseguito e maltrattato. Sembrava l'uomo più infelice di tutto il popolo.

Se la guardiamo da lontano, una figura come quella di Geremia genera ammirazione. Vista da vicino, però, essa disorienta per la violenza del suo dolore e per l'imperturbabile fedeltà a una missione che non aveva mai desiderato, ma che gli era stata imposta da Dio stesso.

Geremia fu vittima di cospirazioni e di attentati (cfr. 18, 18), "oggetto di discordia in tutto il paese" ('15, 10). Il suo lamento è tragico: "Ho lasciato la mia famiglia, ho abbandonato i miei beni e ho consegnato in mani nemiche quello che di più ca ro il mio cuore possedeva (sua madre). Il mio popolo è stato per me come un leone nella foresta che mi assale ruggendo" (12, 7-8).

Restò solo e isolato col suo dolore. Tutti gli erano contro; i fratelli e la sua stessa famiglia lo tradirono (cfr. 12, 6), i suoi conterranei di Anatot, la sua terra natale, cercarono di ucciderlo (cfr. 11, 18-21), i sacerdoti e i profeti opportunisti e tutto il popolo, si scagliarono contro di lui gridando "A morte!" (26, 8).

Alla fine, fu gettato in un pozzo vecchio e puzzolente, da dove fu tirato fuori e salvato per intervento di uno dei suoi pochi amici (cfr. 38, 1-13). E, quel che è peggio, sembrava che tutta quella sofferenza fosse inutile, dal momento che nessuno voleva ascoltare la sua predicazione. Lottò e sudò per ventitre anni di seguito, senza raggiungere in benché minimo risultato (cfr. 25, 3).

Ma, in mezzo a tanta sofferenza, una forza lo sosteneva, una forza che nessun uomo avrebbe potuto fiaccare e che faceva di lui una "fortezza, una colonna di ferro, un muro di bronzo" ('1, '18). Era la certezza della fede: "Il Signore Iddio sta con me, come un guerriero poderoso" (20, 11). Perciò, anche se il suo destino fosse stato durissimo, egli ricordava con gioia il momento della sua vocazione: "Mi hai sedotto, o Signore, e io mi sono lasciato sedurre! Mi hai vinto e hai riportato vittoria su di me " (20, 7).

Mai onorato durante la vita, quest'uomo, dopo la morte, è diventato l'immagine del messia che doveva venire.

Mai onorato durante la vita, quest'uomo, dopo la morte, è diventato l'immagine del messia che doveva venire.

Il profeta Isaia pensava certo a Geremia, quando scriveva sul futuro messia: "E' stato castigato per i nostri delitti e stritolato per le nostre iniquità, il castigo che ci salva pesò su di lui, siamo stati guariti in forza delle sue sofferenze. Noi tutti vagavamo come pecore sperdute, ciascuno per conto suo. E il Signore faceva cadere su di lui il castigo delle colpe di tutti noi. E' stato maltrattato e si è rassegnato, non ha aperto bocca, come un agnello che viene condotto al macello" (Is. 53, 5-7).

Accettando la sofferenza, per aver denunciato l'ingiustizia e la falsità, Geremia ha indicato e ha aperto il cammino verso la liberazione.

Sempre così. Colui che in vita sembrava uccidere la speranza degli altri, dopo la morte diventa simbolo ed espressione della speranza universale.

Di questa speranza futura, ha parlato Geremia e ha detto molte cose.

Nella più buia notte della crisi, quando la città era assediata, egli alzò la voce e disse: "La tua speranza spunta all'orizzonte" (31, 17).

RIFERIMENTI BIBLICI

GEREMIA 1/1-19 Vocazione e difficoltà

2/11-15 …. tu israele che tradisci…

3/1-18 …... convertiti…….

4/28-31 ….. altrimenti sarai invaso.

7/4 7/12-14 …… perchè Dio non ama la falsità …….

7/21-26 7/29

8/8-9 8/11

10/1-10 …… non vedi la differenza tra gli idoli DIO? …..

11/18-23 e per questo perseguiti il profeta

13/20-27 …. convertiti ….

15/l-2 …… altrimenti …..

16/1-21 La missione profetica

18/18-23 l’attentato

20/1-2 la persecuzione

20/7-11 e 20/14-18 la sofferenza l’angoscia

21/11-14 ….. fate attenzione ….

22/1-5

22/13-19

23/1-7 tuttavia c'è una speranza

25/3 …. ma voi non ascoltate

26 arresto e processo

31/3-17 …… ma io vi do una speranza

31/31-33

Questionario

l) cosa è la prova? a che serve?

2) perché ci lagnano anche di piccole difficoltà?

3) ma abbiamo poi veramente bisogno di cohvertirci?

4) La difficoltà della vocazione ( e chi non ha una vocazione?)

5) Si può essere arrabbiati con Dio?

6) e la fuga? può essere una soluzione?

7) il profeta è scomodo e spesso deve, dire cose scomode però ti guida a vedere ( ... se lo vuoi vedere ...) la tua realtà ed il tempo della speranza.

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Ultima modifica Mercoledì 20 Dicembre 2017 21:20
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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