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ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Di tutto un pò...

ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi m.galloni » 05/01/2013, 20:07

Su “Avvenire” del 17 dicembre 2012 il priore di Bose, Enzo Bianchi, lamentava il fatto che attorno ad argomenti come la morte, il giudizio finale, l’inferno, il paradiso – i cosiddetti “novissimi” – regni da anni il silenzio. L’articolo (http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/n ... dizio.aspx) ha suscitato perplessità e anche qualche critica; perplessità perché da Bianchi, che solo pochi anni fa dichiarava in TV da Fabio Fazio di provare pena per quei cristiani che non sperano per la salvezza di tutti, non ci si aspetterebbero affermazioni di questo tenore: «Sì, il giudizio è assolutamente necessario affinché la storia abbia un senso e le nostre azioni trovino la loro oggettiva verità davanti al Dio che vuole il ristabilimento della giustizia. Che senso avrebbe la vita di ciascuno di noi, la storia, se tutti – lo schiavo che è morto oppresso e senza dignità, così come il ricco gaudente che ha perseguitato il povero – avessero la stessa fine, lo stesso salario? Che senso avrebbe la presenza di Dio se ciascuno di noi, qualunque scelta mortifera faccia nella vita, trovasse alla fine lo stesso esito degli altri che hanno speso la vita per il bene? Se c’è Dio, c’è un giudice che vuole il ristabilimento finale della giustizia, della vittoria del bene sul male, della vita sulla morte».
Sulle critiche, motivate dalla teologia traballante che l’articolo di Bianchi sottenderebbe, non intendo soffermarmi. Mi interessa invece ragionare con i visitatori del forum sul giudizio finale, un tema troppo spesso dimenticato o trattato malamente. Enzo Bianchi ha ragione quando, nell’articolo, scrive che per i credenti della sua generazione «morte, giudizio, e quindi l’esito definitivo, inferno o paradiso, stavano come eventi davanti a ciascuno di noi, eventi capaci di destare paura, o almeno timore. [...] Sì, anche a causa di questa paura angosciosa sovente insegnata il discorso sul giudizio è stato screditato». Già, sul giudizio finale non si osa più dire nulla: siamo passati dalle minacce di pena eterna usate per tenere buoni i bambini a una mentalità che non tiene in alcun conto le conseguenze delle nostre scelte, dalla «umanità come massa dannata» a una morale evanescente, trascurabile, inutile. C’è modo, mi domando, di affrontare i “novissimi” in maniera più matura? Cosa pensano al riguardo i visitatori di Dimensione Speranza?

Marco
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi Luca » 15/01/2013, 9:59

A me pare che la sintesi tra la speranza di una salvezza per tutti e l'idea del giudizio finale sia dove Enzo Bianchi nell'articolo ricorda:
"Lungo la sua vita, però, Gesù rifiuta di operare il giudizio, contrastando l’impazienza di quanti pretendono di essere giusti e dunque vogliono estirpare già nella storia la zizzania, con il rischio di sradicare pure il grano: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: "Raccogliete la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"» (Mt 13,30)."
E con questo mi pare di essere totalmente daccordo.
Certo il problema che poni mi pare bello grosso. Senza nessun rimpianto per la paura e l'angoscia che l'idea della pena eterna ci trasmetteva bisogna purtroppo riconoscere che attraverso quegli strumenti in qualche modo veniva diffuso anche il senso del sacro e che forse oggi quel senso si é perso e andrebbe recuperato. Si potrebbe recuperare a partire dalla percezione dei nostri limiti, se vuoi da un peccato originale pur epurato dal fardello della colpa. Meglio, dall'adorazione di un mistero di perfezione che non ci appartiene (ancora). Ci siamo liberati dalla paura della dannazione, come ricordi, per una morale evanescente o addirittura inutile, che ci impedisce di riconoscere meriti e demeriti, il confine tra bene e male. Allora, parafrasando Giobbe 38, di fronte all'irrealizzata giustizia vale ancora la pena domandarsi: "dove eravamo noi quando Egli gettava le fondamenta della terra ? Diciamolo se abbiamo tanta intelligenza."
Luca
 
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi m.galloni » 16/01/2013, 11:27

Grazie per il bell’intervento, Luca. Gesù che rifiuta di operare il giudizio, tu dici, è la sintesi tra la speranza di una salvezza universale e l’esigenza di una giustizia finale: verissimo, sono d’accordo. Il problema è che si dimentica troppo spesso che nel mondo ebraico esistono due forme di giudizio/processo: il rîb e il mĭšpat. Entrambe prevedono accuse esplicite e precise nei confronti di chi sbaglia, ma mentre nel rîb l’accusa è per la salvezza, serve cioè a stimolare la conversione del peccatore, nel mĭšpat è per la condanna. Gesù rifiuta di emettere il mĭšpat, cioè il giudizio escatologico/definitivo (che spetta al Padre), ma non manca mai di adempiere al dovere del rîb, che poi è il dovere primario dei profeti. La sua predicazione terrena, potremmo anzi dire, è un po’ tutta un rîb («ipocriti, razza di vipere, sepolcri imbiancati!»). Ora, a me sembra che uno dei più gravi problemi del cristianesimo odierno, e in particolare del cattolicesimo, sia proprio quello di dimenticare troppo spesso – per non dire sempre, sistematicamente – tale dovere. Ne deriva un cristianesimo debole, depotenziato, un cristianesimo a metà, tutto proteso verso la trascendenza e l’escatologia ma incapace di incidere sulla dimensione terrena, sociale e politica della nostra esistenza. Dove invece c’è ancora molto da fare per attuare quella «irrealizzata giustizia» di cui parli, Luca, alla fine del tuo intervento.

Alla prossima

Marco
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi Luca » 17/01/2013, 17:33

Benissimo. Poiché però te la prendi con il "cristianesimo odierno" (quante cose ci sarebbero da dire ...) resta da capire se il rîb sia affare del credente o del "cristianesimo" in senso per così dire istituzionale. Propendo per tanti motivi per la risposta personale, confortato dalla tua attribuzione al "dovere primario dei profeti", perché per troppi motivi ed esperienze storiche - anche attuali - l'idea di un cristianesimo tutto votato "in sé" alla dimensione terrena sociale e politica mi spaventa non poco. Penso che la profezia del singolo sia in un certo modo programmaticamente destinata all'irrilevanza storica (almeno apparente) ma credo anche che la "sintesi" politica delle esperienze - diversissime o apparentemente contrastanti - non stia a noi (e nemmeno ad un'istituzione terrena). A noi resta solo il dovere di render conto della "beata speranza" di un senso storico complessivo destinato a sfuggirci nella sua interezza ("vediamo come attraverso uno specchio, per enigmi ...").
Luca
 
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi m.galloni » 20/01/2013, 11:32

Per come la vedo io, il rîb è un dovere sia del singolo credente che del cristianesimo istituzionale. Con questo non intendo affatto promuovere una fede votata esclusivamente al sociale e alla dimensione politica, priva di trascendenza. Voglio solo ricordare che, nel cristianesimo, esiste anche – e non è di secondaria importanza – la dimensione politica e sociale. Ora, perché la giustizia si instauri sulla terra è assolutamente necessario praticare il rîb. Le parole di Isaia, nella prima lettura della liturgia di oggi (domenica 20 gennaio 2013), lo dicono chiaramente: «Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada» (Is 62,1). Non credo che la profezia del singolo – come tu dici, Luca – sia «programmaticamente destinata all’irrilevanza storica». Anzi, penso esattamente il contrario: il profetismo biblico inizia proprio con una profezia del singolo, quella che Natan fa a Davide (2 Sam 12) raccontandogli la storia del ricco, del povero e della pecorella. Questa storia opera un po’ come un cavallo di Troia, aggirando le difese psicologiche di Davide e facendogli prendere coscienza del proprio peccato. La profezia del singolo, insomma, può dare avvio a grandiose conversioni. Il problema è che non tutti i peccatori sono ragionevoli come Davide e, soprattutto se hanno in mano una qualche forma di potere, possono rivalersi su chi muove loro delle critiche. Per questo la croce è il rischio professionale del profeta. Gesù ebbe il coraggio di affrontarla. E noialtri?

Marco
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi Luca » 21/01/2013, 10:27

Grazie Marco, condivido interamente. Il rischio che vedo io nel rîb come compito istituzionale del cristianesimo é quello di chiudere la fede in una visione integralista dove l'stituzione ecclesiale si assume la responsabilità di una traduzione "ufficiale" delle verità di fede in scelte politiche e dove il singolo resta legato ad un'obbedienza meccanica priva di responsabilità. Sono condizioni che purtroppo nell'istituzione Chiesa mi pare di vedere abbastanza spesso. Dicendo che il profeta é condannato all'irrilevanza storica volevo solo ricordare che Cristo per "vincere" la sua figliolanza divina ha dovuto "perdere" sul piano politico e salire sulla croce. Lo osservo senza togliere nessun valore alla sua vittoria, ricordando giusto che nemo profeta in patria. Di fronte al problema del cristianesimo politico-istituzionale che secondo me allontana tantissima gente dalla fede, l'unica sintesi possibile mi sembra quella di pensare il "rîb istituzionale" come la sintesi dei rîb di tutti i singoli crdenti. Una sintesi tra scelte spesso apparentemente conttastanti ed incoerenti che può aver senso solo in una prospettiva escatologica.
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Re: ENZO BIANCHI E L’ORA DEL GIUDIZIO

Messaggiodi m.galloni » 23/01/2013, 11:22

Il rischio di cui parli, Luca, esiste. Anzi, più che un rischio è una triste realtà, un dato di fatto, come giustamente fai notare. Le gerarchie – o almeno parte di esse, perché generalizzare è sempre sbagliato – sono ben contente che il popolo dei fedeli rimanga in una condizione di minorità; molti credenti, dal canto loro, sembrano far di tutto per scansare la fatica, il rischio e l’impegno che la fede comporta. La vera fede, al contrario, ci chiama al più alto grado di responsabilità personale. Ed è proprio qui che Enzo Bianchi, nel suo articolo, ha visto giusto: in passato perché eravamo dannati per una colpa commessa da nostri ignoti progenitori, oggi perché l’etica e la morale sono diventate i più inutili degli orpelli, il risultato non cambia; a farne le spese sono sempre la responsabilità personale e la coscienza di sé, cioè esattamente quelle potenzialità che, se attuate, potrebbero cambiare la faccia della terra.

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