Lunedì, 23 Ottobre 2017
Giovedì 12 Luglio 2007 19:47

L’ITALIA DEI NUOVI SCHIAVI . I MILLE VOLTI DELLA TRATTA

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L’ITALIA DEI NUOVI SCHIAVI . I MILLE VOLTI DELLA TRATTA

Tratta di esseri umani: un concetto associato, in questi anni, alle vittime dello sfruttamento sessuale a fini di prostituzione. In realtà il tema della tratta sempre più si collega, nei fatti, anche ai fenomeni dell’immigrazione irregolare, al lavoro nero (in casa, in azienda, nei campi, negli alberghi, nell’edilizia, nella pesca), alle vicende dei minori sfruttati per accattonaggio, al commercio illegale di organi e di minori per adozioni. Il volto della tratta e delle cosiddette “nuove schiavitù”, nell’Italia e nel mondo contemporanei, si va ampliando e diventa multiforme.

È possibile, in ogni caso, mettere a fuoco alcuni punti fermi. Lo consentono alcune ricerche promosse da Caritas Italiana, ma anche l’ormai decennale lavoro svolto dal Coordinamento nazionale contro la tratta, avviato e promosso da Caritas Italiana. Fatta salva la distinzione tra “traffico” e “tratta” (in base ad alcune norme nazionali ed europee, il primo concetto si riferisce a flussi illegali e a forme di sfruttamento, il secondo presuppone anche una coercizione della libertà e l’uso della violenza nei confronti della persona trafficata), è dunque possibile affermare che negli ultimi quattro anni in Italia sono state trafficate 170 mila persone; di esse, 55 mila sono state oggetto di tratta, 50 mila a scopo sessuale, le restanti 5 mila a scopo lavorativo (dato che riguarda soprattutto persone cinesi che vivono nella regioni del centro Italia, in particolare la Toscana).

A partire da questi dati e incrociandoli con altre ricerche, sì può ritenere inoltre che le vittime di sfruttamento sessuale in Italia siano in media 25-30 mila all’anno, di cui almeno 1.500 minori. Difficile, invece, fare una stima delle vittime di sfruttamento sul lavoro, anche perché tra i fenomeni dell’immigrazione irregolare per lavoro, del lavoro nero e dello sfruttamento lavorativo vi sono confini piuttosto incerti. In sintesi, comunque, in Italia le persone “trattate” presentano tre volti prevalenti: quello di chi è prostituito a scopo sessuale, quello del lavoratore sfruttato, quello del minore sfruttato.

Ogni tragitto, una violenza

Per quanto grave e multiforme, il fenomeno della tratta può essere aggredito. A patto di cambiare alcuni atteggiamenti, da parte sia della politica che dei soggetti sociali. Tra le operazioni che bisogna attuare o intensificare, occorre anzitutto vigilare sui tragitti battuti dagli organizzatori della tratta. Dal loro studio si ricavano elementi di conoscenza, interessanti. il tragitto Ucraina-Chioggia, per esempio, è molto pesante, per chi lo compie, sul piano economico e dello sfruttamento: dietro c’è un debito contratto nel paese di origine, anche dal nucleo familiare. La tratta Marocco-Crotone si caratterizza soprattutto per i danni che possono derivare alle famiglie delle persone trafficate: se gli emigranti non riescono a pagare, i trafficanti confiscano le case o addirittura uccidono i famigliari. La tratta Marocco- Varese è fondata sull’indebitamento delle famiglie nei confronti degli strozzini, la tratta Pakistan-Crotone è legata ancora una volta al debito delle famiglie, la tratta Ecuador- Ventimiglia è legata fortemente allo strozzinaggio, la tratta Cina-Trieste è sovente un viaggio pagato verso l’occidente da un imprenditore che ha lasciato il suo paese da tempo e ha fatto fortuna. E’ necessario, in proposito, che la politica apra gli occhi, dedicando un’attenzione particolare al tema della mobilità delle persone, oltre che a quello della difesa della libertà e dei diritti.

In secondo luogo, è opportuno rafforzare la protezione sociale. Nel caso della tratta per scopi sessuali, negli ultimi cinque anni almeno 40 mila persone hanno chiesto aiuto al numero verde e alle reti che lavorano per la protezione sociale delle donne vittime di tratta I progetti, anche finanziati attraverso il Dipartimento delle pari opportunità della presidenza del consiglio, sono stati in grado di accoglierne circa 11.500. Di queste, solo 700 hanno abbandonato il progetto. Bisogna dunque operare per rafforzare i progetti e la rete che li attua, attraverso un riconoscimento pubblico e la dotazione di risorse, anche da parte dei piani sociali locali.

In tempi di riforma della legge sull’immigrazione, la battaglia politica più importante è quella per la protezione sociale delle vittime. Bisogna modificare il meccanismo previsto dall’articolo 18, che in sei anni ha consentito la concessione di 5.500 permessi di soggiorno (su 11.500 persone accolte) alle vittime di tratta, di cui il 70% premiali (per chi collabora denunciando sfruttatori e “protettori”) e solo il 30% sociali (per le vittime più esposte, anche in caso di ritorno in patria): occorre che l’articolo 18 diventi sempre più una misura sociale e uno strumento per recuperare dignità e libertà, oltre che per colpire le reti criminali.

Lavorare dentro e fuori

Oggi la mobilità degli essere umani attraverso le frontiere molto spesso è regolata dai meccanismi del “traffico”. Sulla base di questa constatazione, in Italia appare necessario rivedere la legge sull’immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini, per ritornare alla figura dello sponsor e alla concessione di permessi di soggiorno per ricerca di lavoro, e per istituzionalizzare la “prova lavoro”: legalità e visibilità degli ingressi sono i primi presupposti per la tutela di ogni persona. Quanto alla politica sociale, occorre che non si proceda secondo tre livelli di dignità: della persona, del cittadino, del residente. In caso contrario, si finirebbe per negare diritti fondamentali, magari solo perché una persona non è cittadino né residente. E’ molto importante, al contrario, proseguire lungo la strada intrapresa da alcuni comuni per dare la cittadinanza sociale ai soggetti che hanno bisogno di essere difesi rispetto ad alcuni diritti fondamentali. Questo aspetto è rilevante sul piano legislativo: oggi i comuni sono i soggetti fondamentali e centrali nel campo della difesa dei diritti della persona, dunque devono essere messi in grado di operare in questa direzione.

Da ultimo, sul fronte internazionale c’è bisogno di maggiore programmazione. La cooperazione è fondamentale nella lotta alla tratta: è molto importante creare un continuum tra i progetti avviati nel territorio italiano e i progetti che si conducono in Europa e nel mondo. Sulla stessa persona, il cittadino rumeno o il cittadino nigeriano che a un certo punto della loro parabola vengono trafficati in Italia, deve interagire uno stesso progetto da due punti di vista: l’attenzione alla tutela della persona e della sua famiglia, per risultare efficace e non dispersiva, deve essere unitaria.

di Giancarlo Perego
Italia Caritas / Marzo 2007




Undicimila persone assistite, migliaia indagati per vari traffici

L’osservatorio nazionale sulla tratta degli esseri umani ha esposto a fine gennaio, in un convegno tenutosi a San Benedetto del Tronto, i dati salienti sul fenomeno, ottenuti confrontando informazioni provenienti da diverse fonti ufficiali: ministeri della giustizia e dell’interno, Direzione nazionale antimafia e Dipartimento per i diritti e le pari opportunità. Si tratta dei primi risultati di un progetto Equal di cui è titolare e promotrice l’associazione “On the road”. Spesso le cifre, in questo ambito, risultano impossibili da sovrapporre, perché raccolte in base alle competenze di ciascun ente, con sistemi differenti di rilevazione. I dati riguardano comunque il fenomeno emerso, cioè tutti i casi venuti a conoscenza degli operatori sociali o della giustizia.

Tra marzo 2000 e giugno 2006, 11226 persone vittime di violenza e grave sfruttamento sono state inserite nel Programma di assistenza e inclusione sociale (previsto dall’articolo 18 della legge sull’immigrazione); 619 erano minori, mentre 5.495 sono stati i permessi di soggiorno rilasciati per motivi umanitari. Dai dati della Direzione nazionale antimafia risulta invece che 993 persone, tra il 2003 e il 2005, hanno subito reati di tratta e riduzioni in schiavitù: 86 nel 2003, 428 nel 2004, 479 nel 2005. Inoltre da settembre 2003 al 2005 sono stati 2.136 gli indagati per reati di tratta e riduzioni in schiavitù: 828 nel 2005, 1.044 nel 2004. Secondo il ministero dell’interno, sono stati invece 3.201 nel 2004 e 3.215 nel 2005 gli indagati per tratta, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e della prostituzione minorile, sfruttamento dei minori nell’accattonaggio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

(fonte: Redattore sociale)

Protezione sociale: l’articolo 18 va applicato in modo omogeneo

Il Coordinamento nazionale contro la tratta degli esseri umani promosso da Caritas Italiana, di cui fanno parte anche Migrantes e il Gruppo Abele, ha sollecitato più volte negli ultimi anni il ripristino del Tavolo interministeriale di coordinamento per l’applicazione dell’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione, raccomandando la presenza di rappresentanti di enti e associazioni che lavorano sul campo. L’articolo 18 permette il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale anche alle vittime di tratta che non sporgono denuncia né hanno alcun tipo di collaborazione con la polizia o l’autorità giudiziaria. Purtroppo, l’applicazione non è risultata omogenea sul territorio nazionale. Un valido aiuto sulle modalità di applicazione della normativa può essere dato, in termini di consulenza a enti e associazioni, dallo sportello giuridico InTi, istituito dal Gruppo Abele, dall’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e sostenuto da sempre dalla regione Piemonte.

Percorsi di dignità oltre la schiavitù «Ma dovremmo lavorare sui clienti»

Sono molte le Caritas diocesane che assistono donne uscite dai giri della prostituzione. Però il recupero andrebbe esteso anche a chi compra i loro servizi...

Piccoli orizzonti di dignità. Ricostruiti, giorno dopo giorno, sulle macerie di esistenze sfregiate dalla violenza, persino dalla schiavitù. Molte Caritas diocesane, in Italia, si battono a favore delle vittime della tratta di esseri umani. La Caritas di Roma lo fa sin dal 1994. «Nella nostra esperienza quotidiana, grazie anche al lavoro dei centri d’ascolto, incontriamo donne giovani che cerchiamo di proteggere nelle case di accoglienza, gli istituti delle suore di Nostra Signora degli Apostoli e delle suore Adoratrici del Santissimo sacramento e della carità. Noi li chiamiamo “punti di appoggio”,». Suor Erma Marinelli è referente del progetto Roxanne per la Caritas diocesana della capitale, e conosce bene l’odissea, anche interiore, cui va incontro una vittima di tratta, dopo essersi (o essere stata) sottratta a certi “giri”. «Mentre aspettano i documenti per tornare in patria volontariamente, le ragazze vivono al sicuro un periodo di discernimento sulla loro vita, provano a capire cosa realmente desiderano per ricominciare a vivere. Nel caso vogliano rimanere in Italia, c’è l’opportunità di imparare meglio la nostra lingua ed essere aiutate nella ricerca di un alloggio e un lavoro. La collaborazione con enti locali e privati sta dando risultati; è importante lavorare in rete per rispondere a più bisogni. Per favorire l’integrazione nei quartieri della città, svolgiamo attività di sensibilizzazione nelle parrocchie. Ci sarebbe da lavorare molto anche sui “clienti”. In più di dieci anni ho ascoltato e parlato con uomini molto giovani o con i capelli bianchi, dovremmo prevedere sostegni psicologici e percorsi di recupero anche per loro...».

Il comune di Roma ha realizzato una rete per l’accoglienza delle donne vittime della tratta e della prostituzione. Dal 2000 è stato appunto avviato il progetto Roxanne, che prevede attività di prevenzione, aiuto e invio ai servizi di persone vittime della tratta sessuale. Sono stati attivati ambulatori per la prevenzione e la cura della salute, unità di strada con sportelli diurni per informazioni, ascolto e consulenza, strutture di accoglienza protetta, corsi di apprendistato e formazione lavorativa.

Utenti” molto giovani

In altri contesti, il lavoro dei soggetti sociali sorge dall’attenta lettura del territorio. «Negli ultimi anni, da noi, il fenomeno della prostituzione è aumentato in modo proporzionale all’aumento della presenza di persone immigrate. Dal 2000 in poi, sulle nostre strade abbiamo visto crescere il numero delle ragazze di colore, spesso provenienti dalla Nigeria. E siamo a conoscenza del fatto che da tempo donne rumene si prostituiscono in casa». Don Mimmo Francavilla, direttore della Caritas diocesana di Andria, ricorda gli inizi di un intervento coraggioso. «Nel 2005, dopo aver ricevuto un invito dalla prefettura di Bari, alcuni operatori hanno partecipato a un corso sugli aspetti legali, sanitari e sociali della tratta di esseri umani. Ciò ha motivato ulteriormente il nostro desiderio di elaborare risposte. Eravamo e siamo consapevoli di come questo triste fenomeno ponga seri rischi sul versante educativo, sanitario, della stabilità delle famiglie e del contrasto della criminalità. Abbiamo deciso di venire allo scoperto, cominciando a impostare il nostro progetto su due cardini: offrire l’opportunità di un’accoglienza protetta, promuovere attività di sensibilizzazione negli ambiti ecclesiali e civili. Lavoriamo in rete con la Comunità San Francesco Oasi 2 di Trani, dove le ragazze vittime di tratta vengono ospitate per avere la possibilità di tornare a integrarsi nella società. Oltre all’impegno nelle parrocchie, abbiamo un occhio di riguardo per le scuole medie e superiori, dove proponiamo e svolgiamo corsi di educazione all’affettività. Anche perché, grazie a una ricerca basata su 524 questionari, abbiamo rilevato che non di rado l’età dei clienti delle prostitute, nel nostro territorio, è molto bassa...».




di Pietro Cava



Italia Caritas- Marzo 2007

Ultima modifica Domenica 21 Ottobre 2007 16:22

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