Lunedì, 23 Ottobre 2017
Venerdì 16 Novembre 2007 19:44

L’ODISSEA DI ABRAHAM

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L’ODISSEA DI ABRAHAM

di Gabriele Del Grande
da Mondo e Missione / Ottobre 2007

«Avevo il numero di telefono di un poliziotto a Tripoli; è lui che mi ha messo in contatto con il commissariato di Zuwarah. Quando ho chiamato, mi hanno fatto parlare un paio di minuti con mia moglie, ma non siamo riusciti a dirci niente, non faceva altro che piangere. Almeno però sapevo che erano vivi. Poi il silenzio per quattro mesi. Ogni giorno controllavo la mail, ma non c’era nessuna novità. Avevo paura che li avessero deportati nel deserto o che li avessero ammazzati. La Libia è un inferno».

Si chiama Abraham, ha 27 anni; è fuggito dall’Eritrea, nel 2000. Lo incontro a Tor Vergata, periferia est di Roma. A due passi dal grande raccordo anulare, la vecchia sede dell’Università Roma 2 specchia sui vetri neri delle finestre la luce del sole di un pomeriggio d’estate. Il palazzo è occupato da un paio d’anni da circa 300 giovani, in maggioranza eritrei, etiopi, somali e sudanesi. Abraham mi aspetta al terzo piano. Tre settimane fa la moglie Anna è arrivata in Sicilia con il piccolo Daniel. Il viaggio è durato sei anni, eppure alle porte di Roma, senza documenti e lavoro, la terra promessa sembra ancora lontana.

Insieme con un’intera generazione, Abraham è fuggito dalla coscrizione militare obbligatoria imposta dal presidente Isaias Afwerki. Per l’indipendenza dall’Etiopia le truppe eritree hanno combattuto trent’anni, dal 1961 al 1991, e il conflitto è riesploso tra il 1998 e il 2000 per l’assegnazione dei confini. Tuttavia, ancora oggi, la pace è lontana. Compiuta la maggiore età, uomini e donne sono chiamati a impugnare le armi per sorvegliare la frontiera militarizzata con il gigante vicino, l’Etiopia. Quattro milioni di eritrei contro 75 milioni di etiopi, ovvero un popolo contro un esercito. A togliere l’uniforme prima dei 40 anni sono autorizzate solo le donne incinte, i malati e gli studenti universitari. Per tutti gli altri il mandato è a tempo indeterminato. Ad Asmara non rimangono che vecchi e bambini. Intanto al fronte un numero crescente di ventenni rifiuta di gettare via gli anni migliori abbracciati a un fucile. Sfidano l’accusa di alto tradimento e lasciano il Paese, sognando l’Europa. Nel 2006 in Sicilia ne sono arrivati 2.859, tra cui 308 donne e 116 bambini; nel 2005 erano stati 1.974. Abraham è uno di loro.

La sua prima tappa è stata Khartoum, in Sudan, dove uno zio era emigrato molti anni prima. Lì è sbocciato l’amore con Anna, anche lei eritrea ma nata e cresciuta in Sudan, e dopo un paio d’anni è arrivato Daniel. Un bambino prodigio, visto che a soli 15 giorni di vita ha attraversato i mille chilometri di deserto del Sahara, avvolto in un turbante nero per proteggerlo dal sole e dalla sabbia, stretto tra le braccia di mamma e papà. Sul fuoristrada pick-up erano in 32. La macchina girava di giorno, tra le dune e le buche, sotto l’arsura del sole. Ogni sera i motori si spegnevano, per un po’ di riposo, stretti gli uni sugli altri, per cercare un minimo di tepore nelle gelide notti del Sahara, ma soprattutto per non mostrare la luce dei fari ai posti militari della frontiera. Alla fine, dopo un numero imprecisato di giorni, l’alba ha mostrato lontana, bagnata da un miraggio, la città di Kufrah, il primo avamposto libico sul lungo cammino verso il Mediterraneo.

L’impresa non ha fatto entrare Daniel nel guinness dei primati, ma in Europa sì. Prima, però, ha dovuto sfidare due volte le acque del canale di Sicilia.

Luglio 2005, il primo viaggio. Sessantaquattro persone su un vecchio legno, che imbarca acqua dalle fessure tra le tavole dello scafo. I crampi alle gambe, la nausea e il rumore assordante del motore tengono svegli nel buio. Ognuno con delle bottiglie di plastica tagliate raccoglie l’acqua tra i piedi, sul fondo, per poi gettarla in mare. Sperare.

All’alba il motore va in panne. Silenzio tra le onde. Mentre qualcuno svita a casaccio con una maledetta pinza di ferro, arrivano i soccorsi degli operai di una piattaforma petrolifera nella zona. L’equipaggio prende a bordo solo donne e bambini, per poi lasciare alla deriva gli altri passeggeri, intercettati due giorni dopo da un elicottero italiano.

Abraham è salvo. Al centro di accoglienza di Lampedusa, il primo pensiero va alla moglie e al piccolino. Disperato, cerca di denunciarne la scomparsa. Inutile: non viene ascoltato. «Noi non possiamo fare niente».

Nelle stesse ore, dall’altro lato del Canale, Anna viene rimpatriata in Libia e arrestata. Il suo telefono rimane spento per quattro mesi.

«Mi ero trasferito a Milano, lavoravo alla fiera di Rho. In città era appena arrivata Suzi, una delle donne che era con noi sulla barca a luglio. Fu lei a raccontarmi cos’era accaduto a mia moglie».

Un camion parcheggia davanti al commissariato di Zuwarah. Una decina di donne con i rispettivi bambini, di pochi anni o neonati, sono fatte salire, insieme ad altre 60 persone, dentro un container di ferro caricato sull’autorimorchio. I motori sono già accesi. Le porte si chiudono sul carico umano. Fa buio. Si parte: direzione Kufrah, 1.500 chilometri più a sud, al confine col Sudan.

Presto sotto il sole di luglio il container diventa un forno, l’aria si fa pesante, non si vede a un palmo dal naso. I bambini piangono. Il viaggio dura due giorni. A bordo non c’è niente da bere né da mangiare. Presto l’odore diventa insopportabile: vomito, feci, urine, gasolio e sudore. La morsa del sole non si allenta, la gente boccheggia. La gola brucia dalla sete, chi ha una bottiglietta raccoglie le urine per berle. Finché, finalmente, stremati dal viaggio, i portelloni si aprono sulla notte di un paesaggio desertico, di fronte al carcere dell’ultima città libica prima della frontiera con il Sudan, Kufrah.

I deportati attraversano i cancelli, derisi dai militari. Molti conoscono già le grate di ferro di Kufrah. Ricordi di lividi, fame e ferite. Vengono perquisiti. Soldi, telefonini e braccialetti se li prendono gli agenti. Le celle si chiudono. Tre mesi dopo, alle luci dell’alba, senza nessun preavviso, un camion verde militare carica una sessantina di persone a bordo. Sono state condannate all’espulsione in Sudan. Tra loro ci sono anche Anna e il piccolo Daniel, sei mesi.

Il camion si avvia tra le buche di una pista di terra tra le dune del deserto. Li aspetta un viaggio lunghissimo, ma i motori si fermano circa un paio d’ore dopo. L’autista fa scendere tutti. Il sole del mattino già inizia a bruciare, e un orizzonte di sabbia e miraggi blocca sul nascere qualsiasi idea di fuga. Le opzioni sono due, spiegano in arabo i militari a un ragazzo che fa da interprete: «Duecento dollari a testa e vi riportiamo in città. Oppure proseguiamo».

La polizia sa di giocarsi un carico d’oro. Nel giro di un’ora di trattative si trova l’accordo. Molti sono riusciti a nascondere i soldi al momento dell’arresto, cuciti addosso nell’orlo dei pantaloni o dentro le scarpe. Chi ha più dollari paga la quota per le donne e i bambini rimasti senza un centesimo. Raggiunta la periferia di Kufrah, gli stessi militari li mettono in contatto con dei passeur amici. Chi ha altri soldi parte subito sui fuoristrada diretti a Benghasi, al nord. Anna e il piccolo sono salvi.

Appena Abraham ha notizie della moglie, le versa con un Western Union i due ultimi stipendi per pagare l’affitto a Tripoli e comprare un altro viaggio in barca. «Certo che avevo paura per il bambino. Ma era l’unica soluzione. In Libia, ogni giorno rischiava d’essere arrestata e mandata di nuovo a morire nel deserto. Tornare in aereo era impossibile: se si fosse presentata all’ambasciata eritrea, l’avrebbero arrestata immediatamente. Se dovevano morire, meglio che morissero in mare, piuttosto che in mezzo al deserto o in un carcere».

Tre mesi dopo, luglio 2006, la moglie e il bambino sbarcano a Lampedusa. Abraham li aspetta da un anno.

Niente di speciale. La loro è una storia come tante; basterebbe chiedere a uno dei 19.099 uomini, delle 1.037 donne o dei 1.264 bambini sbarcati in Sicilia nel 2006. Ognuno di loro ricorda un inferno. La traversata negli ultimi dieci anni è costata la vita ad almeno 2.216 persone. Ma tutto questo il piccolo Daniel non lo sa. Nella sua affollata cameretta con vista sull’autostrada romana gioca a far scontrare due macchinette colorate, mentre Anna mi offre un tè in un bicchiere di plastica. Qui non c’è il deserto, né le sbarre di una galera, divise che strillano e voci che piangono in camerate di gente ammucchiata, e non ci sono nemmeno le onde del mare la notte o il rumore assordante del motore per ore e ore. A due anni Daniel è già un piccolo ometto, e presto saprà abituarsi anche alla normalità.

Il 27 agosto 2004 un aereo venne dirottato dai deportati eritrei a Khartoum, in Sudan. Lì, 60 dei 75 passeggeri vennero riconosciuti rifugiati politici dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. In patria avrebbero fatto la fine dei 223 deportati da Malta tra settembre e ottobre del 2002. Tornati in Eritrea, furono detenuti e torturati. Lo hanno testimoniato ad Amnesty International i pochi riusciti a evadere, che oggi sono rifugiati politici nel Nord America e nei Paesi scandinavi. Trattenuti prima nella prigione di Adi Abeito e poi, in seguito a un tentativo di fuga, nel carcere di massima sicurezza di Dahlak Kebir, molti di loro sono stati uccisi.

Anche questo spinge a buttarsi nel Mediterraneo, costi quel che costi. «Una volta in Libia non puoi più tornare indietro - dice Abraham, mentre rimette nel portafogli il permesso di soggiorno per motivi umanitari -. Restare a Tripoli è un inferno, ma la via del ritorno passa di nuovo da Kufrah e dal deserto. Se proprio devi morire, meglio continuare il viaggio».





Una generazione dispersa tra deserto e mare


Quella di Abraham è l’odissea comune a migliaia e migliaia di persone. Arrivano ogni estate, da anni, su vecchie barche e gommoni affidati alle correnti del mare. Occupano lo spazio di una breve notizia sulle pagine di cronaca dei quotidiani, e poi spariscono. Sono i clandestini, figli di una generazione tagliata fuori dal diritto alla mobilità oppure in fuga da guerre e persecuzioni, attraverso viaggi che sono vere e proprie odissee. Il mare è soltanto l’ultimo degli ostacoli. Prima c’è da attraversare il deserto. Le piste transahariane sono disseminate degli scheletri dei clandestini.

Il Sahara è un passaggio obbligato. E più pericoloso del mare. Il grande deserto separa l’Africa occidentale e il Corno d’Africa dai Paesi del Mediterraneo, da dove è facile imbarcarsi clandestinamente per l’Italia e la Spagna. Si attraversa su camion e fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato, Libia e Algeria dall’altro.

Una ricerca firmata Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.com), basata sulle notizie documentate dalla stampa internazionale, parla di almeno 1.069 morti sotto il sole del deserto del Sahara dal ’96 al 2006. E chi scampa alle settimane di viaggio tra le dune deve solo sperare di non essere arrestato a Tripoli dalla polizia del colonnello Muammar al-Qaddafi, ultimo gendarme del cortile europeo, alle soglie di un mare, il Mediterraneo, che ormai è diventato una fossa comune.

Nella più totale indifferenza internazionale, dal 1988 ad oggi, dice Fortress Europe, almeno 9.229 persone hanno perso la vita sulle rotte dell’immigrazione clandestina.

Soltanto il canale di Sicilia ha inghiottito almeno 2.216 persone.
Ultima modifica Venerdì 18 Gennaio 2008 18:53

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