Martedì, 22 Agosto 2017
Venerdì 14 Marzo 2008 19:39

Stop alla «rivoluzione bolivariana»: Chávez accusa il colpo

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Stop alla «rivoluzione bolivariana»: Chávez accusa il colpo

di Alessandro Armato
da Mondo e Missione – gennaio 2008

«Non ci siamo riusciti, per ora». Ha ammesso la sconfitta il presidente venezuelano Hugo Chávez, all'indomani del referendum che doveva trasformare il Venezuela in una repubblica socialista. Anche se per stretto margine (poco più del 50 per cento), il 2 dicembre la maggioranza dei venezuelani ha detto no alla proposta di riforma di 69 dei 350 articoli della Costituzione del 1999. Per il momento, quindi, niente rielezione indefinita del presidente, niente ridefinizione della proprietà privata, niente divieto di privatizzare le aziende statali, niente riforma della Banca centrale, niente riduzione della giornata lavorativa da otto a sei ore, niente copertura sociale per i lavoratori informali, niente ratifica della «solidarietà tra i popoli nella loro lotta per l'emancipazione», niente promozione della «Confederazione e Unione dell' America Latina e del Caribe», eccetera.

La rivoluzione bolivariana subisce una battuta d'arresto. È la prima volta in nove anni che il governo viene sconfitto. Ciò però non significa che Chavez getterà la spugna. TI presidente ammette di avere perso, ma solo «per ora».

Tempo e potere per ribaltare il risultato non gli mancano, visto che rimarrà in carica fino al 2012, gode di un parlamento al 100 per cento in camicia rossa, dispone di una ley ha

bilitante che gli concede poteri speciali e può contare su un prezzo del petrolio alle stelle. Un primo passo per capitalizzare la sconfitta Chávez lo ha già fatto, accettandola serenamente, mostrandosi il più democratico possibile agli occhi di un' opinione pubblica che iniziava a guardarlo con sospetto.

E l'opposizione, comunque, ad uscire rafforzata. Un'opposizione che ha trovato nel movimento studentesco nuova linfa vitale. Cresciuto all'ombra delle istituzioni educative più prestigiose, tradizionalmente frequentate dalle classi sociali medio-alte («riccaccioni» e «figli di papà», nel colorito linguaggio di Chávez), gli studenti antichavisti si sono imposti all'attenzione pubblica quando sono scesi in piazza per protestare contro il mancato rinnovo della concessione al canale televisivo Rctv. Uno dei suoi leader è Yon Goicoechea, studente di diritto all'Universidad Catolica Andrés Bello, ateneo gesuita.

La Chiesa ha pesato nella sconfitta del «sì». Le alte gerarchie – che Chávez ha minacciato di incarcerare, definendole «il demonio» - sono state sostanzialmente compatte nel rifiutare la proposta di riforma costituzionale. Ma anche settori della Chiesa tradizionalmente non del tutto osti li al chavismo, come i gesuiti del Centro Gumilla e della rivista Sic, sono stati molto critici. Solo una base di «preti chavisti» l'ha sostenuta apertamente e acriticamente.

Adesso si intravedono due possibili scenari: l'inizio di un processo di dialogo e riconciliazione, che potrebbe sfociare in una collaborazione tra chavisti e oppositori nella trasformazione del Paese; oppure un radicaIizzarsi delle posizioni. Chávez potrebbe tentare di imporre ugualmente molte delle riforme costituzionali, utilizzando i poteri speciali che gli concede la ley habilitante. E non è escluso che l'opposizione, rinvigorita dal referendum, possa premere perché Chávez abbandoni il potere prima del tempo.

Il risultato del referendum apre nuovi scenari anche sul piano politico continentale. In particolare sorgono una serie di interrogativi sul futuro dei processi costituenti in corso in Bolivia ed Ecuador, due Paesi allineati politicamente con Chávez.

Negli ultimi vent'anni - sia detto di passaggio - convocare assemblee costituenti è diventata una moda in America Latina. Nel 1984 è accaduto in Nicaragua, dopo la vittoria elettorale dei sandinisti; nel 1991 in Colombia, per suggellare la pace con la guerriglia dell'M19, nel 1992 in Perù, con Fujimori; nel 1994 in Argentina, con Menem; nel 1997 in Ecuador, dopo la rinuncia di Abdahi Bucaran; nel 1999 in Venezuela, in seguito all'arrivo al potere di Hugo Chávez. I casi della Bolivia, nel 2006, dopo l'arrivo al potere di Evo Morales, e nel 2007 dell'Ecuador, dopo l'elezione di Rafael Correa, sono soltanto gli ultimi di una lunga lista.

In Ecuador, Alianza Pais, il movimento politico del presidente Correa, ha la maggioranza assoluta nell' Assemblea costituente e può cambiare radicalmente il modo di governare il Paese. I lavori della nuova Assemblea sono iniziati lo scorso 29 novembre nella città di Montecristi. I deputati hanno 180 giorni di tempo, con una proroga massima di 60, per redigere una bozza di Costituzione che dovrà poi essere sottoposta a referendum nel 2008 (cfr.M.M., dicembre 2005, pp. 70-73; M.M., agosto-settembre 2007, pp. 65-67).

Come annunciato, dato che Alianza Pais non ha rappresentanti in parlamento, la prima mossa dell' Assemblea costituente è stata quella di sospendere l'attività del parlamento unicamerale, definito «corrotto e incompetente», le cui funzioni sono state assunte dall'Assemblea stessa. Il passo successivo dovrebbe essere aumentare il controllo dello Stato sull'economia. Correa concepisce le sue proposte come un modo per restituire potere al popolo - quella che lui chiama revolución ciudadana -, mentre l'opposizione vede in tutto questo un disegno del presidente per concentrare ulteriore potere nelle sue mani.

Più complicata e drammatica, invece, appare la situazione boliviana. Il presidente Morales voleva un'Assemblea costituente che «rifondasse» il Paese. Ma l'anelito al cambiamento, duramente contrastato da un'opposizione razzista e separatista, ha portato la Bolivia sull'orlo di una guerra civile.

L'Assemblea costituente boliviana, dopo mesi di paralisi dovuta alla disputa tra Sucre e La Paz su quale città dovesse essere la capitale, lo scorso 24 novembre ha approvato «in grande» - solo con la lettura dell' indice - la nuova Carta magna, in una sessione in cui l'opposizione non si è presentata. I membri della Costituente hanno lavorato asserragliati dentro il liceo militare di Sucre, mentre fuori echeggiavano vibranti proteste che hanno causato quattro morti e centinaia di feriti.

L'opposizione ritiene il testo illegale e ha iniziato la «resistenza civile». «Un' Assemblea costituente in una caserma e senza la presenza dell'opposizione non sarà mai accettata dal popolo», ha avvertito Branco Marinkovic, presidente del Comitato civico di Santa Cruz, la capitale dell'opposizione. Restano comunque da approvare i singoli articoli della nuova Costituzione, che contempla una riforma della terra e la nazionalizzazione delle risorse naturali. Perché il testo venga approvato, servono i due terzi dell'Assemblea costituente. MoraIes non li ha ed è obbligato cercare accordi con l'opposizione. Ma cosa accadrà se l'opposizione si rifiuta di dialogare?

Ultima modifica Domenica 13 Aprile 2008 18:08

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