Martedì, 22 Agosto 2017
Lunedì 02 Giugno 2008 18:27

Il ritorno al nucleare? Costerebbe 50 miliardi di euro

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Il ritorno al nucleare?
Costerebbe 50 miliardi di euro

di Luca Zanfei

da www.vita.it

 

Proprio nel giorno in cui il premier Berisha mette a disposizione il territorio albanese per la costruzione delle centrali nucleari italiane, Legambiente, WWf e Greenpeacebocciano senza appello la nuova deriva nuclearista del ministro Scajola.

Il problema non è solo ideologico. Il ritorno all'atomo costa troppo e non riduce la bolletta
energetica. In più blocca lo sviluppo delle fonti alternative, senza assicurare una riduzione delle emissioni globali di CO2.

Secondo il dossier (scaricabile qui) presentato a Roma dalle tre associazioni ambientaliste, riaccendere i reattori costerebbe tra i 30 e i 50 miliardi di euro, tra istallazioni di centrali e
costruzione da zero dell'intera filiera. All'incirca due finanziarie che
verrebbero sostenute quasi esclusivamente con soldi pubblici; “per un sistema
che andrebbe a regime, facendo effettivamente risparmiare, solo tra trent'anni
cioè circa sette anni dopo la normale durata di un reattore nucleare”, spiega Giuseppe
Onufrio
, direttore delle campagne Greenpeace. Non basta. Gli
investimenti statali nel settore toglierebbero risorse alle altre fonti
rinnovabili, con tanti saluti agli accordi comunitari e alle dinamiche di
libero mercato.

Secondo le stime dell'Agenzia
internazionale dell'energia, infatti, dal 1992 al 2005 nei paesi Ocse il
nucleare da fissione ha usufruito del 46% degli investimenti per ricerca,
mentre alle rinnovabili è stato destinato solo l'11%. In più, nei paesi come
gli Stati Uniti e Finlandia il rilancio del settore sarà possibile grazie a
cospicui investimenti pubblici. “Nonostante questo, il consorzio finlandese che
sta sperimentando il nucleare di quarta generazione, è attualmente in forte
perdita”, aggiunge Onufrio. Così persino l'Aiea – l'Agenzia
internazionale per l'energia atomica – nel suo rapporto ”Energy, electricity, and nuclear power estimates for the period up to 2030” ha previsto per i
prossimi anni una riduzione del peso dell'atomo nella produzione elettrica
mondiale, dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030.

Ma allora
perché il governo insiste sul ritorno all'uranio? Per il direttore del Wwf,
Michele Candotti si tratta semplicemente di una provocazione che “in
realtà ha altre mire – spiega – L'idea di fondo è quella di dare libero spazio
agli investimenti sul nucleare all'estero e dall'estero, ma soprattutto avere
un forte potere negoziale sul futuro del carbone in un eventuale piano
energetico nazionale”. Una teoria che si spiega guardando all'attuale contesto
italiano, “ad oggi, per pensare seriamente al nucleare, ci vorrebbero un
sistema decisionale forte e centralizzato e una gestione efficiente del
territorio – continua Candotti – ma mi sembra che l'Italia sia ancora lontana
da queste condizioni”. Ancora più duro Vittorio Cogliati Dezza,
presidente nazionale Legambiente. “Il piano del governo ha come semplice
obiettivo quello di permettere all'Enel di entrare massicciamente nel mercato
mondiale – accusa – Non c'è un vero programma perché oggi è impossibile da
realizzare”. Così le tre associazioni continuano a promuovere un sistema
diverso “Dobbiamo puntare su una produzione distribuita attraverso un mix
flessibile di fotovoltaico, solare ed eolico – conclude Dezza – Ma non si può
prescindere da una seria politica di efficienza energetica”.

Ultima modifica Martedì 17 Giugno 2008 16:24

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