Venerdì, 18 Agosto 2017
Sabato 18 Dicembre 2010 18:34

Le università popolari del doposviluppo

Valuta questo articolo
(1 Vota)

di  Serge Latouche*
da Carta

Pubblichiamo un articolo tratto da «Roma acqua e sapone» [ed. Intra Moenia], inchiesta/censimento con mille schede dedicate a organizzazioni sociali [curata da Annarita Sacco in collaborazione con Carta]. Gas, librerie indipendenti, botteghe del mondo, centri sociali, associazionismo antirazzista e ciclofficine, finanza etica e biblioteche, cooperative sociali e aziende del bio... Uno sguardo su Roma a testa in giù

Chi vive in questo momento storico ha il privilegio di assistere al crollo della civiltà occidentale. Un fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell’Impero romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di settecento anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compierà in meno di trenta.
Dal momento che un cambiamento radicale, di fronte a quel crollo e alle sue conseguenze, è una necessità assoluta, la scelta di una società della «decrescita» rappresenta una sfida che vale la pena di cogliere per evitare una brutale e drammatica catastrofe. Decrescita è uno slogan che raccoglie gruppi e individui che maturano una critica profonda dello sviluppo e sono interessati a individuare gli elementi di un progetto alternativo per una politica del doposviluppo. Il progetto della società della decrescita ha cominciato a essere formulato negli anni settanta (anche se il termine decrescita è stato introdotto solo di recente all’interno del dibattito economico, politico e sociale), da teorici come Ivan Illich, André Gorz, François Partant e Cornelius Castoriadis. Le sue radici si perdono nel primo socialismo e nella tradizione anarchica rinnovata dal situazionismo.
L’utopia della decrescita è un progetto articolabile sul circolo virtuoso delle cosiddette otto «R», otto parole d’ordine: rivalutare (prima di tutto la sobrietà), ridefinire (la scarsità e l’abbondanza, il pubblico e il privato, le idee e le pratiche educative), ristrutturare (il sistema produttivo, costruendo cose più utili e non nocive), ridistribuire (l’Occidente rappresenta il 20 per cento della popolazione mondiale ma consuma l’86 per cento delle risorse naturali, occorre dunque ridistribuire la terra, il lavoro, il reddito di cittadinanza…), rilocalizzare (la produzione e quindi i trasporti, ma per farlo occorre prima di tutto pensare globalmente e agire localmente), ridurre (la nostra «impronta ecologica», gli orari di lavoro, gli sprechi, i consumi di energia), riutilizzare (per risparmiare risorse naturali e creare posti di lavoro), riciclare (ciò che non è possibile riutilizzare). Se condividiamo l’intuizione di Cornelius Castoriadis, secondo il quale la «rivoluzione è volontà deliberata di trasformazione della società, è partecipazione», allora, il progetto di società della decrescita e delle otto «R» è realmente rivoluzionario.
La decrescita, dunque, è una sfida globale, ma il posto dove possiamo agire fin da ora è il locale. Questo implica due aspetti: inventare la democrazia ecologica locale, cioè organizzare la città in entità spaziali nelle quali le persone si sentono legate da un sentimento di appartenenza (un villaggio, una città, una provincia, una regione), e ritrovare l’autonomia economica locale (le otto «R»), che non significa certo autarchia.
Quando si parla di localismo scatta sempre il timore che il locale sia un luogo chiuso, arretrato che favorisce una forma di idealismo dell’identità. Ma con internet e la tv viviamo in un villaggio globale, l’identità come era intesa un tempo non esiste più. Oggi abbiamo perfino la possibilità di scegliere l’«identità»: io ad esempio sono bretone, ma al tempo stesso francese, italiano d’adozione, un po’ africano, cittadino del mondo. I bretoni per altro sono probabilmente celtici, ma la mia cultura è più latina, mediterranea. Abbiamo tutti delle identità plurali e mai definitive. Per questo bisogna pensare alla sostituzione del sogno «universalistico», con un «pluriversalismo», come lo chiama il filosofo indiano Raimon Pannikkar, necessariamente relativo.

Nella prospettiva del «pluriversalismo», la realizzazione di iniziative locali democratiche è un’ipotesi più realistica di quella di una democrazia mondiale. Se è escluso che non si possa rovesciare frontalmente la dominazione del capitale delle potenze economiche, resta infatti la possibilità di scegliere la dissidenza. È, ad esempio, la strategia adottata dagli zapatisti e dal subcomandante Marcos: la riconquista o la reinvenzione dei commons e l’autorganizzazione della bioregione del Chiapas, secondo l’analisi di Gustavo Esteva, rappresentano un possibile esempio di strategia locale dissidente.
Anche in molte città europee si assiste al fiorire di una miriade di reti e organizzazioni dissidenti, a cominciare dalle associazioni senza scopo di luco, o almeno non esclusivamente a scopo di lucro: imprese cooperative in autogestione, comunità neorurali, Lets (Local exchange trading system), Sel (Système d’éxchange local), banche del tempo, Gruppi di acquisto solidale (Gas), comitati di quartiere, banche etiche, movimenti per il commercio equo e solidale… Si tratta di università popolari che mirano a questo obiettivo: armarsi per resistere e decolonizzare l’immaginario. Fanno parte di quella che il filosofo e pedagogista statunitense, John Dewey, definisce democrazia creativa.
Insomma la situazione attuale, nonostante tutto, può essere l’occasione per la fioritura di tante iniziative «decrescenti» e solidali, come quelle della città di Roma segnalate in questa guida: Gas, sistemi di scambio locali, organizzazioni che favoriscono il riciclo e l’autoproduzione, associazioni culturali, ecc.
Istituzionalizzare invece i programmi di decrescita attraverso l’esistenza di un partito politico, come suggeriscono alcuni, rischierebbe di farci cadere nella trappola della politica politicante, quella che comporta l’abbandono, da parte degli attori politici, della realtà sociale, e la chiusura nel gioco politico. La decrescita è invece un progetto politico nel senso forte del termine, quello della costruzione, nel Nord come nel Sud del mondo, di società conviviali autonome e sobrie. Ma il lavoro di auto-trasformazione in profondità della società e dei cittadini a noi sembra più importante delle scadenze elettorali. Del resto nel migliore dei casi, i governi non possono che frenare, rallentare, addolcire i processi sui quali non hanno più controllo, se vogliono andare controcorrente. Esiste una «cosmocrazia» mondiale che, senza decisioni esplicite, svuota la politica della sua sostanza e impone le «sue» volontà. Tutti i governi sono, volenti o no, i «funzionari» del capitale. E i politici, anche dell’opposizione, non possono sfuggire alle trappole della politica-spettacolo.

Ovunque gli obiettori della crescita oppongono al terrorismo della cosmocrazia e dell’oligarchia politica ed economica dei mezzi pacifici: nonviolenza, disobbedienza civile, boicottaggio e, naturalmente, le armi della critica. La grande sfida del movimento del commercio equo e solidale, ad esempio, è mirare alla propria distruzione, nel senso che dovrebbe contribuire prima di tutto alla ricostruzione delle socialità distrutte del Sud del mondo e incoraggiare la riconversione delle colture speculative destinate al commercio mondiale in colture alimentari necessarie all’alimentazione delle popolazioni locali affamate. Allo stesso modo, dovrebbe incitare l’artigiano a rispondere ai bisogni di clientela del vicinato piuttosto che esportare paccottiglia per occidentali presi dall’esotismo.
La fioritura di numerose iniziative più o meno «decrescenti» e solidali, di certo aiuta a rimettere in discussione il dominio dell’economia sul resto della vita, ma soprattutto nelle nostre teste. Ciò deve comportare un’aufhebung (rinuncia, abolizione e superamento) della proprietà privata dei mezzi di produzione e dell’accumulazione illimitata di capitale, ma anche a un abbandono dello sviluppo e dei suoi miti fondatori. Tuttavia questa trasformazione non passa per delle nazionalizzazioni né per una pianificazione centralizzata, ma appunto per azioni, magari contraddittorie, ma «decrescenti» e solidali.
Marcel Mauss, anni fa, vedeva nelle esperienze alternative o dissidenti di cooperative, mutue e sindacati, i laboratori pedagogici per costruire «l’uomo nuovo» richiesto dall’altro mondo possibile. La gamma si è oggi allargata, come dimostra e racconta questo libro/guida. D’altronde il tempo libero, la salute, l’educazione, l’ambiente, la casa, i servizi alla persona si gestiscono a livello microterritoriale. Questa gestione del quotidiano dà luogo sempre più spesso, da parte di una frazione della popolazione esclusa, contestataria o solidale, a iniziative di cittadinanza che favoriscono un controllo del vissuto. In Europa, ma anche negli Stati uniti, in Canada e in Australia si assiste a fenomeni nuovi: la nascita di quelli che sono stati definiti neoagricoltori e neoartigiani. Come indicato da Andrè Gorz, oggi è davvero necessaria «una politica del tempo che inglobi l’organizzazione del quadro di vita, la politica culturale, la formazione e l’educazione, e rifondi i servizi sociali e le strutture collettive in modo da dare maggiore spazio alle attività autogestite, all’aiuto reciproco, di cooperazione e di autoproduzione volontarie». Ecco, le organizzazioni sociali («decrescenti» e solidali) intercettate da questa interessante guida alludono sempre di più all’autogestione e alla cooperazione nella società civile.

Filosofo ed economista, docente all’università di Paris XI. Autore, tra l’altro, de «Il pianeta dei naufraghi» (1993), «La megamacchina» (1995) per Bollati Boringhieri, «La fine del sogno occidentale» (Elèuthera 2002), «La scommessa della decrescita» (Feltrinelli 2006).

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito