Martedì, 22 Agosto 2017
Venerdì 14 Gennaio 2011 19:42

Armi contro la crisi

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di Giorgo Beretta
da Missione Oggi

Siamo il secondo Paese esportatore mondiale di armi. Lo certifica una fonte autorevole e nonpartisan: il Rapporto al Congresso degli Stati Uniti d'America predisposto annualmente dal "Congressional Research Service", l'ufficio studi della "Library of Congress", la Biblioteca del Congresso americana.

Il rapporto redatto da Richard F. Grimmett dal titolo Conventional Arms Transfers to Developing Nations 2001-2008 è stato consegnato al Congresso il 4 settembre scorso e come ogni anno fornisce ai parlamentari degli Stati Uniti i "dati ufficiali e non secretati" sul commercio internazionale di armamenti convenzionali dedicando una particolare attenzione ai trasferimenti verso i Paesi in via di Sviluppo (PvS).

Dal rapporto apprendiamo che l'Italia nel 2008 è stata il secondo paese al mondo per "contratti" (agreements) relativi ad esportazioni internazionali di armi. Un portafoglio d'ordini del valore di quasi 3,7 miliardi di dollari che piazzano il "Bel Paese" dietro gli Stati Uniti (37,8 miliardi di dollari) ma davanti ai più blasonati produttori mondiali di armi come la Russia (3,5 miliardi di dollari di contratti ufficiali nel 2008), la Francia (2,6 miliardi) e la Germania (l miliardo). Un trend in forte ascesa quello italiano, se si pensa che nel 2002 i contratti per esportazioni di armi del nostro paese occupavano il 2,4% dello share mondiale mentre nel 2008 raggiungono quota 6,7%.

Esportazioni di armi nel mondo, Il trend dell’Italia
Questa crescita differenzia l'Italia dagli altri principali produttori mondiali i quali - anche a causa della crisi economico-finanziaria internazionale che ha portato nel 2008 ad una riduzione del 7,6% del commercio mondiale di armamenti (55,2 miliardi di dollari) - vedono un forte calo di affari nel settore.

Se infatti gli Stati Uniti negli anni dell' amministrazione Bush (2001-2008) hanno incrementato le esportazioni con contratti che sono passati dai 13,9 miliardi di dollari del 2001 (il 36,1 % del totale mondiale) ai 37,8 miliardi di dollari (il 68,5%) del 2008, nell'ultimo anno la Russia ha invece visto crollare le proprie commesse dagli 10,8 miliardi dollari del 2007 (il 18% della quota mondiale) a 3,5 miliardi (il 6,3%): un calo significativo, quello di Mosca, che solo nel 2006 aveva siglato contratti militari - soprattutto con Cina e India - per oltre 15,5 miliardi di dollari.

Se la Francia l'anno scorso ha mostrato una certa ripresa (2,6 miliardi di dollari rispetto ai poco più di 2 miliardi del 2007) è però ancora ben lontana dagli oltre 8 miliardi di commesse del 2005. Per non parlare del Regno Unito che, dopo l'impennata del 2007 (oltre 10 miliardi di dollari), l'anno scorso ha ricevuto ordinativi per soli 200 milioni di dollari che rappresentano meno di un decimo della media delle commesse militari britanniche del triennio 2004-6, o della stessa Germania che non solo nell'ultimo anno presenta una riduzione di oltre un terzo dei propri contratti militari, ma che rispetto alla media del triennio 2004-6 li vede oggi più che dimezzati.

In breve, tra i paesi occidentali che offrono cifre attendibili riguardo alle proprie esportazioni di armi, l'Italia si distingue per un deciso e costante incremento. Così, mentre nel periodo 2001-4 con poco più di 3,2 miliardi di dollari di commesse, l'Italia occupava il decimo posto nel mondo, nel recente quadriennio 2005-8 il nostro paese, con oltre 7,8 miliardi di dollari (in valori costanti), balza al quinto posto della graduatoria internazionale dei paesi forni tori di armamenti.

La relazione della presidenza del consiglio sull’export di armi
Anche la Relazione, annuale della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di armi italiane - consegnata al parlamento lo scorso aprile - ci aveva già edotti in materia. Da essa si apprendeva che il nostro business delle armi va a gonfie vele: nel 2008 le autorizzazioni all'esportazione hanno superato i 3 miliardi di euro con un incremento del 29% rispetto al 2007 mentre le consegne effettuate hanno raggiunto gli 1,8 miliardi di euro (più 39% rispetto al 2007). Cifre a cui vanno aggiunti i quasi 2,7 miliardi di euro di autorizzazioni relative a Programmi Intergovernativi.

La Turchia con oltre 1 miliardo di euro si aggiudica da sola quasi il 36% delle commesse italiane di armamenti. La nazione medio orientale,nella quale - secondo il rapporto 2008 di Amnesty International - "sono aumentate le segnalazioni di tortura e altri maltrattamenti", registra un "eccessivo impiego della forza da parte delle Forze dell'ordine" e dove il governo ha usato "le disposizioni di legge anti-terrorismo anche per ridurre la libertà di espressione", si è vista concessa tra l'altro l'autorizzazione a ricevere-come ha annunciato lo stesso ministro della difesa turco - "elicotteri da combattimento" adibiti a "ricognizione tattica e attacco bellico".

La "competitività" italiana si afferma anche in altri Paesi del Sud del mondo: al secondo posto compare il Regno Unito (254 milioni di euro), al terzo posto spicca l'India che con quasi 173 milioni di euro costituisce il 5,7% dell' export italiano di armi. Forse un tentativo di pareggiare la maxicommessa da oltre 470 milioni di euro dello scorso anno al rivale Pakistan. Tra i primi dieci acquirenti internazionali figurano altri due paesi di sicuro interesse strategico e commerciale: la Libia (ordinativi per oltre 93 milioni di euro) e l'Algeria (una commessa di oltre 77,5 milioni di euro). Tra i paesi del Sud del mondo con i quali l'Italia fa affari di sicuro "interesse nazionale" non vanno dimenticati la Nigeria (autorizzazioni per quasi 58,9 milioni di euro) l'Oman (57,1 milioni), il Brasile (43,4 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (39.3 milioni), il Venezuela (35,8 milioni), il Kuwait (30,1 milioni), il già menzionato Pakistan (29,8 milioni), l'Arabia Saudita (22,6 milioni), l'Egitto (16,9 milioni), la Malaysia (7,4 milioni), l'Indonesia (3,8 milioni), il Cile (1,9 milioni) e Israele (1.9 milioni). Insomma un bel giro nel Sud del mondo, tra paesi indebitati, zone di conflitto e di forte tensione.

Banche sempre più amate, Il Governo tace
Ma le preoccupazioni non si fermano qui. Dalla Relazione della Presidenza del Consiglio è sparito per il secondo anno consecutivo l'elenco dettagliato delle operazioni bancarie. Se è stata mantenuta la tabella con gli importi generali delle autorizzazioni rilasciate alle banche, dalla sezione di competenza del ministro dell' economia da due anni è invece scomparso il lungo elenco di "Riepilogo in dettaglio suddiviso per Istituti di Credito". Una mancanza di non poco conto che - come hanno prontamente segnalato i direttori delle tre riviste promotrici della Campagna di pressione alle "banche armate" (Nigrizia, Mosaico di pace e Missione Oggi) - "di fatto, sottrae al controllo parlamentare e della società civile informazioni di decisiva rilevanza circa l'operato in materia degli istituti di credito". Già lo scorso anno i direttori delle tre riviste avevano inviato alla Presidenza del Consiglio e a tutti gli uffici competenti una richiesta formale affinché l'elenco fosse reintradotto. Nessuna risposta. La Presidenza del Consiglio afferma però di volersi impegnare a "incrementare ulteriormente la trasparenza sulle attività fornendo, ove necessario, eventuali approfondimenti su temi di particolare interesse". Le premesse non fanno certo ben sperare. Anzi, diciamolo chiaro, ci preoccupano molto.

Ultima modifica Venerdì 21 Gennaio 2011 12:16

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