Martedì, 12 Dicembre 2017
Mercoledì 02 Marzo 2011 12:16

Sud Sudan verso l'indipendenza?

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di Sabrina Magnani
Settimana n. 3 anno 2011

Dal 9 al 15 gennaio si è svolto nella regione meridionale del Sudan, il più grande stato africano, il referendum che dovrebbe portare alla sua autonomia. I rischi di un nuovo conflitto.

 

"Nuovo Sudan" o "Repubblica del Nilo": così si potrebbe chiamare il 193° stato dell'Onu e il 57° stato africano se dovessero vincere - come è nelle previsioni - i fautori della piena autonomia del Sud Sudan, la regione meridionale del più grande stato africano chiamato a esprimersi in un referendum che è l'ultimo passo di quegli accordi di pace sanciti nel 2005 a conclusione di una sanguinosa guerra civile ventennale che ha visto contrapposto il Nord arabo e musulmano e il Sud africano, cristiano e animista.

I risultati si sapranno soltanto all'inizio di febbraio, ma l'evento è già entrato nella storia del Sudan, se non altro per l'altissimo coinvolgimento della popolazione - hanno votato oltre l'80% dei circa 4 milioni di sud sudanesi iscritti alle liste elettorali, compresi sud sudanesi in esilio - che, per la seconda volta in pochi mesi, è stata chiamata a esprimere il proprio volere, dopo le elezioni politiche dello scorso aprile, altro passo importante pure previsto negli accordi di pace, che ha visto vincere con il 92% il presidente della regione Salva Kiir, l'erede politico e successore di John Garang, il vero eroe della ribellione sud sudanese morto sei anni fa dopo aver lottato una vita per l'indipendenza.

Gioia ed esultanza della popolazione hanno accompagnato i giorni della votazione, vissuta come la prima e forse unica opportunità per dare una svolta a una storia segnata, finora, soltanto da guerre e da povertà estrema. Il Sud Sudan, infatti, otto milioni circa di abitanti su una superficie che è un terzo dell'intero Sudan, è stato terreno di due terribili conflitti scoppiati all'indomani della proclamazione dell'indipendenza di uno stato unico, il Sudan, sotto le élites arabe musulmane di Khartoum. Tale, infatti, fu la scelta del dominio coloniale britannico che, pur consapevole delle profonde differenze tra l'area settentrionale e quella meridionale del paese, così aveva stabilito secondo il criterio valso per tutti i domini coloniali: lasciare il potere alle forze locali che avevano dimostrato di avere maggiore controllo del territorio, anche se ottenuto con l'uso della forza.

Una situazione economicamente devastata

Una decisione del tutto fallimentare, come mostrò lo scoppio del primo conflitto civile pochissimo tempo dopo l'indipendenza. Un conflitto, per altro, che, una volta terminato, non fu definitivamente risolto e che fu seguito, nel 1983, da un secondo conflitto, conclusosi solo nel 2005, che ha fatto registrare un numero altissimo di vittime, 2,2 milioni per lo più tra la popolazione civile. L'accordo del 2005 prevedeva la concessione di un'ampia autonomia al Sud Sudan, in un contesto federativo, l'impegno reciproco di sviluppare la cooperazione Nord-Sud, una divisione equa delle risorse sudanesi e un referendum per decidere dell'eventuale indipendenza.

Se otterrà l'indipendenza, il Sud Sudan l'avrà conquistata con un altissimo prezzo, che rischia di minare anche il futuro della nascente nazione. Venti anni e più di conflitto civile, che ha segnato un'intera generazione, ha lasciato una situazione sociale tragica: l'85% della popolazione, pari a otto milioni e 300 mila persone, vive nella miseria, oltre 4 milioni dispongono di soli 73 centesimi di euro al giorno per vivere, 4,7 milioni di persone soffrono la fame, 1,5 milioni dipendono da aiuti esterni, mentre servirebbero 850 mila tonnellate di cibo per il fabbisogno alimentare.

Analizzata dal punto di vista sanitario, la situazione appare ancora più difficile, per la mancanza pressoché assoluta di strutture sanitarie - così come di quelle scolastiche e formative -, e per l'altissimo tasso di mortalità femminile per parto, 2.243 ogni centomila, pari a un incredibile 2%, e della mortalità infantile sotto i 5 anni, che si aggira intorno al 240 per mille. Un paese che è all'"anno zero" nell'ambito della sanità, dove meno del 10% dei bambini sotto i 5 anni è vaccinato, la malnutrizione colpisce un terzo dei bambini, e la percentuale di malati di tubercolosi è tra le più alte del mondo, stimata in 325 per 100 mila.

È una situazione che colloca il nuovo stato, se così sarà stabilito dalla popolazione, tra i più poveri al mondo e che rende la strada per lo sviluppo molto ardua, anche se non mancheranno attori interessati, pronti a sostenerlo economicamente, come gli Stati Uniti, in chiave antiislamica, il Kenya, il paese africano più forte dell'area sotto la cui influenza inevitabilmente si collocherà, e la Cina.

Il petrolio e le risorse al centro dell'interesse geopolitico

Proprio il grande paese asiatico, da un quindicennio il protagonista più attivo nello scenario africano per l'accaparramento delle risorse e il loro utilizzo in condivisione con i paesi africani, ha già firmato un accordo con il governo di Salva Kiir in cui, nel caso di proclamata indipendenza, in cambio di una parte dell'estrazione del greggio, costruirà infrastrutture ora quasi del tutto inesistenti. Un incredibile paradosso, dal momento che proprio il gigante asiatico è tra i responsabili, anche se indiretto, del mancato sviluppo del Sud Sudan e della sua distruzione avendo fin dal 1995 sostenuto il governo di Al Bashir, e dunque anche la guerra contro quelle popolazione - comprovata è la vendita di armi per il conflitto nel Sud -, mentre la comunità internazionale isolava il governo di Khartoum per aver ospitato gruppi radicali legati ad Al Qaeda.

Nel 1999 la sentenza della Corte penale internazionale contro Al Bashir, dichiarato responsabile di crimini contro l'umanità per il genocidio avallato nella regione orientale del Darfur, non è servita per spezzare questa alleanza resa salda unicamente dall'oro nero, dal momento che la Cina vale il 58% delle esportazioni petrolifere di Khartoum. E se lo scenario oggi appare ribaltato, è solo per la necessità cinese di non perdere un ruolo di primaria importanza nell'importazione del greggio sudanese: come disse uno dei rappresentanti della delegazione cinese in visita a Juba, futura capitale del paese, in occasione delle elezioni presidenziali dello scorso aprile: «Occorre trasformare i nemici in amici».

Il petrolio, che costituisce il 90% della ricchezza del paese, continuerà ad essere una delle principali fonti di controversia. È stato calcolato che il petrolio costituisce il 98% delle esportazioni del Sud e il 65% del Nord, il che significa che, dall'autonomia, il Sud avrebbe tutto da guadagnarci e il Nord tutto da rimetterci. Ma, come pare destino per questa terra incuneata tra il Maghreb e l'Africa centrale, la situazione è resa complicata dal fatto che, per essere esportato, il petrolio necessita di oleodotti verso l'unico porto sul mare, Port Sudan, in territorio del Nord.

Nonostante la sua importanza per l'economia della regione, l'oro nero non è l'unico motivo di contrasto. Molto importante è la questione agricola: le terre del Sud Sudan, infatti, sono molto fertili, al punto che, se ben sfruttate, potrebbero produrre il cibo necessario per sfamare l'intero continente africano. Khartoum, al centro di un territorio brullo e povero di risorse agricole, anche per questo motivo ha ostacolato la secessione del Sud.

Ma forse, più ancora che il petrolio e la terra, è l'acqua ad essere la risorsa più contesa. Ad essere interessati non sono solo le diverse regioni del paese, ma tutti i paesi dell'area, coinvolti dal bacino del Nilo, dall'Egitto che, in base ad un accordo del 1929 ha diritto a un afflusso pari a 55 miliardi di metri cubi di acqua, all'Etiopia, all'Uganda, alla Tanzania, al Ruanda e al Kenya, che si trovano a monte del Nilo e che vorrebbero rivedere tali accordi. Uganda ed Etiopia hanno già iniziato a costruire impiegati idroelettrici sul Nilo Bianco e sul Nilo Azzurro, per garantirsi il fabbisogno energetico. Il Sud Sudan si è posto a fianco di questi paesi perché gli impianti fanno parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione anche di altri impianti lungo altri affluenti del Nilo che interessano l'area del Sud Sudan. In caso di conflitto, dunque, l'Egitto sarebbe un potente alleato di Khartoum, contro il nuovo paese appoggiato da Uganda ed Etiopia. Le premesse per un conflitto regionale non mancano.

La voce dei vescovi vicini alla popolazione

Consapevoli della complessità del contesto e delle difficoltà in cui il nuovo stato potrà venire alla luce, ma anche delle giuste rivendicazioni della popolazione per una totale autonomia conquistata a carissimo prezzo, i vescovi del Sudan, hanno invitato gli elettori a recarsi alle urne perché da lì passa il futuro del paese, ribadendo «la necessità che il referendum si svolgesse in modo pacifico e trasparente e nei tempi stabiliti, promuovendo i valori di onestà, integrità, tolleranza e compassione per i deboli e i poveri».

In un documento elaborato al termine dell'assemblea plenaria di metà novembre, i vescovi hanno chiesto l'appoggio del Secam e dell'Amecea, l'Assemblea delle conferenze episcopali dell'Africa orientale e del Madagascar, di sostenere i diritti delle popolazioni del Sud Sudan e delle regioni di Abyei, dei Monti Nuba, del sud del Kordofan e del Nilo Blu, aree di confine contese dal Nord (per la regione di Abyei, a cavallo tra il Nord e il Sud, gli accordi di pace del 2005 prevedono uno specifico referendum, rinviato a data da destinarsi, per scegliere se stare con il Nord).

Nel documento, ricordando che gli accordi del 2005 chiedevano di superare i motivi del conflitto, i vescovi dichiarano che «l'unità nazionale non è stata resa attraente per le popolazioni del Sud Sudan, mentre le cause originarie del conflitto non sono state affrontate. Una unità che incatena e opprime, vieta ogni forma di opposizione, una unità che impone l'uniformità e condanna coloro che si differenziano per la fede e la cultura deve essere respinta».

Tuttavia, dividere il territorio non significa dividere la popolazione. È questo il concetto che in più occasioni hanno ribadito i vescovi, tra cui mons. Luduku, arcivescovo di Juba. «C'è un forte senso del dialogo tra le diverse tradizioni cristiane e con i musulmani, perché le famiglie del Sud sono multireligiose». Che il Sud Sudan debba rimanere multireligioso è dunque una priorità espressa sia dalla chiesa che dalle autorità amministrative provvisorie.

E c'è chi, come l'arcivescovo di Durban, il sudafricano card. Wilfrid Fox Napier, che nei giorni precedenti il referendum ha guidato una missione di osservazione delle chiese africane, ha più volte ribadito che «la vera sfida per il Sud Sudan indipendente è la cooperazione con Khartoum, in particolare una giusta condivisione delle risorse petrolifere».

Ultima modifica Lunedì 07 Marzo 2011 11:31

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