Martedì, 17 Ottobre 2017
Martedì 22 Marzo 2011 20:58

Non ci sto

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di Gianluca Carmosino
da Carta

La pace si costruisce con la pace. Non esitono scorciatoie. Coloro che, in questo ambito, pensano sia possibile distinguere i mezzi dai fini, si illudono o peggio sono complici. Non è vero che il principio della «riduzione del danno», così importante per altri casi, sia esportabile nella quotidianità di chi vuole liberare il mondo dall’uso della violenza e delle armi.

 

 

Qualunque sia la motivazione, dicono migliaia di persone in tutto il mondo – anche se i media non se ne accorgono – noi siamo contro la violenza e chiediamo di contrastare la disumanità con l’umanità. Per questo siamo contro ogni guerra, anche quella che sembra difendere cittadini vittime di un tiranno, non considerato tale dai governi di destra e di centrosinistra degli ultimi anni, come il colonnello Gheddafi.

Lo siamo, spiegano, per almeno tre motivi: il primo è tattico, i movimenti nonviolenti – di cui non si sono mai occupati i grandi testi di storia, perché i senza potere non scrivono libri – quando sono bene organizzati sono più efficaci. Nella «storia» esistono centinaia di esperienze di difesa non armata e di resistenza nonviolenta che hanno ottenuto risultati straordinari: il 25 Aprile che tra poco ricorderemo, ad esempio, è stato anche il 25 Aprile di tantissimi che hanno messo in salvo migliaia di ebrei senza l’uso delle armi. Andiamo nelle scuole e cominciamo a fare ricerche: solo per citare alcuni casi, poco noti, dimenticati o sottovalutati, scopriremo la resistenza disarmata contro l’occupazione tedesca in Danimarca, la rivolta popolare contro il dittatore delle Filippine Ferdinando Marcos dei primi anni Ottanta, per non parlare di quello che è accaduto soltanto qualche settimana fa in Tunisia e in Egitto, grazie a movimenti diffusissimi e privi di armi. Ma anche le centinaia di campagne messe in piedi sempre più spesso dai movimenti di consumo critico, altro non sono che ribellioni nonviolente, in grado [certo non sempre], di mettere in discussione scelte di imprese multinazionali, il braccio moderno del potere che oggi come ieri ama la guerra. La pace, del resto, è anche ribellione. Non usare la violenza contro altri uomini e donne non vuol dire non fare nulla. Ribellione è anche disarmo, smilitarizzazione, azioni dirette, le uniche “armi” che consentono una gestione civile dei conflitti.

Il secondo motivo per essere contro la guerra è pensare senza timidezze che sia possibile vivere in una società nella quale prevale, per dirla in una parola, la fraternità, la sorella povera del motto trinitario della Rivoluzione francese, «quella che apre la via all’uguaglianza e alla libertà» [Raùl Zibechi, Genealogia della rivolta, Sossella editore]. Ma per chi pensa e vive in questo modo non ci sono sconti, né trionfi assicurati. Tuttavia, per loro, vivere è proprio cercare di trasformare la società in profondità, diffondere con radicalità e creatività il genio della fraternità in tutte le relazioni sociali, quelle quotidiane dirette e quelle costruite a livello collettivo globale. Scrive Ernesto Balducci: «La pace significa volere le guerra, non la guerra che uccide, ma la guerra che scompagina gli ordini, che mette in moto le coscienze, che stabilisce nuove fraternità» [Gli ultimi tempi, Borla].
Lo stesso Balducci, a proposito del pacifismo delle prime comunità di cristiani [che non sbandieravano il loro credo come un'arma, la stessa definizione 'cristiani' fu un'espressione utilizzata all'inizio dal potere] e di fraternità, ricorda come avessero preso molto sul «serio, anche a livello economico, il comandamento ‘amatevi gli uni gli altri…’ ». Ma l’impero ha chiesto poi a quelle «comunità una sola condizione: accettare la legittimità della violenza, l’idea della ‘guerra giusta’. Era questa l’unica condizione: l’imperatore era pronto a concedere tutti i benefici in cambio di quella condizione. E li concesse. Così quelle comunità diventarono il cemento di un nuovo ordine terreno…». Che oggi ha il volto della guerra giusta contro il dittatore Gheddafi.

Il terzo motivo, infine, è che le principali vittime di questa guerra, che come molte altre puzza di petrolio, sono sempre i civili, i più deboli.

Fare della guerra un tabù resta quindi una sfida enorme che passa per relazioni diverse. Ci viene detto che è pura utopia, una cosa fuori dal mondo. Come se la decolonizzazione dall’immaginario liberista, ciò che sempre più movimenti di tutto il mondo hanno cominciato a chiedere e sperimentare in molti modi [non privi di contraddizioni], fosse invece una passeggiata. E come se tra le due cose non ci fossero nessi. Un pezzo di questa utopia, quella che serve a camminare, per dirla con Galeano, è prevedere in alcuni casi l’interposizione nonviolenta. Su queste proposte, esiste ormai una vasta letteratura per chi la volesse cercare con un po’ di umiltà.

In questi giorni, esattamente cinquant’anni fa, Aldo Capitini, il teorico della omnicrazia [la diffusione del potere tra tutti, il controllo diffuso dal basso...] preparava la prima marcia della pace Perugia-Assisi. Oggi, come nel 1961, Capitini avrebbe fatto di tutto per fermare la guerra nel Mediterraneo. Avrebbe innanzitutto gridato il suo no, non ci sto. Magari mettendosi in cammino, con tanti altri e altre.

Ultima modifica Giovedì 07 Aprile 2011 10:49

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