Venerdì, 15 Dicembre 2017
Lunedì 28 Novembre 2011 19:10

Primavera al guinzaglio - Nord Africa che cambia, opportunità e rischi

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Ci sono due fattori principali che possono ridimensionare, fino a stravolgerle, le rivoluzioni di questi mesi, che vogliono partecipazione e democrazia. Nella comunità internazionale sembrano prevalere le ragioni della sicurezza in chiave anti islamista e quelle degli affari.

Business e national security spengono l'anima politica della "primavera nordafricana"? Di fatto, un dato prevale su tutti in questo "risveglio" dell' Africa mediterranea: il richiamo fortissimo alle ragioni della politica. La politica come idealità, certo, come rivendicazione delle libertà individuali e collettive. Ma, soprattutto, come pratica intesa a garantire la partecipazione popolare alla decisione pubblica, attraverso lo smantellamento dei sistemi autocratici e l'instaurazione di sistemi democratici che sappiano andare anche oltre le forme classiche del liberalismo.

La voglia di partecipare alla scrittura del proprio destino e, per milioni di giovani, al disegno del loro futuro attraverso i canali della trasparenza istituzionale e della rappresentanza politica presente da tempo, è lievitata ovunque. La domanda di democrazia che è emersa nelle piazze nordafricane è non soltanto rappresentativa, ma deliberativa, investendo, allo stesso modo, le libertà civili e la cura della cosa pubblica. In gioco, infatti, non è tanto il regime - monarchico, presidenziale o acefalo come nel grottesco teatrino gheddafiano - ma la natura del potere. Ecco l'importanza di una i seria lotta alla corruzione, un cancro che colpisce la - società intera in molti modi, dall'appropriazione indebita di ricchezza alla formazione di privilegi, alla costituzione di basi di consenso clientelare.

Si affaccia, dunque, oggi l'idea che combattere la corruzione non significa punire tizio o caio, oppure smantellare questa o quella fili era mafiosa. Significa, invece, disintegrarla sul piano culturale in due modi strettamente collegati: da una parte, accogliendo nelle istituzioni le logiche di accountability, per capire chi deve rendere conto a chi, e in che modo; dall'altra parte, mettendo la giustizia in grado di funzionare, in termini sia di mezzi finanziari, tecnologici e umani, sia di strumenti normativi agili e performanti. Uno dei primissimi nodi da sciogliere è questo, possibilmente prima che si rimettano in moto i meccanismi di gestione dei fondi libici sbloccati e dei contratti petroliferi, e comunque in fretta, per evitare che la rabbia per la mancanza di trasparenza e tempestività nel processo di riforma permetta l'attecchire delle sirene islamiste nel cuore pulsante dei movimenti.

Tutto ciò che è finora avvenuto in Nord Africa non rinnega, né offende e neppure ridimensiona l'islam. Il problema si pone adesso, perché mai come ora i popoli si sono posizionati più avanti dei loro ceti politici. Chiedono democrazia in contesti che non hanno tradizioni, né culture, né pratiche, né istituzioni capaci di assecondare il gioco democratico. Lampanti l'inadeguatezza delle organizzazioni di massa, come i partiti e i sindacati, e, prima ancora, l'assenza di un linguaggio capace di raccontare e, quindi, di includere nella dialettica politica la pluralità delle posizioni e la legittimità degli interessi che possono comporsi senza prevaricare l'uno sull'altro. È in questo punto debole che può penetrare l'arrugginito - ma sempre acuminato - chiodo islamista, con conseguenze devastanti tanto per i riflessi interni quanto per quelli internazionali. Gli uni e gli altri, infatti, imprigionerebbero i movimenti in una plumbea cappa securitaria. Stroncando sul nascere l'aspirazione democratica e partecipativa in nome della sicurezza, si ritornerebbe fatalmente alle vecchie pratiche autocratiche apprezzate dai paesi arabi conservatori, dall'Occidente e dall'intera business community in nome della stabilità geopolitica e della continuità dei (buoni) affari.

 

Forze nuove

Nuovi attori fanno la loro apparizione nel paesaggio politico. I giovani, innanzitutto, hanno dato l'impronta decisiva, con le loro aspirazioni, la loto energia, i loro tributi di sangue, ma anche con le loro culture cosmopolite, tecnologiche, aperte alla mixité delle tradizioni locali con i vecchi e nuovi media. Un ruolo non secondario hanno svolto le donne, in Egitto, in Tunisia, in Marocco, e non solo con i loro apparati rivendicativi, ma anche con i loro linguaggi e la loro capacità di comprendere e far comprendere una problematica "di genere" in terra d'islam.

Spicca poi l'associazionismo che, al di fuori della politica e spesso nonostante la politica, ha cercato in questi anni di custodire le aspirazioni della società civile. In questo quadro si situano anche l'emersione di altri blocchi culturali, oltre all'arabo, come quello berbero, e del ruolo della diaspora, i nord-africani emigrati in Europa e nel mondo, finora alquanto sottovalutati. Qualunque cosa succeda, questi soggetti sociali non possono restare senza rappresentanza e privi di canali di partecipazione.

Si dice che i paesi nord-africani sono in difficoltà. E allora? Non essendoci, per fortuna, piani post-crisi preparati da qualche burocrate del Pentagono, come in Iraq e in Afghanistan, con le nefaste conseguenze che conosciamo, la partita si gioca all' interno di ciascun paese e spetta alle forze in campo, nelle diverse situazioni, determinare le scelte, gli assetti istituzionali, gli equilibri politici per rimettere in moto le cose.

È cominciato tutto in Tunisia. Protagonisti sono stati i giovani, sempre più colti e tecnicamente preparati, sempre meno rassegnati alla mancanza di futuro, sempre più fermi nel loro rifiuto di cedere alla disperazione del radicalismo o dell' emigrazione illegale. Autocrate, cleptocrate e nepotista ad oltranza, Ben Ali è stato un campione del neo-liberismo incarnato negli ultimi tempi da Dominique Strauss-Kahn, socialista, disinvolto presidente del Fondo monetario internazionale, preoccupato più delle formalità contabili che dell'economia reale, creatrice di diseguaglianze, sia sul piano sociale che territoriale. Le tensioni permangono, a causa soprattutto dei processi di riforma, che i giovani, preoccupati dell' aggravamento della situazione economica, percepiscono come troppo lenti. Duri sono, poi, i contraccolpi della crisi libica, con la pressione dei rifugiati e degli emigrati che rientrano. L'elezione di un'assemblea costituente è fissata per il 23 ottobre. Si prevede un'affluenza massiccia alle urne (le donne rappresentano la metà degli iscritti sulle liste elettorali) e si spera in buone garanzie di trasparenza garantite dalla Istanza superiore per la preparazione delle elezioni (Isie).

Storica cerniera tra il Magbreb e il Mashrek, l'Egitto subisce in questa fase il controllo massiccio del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa), attivo nella repressione e nella controinformazione. Le manifestazioni non cessano, e Piazza Tahrir resta la scena ribollente della rivendicazione democratica. Ma è pur vero che alla dissoluzione delle vecchie organizzazioni oligarchiche, come il sindacato unico o il Partito nazionale democratico, fanno da contrappunto nuovi partiti e nuove pratiche civili: nelle università, nelle imprese, nelle pubbliche istituzioni. Intervengono qui almeno tre fattori di turbolenza. Il primo è certo quello islamista, con l'ombra lunga dei Fratelli Musulmani, obbligati però a confrontarsi con altre organizzazioni minori che stanno apparendo. Il secondo riguarda il confessionalismo, con la presenza importante della comunità cristiano-copta, oggetto di spregiudicate strategie manipolative sotto Mubarak. Il terzo concerne i contraccolpi geopolitici medi orientali, con Israele e Usa particolarmente sensibili. L'esito delle consultazioni elettorali, che dovrebbero svolgersi entro l'anno, è quanto mai aperto.

 

Occhio ad Algeri

L'esperienza più drammatica è certamente quella registrata in Libia. La guerra civile non è ancora finita, anche se gli ultimi bastioni gheddafisti (Sirte, Bani Walid, Sebha) sono sul punto di capitolare. Decisivo il ruolo della Nato per le sorti del conflitto. Una Nato che ha agito formalmente su mandato dell'Onu, ma che, di fatto, è stata lo strumento della politica interventista della Francia. E non a caso il presidente Sarkozy ha organizzato a Parigi, agli inizi di settembre, una conferenza sulla ricostruzione post-bellica, volendo sancire così, anche per il dopoguerra, un ruolo eminente del suo paese.

L'azione della Nato è stata richiesta dai ribelli libici e accolta nelle istanze internazionali in nome dell'interventismo umanitario e, quindi, allo scopo di proteggere le popolazioni libiche dai massacri perpetrati indiscriminatamente dal Colonnello. Ma essa ha avuto un impatto enorme sull' opinione araba e, più in generale, su quella islamica, evocando vecchi spettri neo-colonialisti. Un aspetto importante riguarda il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), la sua composizione, la sua legittimità. Di fatto, chi rappresenta chi, cosa e in virtù di quale mandato? Qual è il peso che vanno assumendo gli islamisti? Quale divaricazione esiste tra l'organo politico della ribellione e le milizie che si battono sul terreno? Quest'ultima domanda è tanto più spinosa in quanto i combattenti sono tutt'altro che un corpo unificato, ma provengono da territori, tribù, ideologie differenti. La divaricazione possibile tra il Cnt e le forze combattenti, a loro volta frammentate, potrebbe mettere in discussione la stessa unità nazionale libica.

Forte di un certo successo delle politiche sociali (aumento degli impieghi, calmieramento dei prezzi dei beni di prima necessità), Abdelaziz Bouteflika pensa di risolvere l'annoso problema della democrazia in Algeria - con il pesante corteo di corruzione, accumulo di privilegi, malfunzionamento della macchina statale - attraverso concessioni, elargizioni e tamponamenti più o meno improvvisati. Di fronte a una recrudescenza degli attentati, una conferenza securitaria è stata organizzata ad Algeri agli inizi di settembre, con la partecipazione dei paesi della regione.

Una conferenza assai apprezzata da Francia e Stati Uniti, ma pochissimo attenta ai risvolti politici e sociali di quanto sta accadendo tutt'intorno all' Algeria.

Più aperto alle istanze riformatrici sembra il Marocco, pur all'interno di una logica di "democrazia dall'alto", che caratterizza da sempre la monarchia alawita. Alle migliaia di manifestanti che da Rabat a Casablanca, da Tangeri a Marrakesh, reclamavano libertà, dignità e giustizia, Mohammed VI ha opposto due mosse cruciali, anche se ancora tutte da verificare nei loro esiti duraturi. Intanto, l'adozione di una nuova costituzione, sottoposta a referendum popolare e accolta dal 98% dei votanti. Vi si prevede, tra l'altro, un maggior potere al primo ministro, espresso dal partito che vince le elezioni: è la risposta del sovrano alla piazza che chiede al re di "regnare senza governare". Risposta parziale, senza dubbio. Nel frattempo, le elezioni legislative sono state anticipate di un anno, e si terranno il 25 novembre prossimo.

 

Unione europea assente

La primavera nord-africana ha avuto ripercussioni sociali, economiche e politiche enormi. La rabbia per le ingiustizie subite e la febbre partecipativa hanno incendiato le piazze arabe e islamiche, generando risposte plurime: qualche apertura riformista; repressioni violente e prolungate, come in Siria; guerra civile, come in Yemen. In Bahrein, il movimento è stato soffocato da una spedizione militare internazionale capeggiata dall'Arabia Saudita. Mosse incerte da parte dell'Unione africana (Ua) e contraddittorie per taluni importanti paesi, come il Sudafrica di Jacob Zuma. Di fatto, nell'Africa subsahariana il vento del cambiamento viene declinato soprattutto come rischio di destabilizzazione degli stati sahelo-sudanesi, già di per sé fragili, in un contesto in cui operano al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi) e trafficanti di ogni risma. Particolarmente temuta, specialmente in Mali e in Niger, è la ripresa delle ribellioni armate dei tuareg, anche come riflesso della loro partecipazione alla guerra civile libica sotto le insegne mercenarie di Gheddafi.

Nella persistente assenza di una politica africana dell'Ue, l'Europa gioca singole partite attraverso i vari stati. Nicolas Sarkozy si muove con un occhio al business (petrolio, ricostruzione), uno alla preservazione della grandeur mediterranea, e uno alle elezioni presidenziali del prossimo anno. L'Italia, primo partner commerciale della Libia, è presa nell'ingranaggio della difesa dei suoi interessi economici, tenendo ferma la violenta reazione ai flussi migratori dei disperati d'Africa. In queste condizioni, resta in dubbio la capacità internazionale di accompagnare con una presenza discreta ma ferma gli slanci ideali e politici dei movimenti, senza rimanere intrappolata nella micidiale mistura del business e della national security.


di Angelo Turco
da Nigrizia, anno 2011, n. 10

Ultima modifica Mercoledì 30 Novembre 2011 22:15

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