Giovedì, 23 Ottobre 2014
Mercoledì 21 Marzo 2012 19:46

Mercato del lavoro - Le incognite del confronto

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Cosa si può sperare dal confronto-negoziato sul mercato del lavoro tra governo e parti sociali, faticosamente avviato dopo molte incertezze e che, mentre scriviamo, sta procedendo, per usare un immagine manzoniana che rende l'idea, "a corserelle e fermatine"?

La gamma dei desideri è molto ampia e molte sono pure le attese alimentate nell'opinione pubblica, ma una valutazione realistica delle cose induce a coltivare un supplemento di prudenza e comunque a proporzionare le aspettative all'effettiva portata delle trattative in corso.

Esse riguardano - è bene premetterlo -l'ordinamento del mercato del lavoro, quello che esiste oggi nella realtà italiana con le complicazioni che lo caratterizzano. Il loro prevedibile esito, nella migliore delle ipotesi, è dunque una razionalizzazione delle procedure e delle norme, senza che ciò necessariamente determini una modifica radicale della struttura. Non aiutano quindi a mettere a fuoco la materia del contendere certi effetti speciali veicolati dalle non sempre felici espressioni di parte governativa, come ad esempio l'effetto-noia del posto fisso (Monti), il desiderio dei figli di stare accanto a mamma (Cancellieri) o il marchio di "sfigato" impresso su chi non si laurea entro i 28 anni (Martone).

 Un catalogo di progressi (e incertezze). Per comprendere l'effettiva portata (ed i limiti) della discussione in atto basta invece prendere in esame i capitoli sin qui svolti, su alcuni dei quali, come si asserisce, s'è registrata una certa convergenza tra le parti. Parrebbe condivisa - è il primo aspetto - l'esigenza di arrivare ad uno sfoltimento dei modi d'ingresso nel ciclo lavorativo. Le decine di formule oggi in vigore, sia contrattuali sia pseudo-autonome, sono esplicitamente finalizzate a calcoli di lucro che hanno come contropartita lo sfruttamento esplicito della manodopera, assunta in quel modo e non in un altro perché costa di meno; e costa di meno perché sfornita delle garanzie minime offerte dai contratti di lavoro; e ciò anche perché il carattere atipico dei rapporti precari sfugge alla presa sindacale e alla relativa tutela.

Come sia avvenuta la proliferazione del precariato e come intere generazioni di lavoratori, anche non più giovani, vi siano oggi irrimediabilmente irretite, è materia di studio sociologico come risvolto dell'indirizzo liberista dell'economia che ha fatto del lavoro una variabile sempre più dipendente dal meccanismo delle convenienze delle imprese, aumentando le possibilità di condizionamento e di pressione sui prestatori d'opera. Correggere questa stortura sarebbe comunque meritorio, quale che sia il dispositivo prescelto: il contratto unico, il contratto prevalente o l'apprendistato come sembra si stia convenendo.

Un secondo campo di augurabile razionalizzazione riguarda le garanzie per chi perde il lavoro. Qui si contendono il campo due punti di vista: uno è quello dell'impianto universalistico, patrocinato dal governo, che prevede l'erogazione di un sussidio di disoccupazione commisurato al salario per un congruo periodo, con obbligo di riqualificazione e di accettazione di un'eventuale offerta d'impiego. L'altro orientamento, che sembra preferito dalle parti sociali, è quello del mantenimento delle attuali formule di "cassa integrazione" che si ritiene assicurino il mantenimento, anche in caso di sospensione per crisi dell'attività produttiva, di un legame tra il lavoratore e l'azienda con riduzione dei fenomeni di spaesamento e di sradicamento comunque negativi. Quale che sia l'ipotesi prevalente (e a parte il calcolo degli oneri che sarebbero cospicui soprattutto nell'ipotesi universale) si otterrebbe un potenziamento delle tutele, quanto mai necessario soprattutto in una fase recessiva in cui i rovesci aziendali sono all'ordine del giorno.

Nella colonna delle cose buone insite in un'intesa negoziale portata a buon fine, sarebbe poi da annoverare l'incentivazione alla formazione professionale di chi viene messo fuori produzione, con responsabilità delle istanze istituzionali pubbliche e private e delle stesse imprese. Uno dei difetti del nostro sistema economico è, infatti, la diffusa rigidità delle qualifiche degli addetti, il che contrasta con le esigenze di un’economia in continua trasformazione produttiva e tecnologica e quindi bisognosa di competenze sempre più diversificate ed aggiornate. In quest'ambito c'è da colmare una grave lacuna da tempo rilevata nell'ambito formativo, dove si è spesso puntato a sfornare qualifiche tradizionali, talora sui modelli più familiari agli insegnanti, rimanendo fatalmente indietro nei settori innovativi connessi all'evoluzione economica e alla ricerca scientifica.

Il controverso art. 18. Anche se c'è da dubitare che le forze politiche rinuncino alla facile rendita della rissa sui simboli, la stessa scelta metodologica di non affrontare subito il "nodo" dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che nelle aziende con più di 15 dipendenti consente al giudice di reintegrare chi è licenziato senza giusta causa) risponde ad un modulo di saggezza negoziale, in base al quale si lasciano per ultime le questioni pregiudiziali. Con la sottintesa speranza che, avendo nel frattempo risolto tutto il resto, diventi superfluo accapigliarsi su quel che all'inizio si riteneva dirimente. Non è detto che sempre le cose evolvano in tale direzione, ma intanto si evita di segnare il passo mentre si compiono su altri versanti aggiustamenti significativi come quelli fin qui doverosamente segnalati.

A questo punto c'è però una considerazione da svolgere, saltando la quale il quadro resta incompleto e, soprattutto, si materializza il rischio di scambiare la parte per il tutto, con conseguenze drammatiche su tutti i fronti. Il passaggio da non ignorare è questo: che ogni pur auspicabile miglioramento nel campo del mercato del lavoro riguarda soltanto, nelle condizioni date, i soggetti coinvolti nell'attuale rete di rapporti, contrattuali e non, stabili o precari che siano. Nessuna influenza, se non indiretta, è invece da mettere in preventivo con riguardo alla massa (enorme, come certificano le statistiche) di soggetti che sono attualmente fuori del circuito produttivo: disoccupati cronici, giovani in ricerca, anziani "esodati", donne senza prospettive. Un sottile abbaglio può celarsi dietro l'enfasi con cui da più parti si rappresentano gli scenari connessi alla trattativa in atto: lasciar intendere che, fluidificando i rapporti esistenti, con o senza la... libera uscita dell'art. 18, si possa attuare uno sfondamento sul fronte dell'occupazione.

Verso la mobilità garantita? L'idea della mobilità garantita, enunciata dal ministro Fornero, non è nuova nel panorama italiano. Circola da quando, all'inizio degli anni 80, si è cominciato a comprendere che scienza e tecnologia (e calcolo capitalistico) avrebbero scardinato l'edificio della società industriale "fordista", intaccando la sua fondamentale unità quanto allo svolgimento del lavoro: unità di modo, di tempo e di luogo. Mobilità garantita voleva dire certezza (relativa) di reimpiego per ogni lavoratore espulso da una produzione dismessa; e dunque copertura economica e formazione adeguata nell'intervallo tra un lavoro e l'altro. La condizione di una possibile riconversione è però che un altro lavoro ci sia e sia concretamente accessibile. Ma il fatto è che questi requisiti non esistono né si manifesta una volontà politica di crearli.

Ci si confronta qui con una carenza che non è soltanto italiana e che non si colma solo con i discorsi sulla crescita perché oggi si può innalzare il Pii senza che si innalzi il livello di occupazione. La stessa Unione Europea, che pure lentamente si accosta ad una visione meno contabile del futuro, non sembra avere confidenza con qualche progetto che rilanci il pieno impiego, o almeno una ragionevole tendenza in tale direzione, come una finalità esplicita dell'azione politica.

Non c'è bisogno, se questo si teme, di forzare il mercato o peggio di comprimerne il dinamismo. Se al lavoro umano si riconoscono una dignità ed un ruolo che non lo identificano come una merce, la politica può, e dunque deve, porsi un obiettivo di promozione prima ancora che di tutela. Se un'opzione siffatta entra in collisione con il dogmatismo liberista che ha dominato la scena e che ora pratica una difesa ideologica di se stesso, varrebbe la pena di concludere: tanto peggio per il liberismo. Ma il condizionale è d'obbligo perché la fatica è ancora tutta da compiere.

Domenico Rosati
Settimana, anno 2012, n. 8, pag. 7

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00