Domenica, 26 Ottobre 2014
Sabato 28 Aprile 2012 19:50

La generazione delle precarietà

Valuta questo articolo
(2 voti)

La disoccupazione giovanile e gli attuali contratti in questi ultimi tempi hanno messo in primo piano sui mass media e ovunque il discorso della precarietà, della mancanza sociologica di punti di riferimento certi. Forse è il caso di smettere di piangersi addosso e di dire: basta!

La mia personale sensazione è quella di non poterne davvero più. Ma quando mai i giovani non sono stati precari? Ma quando mai generazioni ricche di personalità formate e generose non sono emerse da duri scontri e dunque da temperie nelle quali davvero poco vi era di non precario?

Pensiamo, senza correre neppure troppo indietro con la memoria, ai giovani protagonisti della Prima guerra mondiale, i quali compirono l'unità nazionale e, tornati a casa, hanno cercato di dar vita alle prime grandi esperienze di partecipazione politica democratica in quel durissimo periodo che purtroppo li vide sconfitti dal sorgere della dittatura fascista.

Pensiamo ai giovani che tra prove terribili, e spesso anche con il sacrificio estremo, hanno resistito all'imporsi della barbarie fascista e poi ai giovani che hanno combattuto per la libertà e hanno dato forma e sostanza alla democrazia e poi ancora alla crescita degli anni '50. Sono generazioni che hanno dovuto affrontare situazioni di precarietà estrema: fisica nella guerra, socioeconomica con l'emigrazione e la sfida del mercato, persino spirituale e cognitiva dovendo affrontare impreparati la repentina crescita dell'istruzione, un profondo trapasso culturale e il diffondersi dei moderni mezzi di comunicazione di massa.

Pensiamo alla precarietà affettiva delle prime generazioni che hanno dovuto in quegli stessi anni affrontare l'esperienza dell'amore vivendo e giustamente volendo una ridefinizione dei ruoli dell'uomo e della donna per troppo tempo istituzionalizzati in forme massimamente penalizzanti per quest'ultima.

Chi è stato a promettere all'attuale generazione di giovani processi formativi e d'inclusione nella società adulta che non passassero e non dovessero continuamente fronteggiare la precarietà? È a costui che va innanzitutto imputata la responsabilità di aver messo un'intera generazione di adulti e una di giovani in condizioni di paralisi perché l'eliminazione della precarietà non ha avuto luogo.

 

I responsabili

Mantenendo lo sguardo limitato alla nostra vicenda nazionale, non vi è dubbio che questo primo responsabile è lo Stato e la sua cultura. Sono stati i cantori dello Stato - nelle scuole, nei partiti, ma spesso anche nelle imprese, in chiesa e nelle famiglie - a imporre impossibili e disorientanti aspettative.

Hanno indotto a promettere ai giovani - e hanno indotto i giovani ad attendersi - sicurezze e, peggio ancora, il combinato di un dominio pubblico dominato da sicurezze senza eccezioni con un dominio privato esente da qualsiasi vincolo di responsabilità e incoraggiante a un'infinita reversibilità. Un pubblico che non doveva essere precario a protezione di un privato che faceva della provvisorietà e dell'incostanza i propri canoni.

I cantori dello Stato hanno contemporaneamente invitato gli adulti a trasformarsi, a partire dagli anni '60, nella prima generazione che, chiamata a educare, praticasse invece la follia omicida della rinuncia alla rinuncia. Questi sono gli adulti che hanno mancato di offrire ai giovani la possibilità di divenire adulti, uomini e donne per davvero. Quei giovani non si sono accorti del furto di vita - prima ancora che di opportunità - praticato a loro danno. Lo Stato ha promesso senza mantenere. Ha promesso formazione, lavoro, pensione, welfare senza responsabilità e apparentemente senza costi, e così ha comprato la rinuncia alla responsabilità pubblica, offrendo il delirio di un privato fatto d'immediatezza e compiaciuta mollezza.

Mentre questo combinato produceva lo sfiancamento della libertà nella società italiana e il depauperamento delle energie e delle iniziative, i suoi meccanismi facevano crescere un esorbitante debito pubblico, dal pagare il quale quasi tutti i responsabili sono riusciti a fuggire. Le prefiche di questo Stato ora accompagnano piagnucolando la precarietà dei giovani. E questi giovani con molte meno responsabilità degli adulti si lasciano cullare da questo ultimo narcotico di coccole appiccicose.

 

Basta!

Ma non è ora di dire basta?

Ma non è ora di dire basta al luogo comune che dire diritto al lavoro significa dire diritto al posto di lavoro fisso comunque e sotto casa?

Ma non è ora di dire basta alla pretesa o alla nostalgia che la pensione frutti non per quello che ho messo da parte, ma per quello che altri versano per me? Ma non è ora di dire basta a chiamare famiglia qualsiasi istantanea infatuazione?

Ma non è ora, anche nella Chiesa, di rimuovere la rimozione dell'ascesi, la confusione tra fede ed emozione, di rimuovere lo svago movimentistico e di riproporre la dura scuola dell'associazione e della formazione solida, seria e severa?

Ma non è ora di dire che solo nella precarietà vive la libertà, nascono le riforme e avviene il "sì" della fede?

La pretesa di dare tutto per certo ha reso impossibile la certezza delle poche cose che dovrebbero essere tali nello spazio pubblico: le regole che consentono di giocarsi e prima ancora di averne l'opportunità, e le solidarietà che offrono una seconda opportunità e nuove risorse a chi ne è stato privo o vuole rischiare ancora. La verità è che regole e solidarietà vanno con precarietà e responsabilità. Mentre certezze e garanzie irresponsabili vanno con oppressione e svuotamento.

Agli adulti non resta ormai che vergognarsi di fronte a giovani che, allevati ad attendersi tutto per certo nello spazio pubblico (e tutto per consentito in quello privato), non potranno mai essere adeguatamente risarciti della frode subita.

A questi giovani resta una sola possibilità: non lamentarsi, svegliarsi da soli e come possono dalla narcosi delle false promesse, e scalare la montagna dalla parete di fronte alla quale sono stati sciaguratamente posti: quella più ripida e scivolosa. A questi giovani non resta che cominciare la guerra dalla spiaggia sulla quale sono stati sbarcati.

Questi giovani potrebbero infinitamente lamentarsi, e con diritto. Ma con ciò sprecheranno la loro possibilità di riprendersi almeno un pezzo di vita e qualche fibra almeno del sé. Potrebbero infinitamente rivendicare per essere stati maltrattati, ma lo farebbero contro una generazione fatta in larga parte di adulti tali solo cronometricamente: dunque senza la forza di assumere pubblicamente le proprie responsabilità.

 

Consigli per una strada dura

In alternativa a un lamento legittimo e improduttivo, a questi giovani resta da percorrere una strada, quella di sempre, dai contorni non impossibili da riconoscere, ma alla quale non sono stati addestrati. Dunque per loro ancora più difficile. Se l'affronteranno, dovranno mettere nel conto una selezione dolorosissima, allo stesso tempo ingiusta e inevitabile.

È una strada in cui non v'è modo per protestare la precarietà, ma solo opportunità di affrontarla e d'interpretarla. E per interpretarla con qualche speranza di successo si possono dare solo i soliti pochi consigli di sempre. Meditando sul sintomo increscioso per cui, a causa di una prolungata e quasi unanime omertà pedagogica, essi suonano oggi come innovativi, come inauditi.

● Studio: studio tenacissimo e durissimo di testimonianze e documenti in cui o cercare il vero nella sua forma fredda, ma non per questo non verace.

●. Forza interiore: è l'unica alternativa alla schiavitù dei sensi, che è poi la più invisibile e la più invincibile delle schiavitù.

● Generosità: perché raramente interpretare la precarietà è opera individuale. Più spesso è opera collettiva, che richiede perciò la capacità di convenire, fare cammino comune con coloro che cercano ciò che vale, di resistere a coloro che hanno smesso di cercare. E per fare cammino comune è necessaria generosità perché, strada facendo, spesso si deve dare più di quello che altri danno, e per continuare si deve spesso riconoscere in altri qualità che noi vorremmo avere ma non abbiamo. Ma anche generosità e forza interiore servono a volte per farsi avanti quando comprendiamo che tocca a noi, che è il nostro turno.

● Amicizia, infine: in cui provare quella forza e quella verità unica che viene dall'esperienza del miracolo di una generosità gratuitamente ricambiata, e non solo per un attimo o in determinate circostanze.

● E fede: perché studio, forza interiore, generosità e amicizia pongono domande difficili da rispondere. Domande anche solo per rimanere dentro e di fronte alle quali serve un nome. Naturalmente non mancano le eccezioni, ma il loro compito non è certo quello di cancellare dalla memoria l'esperienza di un nome che si fa vicino alla nostra libertà per sostenerla e orientarla nella ricerca e poi anche nel dono di sé.

 

Maestri veri

Dunque la precarietà non è il problema, la precarietà non è l'eccezione, è la norma. La precarietà è l'altro nome della libertà e della responsabilità. Il problema non è la precarietà, ma la pretesa o anche solo l'attesa di ogni garanzia nel pubblico e di nessuna nel privato. Il problema non è la precarietà, ma la doppia abolizione della responsabilità che ci porta a vivere la precarietà come una sorpresa e come un'ingiustizia.

La precarietà ci appare un problema perché siamo stati intossicati dal fumo velenoso dell'attesa di certezze: fosse lo Stato a fornirle, o ieri la scienza, o l'altro ieri il familismo o qualche idolatria.

Studio, forza interiore, generosità, amicizia. E fede.

Dire questo dei giovani significa, proprio onestamente facendoci da parte, comandare senza infingimenti: «Cercate maestri veri!». Cercatevi chi sappia esercitare nei vostri confronti autorità nel senso più verace del termine.

Perché a studiare si apprende, ad avere forza interiore si viene educati, l'esercizio della generosità s'impara, a riconoscere e praticare l'amicizia si è addestrati. Perché è sempre grazie a qualcuno che si ascolta e si incontra il Nome.

Maestri veri: dunque gente che non ha alcun bisogno di discepoli, che non si svende per averne, che rifugge dal compiacerli. Persone vere che non hanno paura a dire dei "no", che non hanno fretta di spiegarli, ma che quando viene il momento sanno spiegarli. I "sì" veri, ultimamente, possiamo dirli da soli. Ma, perché questo avvenga, serve anche aver ascoltato dei "no" che da soli non avremmo mai saputo dirci.

Basta, davvero basta, con il piagnucolare ipocrita intorno alla sventura della precarietà giovanile.


di Luca Diotallevi
professore associato di sociologia all'Università di Roma Tre

da Vita Pastorale, anno 2012, n. 3

Ultima modifica Sabato 28 Aprile 2012 20:08