Mercoledì, 20 Novembre 2019
Domenica 13 Gennaio 2019 15:05

«Prima gli italiani» (Faustino Ferrari)

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Mi riconosco in un “noi” che non esclude e divide, ma tende ad accogliere. Il “noi” rappresentato dalla razza umana – quest’unica, comune razza.

Cosa mi unisce ad un altro connazionale?

Il fatto di parlare la stessa lingua? Ma la legge italiana 482/1999 riconosce ufficialmente la tutela di altre 12 lingue parlate in Italia: albanese, catalano, germanico (nelle varianti tedesco, walser, carinzio, cimbro e mocheno), greco, sloveno, croato, francese, francoprovenzale, friulano, ladino, occitano e sardo. Lingue parlate da secoli in alcune zone del territorio nazionale.

Il fatto di avere la medesima cultura? Quale? Quella veicolata dal Festival di Sanremo? O dalla nazionale di calcio quando vince il mondiale? La cultura di chi toglie sempre più i finanziamenti e le risorse alla scuola, all’università e alla ricerca scientifica? Di chi usa la televisione unicamente come “divertimento” o indottrinamento e non come spazio di confronto, di informazione e di apprendimento? La cultura delle sagre paesane a base di salsiccia e tortellini? La cultura di chi non sa più scrivere ed è incapace a discernere anche la più grossolana delle fake news? Quando il 50% di noi non legge un solo libro nell’arco di un anno. Non legge giornali, non legge riviste. E si vanta della propria crassa ignoranza. Quando il fatto di non sapere non è più stimolo per apprendere, ma satolla ostentazione.
In questo calderone posso collocare tra i migliori scrittori italiani contemporanei un italiano che scrive in tedesco (Joseph Zoderer) ed un cittadino del Canton Ticino che scrive in italiano (Andrea Fazioli)? O si devono usare altri criteri? Devo anche includere ed escludere? Devo creare – immaginare – un confine, dove confini non ci sono?

Il fatto di avere la medesima storia? Una storia di fazioni e di divisioni, di campanili e consorterie, di staterelli e di comuni, di piccoli principi ambiziosi e di furbetti di quartiere, di baronie e di latifondi, di squadristi e di partigiani, di masse contadine e di ricchi possidenti?
Ad esempio, il Regno Lombardo-Veneto era politicamente legato alla lontana Galizia mentre restava diviso da ciò che era oltre il Po ed il Ticino. O il Trentino, con l’obbligo scolastico fino ai 14 anni elevato già nel 1869, ma abolito nel 1918, con l’annessione all’Italia. Cavour al momento dell’unificazione politica disse che l’Italia era fatta, ma restavano da fare gli italiani. Il fascino di tornare a dividersi si ripresenta incessantemente. Come se l’origine di ogni male albergasse in ogni luogo non raggiunto dall’ombra del proprio campanile. Si rinvangano i miti gloriosi di passati aurei – tali soltanto attraverso la dimenticanza dei fatti e della realtà. Terroni e padani, serenissimi e neoborbonici, indipendentisti sardi e separatisti siciliani che agognavano a diventare il 51° stato Usa…

Il fatto di avere la medesima origine? E sì, questo sì. Abbiamo i medesimi antenati: romani, celti, ostrogoti, visigoti, longobardi, arabi, normanni, greci, ebrei, cimbri, catalani… Un elenco lungo che sembra non finire mai. Li ritroviamo tutti tra i nostri antenati. Siamo forse tra i più meticciati nel corso della storia. Vale un po’ per tutti – tranne, forse, per i sardi che sulla loro isola sono rimasti un po’ più isolati.
I nostri cognomi testimoniano la nostra medesima origine: Tedeschi, Ungari, Albanese, Greco… Soltanto per fare alcuni esempi. E poi, gli Almirante, i Caracciolo, i D’Alema, i Badalamenti, i Galbani, i Caffaro, i Morabito… cosa hanno in comune se non la loro origine araba?
Non dobbiamo andare lontano se veramente vogliamo sapere chi siamo e da dove veniamo.

Abbiamo gli stessi interessi economici? Non mi sembra. Gli interessi dei signori Benetton e Malacalza, Ciarrapico e Agnelli, Ferrero e Pessina, ecc. non sono i medesimi di un operaio di fonderia (e sì, ci sono ancora, non sono scomparsi) o di un rider per le consegne a domicilio. Gli interessi di quanto hanno delocalizzato la produzione delle loro aziende in Romania, in Cina o in Turchia sono gli stessi degli operai che a causa della delocalizzazione hanno perso il proprio posto di lavoro? Gli interessi di chi gioca in borsa, speculando in continuazione attraverso il trasferimento di capitali sugli investimenti più redditizi sono i medesimi del pensionato che deve fare i conti con una pensione minima depauperata dall’inflazione e dalla crescita continua dei costi? Non credo proprio.

Ah, dimenticavo, c’è anche la religione. Per quanti giurano su vangeli e rosari o difendono la sacrosanta tradizione del presepio. Che possono dire a riguardo dei valdesi, presenti dal XII secolo e degli ebrei romani, che ci vivono da oltre duemila anni? Non contano? Non sono da considerare? Sono presenze insignificanti? In Italia sono censite oltre 600 fedi e chi non si riconosce nella religione cattolica rappresenta oramai il 25% della popolazione. E, tuttavia, si parla quasi unicamente di islam e di musulmani, come se fosse l’unico elemento estraneo in un corpo omogeneo e compatto. Ed ancora, quelli che aderiscono all’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) dove li mettiamo?… Con questa religione, usata così disinvoltamente per qualche voto in più, non sarebbe il caso di fare un po’ più di attenzione?

Come fare fronte comune in una realtà così diversificata e frammentata? Semplice. Molto semplice: creando un nemico comune. È una strategia che nel passato ha sempre funzionato. Avere un nemico “esterno” è sempre preferibile ad affrontare i reali problemi “interni”. Si tratta di inventarlo e di servirlo in ogni menù e ad ogni portata di questo pranzo chiamato «Prima gli italiani» mentre in realtà è solamente un pericoloso e mortale droga party.
Un “noi” ed un “loro” dai confini sempre incerti. Perché il “noi” non è mai reale, ma tende ad identificarsi con il capoccia di turno e nel gioco delle esclusioni si fa sempre più ampio il fronte di chi resta fuori, a vantaggio di sempre meno eletti.
Il nemico comune inventato – e tirato in ballo in ogni occasione – è rappresentato da qualche migliaio di persone che hanno l’unico torto di fuggire da guerre, carestie, violenza o, semplicemente, in cerca di un futuro che si augurano migliore.
Sono loro i pericolosi invasori del nostro mondo compatto e incontaminato.
Sono loro, questi migranti – profughi o clandestini che si voglia chiamarli – a farci sentire “italiani” e a farci gridare che noi veniamo prima.
Ci sentiamo meglio – nell’avere un nemico comune da combattere.
Ci sentiamo meglio perché non dobbiamo pensare ai problemi nostri, a rimboccarci le maniche e a cercare di risolverli.

Nazionalismi e sovranismi mi sono estranei. Personalmente, non mi riconosco in nessuna “patria”. Come è scritto in un antico testo di un autore cristiano il cui nome non ci è stato trasmesso. Mi sento cittadino del mondo. E mi riconosco in un “noi” che non esclude e divide, ma tende ad accogliere. Il “noi” rappresentato dalla razza umana – quest’unica, comune razza. Non mi faranno cambiare idea, né con la ripetizione incessante di mantra sovranisti né con la forza, la paura o la violenza.

Se qualcuno mi accusa di “buonismo” sappia che non mi offende. Anzi, si tratta di una meravigliosa lode. Non fosse altro che la Bibbia – quel libro che mi piace aprire e leggere – mi dice che “Dio è buono”. Sono, dunque, in “buona” compagnia.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 13 Gennaio 2019 15:15
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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