Lunedì, 01 Giugno 2020
Luca Marcucci

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DON FORMENTON: NESSUN PARTITO PUÒ ATTRIBUIRSI PATENTI DI CATTOLICITÀ. E NESSUNO SCHIERAMENTO PUÒ ESSERE DEMONIZZATO

di Valerio Gigante
da www.adistaonline.it


Ha suscitato un vespaio di polemiche la lettera aperta di don Gianfranco Formenton, parroco di S. Angelo in Mercole e S. Martino in Frignano (Spoleto), al card. Ruini, pubblicata dalla nostra agenzia e dal sito spoletonline.it e riprodotta poi integralmente anche dall'Unità (il 26/3, in prima pagina) e dal sito aprileonline.info. Formenton, variamente tacciato di essere prigioniero dell'ideologia comunista, amico dei sovversivi, fiancheggiatore dei Ds, di non aver rispettato la neutralità politica cui sarebbero chiamati gli uomini di Chiesa, di essere in contrasto con il Magistero, ha voluto rispondere alle accuse inviando alla nostra agenzia alcune precisazioni che definisce "d'obbligo", "considerate le interpretazioni, i commenti sommari" sugli organi di informazione e nei bar, "le volgarità e le preghiere che da ogni parte d'Italia si levano per la mia conversione e per la mia rimozione da Parroco".

Il parroco umbro se la prende anzitutto con "il vezzo" di alcuni esponenti locali della "Casa delle Libertà" "di autoattribuirsi patenti di ‘cattolicità' e di rappresentanza di non meglio precisati ‘valori cristiani'". Io, chiarisce don Gianfranco, "non ho espresso alcuna indicazione di voto, ma semplicemente precisato ai cattolici che militano nell'Unione che votare per l'Unione non costituisce motivo di turbamento spirituale, né è foriero di sanzioni ‘eterne', perché l'esercizio del voto e la scelta dei Partiti (non potendo indicare i candidati) secondo la morale cattolica sono assolutamente liberi, visto che la morale presuppone la maturità dei fedeli cristiani. Nessun partito è depositario dei ‘valori cristiani'. Nessuno che non voti per la Cdl può considerarsi eretico". E poi, precisa in tono sarcastico Formenton, "non sono mai stato iscritto al Partito Comunista, non mangio i bambini e non milito nei gruppi ‘Anarcoinsurrezionalisti' e nulla, nella lettera, indica che io sia ‘comunista'". E comunque "comunista non è un insulto". Come prete, poi, pur non entrando in questioni "partitiche", "è mio dovere intervenire nei confronti delle persone che mi sono state ‘affidate' ogniqualvolta qualcuno confonde i campi della politica e della fede che il Concilio Vaticano II ci ha insegnato essere campo ‘laico'".

Piena solidarietà a don Gianfranco è stata espressa da don Paolo Farinella, altro prete da tempo nell'"occhio del ciclone", sia per la sua richiesta-appello al papa (che ha raggiunto le 10mila adesioni) di non ricevere in udienza Berlusconi sotto elezioni, sia per la più recente iniziativa di promuovere un contro-appello al manifesto per l'Occidente di Marcello Pera (www.arcoiris.tv/appello_pera/risposta_controappello/).

Le tue affermazioni - scrive don Paolo a don Gianfranco - sono inequivocabili perché "limpide e trasparenti". Nella sua lettera, Farinella manifesta la sua decisione di esplicito sostegno all'Unione alle elezioni politiche perché, dice riferendosi agli esponenti della destra, "Lorsignori non sanno cosa farsene della Chiesa, della Dottrina sociale, del Vangelo, ma sanno benissimo cosa farsene dei voti di coloro che frequentano la Chiesa e di quelli della gerarchia che invece li scambia". Per questo, afferma risoluto Farinella, "tacere non è possibile e questo - l'attuale momento - è tempo non di super partes, ma di schieramento. Bisogna decidersi da che parte stare" e "alla luce di un minimo di coerenza evangelica almeno io non posso stare con questa destra dissolutrice di ogni residuo senso dello Stato e del tessuto democratico". "Nel che, dopo avere votato l'Unione, dal giorno 10 in poi starò all'opposizione morale del nuovo governo". Per un credente è un dovere "difendere ciò che resta della serietà della Chiesa dai lupi rapaci che vogliono governare per sistemarsi quelle due o tre cosette che ancora restano in sospeso. Credevano di comprarci con l'Ici e con gli oratori: hanno sbagliato indirizzo". "Caro Gianfranco - conclude Farinella - stai sereno, non sei solo perché l'ekklesìa ti circonda e ti protegge".

FORZA PARROCI! BONDI SCRIVE ALLE PARROCCHIE, MA UN PRETE RISPEDISCE IL PLICO AL MITTENTE
 da www.adistaonline.it

"È, questo, il nostro modo di impegnarci per testimoniare la nostra fede. La prego di voler accogliere questo piccolo pensiero, la nostra semplice brochure, come un modo per condividere l'impegno difficile per l'affermazione della Verità Cristiana nella nostra società e nel tempo che ci è dato di vivere. Con questi sentimenti e pensieri voglia ricevere i miei più affettuosi saluti. Con viva cordialità. Suo devotissimo. Sandro Bondi".
Così si conclude la lettera allegata all'opuscolo "I frutti e l'albero. Cinque anni di governo Berlusconi alla luce della dottrina sociale della Chiesa" inviato da Forza Italia ai 25 mila parroci italiani. Si tratta di una brochure dove sono elencati tutti i provvedimenti in favore della Chiesa promossi in questi anni dalla maggioranza di centrodestra, fra cui la legge per la regoralizzazione degli insegnanti di religione, la legge per gli oratori, l'abolizione dell'Ici per gli enti ecclesiastici e non profit, la battaglia per il riferimento alle radici cristiane dell'Europa e la difesa del crocifisso nelle scuole.

Particolare enfasi è riservata alla legge sulla procreazione assistita "approvata dal governo", scrive Bondi, "e che la sinistra ha cercato di abrogare per mezzo di un referendum. La famiglia, cuore dell'attuale e fecondo lavoro pastorale di Benedetto XVI, e costante premura dell'indimenticabile Giovanni Paolo II, ha guidato la nostra politica facendoci scoprire sentieri nuovi e oggi ancor più fecondi per la società italiana".

Rispetto all'appoggio dato alla guerra in Iraq, che finora ha provocato più di 30mila vittime civili, il coordinatore nazionale di Forza Italia scrive: "Non ci siamo, altresì, tirati indietro per costruire la pace nella verità, come recentemente ha affermato anche Benedetto XVI, impegnandoci, nel contempo, nella lotta alla povertà e alle malattie nel Terzo Mondo e in numerose missioni di pace nei Balcani, in Afganistan, in Iraq, dove i nostri soldati si sono distinti per preparazione e per umanità".

Don Aldo Antonelli ha rispedito al mittente l'opuscolo ed ha inviato a Sandro Bondi una lettera che di seguito riportiamo:





Signor Bondi,

sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla "onorevole" dovrei coartare la mia coscienza.

Ho ricevuto l'inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d'Italia.

Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.

Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.

Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una parte e foraggiato, dall'altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la nostra compiacenza.

Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro "Capo" in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del Paese andavano in crisi. Solo l'elettromeccanica, nell'ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.

I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.

Avete speso energie e sedute-fiume in Parlamento per difendere a denti stretti le "vostre" libertà mentre il Paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l'Angola.

Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.

Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la "dottrina sociale della Chiesa". Noi preti vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista e populista della vostra coalizione.

Aldo Antonelli

(parroco)

Antrosano, 1 marzo 2006

Martedì 25 Ottobre 2005 16:10

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA SCHIAVITU'

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA SCHIAVITU'
di Sandro Calvani, Serena Buccini, Adriana Ruiz Restrepo 

 

La schiavitù, piaga e malattia mentale dell'umanità, ha accompagnato il genere umano per secoli. Oggi nell'immaginario collettivo la schiavitù è qualcosa di esotico e comunque appartenente al passato.Le cronache moderne dicono invece che ben poco è cambiato.

La storia di un neonato venduto agli inizi di luglio 2005 a Napoli per 300 euro, dimostra che non sono cambiati neanche i prezzi di mercato e che fanno poca differenza anche le distanze geografiche e le diversità culturali. Infatti 300 euro è anche il prezzo di una bambina di dieci anni da avviare al giro della prostituzione in Myanmar e in Thailandia.

La data ufficia!e di abolizione della schiavitù, quella che si celebra tradizionalmente, è il 1848.

In realtà, la tratta di persone, intesa come possesso e commercializzazione di esseri umani, è cambiata molto lungo i secoli, ma in pratica non è mai finita.



[…]



I nuovi schiavi


Oggi è possibile identificare due modelli di tratta di persone. Il primo, il traffico a scopo di lucro, consiste nel contrabbando di migranti clandestini; ovvero nel facilitare l'ingresso illegale, a volte anche il soggiorno, di soggetti che decidono di emigrare, spesso accettando di pagare somme ingenti in cambio di un servizio di trasporto in condizioni quasi sempre disumane e degradanti.

L'altro tipo di traffico di persone, propriamente detto, riguarda lavoratori spesso ignari, soprattutto donne e minori, a fini di sfruttamento sessuale o di altra indole. Questa forma di traffico implica generalmente la presenza di un'organizzazione capillare che attraverso l'uso di mezzi illeciti (come la violenza, la truffa, la minaccia), riduce le sue vittime in condizioni analoghe alla schiavitù e trae grossi profitti dal loro sfruttamento. La struttura criminale serve essenzialmente a organizzare il trasferimento delle vittime dal loro paese d'origine ad un altro, prevedendo dunque una fase di reclutamento, una di trasporto, e una finale di collocamento e di controllo delle attività delle persone ridotte in condizioni di schiavitù.

Le nuove schiavitù assumono forme distinte, adatte alle nuove domande del mercato. In pratica i nuovi schiavi sono impiegati nella mendicità organizzata, nel sesso a pagamento, nel matrimonio servile, nel lavoro forzato, nella servitù domestica, nell'adozione illegale e nel traffico di organi.



[…]



La distruzione della dignità


Gli esperti che hanno studiato le centinaia di espressioni locali del traffico di persone hanno identificato alcune forme di impatto diretto molto dannoso per lo sviluppo umano.

La violazione dei diritti umani fondamentali distrugge la dignità della persona e dimostra a chi vive in quell'ambiente che in realtà anche la persona umana può essere trattata come una merce.

Il traffico di persone distrugge il tessuto sociale di una comunità. Le vittime perdono la protezione delle reti sociali tradizionali, della famiglia e non sanno a chi rivolgersi per riprendere in mano il proprio futuro. li trauma che ne deriva può essere irreversibile e a vita.

La tratta priva i paesi in via di sviluppo di risorse umane qualificate, producendo effetti negativi sul mercato del lavoro. La produttività futura del paese subisce l'effetto negativo della tratta che lascia gli anziani senza assistenza e i bambini senza genitori che si occupino della loro crescita ed educazione. Insomma, quando una percentuale importante dei lavoratori sono vittime della tratta, lo sviluppo del loro paese subisce gravi ritardi.

Ci sono anche costi pesanti nel campo della salute pubblica. Oltre alle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto l'Aids, si sono osservate insonnia, depressione, ansietà, sindromi da stress post-traumatico, tossico dipendenze, etc... Le condizioni di vita in ambienti insalubri e sovraffollati favoriscono l'insorgere di malattie dovute a scarsa igiene, come scabbia, tubercolosi e malattie infettive.

I conflitti armati interni, le guerre, i disastri naturali possono offrire condizioni favorevoli per un'epidemia di traffici di persone. Ma possono anche essere l'effetto indiretto della perdita di governabilità in paesi dove la tratta di persone è cresciuta a livelli preoccupanti. Stati falliti e traffici di persone sono spesso alleati nel causare una pessima condizione di sicurezza umana.



[…]



Come fermare la schiavitù globale?


Dal 1948 al 2000, nonostante gli sforzi compiuti, il fenomeno, non solo non è diminuito, ma anzi è cresciuto, a causa del sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni criminali, attratte dalla prospettiva di ingenti guadagni. li carattere internazionale, oggi davvero globale, del traffico di persone contribuisce ad ostacolare un'efficace repressione di questi reati.

Insoddisfatta dell'inefficacia dei trattati pre-esistenti, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite decise nel 1998 di incaricare un Comitato ad hoc che elaborasse una convenzione contro il crimine organizzato transnazionale e degli strumenti addizionali più efficaci e stringenti relativi al traffico di donne e bambini ed a quello di migranti.

Grazie ad una forte volontà politica internazionale la nuova Convenzione globale contro il crimine organizzato internazionale ha trovato un rapido consenso. Chiamata anche Convenzione di Palermo - dove è entrata in vigore il 25 dicembre 2003 - ha ottenuto 117 stati firmatari, di cui 85 l'hanno già ratificata. La ratifica italiana si trova attualmente in discussione presso il parlamento.

Il Protocollo contro il traffico di persone della Convenzione di Palermo (vedi box) afferma la necessità di un approccio ampio e internazionale nei paesi di origine, transito e destinazione che includa misure di prevenzione, di sanzione e soprattutto di protezione delle vittime con particolare attenzione ai diritti umani riconosciuti loro internazionalmente.

Il protocollo chiarisce cosa si intende per "tratta di persone" nel nuovo secolo: il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'ospitare o l'accogliere individui, ricorrendo alla minaccia o all'uso della forza o ad altre forme di costrizione, al sequestro, alla frode, all'inganno, all'abuso di potere o di una situazione di vulnerabilità o all'offerta di denaro per ottenere il consenso di una persona che abbia autorità su un'altra, con fini di sfruttamento.

Nello specifico, si proibiscono lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di speculazione sempre in campo sessuale, i lavori o servizi forzati, la schiavitù o le pratiche analoghe, l'asservimento e l'espianto di organi. Si specifica enfaticamente che il consenso prestato da una delle vittime per una delle attività menzionate non verrà considerato rilevante quando sia stato carpito con uno dei mezzi sopra indicati.

I minori di 18 anni coinvolti nel traffico saranno sempre considerati come vittime.

Nello specificare le forme essenziali di protezione delle vittime il protocollo dispone che siano loro offerte informazioni sui procedimenti legali pertinenti, assistenza mirata a consentire che le loro opinioni e preoccupazioni siano esaminate durante le varie tappe giudiziali.

Sono previste anche misure per il recupero fisico, psicologico e sociale, tra cui un alloggio adeguato, la consulenza legale sui propri diritti, l'assistenza medica, psicologica e materiale, opportunità d'impiego, educative e di formazione e la possibilità di ricevere un indennizzo per i danni subiti. Nella valutazione concernente le misure applicabili nel caso concreto, si deve tener conto dell’età, del sesso e delle necessità speciali delle vittime, con particolare attenzione ai minori.

Venerdì 18 Febbraio 2011 21:38

Governo Lula, è ora di forzare il limite

La riforma agraria è un programma del governo diretto a risolvere un problema e occorre dunque partire dalla definizione di questo problema: un punto controverso in Brasile. Gli economisti neoliberisti negano l'esistenza di un problema agrario, perché partono dalla definizione classica secondo cui la questione agraria è un ostacolo alla penetrazione del capitalismo nelle campagne.

Noi crediamo, invece, che la questione agraria sia il modo per riscattare la grande povertà del popolo, perché la struttura agraria è alla base di una piramide sociale in cui un piccolo gruppo domina su tutta la popolazione. La struttura agraria è una fabbrica di miseria.

Da questa struttura dipende un modello agricolo che in Brasile viene molto esaltato, perché è ad alta produttività e perché consente alti livelli di esportazione. Non si considera, tuttavia, che questo modello genera miseria, crea dipendenza tecnologica e provoca un'aggressione violenta all'ambiente. Bisogna cambiare il modello, ma perché questo avvenga è necessario che il contadino abbia più forza. L'obiettivo del piano nazionale di riforma agraria era proprio quello di dare forza al contadino, perché in futuro possa fare pressione per un modello più giusto, equilibrato e rispettoso della natura. (…)

(…) Il Piano si proponeva di raggiungere un milione di famiglie in quattro anni, ciascuna delle quali dovrebbe ricevere una media di 30 ettari (secondo la natura del terreno), per un totale di 30 milioni di ettari di terra da distribuire. Le famiglie che hanno bisogno di terra sono in realtà molte di più: circa 4 milioni e mezzo. Ma già con un milione di famiglie insediate, a nostro giudizio, la struttura agraria verrebbe intaccata, provocando uno squilibrio virtuoso, una reazione a catena che permetterebbe ai contadini di acquistare forza. Tutto questo sarebbe costato 8 miliardi di dollari e avrebbe creato 3 milioni e mezzo di posti di lavoro permanenti con un reddito pari a tre salari minimi e mezzo a famiglia: una somma sufficiente a garantire una vita degna. Tuttavia, questo si scontrava con la raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale di accantonare una somma pari al 4.25% del Pil, che è una quantità di denaro enorme. E il governo, per timore di rappresaglie, ha deciso allora di ridurre il piano a 520mila famiglie, poco più della metà: un buon programma, ma che non consente quella massa critica necessaria per colpire il latifondo, che è all'origine di tutto il problema della povertà in Brasile, un'origine anche culturale, politica, sociale.


Un'economia blindata
In Brasile si è avuto un grande processo di costruzione dell'economia nazionale, accompagnato da misure di protezione dell'industria locale. Dal 1930 al 1980 si è sviluppato nel Paese un parco industriale completo, finché la mondializzazione neoliberista non gli ha inferto un colpo fortissimo. Nel 1989, Lula si presentò come candidato presidenziale impegnandosi a portare avanti il processo di costruzione nazionale. Ma Lula venne sconfitto. E iniziò così un processo di apertura irresponsabile dell'economia brasiliana, che poi è finito nelle mani di Fernando Henrique Cardoso. Il governo Cardoso ha blindato l'economia brasiliana in modo tale che se viene spezzato un elemento si rischia di rompere tutto.
A mio giudizio Lula ha compiuto un errore: quello di impegnarsi in campagna elettorale a rispettare gli accordi internazionali firmati da Fernando Henrique Cardoso. L'équipe di consiglieri di Lula evidentemente non conosceva la profondità della blindatura operata da Cardoso. Se Lula viola uno di questi accordi la sua credibilità internazionale cade e il denaro straniero che sostiene la macroeconomia si dilegua.
Io credo che Lula stia sbagliando a non affrontare il Fondo Monetario Internazionale. Adotta una posizione prudente, nel timore che, se si scontrasse con la comunità finanziaria internazionale, subirebbe una rappresaglia che avrebbe come conseguenza l'aumento dell'inflazione e della disoccupazione: un problema molto serio di governabilità. Ma un Paese non può vivere sotto ricatto. E credo che il popolo darebbe un fortissimo sostegno a Lula. (…)

Forzare il limite
Ho fatto parte del governo Goulart, progettando la riforma agraria del 1964. In quella occasione ci fu uno scontro tra il popolo e le forze interne ed esterne che volevano impedire il cambiamento. E la parola chiave era "limite". Io ero nella posizione di forzare il limite ma con molto timore. Anche oggi ci chiediamo se non sia stato imprudente forzare quel limite, perché a causa di ciò abbiamo avuto 20 anni di dittatura militare. Ma è anche vero che in questi anni si è formata nella Chiesa cattolica una coscienza liberatrice, è nato un sindacato vero come la Cut, è nato l'Mst. Oggi la situazione sociale del Brasile è molto più avanzata che nel 1964. E il dramma è lo stesso.
La mia posizione è che sarebbe necessario forzare il limite. Potrebbero esserci conseguenze negative, fatto che giustifica la prudenza di Lula. Il problema è nel limite di quella prudenza. Io credo che forse dovrebbe essere meno prudente.


Un vuoto preoccupante
Lula aveva suscitato enormi aspettative e queste aspettative si stanno ridimensionando. Ma per il popolo più povero Lula è ancora una speranza. Quando un addetto delle pulizie dell'aeroporto ha trovato una borsa con 30mila dollari e l'ha restituita, il direttore gli ha chiesto che premio avrebbe voluto: "Vorrei stringere la mano a Lula", ha risposto. Perché una cosa è quello che penso io, uomo politicizzato, un'altra è quello che pensano i milioni di brasiliani delle classi povere. Io penso che un giorno questa gente si solleverà e se noi avessimo un pensiero articolato e alternativo da offrire potremmo andargli incontro. Perché una cosa è certa: nessuna nazione può diventare indipendente senza affrontare problemi, senza vivere momenti di crisi e di lotta. (…)
Se il popolo perdesse speranza in Lula, il vuoto sarebbe brutale. Nel 1954, quando Getulio Vargas venne ucciso, il popolo brasiliano scese in strada. Ci riunimmo in una casa con un padre domenicano che era stato consigliere di Giovanni XXIII al Concilio. Ed egli disse: "questo è un popolo infantile che sta piangendo la morte di suo padre. Si lamenterà, si indignerà, protesterà, ma, poiché non ha orientamento politico, non ha un'organizzazione capace di dare una parola d'ordine, si stancherà e tornerà a casa. E se piove tornerà anche prima". E piovve! "Questo popolo cercherà un nuovo padre e se non avrà risposta fra dieci anni si troverà sotto una dittatura militare". Era il 24 agosto del '54 (il golpe contro Goulart avvenne il 31 marzo del 1964, ndt). Si sbagliò di appena sei mesi. Oggi, se Lula non riuscisse a dare una riposta, la forza capace di orientare politicamente il popolo esiste. E dunque il quadro istituzionale del Paese si modificherebbe, verso destra o verso sinistra. Sarebbe un vuoto preoccupante, perché non si sa quale direzione potrebbe prendere.

Un progetto asfissiato
Il progetto Fame Zero si presenta come un programma non meramente assistenzialista: doveva partire da un piano assistenziale per diventare poi un progetto strutturale. Si è però trovato asfissiato per due motivi: la mancanza di risorse (quando un medico prescrive una dose di penicillina, non serve a niente somministrare una dose di molto inferiore. Se però si volesse dare la dose giusta ci si scontrerebbe con l'Fmi) e il tentativo di fare una cosa che è impossibile con la miseria: quello di registrarla. Con una certa ingenuità, i responsabili del progetto, preoccupati del clientelismo politico e della corruzione che hanno caratterizzato tanti programmi assistenziali, volevano registrare tutto per dimostrare la loro correttezza. Ma così per un anno hanno potuto fare solo questo.


La 25.ma ora
Ho scritto un articolo dal titolo "La 25.ma", in cui sostengo che Lula si sta avvicinando alla 24.ma ora. Alla 25.ma non c'è più niente da fare. Lula deve fare qualcosa subito. E deve essere qualcosa di forte. Io credo che dovrebbe cambiare l'équipe economica del governo. La politica è fatta di simboli, di gesti. Il popolo aspetta un gesto e questo gesto non arriva ancora.

di Plinio de Arruda Sampaio

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