Sabato, 16 Dicembre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2010 11:58

Reportage Convegno sull'ISLAM (con foto)

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Tavola Rotonda “L’ISLAM, I SUOI VOLTI E I PREGIUDIZI ATTUALI”

IL DIFFICILE RAPPORTO TRA MONDO OCCIDENTALE E MONDO ARABO

di  Marco Galloni

Roma, 20 novembre 2010: presso la sede Cesv-Spes di via Liberiana 17 si è tenuto il convegno “L’Islam, i suoi volti e i pregiudizi attuali”, organizzato da Dimensione Speranza Onlus, dal settimanale Carta e dalla Cesv-Spes medesima (centri di servizio per il volontariato del Lazio). Questi i relatori, elencati nell’ordine in cui hanno preso la parola: Khalid Chaouki, ex giornalista Ansa e attualmente direttore del portale Minareti.it; Giuseppe Panocchia, diplomatico e profondo conoscitore del mondo islamico; Brunetto Salvarani, teologo cattolico e direttore della rivista Cem Mondialità; Maria Domenica Ferrari, islamologa. Direttore dei lavori, padre Franco Gioannetti; moderatore, Francesco Scoppola della redazione di Dimensione Speranza.

 

Le religioni non dialogano

Il senso del convegno può essere riassunto in un’affermazione fatta da Brunetto Salvarani durante il suo intervento: “Le religioni non dialogano: sono le persone che devono farlo”. È vero: le religioni, soprattutto quando vengono assolutizzate, conducono spesso allo scontro, al conflitto, non al dialogo. Ciò è apparso in modo evidente nel filmato di apertura del convegno. Una ragazza, intervistata per le vie di Roma, così rispondeva alla domanda su quale fosse la sua opinione circa l’apertura di nuove moschee in Italia: “Io sono cattolica, quindi sono contraria alla costruzione di moschee nel nostro paese”. Quel “quindi” dice tutto. E pesa come una pietra. Essere cattolici, per la ragazza intervistata, significa inevitabilmente porsi, in qualche modo e in qualche misura, contro le altre religioni, l’Islam nella fattispecie.

Purtroppo larga parte della Chiesa non la pensa diversamente. Salvarani lo ricordava: “Iniziative come questo convegno sono straordinarie, nel senso letterale di fuori dall’ordinario. Fino a pochi anni fa erano frequentissime. Oggi non più, si parla d’altro. I presbiteri non vogliono saperne di dialogo interreligioso, che delegano volentieri ai teologi laici come me. È cambiato il paradigma del Concilio Vaticano II: allora il dialogo era visto con favore, oggi è esattamente il contrario”.

 

L’Islam non è un monolite né una religione intollerante

Perché accade questo? Da parte cattolica si sente spesso dire che la colpa sarebbe dell’Islam, religione per sua natura intollerante, proclive al conflitto. Ma Khalid Chaouki, il primo dei relatori a parlare, non la pensa affatto così: “L’Islam” – ha detto Chaouki – “non è un monolite. Esistono diverse interpretazioni del testo. L’Islam concepisce e riconosce la diversità anche religiosa: se Dio avesse voluto l’uniformità e la piatta uguaglianza avrebbe creato un’unica tribù”. Chaouki ha proseguito descrivendo la condizione che i suoi correligionari vivono oggi nel nostro paese: in Italia ci sono 1,5 milioni di musulmani, gran parte dei quali di giovane età, che si riuniscono in 600 luoghi di culto; non si tratta di moschee ma di scantinati, garage e locali di questo genere; i figli di genitori extracomunitari che nascono in Italia rimangono stranieri fino ai 18 anni di età. Perché un paese pur tollerante e accogliente come l’Italia ha oggi così tanto sospetto per l’Islam? In parte la responsabilità è dei musulmani stessi, ha ammesso Khalid Chaouki: nei programmi televisivi, per esempio, si prestano spesso a fare la parte del non integrato, che parla male l’italiano, non capisce i costumi del paese che lo ospita, e via dicendo. Ma è evidente che la parte più grande la fa la demonizzazione operata da certa politica. Eppure la migrazione verso l’Italia e altri paesi occidentali è fisiologica e ampiamente prevista. Ci sarebbe un gran lavoro da fare insieme: combattere contro la violenza e lo sfruttamento, tutelare l’ecologia, pacificare la terra. Altro che farsi la guerra!

 

Far cadere le maschere della politica che strumentalizza l’Islam

Anche per Giuseppe Panocchia i motivi del conflitto sono principalmente di carattere politico. “Occorre far cadere” – ha dichiarato Panocchia durante il suo intervento – “la maschera opprimente della politica che strumentalizza l’Islam per i propri disegni. L’Islam”, ha proseguito il diplomatico, “non è quello che ci presentano, ma purtroppo è così che viene percepito”. Negli ultimi venti o trent’anni ciò che è stato presentato all’Italia e in generale all’Europa non è l’Islam religioso ma quello politico. E a questo tipo di Islam, in realtà, il mondo occidentale è legato da interessi nascosti e forse inconfessabili. Basti pensare alle tribù afghane che, nel conflitto contro l’allora Unione Sovietica, furono finanziate e galvanizzate dall’occidente. La politica occidentale gioca inoltre, sempre secondo Panocchia, sulla confusione tra Islam e terrorismo, tra immigrato e clandestino. Eppure le società islamiche, giovani, dinamiche, vitali, potrebbero apportare contributi positivi alla nostra vecchia Europa piena di anziani. L’Islam ha tra l’altro, rispetto al Cristianesimo, una visione più serena del rapporto tra la dimensione laica e quella religiosa: nel mondo islamico la moschea non è solo il luogo di culto; è anche il centro sociale, la scuola, l’ospedale...

 

Destrutturare la paura

La paura dell’Islam, così abilmente creata da certa politica, va decostruita, ha dichiarato Brunetto Salvarani: non demonizzata, negata, né tantomeno assecondata. Molte iniziative di atei devoti, persone che non metterebbero mai piede in una chiesa, non mirano soltanto ad alimentare tale paura e confusione ma sono anticostituzionali, entrano in conflitto con gli articoli 7 e 8, che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e tutelano la libertà religiosa. Salvarani ha sottolineato la differenza tra la semplice interazione tra Islam e Cattolicesimo e il processo, senz’altro più complesso, di integrazione tra le due religioni e culture. Noi occidentali facciamo ben poche scelte in questo senso e poi ci permettiamo di dire che l’inte(g)razione non funziona, che il multiculturalismo è fallito. In Italia abbiamo semplicemente scelto la strada dell’immigrazione, non dell’inte(g)razione. Non esiste una legge sulla libertà religiosa. Ci sono solo i già citati articoli 7 e 8 della Costituzione: troppo poco! L’ora di religione nelle scuole è sufficiente a promuovere l’inte(g)razione? Gli italiani sono cattolici, ma senza Bibbia. Non ne sanno nulla! Figuriamoci cosa sanno delle altre religioni. Salvarani terminava il suo intervento proponendo un decalogo del dialogo interreligioso. Ne riportiamo solo alcune regole: la prima è che il dialogo deve avvenire tra le persone, non tra le religioni. La seconda dice che l’incontro deve giocarsi sul piano concreto, non sulle teorie: e quindi musica, cultura, cucina... La terza regola prescrive che il dialogo cominci dalle nostre identità, non dalla loro negazione; identità, ricordava il teologo, sempre “in progress”. La decima regola, che poi regola non è, sottolinea come il dialogo arricchisca reciprocamente, sia un fattore fondamentale per la crescita umana.

 

La poligamia non è una realtà dell’Islam

La speranza, ha detto nel suo intervento conclusivo del convegno l’islamologa Maria Domenica Ferrari, è che domani possa esserci un di più nato dall’integrazione tra noi e i musulmani: occorre lavorare insieme, noi e loro. Anche la dottoressa Ferrari, come Giuseppe Panocchia, ha denunciato l’uso di stereotipi e luoghi comuni che contribuiscono a creare confusione e a gettare una luce fosca sull’Islam. Uno di questi è la poligamia, sovente associata alla religione islamica. In realtà nel mondo arabo la poligamia è diffusa pochissimo; al massimo c’è la bigamia, e neanche così frequentemente. La poligamia è semmai una realtà dell’Africa subsahariana, dove, accanto al Cristianesimo e all’Islam, convivono in un complesso sincretismo le religioni animiste. Del resto nel Corano, scritto una ventina di anni dopo la morte del profeta Maometto, si trova di tutto: vi sono sure dal contenuto esplicito e altre criptiche, sure interpretabili in maniera univoca e altre no. Non lo si può leggere in modo fondamentalista, letterale. Altro luogo comune è quello del burqa, spesso presentato come indumento imposto a forza alle donne da una religione essenzialmente misogina. Fino agli anni ’60 del secolo appena trascorso, ha ricordato Maria Domenica Ferrari, in Afghanistan il burqa era utilizzato solo nelle città grandi e ricche, per l’ovvia ragione che un abito del genere mal s’accorda con la vita rurale e il lavoro nei campi. Poi una costituzione di stampo occidentale tentò di disincentivarne l’uso, con il risultato che una moltitudine di donne afghane corse a comprare burqa a prezzi stracciati.

 

Per concludere

Il convegno del 20 novembre non è che una piccola, fragilissima scialuppa nell’oceano tempestoso del conflitto di civiltà e religioni, un oceano che ognuno, lo voglia o no, deve attraversare. Ci sono molti modi per farlo. Ci si può acquattare sul fondo della barca, terrorizzati dai marosi. O sedersi comodamente senza far nulla, delegando agli altri la fatica del remo e la responsabilità del timone. Un buon modo è quello di cominciare a dare meno credito a quei politici che, destra e sinistra in un sol coro unite, continuano a ripeterci che siamo minacciati, che le orde islamiche sono alle porte, che un introvabile bin Laden trama ai nostri danni perché invidioso del benessere e della democrazia occidentali. Nessun dialogo sarà mai possibile se prima non ci si libera dalle menzogne.

Ultima modifica Venerdì 18 Marzo 2011 16:43

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