Sabato, 19 Agosto 2017
Martedì 12 Luglio 2011 14:26

Il contesto del Magnificat

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di Enzo Bianchi

Priore di Bose

 

Gli esegeti hanno da tempo rilevato che la presenza del Magnificat (Lc 1,46-55) a questo punto del testo lucano non è essenziale all'economia della narrazione, che appare già completa in se stessa (il v. 56 poteva, in origine, seguire immediatamente il v. 45), ma rappresenta una sorta di sospensione del movimento globale della narrazione per far emergere il significato dell'evento che è appena stato raccontato, cioè l'annunciazione (Lc 1,26-38).

E' infatti quello l'evento che ha fatto di Maria la «madre del Signore» (Lc 1,43) riconosciuta come tale da Elisabetta e da lei salutata, nell'incontro detto «visitazione», con una benedizione e un macarismo (Lc 1,42.45). Si è potuto così mostrare come il Magnificat sia «una meditazione lirica sul significato dell'evento dell'annunciazione» (J. Dupont). E' dunque essenziale risalire al contesto che precede la nostra pericope per meglio comprenderne la portata.

a) L'annunciazione dalla vocazione di Maria alla nostra vocazione

Quando ormai Elisabetta, colei che era detta «la sterile» (Lc 1,36), è al sesto mese di gravidanza, resa feconda da un intervento del Signore che ha mutato la sua situazione di vergogna, Maria, ragazza di Nazaret fidanzata a Giuseppe, uomo del casato di David, riceve la visita dell'angelo Gabriele che le rivolge parole sconvolgenti. L'aspetto sconvolgente di tale evento appare ancor meglio se, con molti esegeti (e alla luce del pregnante parallelo costituito da Gdc 6,11-24), vediamo nel nostro testo il racconto della vocazione di Maria, dell'evento cioè che segna un mutamento radicale nella sua esistenza in relazione all'irruzione di Dio nella sua vita. E l'angelo le rivolge anzitutto quel saluto -«rallegrati!» (Lc 1,28) - che è lo stesso che la letteratura profetica vede frequentemente rivolto alla «figlia di Sion» per annunciarle la venuta del Signore (Sof 3,14-15; Zc 2,14-15; 9,9; ecc.). In Is 54,1-7 questo invito all'esultanza è rivolto a Gerusalemme, personificata in una donna sterile e senza figli che riceve la visita fecondante del Signore.

L'appellativo kecharitoméne (tradotto usualmente con «piena di grazia»: Lc 1,28), definisce poi Maria come donna «trasformata dall'azione della grazia» (I. de la Potterie), resa accetta a Dio. Questo verbo indica il rapporto tra Dio e Maria. Maria, donna di preghiera, figlia di Israele in attesa del Messia, è già sotto il segno della grazia, dell'azione elettiva del Dio d'Israele. Ecco pertanto le parole dell'angelo: «Il Signore è con te» (Lc 1,28), parole che nell'AT sono usate per le persone a cui Dio affida una missione speciale, Mosè (Es 3,11-12), chiamato a condurre il popolo d'Israele fuori dall'Egitto, Giosuè (Gs 1,5), incaricato di guidare, attraverso il passaggio del Giordano, l'ingresso del popolo nella terra promessa... Spesso poi, tale espressione implica nel destinatario un senso di debolezza, di impotenza, di piccolezza: Es 3,11-12 (Mosè), 2Sam 7,9 (David), Ger 1,6-8 (Geremia). Si tratta insomma di un'espressione che designa una promessa di fedeltà di Dio al suo chiamato: qui, dunque, l'angelo annuncia un patto di alleanza di Dio con Maria, patto in cui rivive la promessa fatta un tempo a David (cf. Lc 1,32-33, con ripresa di 2Sam 7,12 ss.).

Alla reazione di turbamento e di timore di Maria le ulteriori parole dell'angelo la invitano ad abbandonarsi al Signore: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30). Questa nuova espressione scritturistica («trovar grazia presso qualcuno») indica solitamente l'atteggiamento che un superiore assume di fronte a chi gli è inferiore, a un subalterno, disponendosi ad una particolare relazione con lui. Noè (Gen 6,8), Mosè (Es 33,12-17), David (At 7,46), sono coloro di cui si dice che hanno trovato grazia presso Dio. Mi sembra significativo che anche il contenuto della «missione» di Maria, ciò a cui è chiamata, venga indicato da Luca con parole tratte dalla Scrittura (Lc 1,31-33; con ripresa di Is 7,14; 9,6; 2Sam 7,12 ss.). Luca, che ama presentare Maria come donna di ascolto e di meditazione (cf. Lc 2,19.51), sembra quasi tratteggiare in lei la figura del credente che arriva a discernere la sua chiamata alla luce della Parola di Dio contenuta nella Scrittura e dello Spirito santo.

E ciò cui Maria è chiamata è la maternità del Messia: lei che «non conosce maschio» (cf. Lc 1,34), che non vive ancora sotto lo stesso tetto con il suo fidanzato, è chiamata a divenire madre! Maria non può che entrare nel turbamento e nel timore, nello spaesamento. «Ella si turbò, e si interrogava che fosse, che senso avesse quel saluto» (Lc 1,29); e più avanti: «Come avverrà questo? Com'è possibile? Non conosco uomo!» (Lc 1,34). Maria oppone all'angelo l'assoluta impossibilità umana della missione cui è chiamata. Ma a Maria che si chiede: «Com'è possibile?», ecco l'angelo che, ancora una volta attraverso le parole della Scrittura, risponde: «Niente è impossibile per Dio!» (Lc1,37; che cita Gen 18,14). E Maria perviene a sottomettersi all'obbedienza dichiarando: «Ecco, sono la serva del Signore: avvenga a me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Maria appare qui donna di fede, di ascolto e di obbedienza alla Parola di Dio: ella si sottomette alla Parola e allo Spirito di Dio che, secondo sant'Ireneo, sono come le due mani con cui il Padre plasma il volto dei suoi eletti, dei suoi santi. Dichiararsi «serva» del Signore significa, analogamente al Servo del Signore di cui ci parla Is 50,4, un totale abbandono all'ascolto della Parola e della volontà del Signore: è l'ascolto che rende servi! Ed è la qualità interiore, profonda, di servi del Signore che è richiesta ai credenti, ben più e ben prima del semplice adempimento di servizi. Questo andrebbe ricordato con forza ad una chiesa che chiede tanti servizi, ma che spesso sembra non curarsi della qualità di servi necessaria ai cristiani per vivere la loro vocazione.

Se è vero che un'autentica mariologia non è altro che autentica ecclesiologia, allora qui noi abbiamo l'icona della chiesa sottomessa al primato della Parola di Dio e all'azione dello Spirito di Dio. Del resto non è un caso che la nascita di Gesù avvenga grazie allo Spirito che «scende su Maria» (cf. Lc 1,35: «Lo Spirito scenderà su di te») e che la nascita della chiesa avvenga, sempre secondo la narrazione lucana, grazie allo Spirito che scende sui discepoli e sulla stessa Maria riuniti in preghiera (cf At 1,8: «Lo Spirito scenderà su di voi»). E che la generazione di Gesù da parte di Maria sia anzitutto evento spirituale, ancor prima che evento fisico, lo mostra il testo solo lucano di Lc 11,27-28: «Mentre Gesù parlava, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e gli disse: "Beato il ventre che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono"». Parole queste che ridondano a piena lode di Maria, che è beata perché ha creduto al compiersi della promessa del Signore (Lc 1,45). Sempre Luca corregge il testo sinottico dei «veri parenti di Gesù» mettendo in bocca a Gesù queste parole: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la fanno» (Lc 8,21: in corsivo le parole proprie di Lc; cf. Mt 12,49-50; Mc 3,34-35).

Il generare Cristo è operazione anzitutto spirituale che avviene grazie alla fede, la quale è esposizione radicale di sé alla potenza della Parola di Dio e del suo Spirito. A questa generazione del Verbo ogni cristiano è chiamato: si tratta di accogliere con fede e obbedienza la Parola, di lasciarla fecondare in noi dallo Spirito santo, e in noi sarà generato il Cristo: «Cristo in voi speranza della gloria» (Col 1,27). Il mistero di Maria diviene anche il mistero del cristiano. E il cristiano, contemplando la scena dell'annunciazione, vede il mistero della sua stessa vocazione. E impara che questa non è impresa che può essere condotta in porto contando sulle sole proprie forze, ma soltanto fidando nella grazia del Signore. Sì, viene il momento in cui la vocazione ci porta in situazioni di turbamento, di paura, di cui non vediamo il senso: è allora che all'evidenza dell'impossibilità nostra a reggere la nostra vocazione si contrappone la parola del Signore che assicura che nulla è impossibile a Dio! E allora che si tratta di credere maggiormente alla promessa di Dio che all'evidenza di miseria e di impotenza delle nostre vite e delle nostre storie.

b) La visitazione

presso la cugina Elisabetta, anziana e ormai al sesto mese di gravidanza. La maternità di Maria si manifesta anzitutto come sororità: i padri della chiesa sottolineano il carattere di carità di questo viaggio intrapreso da Maria. Il testo in realtà non esplicita questa dimensione, mentre suggerisce il suo carattere missionario. Evangelizzatore sempre attento, soprattutto negli Atti degli Apostoli, alla dimensione missionaria della chiesa e ai concreti viaggi missionari che hanno diffuso la Parola di Dio nel bacino del Mediterraneo, Luca mostra qui il prototipo del viaggio missionario: un andare «in fretta» (Lc 1,39), mossi cioè dall'urgenza escatologica, portando il Cristo in sé, un consentire all'altro l'incontro con Cristo facendo di sé lo strumento di tale incontro. Dice Gesù nel vangelo di Matteo: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché, vedendo le vostre opere belle (kalà), rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). Il problema non consiste nel fare opere per essere visti: questo non sarebbe testimonianza, ma esibizionismo, e Gesù stesso lo interdice (Mt 6,1.5.16). Essenziale invece è la luce che deve risplendere internamente e che rende luminose anche le opere compiute dal credente: e che altro è questa luce se non il Cristo stesso che abita per la fede nel cuore dell'uomo? La testimonianza cristiana nel mondo non è un progetto, ma una dilatazione del cuore, un irraggiamento della luminosità profonda che alberga nel credente.

Giunta Maria da Elisabetta, noi assistiamo alla bellezza di un incontro tra due donne che si accolgono l'una l'altra riconoscendo reciprocamente ciò che Dio ha operato in ciascuna di loro. Ecco l'incontro nella gratuità: conoscere e accogliere l'altro nella vocazione che il Signore gli ha rivolto. E allora avviene lo scambio dei doni: al saluto di Maria lo Spirito colma Elisabetta, ed Elisabetta risponde riconoscendo in Maria la «madre del mio Signore» (Lc 1,43) e proclamandola beata e benedetta. L'incontro delle due madri diventa l'incontro dei due figli nel grembo materno: alla voce di Maria, Giovanni sussulta di gioia nel grembo. Si compie così la promessa dell'angelo rivolta a Zaccaria: «Sarà pieno di Spirito santo fin dal seno di sua madre» (Lc 1,15). Nel terzo vangelo Giovanni non è tanto il battezzatore, quanto l'evangelizzatore: infatti è Gesù stesso che l'ha battezzato in Spirito santo fin dal seno materno e l'ha reso capace di annunciare l'evangelo: «Giovanni annunciava al popolo l'evangelo» (Lc 3,18). La figura di Giovanni nel terzo vangelo è cristianizzata! Ma ciò che è degno di sottolineatura è che la venuta di Maria provoca la Pentecoste su Elisabetta e su Giovanni: e così viene indicato al credente che ogni suo incontro con gli altri uomini dovrebbe causare una discesa dello Spirito, dovrebbe divenire una Pentecoste.

L'ultima parola di Elisabetta a Maria è un macarismo: ((Beata colei che ha creduto che avrebbe avuto compimento quanto le è stato detto dal Signore» (Lc 1,45). La lode di Maria è per la sua fede, per aver creduto al compimento della promessa di Dio, promessa che dischiude orizzonti ben più grandi di ciò che potrebbe la creatura umana lasciata alle sue sole forze. La grandezza di Maria è tutta nella sua fede! Lei è la prima credente! E proprio perché riconosce ciò che Dio ha compiuto in lei e che ora le è stato testimoniato anche da Elisabetta, essa scioglie il suo canto di ringraziamento, il Magnificat.

 


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Ultima modifica Mercoledì 11 Aprile 2012 21:05
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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