Venerdì, 20 Luglio 2018
Domenica 18 Marzo 2018 15:55

La pesca nel lago di Galilea al tempo di Gesù: Parte seconda

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sintesi del Corso

tenuto dal Prof. Dario Vota

 

 

 

Le barche da pesca

Devono esserci stati diversi tipi di barche (ma Vangeli, Giuseppe Flavio e l’iconografia antica offrono pochi dettagli). Dati i tipi di rete usati in antico, dovrebbero esserci stati almeno tre tipi di barche: uno più grande per la pesca con la sagena, per almeno 8-10 persone; uno medio per la pesca con reti statiche, per 4-6 persone; uno più piccolo, per 1 o 2 pescatori con reti da lancio.

La barca di Ginosar

L’unico esempio conosciuto di barca antica usata nel Kinneret è quella ritrovata nel 1986 tra Magdala e Ginosar, in un periodo di siccità in cui il livello del lago si era abbassato.

Nel gennaio del 1986 i fratelli Moshe and Yuval Lufan, membri del Kibbutz Ginosar e archeologi dilettanti, condussero delle ricerche in una zona fangosa tra Ginosar e Magdala, dove erano emersi frammenti di oggetti antichi; qui, oltre a trovare antichi chiodi in ferro, individuarono nel fango quella che sembrava una parte di un antico relitto di un’imbarcazione: la melma lasciata dal deflusso si abbassava a formare una concavità ovale nell’area di una decina di metri, che era la sagoma di una barca.

Contattarono Mendel Nun, un ex-pescatore che aveva studiato a lungo i vecchi metodi di pesca nel Kinneret, aveva pubblicato numerosi studi in proposito ed era considerato un esperto, il quale avvisò il Dipartimento Israeliano di Antichità.

Le ricerche furono subito avviate: due giorni di indagini preliminari fecero capire che si trattava di una barca antica. Gli archeologi pensavano di ricoprire tutto e di mettersi alla ricerca degli sponsor per un futuro scavo; ma la notizia finì rapidamente sulla stampa: giornali e tv cominciarono a parlare della “barca di Gesù” o della barca carica d’oro affondata nel corso della prima guerra mondiale mentre trasportava le paghe per l’esercito turco. Addirittura ebrei ultra-ortodossi cominciarono a manifestare contro un eventuale ricupero della “barca di Gesù” perché non ci fosse in Israele uno sfruttamento della notizia da parte dei missionari cristiani. Non si poteva più aspettare: il luogo non avrebbe avuto pace e i cercatori di tesori avrebbero potuto danneggiare per sempre la barca. Oltretutto il ritorno di abbondanti piogge stava facendo risalire il livello del lago e il relitto rischiava di essere rapidamente sommerso.

Si costruì un argine tutt’intorno al luogo che nascondeva la barca per prevenirne l’inondazione, e poi si lavorò non solo di giorno ma anche di notte alla luce di lanterne a gas dei pescatori. Scopo dello scavo era di metter in luce il relitto, studiarlo in situ e poi rimuoverlo per conservarlo in un vicino museo.

Il lavoro di svuotamento dell’interno dello scafo fu attuato piazzando delle plance su cui gli archeologi potessero appoggiarsi per non premere sul relitto. Per proteggere i pezzi della barca in vista della rimozione furono stesi strati di resina, poliestere e fibra di vetro; lo scafo fu poi interamente “impacchettato” con poliuretano. Poi nella conca dello scavo fu pompata acqua per far galleggiare lo scafo e attraverso un canale appositamente scavato, lo scafo viene fatto scivolare fino al lago (dove tornò a galleggiare per la prima volta dopo 2000 anni). L’imbarcazione fu poi sollevata e trasportata verso il luogo del restauro.

Dopo sette anni di lenta sostituzione dell’acqua di cui il legno era imbevuto con cera sintetica, e dopo una sistemazione provvisoria, dal febbraio 2000 la barca è in mostra nel museo installato nel Yigal Allon Center del Kibbutz di Ginnosar.

La barca, datata tra I secolo a.C. e I secolo d.C. (grazie ad alcuni oggetti di ceramica ritrovati al suo interno e a un esame al C14), misurava 8,8 m in lunghezza, 2,5 m in larghezza e 1,25 m di profondità; aveva la poppa più profonda e arrotondata e la prua più stretta, dotata probabilmente di una coperta a prua e una più ampia a poppa; aveva un albero centrale per la vela e possibilità di spinta a remi quando il vento calava. Si suppone che sia stata usata per la pesca con la sagena.

Era costruita in modo curioso: la chiglia era fatta di assi di legno di tipo diverso, uniti con incastro “a tenone e mortasa”; anche le tavole del fasciame hanno forme curiose, con rami di legno molto contorti (che un fabbricatore di barche del Mediterraneo avrebbe scartato); ma l’unione dei pezzi e la lavorazione del legno fanno pensare a un artigiano esperto. Gran parte della fasciatura è di cedro (assente nella zona del Kinneret, da importare dal Libano), il resto è di quercia e di vari altro legni (pino, salice, biancospino, sicomoro, alloro) che in antico crescevano vicino al lago. Le parti fatte con legno di bassa qualità sono probabilmente dovute a interventi di riparazione. Gli studi sulla barca ipotizzano che essa sia stata abbandonata quando non era più utilizzabile, e qualche parte di essa fu asportata per un riutilizzo. Vele e corde della barca erano fatte probabilmente con fibre di lino come le reti. Le ancore erano in pietra (nei pressi del relitto ne sono state ritrovate due: una in pietra non lavorata con un foro, pesante circa 19 kg, l’altra in pietra ovoidale con una scanalatura centrale pesante circa 31 kg).

I resti di questa barca sono quanto di più vicino al tipo d’imbarcazioni comuni al tempo di Gesù si sia conservato.

I luoghi della pesca

Le zone di pesca

Nel Kinneret in antico la pesca era praticata solo nelle zone costiere, i pescatori si allontanavano dalla riva solo di qualche centinaio di metri.

La principale zona di pesca era quella nord, tra Magdala e Gherghesa, dove si poteva pescare tutto l’anno, anche se il periodo migliore era tra dicembre e aprile (periodo di piogge abbondanti, Giordano e torrenti scaricavano nel lago molta acqua carica di fitoplancton, che faceva avvicinare alla costa grandi quantità di pesci). Lungo le rive delle zone centrali del lago, sia a E che a W, la pesca era scarsa; era una zona economicamente meno importante rispetto al nord. Sulla costa sud si pescava tra dicembre e febbraio, quando banchi di sardine si avvicinavano alla costa, e un po’ in primavera, quando si avvicinavano i barbi.

Città e villaggi

Durante il periodo di vita pubblica di Gesù (verso il 30 d.C.) la città più importante attorno al lago era Tiberiade. Fondata da Erode Antipa intorno al 18 d.C., la città ospitava la corte di questo re e i funzionari amministrativi, e aveva una popolazione eterogenea (in parte ebrei, in parte gente di provenienza incerta attirata dall’offerta di case e terreni o costretta trasferirvisi al momento della fondazione); i gruppi dirigenti erano tendenzialmente filo romani, la maggior parte del popolo no. In quanto centro amministrativo, Tiberiade era (insieme a Sefforis) centro di gestione di molti aspetti della vita economica della Galilea, tra cui la raccolta delle tasse; ciò spiega l’ostilità o quanto meno la diffidenza della maggior parte dei Galilei verso i gruppi dirigenti della città, che tendevano a sfruttare il popolo e ne erano culturalmente lontani. E’ probabile che alcuni abitanti di Tiberiade di dedicassero alla pesca, ma la città era soprattutto centro di consumo (sui suoi mercati affluiva probabilmente la maggior parte della produzione agricola e ittica della zona) ed era sede dei “pubblicani” addetti alla gestione della pesca (tasse, pagamenti delle concessioni, ecc.).

Poco più a nord di Tiberiade era Magdala (migdal = “torre”), nota anche col nome greco di Tarichea (da tàrikos = “pesce sotto sale”): la salagione del pesce e il suo commercio dovevano essere una delle sue principali attività economiche; ma vi fiorivano anche le attività di carpenteria navale e l’artigianato della tintoria e della tessitura di seta. La città, sviluppata con un impianto urbano ordinato e regolare su 10 km2, era dotata di notevoli infrastrutture portuali e collegata a importanti strade che attraversavano la Galilea. Scavi archeologici sul porto hanno accertato che il livello antico del lago era più alto dell’attuale e hanno messo in luce locali adibiti a magazzini e piccole vasche per la salatura del pesce. In quanto centro di produzione e di commercio, Magdala ospitava probabilmente anche esattori di tasse e agenti di controllo dell’attività di pesca.

Più a nord era Cafarnao (kefar nahum = “villaggio di Nahum”), che i Vangeli presentano come centro dell’attività pubblica di Gesù (secondo Mt 4,12 Gesù era andato a vivere a Cafarnao, luogo dei suoi primi discepoli: i fratelli pescatori Simone e Andrea; in Mt 8 e Lc 4 si cita anche la casa di Simone a Cafarnao). Il villaggio era in buona posizione per la pesca, in una delle zone più pescose del lago, ed è probabile che parte consistente dei suoi abitanti fossero pescatori.

All’estremo nord del Kinneret si trovava Bethsaida (= “casa della pesca”), che secondo Gv 1,44 era il luogo di nascita di Simone, Andrea e Filippo. Era situata vicino alla piuna di Beteiha, una delle migliori zone di pesca del Kinneret (non a caso il suo nome). Il sito attuale è lontano dalla costa, ma in antico doveva essere in riva, e numerosi ritrovamenti di ami e reti segnalano l’attività della pesca.

Sulla costa est si trovava Gherghesa, anch’essa in ottima posizione per la pesca.

Poco più a sud era Hippos, centro di stampo ellenistico, parte della Decapoli.

Il controllo della pesca da parte dei poteri

Nel mondo greco-romano i diritti di pesca nelle acque interne erano controllati dallo Stato, dai templi o da ricchi proprietari privati ed erano soggetti a specifici regolamenti (la pesca in mare invece era libera e i pesci appartenevano a chi li pescava, ma per venderli sui mercati ittici bisognava pagare). Pochissime informazioni però si hanno su come era regolata in antico la pesca nel Kinneret; per delinearne un modello plausibile bisogna partire dai dati offerti da regioni vicine meglio documentate (in primo luogo l’Egitto) e valutare quali regole accomunavano diverse aree del Mediterraneo orientale: queste avrebbero più probabilità di valere anche per il Kinneret.

In Egitto

I diritti di pesca nel Nilo, nelle paludi e nei canali appartenevano al re, che poteva concederli a pescatori in cambio di canoni fissi o pagamenti di tasse (sull’esercizio dell’attività, sulle imbarcazioni, sul pescato, sulle vendite) o a templi o a grandi proprietari privati; la riscossione di canoni e tasse avveniva direttamente, da parte di impiegati dello Stato, o attraverso la mediazione di “pubblicani” che se ne aggiudicavano l’appalto. Governo statale, templi e proprietari privati avevano uffici che controllavano il giro d’affari legato alla pesca, non solo riscuotendo tasse e canoni ma anche praticando prestiti ai pescatori (es. per l’acquisto di reti, per spese di trasporto, ecc.) o pagando salari a pescatori dipendenti, ecc. Nelle zone in cui i diritti di pesca appartenevano a un tempio, venivano gestiti da un ufficio di controllori ed esattori che agivano per conto del tempio stesso registrando le attività e riscuotendo tasse o affittando diritti a privati in cambio di un canone fisso. Certi grandi proprietari terrieri che avevano canali di irrigazione, stagni e paludi in cui era possibile pescare, potevano concedere diritto di pesca a pescatori oppure impiegavano pescatori dipendenti.

Il problema è capire se questa organizzazione della pesca che vigeva in Egitto era simile o no a quella di altre zone del Mediterraneo orientale.

In altre zone del Vicino Oriente

Il confronto con una documentazione, però piuttosto scarsa, da altre regioni ha portato gli studiosi a individuare una serie di analogie tra l’organizzazione della pesca in Egitto e quella di altri paesi del Mediterraneo orientale:

- la pesca era fonte di buoni guadagni per il re e i grandi templi;

- l’amministrazione della pesca aveva aspetti diversi tra i vari paesi ma almeno due analogie:

la concessione del controllo delle attività di pesca a esattori delle tasse e supervisori, che potevano subappaltare i diritti ai pescatori in cambio di quote in denaro o di una percentuale del pescato; l’impiego di lavoratori dipendenti (soprattutto nel caso di acque interne a una grande proprietà); in entrambi i casi lo Stato poteva imporre tasse sul pescato, sulla lavorazione del pesce, sulla vendita, sulla proprietà di barche;

- controllo e gestione di queste attività erano regolati da contratti, e tutto era registrato e accuratamente documentato;

- nelle zone in cui la pesca era un’attività redditizia potevano sorgere contrasti tra pescatori ed esattori se gli accordi non erano rispettati, con la possibilità di appellarsi alle autorità per risarcimenti o punizioni.

In Galilea

I pochi dati a disposizione sulla Palestina del I secolo fanno pensare che le risorse della pesca nel Kinneret fossero proprietà regia. Durante il regno di Erode il grande (37-4 a.C.) la pesca nel Kinneret fu probabilmente controllata dalla sua amministrazione; con Erode Antipa (“tetrarca” di Galilea dal 4 a.C. al 39 d.C.) la fondazione di Tiberiade come sua capitale portò gli uffici dell’amministrazione regia molto vicino alle zone di pesca, il che dovette comportare uno stretto controllo fiscale. Il sovrano appaltava i diritti della pesca e il controllo dei porti a dei mediatori (“pubblicani”), i quali facevano dei contratti con i pescatori: vendevano il diritto di pesca ma insieme concedevano finanziamenti ai pescatori, che si trovavano così indebitati verso questi mediatori. I Vangeli sinottici menzionano dei “pubblicani” che operavano nella zona del lago (Mt 9,9-17; Mc2,13-17; Lc 5,27-32; 7,29 e 15,1); e il fatto che il banco delle tasse di Levi-Matteo si trovasse a Cafarnao – importante centro di pesca – fa di lui probabilmente uno di questi mediatori dei diritti di pesca.

Associazioni di pescatori

Come appare da documenti relativi a diverse aree del Mediterraneo, c’erano 2 tipi di associazioni di pescatori:

- societas, una specie di cooperativa: due o più pescatori si mettevano in società, dividendosi il costo della concessione (per la quale insieme potevano fare un’offerta più appetibile ai mediatori) e le spese dell’attività, distribuendosi i lavori e condividendo i profitti (perché un gruppo di pescatori poteva trarre un profitto maggiore rispetto a uno che operava da solo);

- collegium, una specie di organizzazione di categoria, per affrontare i problemi comuni e le necessità professionali, organizzare iniziative sociali e religiose per i membri (i collegia organizzavano feste, attività sociali e religiose, si facevano carico delle spese funebri dei membri defunti, ecc.).

I due tipi di associazione potevano mescolarsi: una grossa societas poteva svolgere le attività di un collegium e in questo potevano confluire i membri di più societates. E’ verosimile che quando dei pescatori formavano una società vi coinvolgessero le famiglie, essendo numerose le attività legate alla pesca.

Nello specifico della Galilea, c’è anzitutto il caso citato nei Vangeli delle famiglie di Zebedeo (Zevadyah) e Giona (Yonah), menzionate in Lc 5,7-10, in cui si dice che i due gruppi familiari lavoravano insieme: sembra trattarsi di una societas.

Sulla possibile esistenza di collegia di pescatori in Galilea non abbiamo invece notizie.

Commercio e conservazione

Commercio del pesce fresco

Il pesce fresco doveva essere venduto in giornata, per cui non poteva essere trasportato molto lontano dalla zona di pesca (pur con la differenza tra estate e inverno: temperature più basse permettevano un tempo più lungo di trasporto). Secondo informazioni legate a pratiche moderne ma pre-novecentesche, in Galilea in inverno il pesce fresco arrivava fino a Nazareth; così si può calcolare, per un trasporto su muli, un raggio di 25-30 km dal lago (tenendo però conto che in zone montuose della Galilea il tempo di trasporto era più lungo e quindi la distanza poteva essere minore); una media estate-inverno di tempi di trasporto per permettere vendita e consumo di pesce fresco, doveva essere non superiore a 6 ore. Molto dipendeva però anche dalle condizioni dei mercati e dalle strade: alcuni centri più attrezzati potevano ricevere più pesce rispetto a centri più vicini al lago ma più modesti (es. una città importante come Sefforis, teoricamente al di là del raggio del commercio invernale ma meglio servita da strade e con una domanda maggiore, probabilmente vedeva arrivare sul suo mercato il pesce del lago). Più a nord poteva arrivare il pesce pescato nel lago di Hula (oggi prosciugato).

Conservazione del pesce

Secondo fonti antiche (es. Strabone), a Tarichea (Magdala) era attiva un’industria di salagione del pesce. Da questa attività derivavano una serie di prodotti, su tutti il garum: i pesci erano messi in contenitori con sale, spezie e aromi, lasciati al sole a macerare da uno a tre mesi, mescolando il tutto di tanto in tanto; dalla carne così liquefatta si estraeva il garum vero e proprio come salsa salata per condimenti vari. Non ci sono però dati archeologici diretti per la Palestina sull’attività di conservazione del pesce.

Tra i pesci del Kinneret, le sardine erano probabilmente il pesce più conservato, perché si pescavano in grandi quantità solo in certi periodi dell’anno – ed era quindi conveniente puntare sulla loro conservazione – e perché la loro carne si macerava più facilmente che quella di altri pesci. Erano conservate sotto aceto o più probabilmente destinate alla produzione di salse come l’allex, simile al garum ma meno pregiato.

Commercio del pesce salato

Il pesce salato era trasportato in ceste o in vasi di ceramica; per questo secondo caso, lo studio archeologico dei contenitori da trasporto può fornire indizi sul raggio commerciale dei prodotti ittici della Galilea.

I tipi di vaso usati per il trasporto di questo tipo di merce si possono individuare in base alla forma, mentre è più difficile stabilire il luogo di provenienza dei vasi; tuttavia alcuni studi sulle componenti dell’argilla di recipienti trovati in siti della Galilea hanno permesso di individuare qualche luogo, come Shikhin presso Sefforis. In particolare le “giare da magazzino” sono vasi che erano usati per trasportare vino, olio, salsa di pesce e altri prodotti, ma la loro diffusione può fornire indizi anche sul raggio di commercializzazione dei prodotti di pesce conservato. Sono giare che potevano essere trasportate anche su piccole barche oppure legate su muli e asini per il trasporto via terra. La presenza di questo tipo di giare in diversi villaggi segnala prodotti che venivano trasportati da un villaggio all’altro; si tratta di un tipo di vasi attestato solo in Galilea, ma, avendo una forma poco adatta al trasporto a lungo raggio (non sono, ad esempio, la tipica anfora adatta allo stoccaggio su navi da trasporto marittimo), è probabile che il raggio del loro commercio si limitasse ai mercati locali tra Galilea e Golan.

Livello socio-economico e rapporti sociali dei pescatori

Tra i pochi studiosi che hanno dedicato una ricerca specifica sulla pesca nel Kinneret al tempo di Gesù, si tende ad applicare anche all’ambito dei pescatori la distinzione di due categorie sociali che viene delineata per l’ambito rurale e artigianale:

- una “classe media” in cui rientravano pescatori che costituivano delle società, possedevano barche e avevano dei garzoni alle loro dipendenze; il loro livello economico li elevava al di sopra della semplice sussistenza;

- una classe povera, costituita da pescatori che non possedevano barche e lavoravano a giornata alle dipendenze di altri.

L’attività della pesca era, come si è detto, fortemente controllata, regolata e quindi tassata; ma il livello della tassazione non doveva essere così alto da togliere possibilità di guadagno ai pescatori. Non abbiamo dati precisi sul livello di tassazione in Galilea nel I secolo, e in proposito le opinioni degli studiosi non sono concordo. C’è chi sostiene che la situazione fosse simile a quella dell’Egitto del I secolo a.C. (su cui si è ben documentati), dove la tassazione media sulle attività di pesca era del 25%, e chi sostiene che fosse assai maggiore, come doveva esserlo sulle attività agricole, per finanziare le grandi opere edilizie progettate dagli Erodi. Si è comunque abbastanza concordi nel ritenere che la tassazione in sé, benché alta, non fosse comunque insopportabile; ciò che la rendeva pesante e suscitava risentimento erano la corruzione e gli abusi degli esattori (v. nel Vangelo il caso di Zaccheo: Lc 19,2-8 e il presupposto della frase di Giovanni il Battista in Lc 3,12). Il problema, insomma, più che la tassazione in sé, era il modo in cui le tasse venivano prelevate.

Ma ciò che determinava il livello economico dei pescatori, come in tutte le altre attività, era il margine di guadagno: se quantità e valore del pescato erano tali da permettere guadagni al netto delle spese di produzione e delle tasse. Purtroppo però non disponiamo di dati su questo.

Quanto a rapporti sociali, il cerchio delle relazioni dei pescatori si poneva a tre livelli: un primo livello riguardava la propria famiglia, i soci in affari, gli eventuali dipendenti, gli amici e i vicini; c’era poi i rapporti con pescatori di equipaggi o società diverse, che erano ambivalenti: da una parte c’era concorrenza, dall’altra si avevano interessi e problemi comuni; c’era poi una fitta rete di relazioni dirette o indirette con magistrati, esattori, commercianti, trasportatori, ecc.

Un elemento onnipresente nella vita dei pescatori era il rischio:

- rischio ambientale: la stagione principale della pesca nel Kinneret era quella invernale, che coincide con la stagione delle tempeste (soprattutto per i venti che scendono dalle alture del Golan), fattore di pericolo per le imbarcazioni;

- rischio economico, dato dalla possibilità di una pesca scarsa, dalla concorrenza degli altri pescatori, dalla variabilità del prezzo del pesce a seconda delle condizioni del mercato (una buona pesca non significava di per sé buoni guadagni).

Nel I secolo il limite maggiore era probabilmente la domanda dei mercati più che la disponibilità di pesci: si può pensare che i pescatori pescassero solo fino alla quantità che ritenevano potesse soddisfare la richiesta; anche l’attività di conservazione era condizionata dalla richiesta dei mercati oltre che dalla capacità produttiva dei centri di salatura. In queste condizioni la cosa più importante doveva essere riuscire ad assicurarsi la fetta maggiore di mercato: arrivare ai mercati più in fretta e con più pesci di altri pescatori. Qui entra in gioco il numero di pescatori che operavano nella zona, ma su questo non abbiamo dati.

Se dunque uno dei fattori più condizionanti era la concorrenza, i pescatori dovevano organizzare e regolare i loro rapporti: trovare un accordo sulle zone in cui pescare, negoziando all’interno delle loro associazioni o collaborando per ridurre i rischi.

 

 

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Ultima modifica Domenica 18 Marzo 2018 16:24
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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