Lunedì, 23 Ottobre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2004 01:19

IL FARISEO ED IL PUBBLICANO

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    Nella "lectio divina", dopo esserci preparati con un po' di preghiera, c'è come primo atto la "lectio", che non è solo lettura di un testo biblico, ma un attento ascolto del testo, un cercare di capirne il senso fondamentale.

Dicono certi autori: "E' bene leggere ripetutamente il testo e possibilmente farlo risuonare al nostro orecchio mediante una lettura ad alta voce (senso primitivo della parola leggere). La lettura del libro è in funzione dell'ascolto della Parola viva, propria della relazione interpersonale" (G. GIURISATO, Lectio divina oggi, Praglia 1987, 23). Sotto queste parole c'è una profonda convinzione: non sto ascoltando qualsiasi parola, ma la parola di Dio, la parola del Signore, che oggi, in questo momento, parla a me.

 



    Ecco il testo di Lc 18,9-14:

9 (Gesù, il Signore) disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano d’essere giusti e disprezzavano gli altri:
10 "Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
11 II fariseo, stando in piedi, pregava cosi tra se: “O Dio ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti,adulteri, e neppure come questo pubblicano.
12 Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di quanto possiedo".
13 II pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzaregli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!".
14 lo vi dico: questo torno a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato".

    Fatta la lettura, mi chiedo: che cosa ho letto? che cosa mi ha impressionato di più? in che cosa mi sento coinvolto? quali punti vorrei chiarire meglio? Allora osservo di nuovo (cioè, rileggo) il testo attentamente e subito mi accorgo, dal v. 9, che sta ascoltando Gesù, il quale vuole soprattutto parlare a una determinata categoria di persone: a quelli che presumono di sé e disprezzano gli altri. La sua parola va sotto forma di parabola: vv. 10-13; in essa mi parla di due uomini che salgono al tempio a pregare, cioè vanno a un incontro con Dio (come quando io vado in chiesa). Conoscendo la storia del tempo, mi accorgo che questi due rappresentano gli estremi della società religiosa di Israele: il fariseo, cioè il santo; e il pubblicano, cioè il peggiore dei peccatori (v. 10); poi si parla dei due separatamente: prima il fariseo (vv. 11-12) e poi del pubblicano (v. 13) e mi descrive il loro modo di pregare.
    Quindi viene messo in rilievo il modo di pregare, e si vede che è su questo che lo scrittore vuole che si rifletta. Al v. 14 con un "lo vi dico" viene la conclusione, cioè il giudizio che Gesù da sui due. Gesù pronuncia due sentenze : nella prima c'è la parola "giustificato" che mi richiama il termine "giusto" dell'inizio; la seconda invece sembra un'applicazione moralistica all'intero racconto. Però la problematica nasce da quel binomio "giusto-giustificato", intendendo per "giustificato" uno che è in una giusta relazione con Dio,che è oggetto del favore e della grazia di Dio, che è un perdonato. Se questo è vero, il testo mi vuole insegnare quali sono le condizioni per essere in una giusta relazione con Dio, per essere oggetto del suo favore, per ricevere il perdono dei miei peccati, per essere sicuro che sono in grazia con Dio.
    Abbiamo quindi già un quadro generale del testo. Perciò possiamo continuare la nostra "lectio", prendendo maggiormente contatto col testo, esaminandolo nelle singole parti per vedere quali sono gli elementi che mi portano alla "meditatio" e poi alla "preghiera".

(v. 9) Introduzione

"Disse questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri". Qui appare l'uditorio a cui intende parlare Gesù. Probabilmente Gesù stava parlando ai farisei che "si beffavano di lui" e ai quali aveva appena detto: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori; ciò che è esaltato tra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio" (16,14-15). Ma Luca che sta predicando alla sua comunità, per attualizzare meglio il messaggio di Gesù dice : "per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri". Storicamente si riferisce ai farisei, ma una simile frase, che risuona nella predica che Gesù fa oggi a noi, sentiamo subito che vale per l'oggi. Gesù mi sta parlando di chi si crede un osservante, un buon praticante, che però ha un gran difetto, meglio dire: e un presuntuoso, si vanta di quello che è, e disprezza gli altri perché non sono come lui. Si noti il termine "alcuni": non si fa di tutti gli osservanti un fascio, si parla solo dei presuntuosi, di coloro che si credono al di sopra degli altri e giudicano gli altri. Con quest’introduzione è chiaro che il fulcro della parabola è la descrizione che si fa del fariseo. Gesù intende bollare il modo di comportarsi di costui. Tutto il resto è secondario. Anche il pubblicano, descritto con meno parole, è messo lì per sottolineare meglio la superbia del fariseo.

(v. 10) Fariseo e pubblicano

    "Due uomini salirono al tempio a pregare". Gesù fa apparire sulla scena due uomini che "salgono al tempio". Si sale al tempio perché si ha sete di Dio, perché si cerca Dio, perché si vuole contemplare il suo volto, cioè incontrarsi con Dio. Per questo salgono il fariseo e il pubblicano: vanno a pregare. Ma per quali motivi?

(vv. 11-12) II fariseo ringrazia Dio

    "Stava in piedi", cioè nel normale atteggiamento della preghiera (questo gesto non ha nulla di ostentazione, anche il pubblicano sta in piedi, si usa lo stesso verbo).
    "Rende grazie". Apparentemente, la sua preghiera è magnifica, pura: non chiede nulla per sé, solo "ringrazia Dio". D'altronde, che cosa dovrebbe chiedere? Nulla gli manca, è colmo di beni, vive alla presenza di Dio, adesso nella preghiera, ma anche nel resto della sua vita; la Legge di Dio è la sua unica preoccupazione : non ha peccati (non è ladro, né ingiusto, ne adultero) e moltiplica le sue buone opere, non solo quelle obbligatorie, come il digiuno annuale per la festa dell'Espiazione, ma anche quelle facoltative, e poi offre la decima, non soltanto del raccolto, ma di tutto ciò che possiede. Dicendo questo dice la verità, non è un ipocrita. Per dirla con la Bibbia, è un "santo" e un "giusto". Egli ne è convinto, e sa che per tutto ciò avrà in premio la vita eterna. Vivere così non è facile, però gli assicura nell'aldilà quello di cui gioisce sulla terra: la presenza di Dio. Non ha proprio nulla da invidiare a quel pubblicano, dalla vita facile. Preferisce la propria.
    Ringrazia Dio di tutto ciò, e questo è bello. Però già sentiamo che condanna gli altri, che non è in sintonia con Dio, perché non è, come insegna Gesù in Luca, misericordioso con gli altri, come Dio è misericordioso (6,36); non imita il Padre che è nei cieli; c'è qualcosa in lui che non funziona: disprezza chi non è come lui. Vi ritorneremo su. Ora, osserviamo il pubblicano.

(v. 13) O Dio, abbi pietà dime, peccatore

II fariseo è venuto per ringraziare. Il pubblicano per confessarsi. Anch'egli sta in piedi, ma si tiene a distanza, come se non se la sentisse di avvicinarsi di più a Dio; è già molto che sia salito al tempio. Però, sa che Dio lo ascolta.Non alza gli occhi; non è venuto per contemplare il volto di Dio, sa che non lo merita: si batte il petto, chiede perdono. Allora si pregava sottovoce; forse ha sentito la preghiera del fariseo, questo lo dispensa di dire il suo peccato, l'altro l'ha fatto per lui. D'altronde l'essenziale della confessione non è la conta dei peccati. Dio non è un ragioniere; l'essenziale e mettersi di fronte a Dio nella verità, dire come ci si sente di fronte a lui, il Santo, e dirlo con parole semplici: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore". "Dio". La fede è innanzi tutto l'incontro di due persone nel dialogo "io-tu". Come il fariseo, anch'egli sa di essere alla presenza di qualcuno che mi conosce per Nome.
    "Perdonami", "Abbi pietà di me". La sfumatura del verbo "ilàskomai" non è facile da precisare. La LXX comunque in dieci casi traduce così una parola ebraica che significa : "Perdona, espia". Per quale motivo Dio dovrebbe perdonarlo? Il motivo è sempre unico: "per amore de ltuo nome" (Sal 79,9). Il motivo del perdono non si trova mai nell'uomo, nei suoi meriti o nelle penitenze con cui vorrebbe riparare il suo peccato. Nessuno ha le forze il male fatto. C'è solo una possibilità per tirarsi fuori dal peccato: implorare il perdono di Dio. E Dio, perdonando, dimostra di essere il Santo, perché vince il male, riabilita l'uomo, lo rimette in una giusta relazione con sé. Ho detto "in una giusta relazione con sé", perché il peccato, ogni peccato, rompe la mia relazione di alleanza con Dio: "Ho peccato contro il cielo e contro di tè...", dice il figlio prodigo. Ogni peccato tocca Dio. Più uno conosce Dio, e più capisce che cos'è il peccato. Il peccato è l'antitesi di Dio. Dio è vita, il peccato è morte.
    Non è ripassando i propri peccati che nasce il pentimento, ma mettendosi alla presenza di Dio, davanti a Gesù, il Figlio, in croce. Solo nel confronto con Dio, visto come Padre, come colui che malgrado il mio peccato rimane fedele all'alleanza, posso capire la gravita del peccato e non distinguo più tra peccato veniale e mortale: è sempre un appannare o rompere il mio rapporto con Colui che più di ogni altro mi ama.
    Ebbene, dopo aver esaminato i due oranti, ora possiamo fare un confronto tra le due preghiere: "Dio, ti ringrazio perché sono santo" "Dio, abbi pietà di me, peccatore"
    Qui c'è un contrasto tra due atteggiamenti. Siamo di fronte a due tipi di credenti. A prima vista, cioè stando alla superficie del testo, il primo, il fariseo, sembra preoccuparsi solo di Dio: "ti rendo grazie"; l'altro, il pubblicano, solo di se stesso : "Abbi pietà di me, perdonami". Il fariseo sembra davvero disinteressato: ringrazia; il pubblicano non riesce ad uscire dalle sue reali necessità: domanda.
    La differenza reale è che il fariseo non considera Dio come soggetto, ma come oggetto; il secondo, invece, come soggetto. Dice un autore (E. CHARPENTIER, biblista-catecheta): Quello stare in piedi (letto nel contesto: presumeva di sé... si paragona agli altri e li disprezza) da l'idea di alterigia, disuperbia: sembra uno che è sicuro di sé. L'espressione: "pregava tra sé", la si potrebbe anche tradurre: "si ascoltava pregando"; "pregava ripiegato su se stesso". Si mette come soggetto di tutti i verbi; è così perfetto che Dio, davanti a lui, si trova ridotto allo stato di complemento. In questa luce, tutto quello che dice da l'immagine di uno che agisce nei riguardi di Dio come nei riguardi di un banchiere, fa la conta delle sue ricchezze; si sente soddisfatto. Con Dio ha un conto aperto: io ho questo, tu mi dai questo; la vita eterna, concepita come qualcosa di meritato, non come un dono.
    Il pubblicano invece è il tipo del povero: non possiede nulla di se stesso che gli possa dare una certa fiducia di fronte a Dio. Può solo mettere totalmente la sua fiducia in Dio. In lui c'è un vero confronto con Dio: mettendosi alla presenza di Dio, si sente interpellato da lui e vede con chiarezza quello che è, e la sua preghiera è una vera risposta a Dio: "Sì, sono peccatore; ma abbi pietà di me".

(v. 14) Come risponde Dio ai due?

    Dice Gesù: "Io vi dico: quando tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro".
    Osservate che qui non si dice "giusto", ma "giustificato", cioè graziato, messo in una giusta relazione con Dio. L'errore del fariseo è di presumere di sé, di mettere la propria fiducia in se stesso, e di considerare le sue opere come la salvezza, mentre sono soltanto una conseguenza dell'essere già in una situazione di salvezza; se riesco a fare del bene, sono sotto la grazia di Dio; prima di essere un mio merito è un dono. Certo, dice: "ti ringrazio", ma è un vero ringraziamento, un vero lodare le meraviglie che Dio ha operato in lui?
    Se fosse davvero in sintonia con Dio, non disprezzerebbe gli altri, non gli farebbe la conta dei suoi meriti. Perciò non è un "giustificato", non è in una giusta relazione con Dio. E' questo che Gesù vuole farci capire.
    Il pubblicano è davvero un peccatore; prende coscienza del suo peccato; vorrebbe colmare la distanza che c'è tra lui e Dio, sa che non può fare nulla per riparare il peccato, può solo mettere segni di pentimento, atti di penitenza, rinunce al male... però solo Dio può togliere il suo peccato; solo affidandosi totalmente a Di, può liberarsi dal peccato. Il pensiero di Dio lo interpella, e lui risponde a Dio così come può fare un peccatore: "Perdonami", dammi di nuovo la tua fiducia. Questa è la conversione a cui Dio, in Gesù, ci chiama. Il cristiano non è un uomo "giusto”, ma un "giustificato", non è un essere "grazioso", ma un "peccatore graziato"; non lo è perché Dio si è chinato su di lui e lo ha messo in situazione di fare del bene, di agire correttamente. La nostra vita buona è un dono, è un entrare nei sentimenti di Dio e vivere questi sentimenti anche in relazione agli altri. Dio è buono con tutti, vuole giustificare tutti, essere in sintonia con Dio, significa essere buoni con gli altri.

Meditatio

Riflettiamo un po' sulla "meditazione". Qualcosa, sentendo la "lectio", l'abbiamo già fatto. Sentendo la riflessione sul testo, tante cose ci hanno impressionato più delle altre, e si sono fissate meglio nella nostra mente e nel nostro cuore. Dice un autore (Giurisato, o.c., p. 24): "Meditare significa aderire strettamente alla frase che si ripete, pesarne tutte le parole per giungere alla pienezza del loro significato; significa assimilare il contenuto di un testo per mezzo di una specie di masticazione che ne fa guastare il sapore; significa gustarlo, come dicono Sant'Agostino e San Gregorio, con il "palato del cuore". Si tratta, come dice il primo salmo, di "ruminare", di ripetersi dentro le cose, di confrontarle, di ascoltarle nel cuore, sino a far nascere la preghiera.
    Personalmente, l'espressione che mi interpella è anzitutto : salire al tempio; mi rievoca quell'andare insieme in chiesa della comunità religiosa o parrocchiale. Tutti andiamo a pregare, ad incontrarci con Dio. Come vedo gli altri? Quali sentimenti ci sono in me verso gli altri? Sono sotto questo aspetto in sintonia con Dio?
    Vado per celebrare con gli altri l'Eucaristia, l'inno di ringraziamento per eccellenza. Ringrazio Dio come il fariseo, o lo ringrazio con Gesù che celebra? Gesù si presenta sempre come dono del Padre agli altri, come colui che ha fatto della sua vita un dono per gli altri e per questo il suo sacrificio è gradito a Dio. La mia vita si sviluppa così? Se c'è il senso di donazione. Lo sforzo di donazione, scopro che sono sotto il dono di Dio, l'amore del Padre, come Maria lo lodo, lo ringrazio, canto le meraviglie che opera in me. Però sento anche che c'è sempre una distanza tra me e Gesù, sento che mi manca molto per essere verso gli altri pieno di bontà,c ome Dio mio Padre è pieno di bontà. Allora al ringraziamento, o prima del ringraziamento, come facciamo durante la Messa, ho bisogno di chiedere perdono a Dio e agli altri. La preghiera non è solo ringraziamento, ma anche supplica.
    Se poi osservo la seconda conclusione della parabola: "Chi si esalta sarà umiliato; chi si umilia sarà esaltato", capisco che solo mettendomi in modo giusto davanti a Dio vivrò nella verità, capirò qual è la mia reale situazione, e questo mi servirà per vivere nell'umiltà davanti a Dio e ai fratelli, cioè per vivere da "giustificato".
    Facendo queste riflessioni ed esprimendole davanti a Dio, già compio quello che è il terzo punto della "lectio divina", cioè la preghiera, che consiste nel pregare la parola che ho letto e meditato. Tutto in realtà si intreccia.
    Nel messale c'è un bellissimo esempio: quando la domenica, nella Messa, si dice la preghiera (colletta) alternativa che si trova alla fine del messale, ci si accorge che quella preghiera riassume le tre letture. E' un esempio di come si rende preghiera la parola ascoltata. Quella della XXX domenica riassume così il Vangelo:
    "O Dio, tu non fai preferenza di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell'umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa' che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome".

 

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Ultima modifica Mercoledì 26 Febbraio 2014 16:03

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