Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2004 01:22

Lectio (1 Cor 4, 1-13)

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  Fra i ventisette "libri" del Nuovo Testamento si trovano anche ventuno lettere, alcune delle quali sono contenute nell' Apocalisse (capp. 2-3).

    Questo dato si spiega con un' abitudine corrente nell'antichità perché si era soliti scrivere lettere con l'intenzione di creare una letteratura permanente. Le lettere venivano raccolte e pubblicate per conservare la memoria dell'autore e per diffondere le concezioni e le dottrine filosofiche, religiose epolitiche.



    Le lettere di Paolo sono di grande importanza e di altissimo valore per la storia del cristianesimo e della Chiesa, giacché esse - nate all'incirca negli anni 50/60 - sono i più antichi documenti scritti della fede cristiana (i quattro vangeli canonici furono redatti probabilmente negli anni 70-100). Tuttele lettere conservate, a prescindere da quella a Filemone, sono lettere rivolte a comunità. Sicuramente Paolo ha scritto anche molte altre lettere private, che sono però andate perdute. E neppure tutte le sue lettere a comunità sono state conservate: le due lettere ai Corinti lasciano capire come Paolo abbia scritto almeno quattro lettere a quella comunità locale.

 

LECTIO

(1 Cor 4, 1-13)


    Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e ammi­nistratori dei misteri di Dio. 0ra, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio. Queste cose, fratelli,le ho applicate a modo di esem­pio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impa­riate nelle nostre persone a stare aciò che è scritto e non vi gonfiate d'orgoglio a favore di uno contro un al­tro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai rice­vuto,perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?

    Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto,co­me condannati a morte, poiché siamo diventati spetta­colo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causadi Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati,noi disprezzati. Fino a questo mo­mento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati andiamo vagando di luogo inluogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.

MEDITATIO

Non giudicare.
Gli apostoli all'ultimo posto

    Gli Apostoli si trovano in un servizio ed in una condizione sto­rica che deve aiutare i cristiani di Corinto a porsi in un atteggia­mento più giusto e più evangelico.

    Essi sono servitori (= ministri) di Cristo e amministratori dei mi­nisteri (= doni specifici) di Dio. E devono essere fedeli nel loro servi­zio e nella loro amministrazione.

    Dal punto di vista storico sono "all'ultimo posto", come condan­nati a morte. E così sono alla ri­balta della storia: spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Sono la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti. Sono stolti a causa diCristo, disprezzati, deboli, sof­frono la fame, le sete, la nudità. Sono schiaffeggiati, itineranti, af­faticati. Ma, insultati, benedicono; perseguitati, sopportano; calun­niati, confortano.

     Che cosa debbono imparare da questo essere e modo di essere "servitori di Cristo"? Innanzitutto non devono giudicare i ministri e non giudicare nulla prima del tempo, quando il Signore rivelerà i segreti ora oscuri e manifesterà le intenzioni del cuore.

    In secondo luogo, non devono inorgoglirsi per l'appartenenza o rapporto con un apostolo contro l'altro. Quel che hanno o possiedo­no, lo hanno ricevuto; non ci si gonfi, non ci si vanti, non ci si cre­da, rispetto agli apostoli, ricchi, re, sapienti, forti, onorati.

    Ecco una nuova pagina della vi­ta comunitaria che nasce dall'invi­to di Paolo ai Corinzi. Qui Paolo tenta dirispondere alla domanda:

"Come si esprime l'apostolato nel­la Chiesa nata dalla croce?"

    Paolo risponde: la vita e la predicazione dell'apostolo diventano partecipazione della croce del Cri­sto. Perpuro dono, l'amministra­tore dei ministeri di Dio è reso, nella comunità cristiana e al co­spetto degli uomini e degli angeli, immagine del Crocifisso.

    E così ci descrive in modo indi­retto le prove dell'apostolo. Paolo, che amava molto ripensare gli eventi del suo ministero, qui (vv. 9-15), passa in rassegna un lungo elenco di fatiche, privazioni, soffe­renze, problemi tipici di un apo­stolo.

    Durissime le parole di Paolo, espresse in maniera fortemente incisiva in una serie, prima di tre elementi (noi stolti, voi sapienti; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati), poi di se (soffria­mo la fame, la sete, la nudità, schiaffeggiati, vagabondi, ci affati­chiamo lavorando con le nostre mani) e nuovamente di tre (insul­tati, benediciamo; perseguitati,sopportiamo; calunniati, confor­tiamo) quasi a modo di struttura UnIca.

    È chiaro che a Paolo non man­cano le immagini per esprimere la sua esperienza sofferta: la debo­lezza, la fragilità, le prove, le per­secuzioni, le incomprensioni del discepolo di Cristo sono i giusti se­gni della potenza di Colui che ci affida la missione. Non quindi in­cidenti di percorso, bensì segni normali della forza di Dio che si manifesta nella debolezza speri­mentata nelle difficoltà.

    "Siamo diventati come spazza­tura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi" (v. 13). Qui Paolo of­fre l'immagine più bassa e umilia­te di sé come apostolo. Il ministro è gettato come spazzatura, come ciò che c'è di più spregevole. In questo modo tra il Cristo ed il suo ministro si pone una sottile e con­creta somiglianza. Come il Cristo è costituito dal Padre "maledizio­ne" e "peccato", così il ministro, servo di Cristo e amministratore di Dio, è reso abisso di peccato, spazzatura, perché in lui risplen­da l'amore "folle" di Dio per l'u­manità.


ATTUALIZZAZIONE

    È una grande/pagina di Parola di Dio scritta per noi, per verifica­re e crescere rispetto alle nostre valutazioni e ai nostri atteggia­menti.

La paure nostre che causano tristezza

    La qualità di vita di tanti di noi non è buona: c'è poca gioia, non ci si sa accogliere reciprocamente, non è abitualmente testimoniata la capacità di pazientare, dialoga­re, collaborare. Che cosa dobbia­mo fare? Solo lamentarci? Commi­serare chi agisce così, scuotendo la testa? O peggio, coinvolgendo in questi comportamenti anche noi stessi e dichiararli inevitabili?

    Ma questa è libertà? Si riesce ancora a vivere una libertà che apra all'amore nella sua esperien­za globale? Si fa ancora spazio ad un divino progetto che ci supera, ci  interpella, ci coinvolge?

    Possiamo individuare alcune paure che possono offuscare il do­no divino, il suo progetto, e di con­seguenza confermano in noi una forma di adattamento disfattista e inopportuno.

    La prima paura che ad ogni età ed in ogni condizione di vita e di servizio ci coglie e a volte ci ango­scia è quella di "non essere", "non divenire". La paura di non avere la nostra identità, il nostro esserci con gli spazi e le garanzie dovute e desiderate. È la paura di essere dei falliti, di non aver concluso. A vol­te è sonnecchiante in noi, a volte è paura spaventosa che ci distrugge.

    Una seconda paura-rischio è quella di non essere stimati, ama­ti, preferiti e, detto in termini ne­gativi, la paura di essere schiac­ciati, umiliati. L'aspetto profondo di questa paura è quello di instau­rare rapporti autentici, che ci ri­velano le colpe e ci compro­mettono perché implicano prima di tutto il ,conoscere se stessi, che vuoI dire coglierci anche egoisti, orgogliosi, scostanti, arrivisti. Ol­tre a conoscere se stessi, bisogna conoscere gli altri, senza paura di subire affronti, ingiustizie, a volte superamenti nella stima, nel ser­vizio, non meritati e non oggetti­vamente vagliati.

    La terza paura-rischio è quella di non gioire, di non godere, di perdere occasioni preziose eappa­rentemente importanti. Rispetto alle prime due, questa appare ba­nale; in realtà è la paura che stri­tola i giovani, perché crea non so­lo dell' ansia, ma un turbinio tale nella vita che una persona finisce di non sapere né chi è, né perché esiste. È la paura di misurarsi con il quotidiano, con l'esperienza concreta. In questa paura vengono inevidenza: la spasmodica ricerca del piacevole, della condizione ot­timale, della tranquillità, di chi fugge, di chi nega l'evidenza e la verità o la mistifica o la riduce. Forse questa è anche la paura di misurarsi con il dolore, con la morte, perché nel quotidiano c'è il segno del morire: devi fare cose non sempre gradevoli; hai bisogno di evasione e /non la trovi... e al­lora avverti che cominci ad essere tra la vita e la non-vita, trail sen­so e il non-senso delle cose.

    La paura-rischio di perdersi, cioè di compromettersi, di non do­ver rendere ragione ad altri, paura infondo del servire e del dover ap­partenere. Si può definire anche paura di divenire Chiesa, cioè del­l'essere davvero incorporati in una realtà dalla quale in parte evi­dentemente siamo orientati ad agire in un certo modo, a cammi­nare in un certo modo, a dare un certo tipo di testimonianza.

    Vincendo queste paure anche noi, come gli apostoli, possiamo essere comunità che si identifica con Gesù Signore. Tra Gesù e i suoi c'è una specie di identificazione.

Questa è l'intenzione di Paolo

                                     Luciano Pacomio

    Hai letto la Parola ed il commento.
    Ora rileggi con calma il brano biblico ed applicalo a te.

 

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Ultima modifica Mercoledì 26 Febbraio 2014 15:58

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