Domenica, 22 Ottobre 2017
Mercoledì 02 Maggio 2007 12:36

LECTIO on line (Mc 1, 40-45)

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LECTIO on line (Mc 1, 40-45)

 

Carità e giustizia nell'assistenza

 

La lebbra era ritenuta, sia nell’Antico Testamento che al tempo di Gesù, la “primogenita della morte” (cfr. Gb. 18, 13): una malattia incurabile e contagiosa. Di conseguenza, i portatori di questa patologia vivevano lontano dai villaggi, avevano contatti a distanza solo con chi portava loro un po’ di cibo; erano totalmente abbandonati.

Venne da Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio: “Se vuoi puoi guarirmi” Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci” Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò dicendogli: “Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro”. Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e le genti venivano a Lui da ogni parte.

 

Leggi più volte attentamente il testo finché metta radici in te

applica tutto a te stesso/a alla Parola

Meditatio

A livello religioso, colui che era affetto dalla lebbra era considerato un impuro. Subiva una doppia sofferenza: colpito dalla malattia era pure giudicato un punito da Dio per i suoi peccati e questa credenza, molte volte, dava una sofferenza maggiore della patologia.

Si pensi a due casi tipici di punizione evidenziati nell’Antico Testamento: quello di Maria sorella di Mosè (cfr. Nm 12,1-15), e quello del re Ozia (cfr. 2Cr 26,16-23) cui ci si riferiva per giustificare questo significato. Anche nel libro del Levitico il lebbroso era descritto penosamente: “Il lebbroso porti le vesti sdrucite, il capo scoperto, si veli il labbro superiore e vada gridando: ‘Impuro, impuro!’. Sia dichiarato impuro per tutto il tempo che avrà nel corpo una tale piaga. Egli è impuro: viva dunque segregato e la sua dimora sia fuori del campo” (13,45-46).

Nel brano evangelico si notano tre importanti passaggi: il lebbroso prende l’iniziativa, manifesta una fede convinta, chiede a Gesù di essere purificato. Si noti che nel testo greco il verbo “katharìzein” non significa guarigione ma purificazione; per questo afferma: “Se vuoi, mi puoi mondare”. È convinto che il Messia può tutto; a Lui basta unicamente un atto di volontà e di benevolenza. Di fronte alla persona con una sofferenza fisica, morale e sociale che continua da molti anni, Gesù si commuove. Per Lui ogni uomo è una realtà a sé, da rispettare nella sua dignità. Non si abitua alla sofferenza e quindi offre, contemporaneamente, la salute, la salvezza e la possibilità di vincere l’isolamento. Addirittura, non badando alle regole socio-religiose in vigore, osa toccarlo, correndo il rischio del contagio e la possibile punizione dell’allontanamento dalla comunità.

Infine, nel rispetto del contesto storico-religioso, lo invia dal sommo sacerdote che svolgeva anche la funzione ufficiale di garante della salute, sollecitandolo anche ad offrire il tributo richiesto della legge di Mosè a chi voleva essere riammesso nella comunità. Con questo miracolo Gesù chiede alle comunità ecclesiali e parrocchiali, e anche ai singoli, di oltrepassare il caso specifico della lebbra per incontrare e reintegrare ogni sofferente. I malati che saranno maggiormente presenti sul territorio con esigenze di convalescenza e di riabilitazione, oppure in fase terminale o affetti da cronicità, oltre agli anziani, agli infermi mentali, ai portatori di handicap fisici o psichici. Memori dell’invito di san Paolo, affinché circondiamo “le membra più deboli” di maggiori cure (cfr. 1 Cor 12,22), la nostra attenzione deve rivolgersi a coloro che a causa della loro situazione fisica e psichica subiscono emarginazioni dal contesto famigliare, politico, economico e sociale.

Per far ciò è necessario riscoprire i concetti di “carità” e di “giustizia” facendoli coesistere. La giustizia, non può essere staccata dalla carità, altrimenti ricopiamo l’utopia smentita dalla storia con la caduta dei regimi comunisti e marxisti, dove ci s’illudeva di creare una società basata unicamente sulla burocrazia, dove la giustizia potesse appunto sradicare la carità. Invece sono sorte delle amministrazioni rigide e delle burocrazie anonime rivelatesi straordinariamente disumane. I grandi santi dell’assistenza e del sociale hanno mostrato, invece, che i poveri prima vanno aiutati con l’amore e solo in seguito reclamando i doveri di giustizia. Tutto ciò è di pressante attualità nel contesto socio-sanitario, dove siamo angosciati dalle continue riforme che rincorrono l’utopia della perfezione. Queste, il più delle volte, aumentano l’aspetto burocratico e diminuiscono il rapporto personale, vale a dire da soggetto a soggetto, rafforzando quello da persona a struttura.

Tutto ciò non significa abbandonare il nostro impegno sociale e politico che deve invece incrementarsi. Serve invece tralasciare la convinzione, che a volte diventa idolatria, che solo mediante sofisticate riforme legislative e burocratiche riusciremo ad ottenere il meglio per il bisognoso d’aiuto. Non ci sarà nessuna legge o nessuna riforma, pur valida, che ci esonererà dal dovere della carità e, di conseguenza, della solidarietà.

 

Poi applica questa parola a te alla tua vita

Hai cura del tuo impegno sociale e politico? Lo incrementi?

Vedi l’importanza delle riforme legislative a favore dei bisognosi?

Lo ritieni un assoluto?

In un contesto di carità e di solidarietà, che tocchino però la tua vita, ritieni fondamentale impegnarti in un rapporto da persona a persona?

ED INFINE LASCIA CHE LA PAROLA DIVENTI, IN TE E PER TE, PREGHIERA

ORATIO

 

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Ultima modifica Mercoledì 26 Febbraio 2014 15:36
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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