Sabato, 21 Ottobre 2017
Mercoledì 22 Giugno 2011 10:50

L'abbandono dei discepoli

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MC 14/26-46

 di P. Innocenzo Gargano O.S.B. Cam.

 

26E, dopo aver cantato l'inno, uscirono verso it monte degli Ulivi.

27Gesù disse loro: «Tutti rimarranno scandalizzati, poiché sta scritto:
percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse.

28Ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea». 29Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò». 30Gesù gli disse: «In verità ti dico: proprio tu, oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». 31Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherei». Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.
32Giunsero intanto a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con se Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35Poi, andando un po' innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. 36E diceva: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu». 37Tornato indietro, li trovò. addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola? 38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.
40Ritornato, li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41Venne la terza volta e disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
43E subito, mentre ancora parlava, arrivò. Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: «Quello che bacerò è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45Allora gli si accostò dicendo: «Rabbi» e lo baciò. 46Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono.

 

 

II brano sul quale abbiamo posto la nostra attenzione comprende tutta la pagina relativa a Gesù nell'orto del Getsemani.
Gesù con i suoi discepoli esce dal luogo in cui ha consumato la sua ultima cena, in cui ha vissuto uno dei momenti più alti di intimità con i suoi amici nella convivialità di una cena e, passando attraverso il giardino del Getsemani, va oltre, fino a terminare la sua corsa sul Calvario.
C'e una specie di inclusione, in questi venti versetti, che è data dal richiamo profetico:

«percuoterò il pastore e le pecore si disperderanno»;
e dalla realizzazione di questa profezia:
«gli misero le mani addosso e lo arrestarono»,


con la conseguente fuga di tutti i suoi discepoli. E' quindi dentro questo grande riferimento alla profezia annunziata e poi compiuta che noi possiamo approfondire il testo preciso dei vv. 32-42.

 

1. LA PREGHIERA DI GESU
Potremmo leggere queste righe tenendo conto di una preghiera fondamentale del Nuovo Testamento, comunissima nella comunità cristiana, che però non è riportata da Marco: la preghiera del Padre nostro.
Fra i tre sinottici Marco è l'unico che non riporta la preghiera del Padre nostro; e però questo brano può anche essere letto come la preghiera del «Padre nostro» personificata quasi, attualizzata nella profondissima preghiera di Gesù al Getsemani.
Non tutte le espressioni del Padre nostro sono presenti in questa preghiera di Gesù al Getsemani; forse si potrebbero trovare altre espressioni del Padre nostro nel Vangelo di Marco e senz'altro la presenza di una parte del Padre nostro è possibile rintracciarla in Mc 11,25, con l'aggiunta del versetto 26 che non sembra un versetto canonico, la dove si parla del perdono.
Ma al di là di questa presenza o meno di tutte le invocazioni del Padre nostro nella preghiera di Gesù al Getsemani, si possono cogliere almeno i momenti fondamentali della preghiera stessa, sia nell'invocazione al Padre, sia nella disponibilità a compiere la sua volontà, sia nella richiesta di essere liberato dal maligno, da colui cioè che e il cattivo per eccellenza.
Ma cerchiamo di precisare il cuore di questi dieci versetti. Secondo il metodo ormai appreso, possiamo dire che il cuore stesso di questi dieci versetti sia possibile rintracciarlo nel versetto 36, in cui Gesù formula sinteticamente la sua preghiera rivolta al Padre:
«Abbà, Padre, tutto e possibile a te, togli via il calice da me, ma non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi».
Penso che questo versetto lo si debba considerare come il cuore stesso della pagina che abbiamo davanti. Ciò vuol dire che la stessa idea deve accompagnarci sempre anche quando, come faremo adesso, dovremo analizzare versetto per versetto, parola per parola, ciascuna delle espressioni utilizzate da Marco.
E cominciamo fin dall'inizio.

Gesù come Isacco: vv. 32-34
«E vengono in un luogo il cui nome Getsemani..».
L'evangelista Luca precisa subito che il luogo in cui, dopo la cena Gesù e i suoi discepoli si radunano sulla montagna degli ulivi, che per Luca è la vetta più alta di tutte le esperienze del Signore. In Luca il cammino di Gesù non si conclude sul Calvario, ma sul monte degli ulivi; è dal monte degli ulivi che poi Gesù ascenderà al cielo. Questo riferimento a Luca ci può servire per sottolineare l'esperienza altissima che sta per fare Gesù in questo orto del Getsemani.
Per Giovanni non si tratta tanto di un orto quanto di un giardino, e anche per Giovanni questo riferimento al giardino è molto importante perche il giardino sarà non solo il luogo in cui Gesù sarà sepolto, ma anche il luogo in cui il Signore sarà visto risuscitato da Maria di Magdala. Il giardino diventa così nello stesso tempo sia il giardino della sofferenza e della sepoltura, sia il giardino della risurrezione.
Nell'interpretazione dei Padri lo stesso giardino, in quanto «Hortus conclusus», diverrà poi sia il giardino dell'incontro dello sposo con la sposa del Cantico dei cantici, sia il giardino di Eden, il giardino del primo Adamo e della prima Eva.
Gesù e i discepoli vengono dunque in un luogo cui nome è Getsemani. Gesù dice:
«Fermatevi qui finché io preghi).
Fin da questo primo momento ci accorgiamo che il personaggio principale di tutta la pagina è proprio lui, Gesù.
E' lui che ha bisogno di pregare. Altrettanto viene sottolineato nel Vangelo di Matteo, ma non nel Vangelo di Luca.
Nel Vangelo di Luca non è Gesù, in questo primo versetto, che va a pregare, ma sono i discepoli che hanno bisogno di pregare per non entrare in tentazione. C'è un cambiamento molto indicativo nel verbo. In Luca Gesù è molto più deciso.
La stessa cosa si potrebbe porre in evidenza nel quarto Vangelo, nel Vangelo di Giovanni, dove Gesù non soltanto è deciso, ma ha la pienezza della forza della sua divinità, fino al punto che quando dice «Sono io», i soldati che sono venuti ad arrestarlo sono costretti a crollare con la faccia a terra.
In Giovanni, dunque, è il Figlio di Dio che è nel giardino; in Luca e Gesù nella forza della sua piena realizzazione umano-divina; in Marco e anche in Matteo, forse, è semplicemente Gesù-uomo che sente la solennità e il rischio della giornata che sta per affrontare e ha bisogno di fortificarsi nella preghiera.
E prende con se — come sempre, quando Gesù deve vivere dei momenti particolarmente importanti della propria vita — Pietro, Giacomo e Giovanni. Marco li nomina uno per uno: Pietro, Giacomo e Giovanni; a differenza di Luca che non fa alcun riferimento alla presenza di Pietro, Giacomo e Giovanni, e anche a differenza di Matteo che nomina Pietro e i due figli di Zebedeo, senza chiamarli per nome.
Il Gesù che ci presenta Marco è un uomo che nel momento della prova, nel momento della difficoltà, sollecita la presenza dei suoi amici; ha bisogno di Pietro, di Giacomo, di Giovanni, i suoi amici più fidati,più intimi, quasi che non se la senta di affrontare da solo una difficoltà cosi seria.
Gesù si allontana per pregare, ma tenta di coinvolgere nella preghiera, almeno come vicinanza fisica, come supporto fisico, i suoi amici più intimi. E — aggiunge l'evangelista Marco — cominciò ad essere afferrato dal «thambos», cioè da timore, tremore e stupore, e a venire meno, a indebolirsi.
L'evangelista Matteo, in questa prima sottolineatura della condizione di Gesù, introduce un verbo più preciso:
«e cominciò ad essere rattristato», («lupéisthai»).
Marco ancora non affronta questo sentimento che Gesù sta per provare nel Getsemani e anzitutto ci fa aprire gli occhi sulla consapevolezza che afferra Gesù-uomo, di essere in questo momento di fronte a una teofania, a un progetto particolarmente duro da accettare, ma comunque un progetto misterioso del Padre.
Questo viene evidenziato dal verbo «ekthambéisthai», da cui il sostantivo «thambos», con un «ek» rafforzativo che indica la provenienza esterna di questo «thambos» quasi che sia il Padre a voler provocare in Gesù questo stupore, unito a tremore e timore di fronte al progetto inspiegabile di Dio. Conseguenza di tutto questo è la percezione della propria debolezza («ademonia»).
Di fronte a questa manifestazione del progetto di Dio, l'uomo non può fare altro che accusare la propria infermità, la propria debolezza fisica, psichica e spirituale. E dice loro:
«L'anima mia è triste, da morirne».
«Perìlypos»: quel «perì», accanto a «lýpos», è rafforzativo: è triste, veramente triste, una tristezza mortale, una tristezza che si accompagna soltanto a chi percepisce la morte ormai imminente.
La rivelazione di questo progetto di Dio che lo ha messo di fronte all'indescrivibile, gli ha fatto aprire gli occhi anche sulla volontà, potremmo dire, sacrificale di Dio nei suoi confronti.
Forse, l'immagine più immediata che ci può aiutare a capire questo momento dell'esperienza di Gesù è Isacco legato sull'altare del sacrificio che vede con i suoi stessi occhi la lama del coltello di suo padre Abramo ormai al collo. Il «thambos» di Isacco e il «thambos» di Gesù al Getsemani.
Incredibile questa volontà di Dio agli occhi di Isacco, cosi come è incredibile questa volontà di Dio agli occhi di Gesù e quindi si può capire adesso, in questo accostamento al sacrificio di Isacco, il perché di tutto ciò che si verificherà ora in Gesù.
Vedendosi come il nuovo Isacco sull'altare del sacrificio e sapendo che poi, all'ultimo momento, Dio non permise che Isacco fosse sgozzato, ma lo sostituì e sostituendolo non diede ad Abramo questa tristezza mortale di dover realmente sacrificare il figlio; ricordandosi di questo, Gesù può avere il coraggio e la confidenza filiale di rivolgersi al Padre chiedendogli di passare oltre questo momento.
Per poter entrare dentro il testo è molto importante il riferimento a Isacco.
Ma intanto Gesù vive tutta l'angoscia che ha vissuto Isacco sull'altare di Moria:
«L'anima mia è talmente triste, da morirne».
Gesù si rende conto di dover essere solo faccia a faccia con Dio e di rivivere appunto l'esperienza del sacrificio di Isacco.
I servi di Abramo devono fermarsi più in basso, perche il luogo del sacrificio e il luogo dell'incontro più intimo possibile tra l'uomo e Dio e non può essere violato da occhi umani indiscreti.
Che cosa possono fare gli amici di Gesù? Tentare di vegliare, niente di più. E non dice neppure «Vegliate e pregate».
I discepoli però tentano invano di restare nel luogo in cui si trovano ad occhi aperti. L'evento della teofania è troppo grande perché essi possano esserne i testimoni oculari.
Anche nel brano della trasfigurazione i tre discepoli avevano fatto di tutto per vegliare, ma i loro occhi si erano appesantiti e non erano riusciti a vedere o a sperimentare completamente il dono della teofania.
I tre prediletti sono stati costretti a fermarsi sulla soglia; gli altri otto sono rimasti ancora più indietro e l'ultimo è immerso addirittura nella notte. Giuda immerso nella notte, gli altri otto sono nel giardino, i tre sono più vicini a Gesù, ma soltanto lui entra nel mistero della volontà del Padre fino in fondo.
Abbà, Padre, se fosse possibile...: vv. 35-36
«E progredendo un po' oltre»: quel «mikron», quel «un po' oltre», quel «un po'», senza spazio, non misurabile è «un po'» che già appartiene al mondo qualitativamente diverso che è il mondo di Dio.
«Ancora un po' e mi vedrete e un altro po' e non mi vedrete
e poi un poco e mi vedrete di nuovo».
Quel «mikròn», quel «un poco» non e quantificabile secondo i nostri concetti. Progredisce un poco, sottolinea Marco. Progredisce dove? verso dove? verso la volontà del Padre, verso questo progetto misterioso, indescrivibile e incredibile della volontà del Padre.
Per i mistici questo è lo spazio della nube oscura; per Gregorio di Nissa, questo è lo spazio della caligine impenetrabile, dove si percepisce la presenza di Dio senza mai poterlo catturare con il nostro sguardo.
«E progredendo un po' oltre, cadeva per terra».
Il verbo è un imperfetto. Come qualcuno che entra dentro una caverna oscura e inciampa continuamente. Cade per terra, perche il terreno è infido, perché non sa dove porre i piedi, perche il mistero di Dio resta continuamente indefinibile. Gesù sta progredendo nel mistero della volontà del Padre ma a tentoni, incespicando continuamente. E cadeva per terra.
Qualche esegeta vorrebbe vedere qui un'esperienza di dolore angoscioso da parte di Gesù talmente forte da costringerlo a rotolarsi addirittura per terra. Forse non è questo; forse è semplicemente un andare a tentoni, l'incespicare, il cadere continuamente di chi davanti a se vede una strada ancora indefinita, imprecise e ha I'impressione di camminare al buio.
II cammino di fede del patriarca Abramo non dovette essere diverso. E' come se Gesù fosse su un ponte sospeso sopra un fiume, un ponte provvisorio, un ponte scosso dal vento continuamente, su cui è quasi impossibile restare in piedi, perché tutto traballa.
L'uomo Gesù, obbligato a utilizzare questa passerella, non può raggiungere l'altra sponda se non incespicando, cadendo continuamente; eppure, nonostante tutto, mantiene viva la propria adesione al Signore; si fida, nonostante tutto, di Dio. Cadeva per terra e, cadendo, proseguiva a pregare. Pregava, pregava continuamente. Quindi le cadute e la preghiera si intrecciavano tra loro.
«E proseguiva pregando che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora».
C'e di nuovo Abramo dietro questa espressione di Marco; l'Abramo che sale sul monte Moria, l'Abramo che diventa quasi cieco di fronte alla irremovibilità della volontà di Dio che gli impone di sacrificare suo figlio e che, nonostante tutto, prosegue a salire fino alla vetta, fino alla disponibilità suprema dell'obbedienza a Dio.
Diceva:
«Abbà, Padre!».
In questo Abbà c'è il cuore stesso della preghiera di Gesù. La parola Abbà da sé sola sarebbe sufficiente per farci capire la profondità del rapporto che Gesù continua a mantenere con il Padre nonostante l'assurdità di fronte alla quale e dentro la quale viene a trovarsi: soltanto il bambino nell'interiorità della propria casa — dicono gli esperti — ardiva utilizzare questa espressione per chiamare suo padre, ma mai all'esterno della casa; e mai nessun altro, che non fosse intimo come un bambino a suo padre, avrebbe potuto esprimersi con Abbà.
E diceva:
«Abbà, Padre, a te tutte le cose sono possibili».
E' una confessione di fede nell'onnipotenza di Dio. A questa onnipotenza di Dio Gesù aggancia la propria preghiera: non chiede dunque cose impossibili, perché a Dio tutto è possibile.
Prima ha parlato dell'ora, adesso parla del calice: due espressioni che insieme indicano il momento e modo con cui a Gesù è richiesto di compiere la volontà del Padre. Il momento e il modo: sono i due termini che sconvolgono l'uomo; perché vorremmo essere noi a scegliere il momento e il modo di compiere la volontà del Padre. Non si tratta di sottrarci. Sappiamo e vogliamo compiere la volontà del Padre; solo che vorremmo essere noi a scegliere il come e il quando.
Ed è sostanzialmente questo ciò che chiede Gesù al Padre. II come e il quando. Lui che è vissuto continuamente sotto la volontà del Padre, per compiere la volontà del Padre, fino al punto che poteva dire nel Vangelo di Giovanni:
«Il mio cibo è fare la volontà del Padre»,
adesso, in questo momento, vorrebbe non sottrarsi alla volontà del Padre, ma avere semplicemente la possibilità di scegliere il come e i quando, l'ora e modo.
Ma sarà proprio la rinunzia a tutto questo il contenuto dell'ultima sottomissione di Gesù al Padre. Progredendo sul ponte traballante sopra il torrente, Gesù progredisce anche nella sua adesione alla volontà del Padre; e arriva l'ultima spogliazione, quella della propria personale volontà umana:
«ma non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi».
La disponibilità di Gesù di Nazaret è perfettamente compiuta. Si è spogliato delle ultime proprietà che poteva accampare; lui che è padrone dell'ora, lui che è padrone della propria vita: «oblatus est quia ipse voluit»; non me la prendono la vita — diceva —, la vita la do da me.
Lui che fugge quando lo vogliono arrestare — e fugge oltre io Giordano — ; lui che decide di ritornare sapendo di rischiare la vita, perché l'amico Lazzaro è morto e deve essere risuscitato; lui che ha sempre scelto l'ora e il modo di affrontare, rischiando, i propri nemici, adesso si sottomette come un bambino al come e al quando decisi dalla suprema volontà del Padre.
Così per Marco l'ora e il calice, il come e il quando, sono completamente nelle mani del Padre e Gesù vi si adegua con perfetta disponibilità.
Ma i discepoli dormono: vv. 37-42
La ripetizione della preghiera fino alla terza volta serve per confermare l'adesione alla volontà del Padre, mentre il seguito del racconto adesso è importante solo per vedere come a loro volta si comportano i discepoli di fronte a questa volontà indescrivibile, potremmo dire incredibile del Padre.
«E viene — registra Marco — e li trova addormentati».
Hanno preferito sottrarsi alla prova attraverso il sonno. Un modo molto semplice di non affrontare i problemi. E dice a Pietro:
«Simone, dormi? Non sei stato capace di vegliare una sola ora con me?».
Il rischio era troppo grosso per Pietro; la prova era davvero eccessiva per lui e per i suoi amici, i quali si sono dati anch'essi alla fuga a modo loro, dormendo.
«Vegliate e pregate, perché non entriate in tentazione»,
cioè perché non entriate nello spazio del tentatore, perché il sonno e la fuga sono lo spazio per antonomasia del tentatore.
Andando oltre, proseguiva a pregare, dicendo le stesse parole. Di nuovo, ritornando, li trovò addormentati. E l'evangelista ripete la stessa osservazione fatta nel racconto della trasfigurazione:
«Infatti loro occhi erano appesantiti e non riuscivano a stare svegli».
Era impossibile.
E' come quando una parola è troppo dura per cui si preferisce non porvi attenzione distraendosi comunque in qualche modo, oppure lasciandosi afferrare dalla pesantezza del sonno, in modo che la Parola non raggiunga il cuore dispensandoci perciò dalla fatica della conversione.
Ecco perché i Padri antichi sostenevano che durante la lectio divina si deve combattere anzitutto contro il demone del sonno. Non è tanto la stanchezza fisica, perché si può aver dormito anche dodici ore; è problema di scelta. Non vogliamo essere posti in discussione e perciò facciamo di tutto per non essere disturbati; e, ovviamente, troviamo sempre chi si allea con noi su questa strada.
Ritorna per la terza volta e dice:
«Dormite ormai, riposatevi».
Man mano che Gesù è progredito in questa accettazione della volontà del Padre sembra che sia progredito anche nella conoscenza realistica dei suoi discepoli. Si era forse illuso che avrebbe potuto stargli accanto a occhi aperti in questa sua prova ultima, definitiva, ma adesso si rende conto che più che aspettarsi un conforto dei suoi amici deve essere lui a confortare loro. Si rende conto che esigeva troppo e si adatta.
Non sarà la prima volta.
Nel Vangelo di Giovanni, nelle famose tre richieste a Pietro: «Mi ami tu?» in una lettura attenta, filologicamente attenta, scopriamo che Gesù fa lo stesso cammino. Prima si illude che Pietro sia capace di un amore di agape nei suoi confronti, e gli chiede «Agapàs me?» e Pietro, consapevole dei propri limiti, non risponde con lo stesso verbo, ma adopera il verbo dell'amicizia: Signore tu sai che ti sono amico, «philò se».
E Gesù ancora: «Agapàs me», cioè: «vuoi avere verso di me un amore di agàpe?». E Pietro: «philò se», «ti sono amico». La terza volta Gesù non adopera più il verbo «agapào», ma adopera anche lui il verbo «philéo». Quasi per dire: «Va bene, Pietro, ho capito, siimi almeno amico».
Pietro — nota l'evangelista — restò meravigliato che Gesù avesse chiesto per la terza volta: «philéis me», «mi sei amico?». E capì.
La stessa cosa mi sembra succeda qui nel Getsemani.
Prima Gesù chiama a se i suoi tre prediletti per ricevere conforto dalla loro presenza, dalla loro amicizia; poi, man mano che lui personalmente cresce nell'adesione alla volontà del Padre, si accorge che i suoi discepoli devono ancora fare un grosso cammino prima di arrivare a seguirlo fino a questo punto; e si adatta, non li rifiuta e neppure li rimprovera. «Ho capito, dormite ormai, riposate».
E' una accondiscendenza che commuove, perché noi saremmo saltati su tutte le furie.
E' giunta l'ora:
«Ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori».
Viene consegnato.
«Alzatevi», cioè, risorgete, andiamo.
Quasi dicesse: Ho capito che questo passaggio devo compierlo da solo. Non siete capaci già fin da ora di morire con me; muoio io per voi, mi consegno io per voi, purché conseguenza di questo possa essere la vostra risurrezione.
Infatti è stranissimo questo verbo messo qui.
Marco avrebbe potuto adoperarne un altro benissimo, invece adopera proprio il verbo per eccellenza della risurrezione.
E' giunta l'ora. Il Figlio dell'uomo viene consegnato.
E' un presente. E' un presente continuativo. Diceva Pascal:
«Gesù viene crocifisso fino alla fine del mondo».
Forse potremmo pensare che Gesù si augura che quel «egéiresthe» sia davvero il frutto del suo costante offrirsi, intercedendo per noi. «Sempre vivo a intercedere per noi», dice la lettera agli Ebrei.
Questo è l'augurio che si fa Gesù. Questa è anche la provocazione di Gesù: io sono morto per voi, io sono disposto a consegnarmi per voi. Risorgete.
«Risorgete, andiamo». E' l'indicazione di un cammino, forse è l'indicazione di una missione; il frutto della consegna di Gesù nelle mani dei peccatori da parte del Padre e la risurrezione nostra, ma è anche messaggio che dobbiamo portare al mondo insieme con lui.
Infatti non dice «andate», ma «andiamo». Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo.

di P. Innocenzo Gargano O.S.B. Cam.
Lectio Divina su il Vangelo di Marco

 

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Ultima modifica Martedì 28 Agosto 2012 18:32
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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