Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Venerdì 08 Luglio 2011 20:15

Tutto il mio essere riposa al sicuro

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Una riflessione sul salmo 16 nel contesto dei salmi di fiducia

 

Le parole del Salterio1 costituiscono la trama sulla quale si intesse il dialogo di Dio con il suo popolo, la risposta di quest'ultimo all'intervento di Dio nella storia. Perciò la preghiera salmica conosce un'estrema varietà di moduli espressivi, corrispondenti alla diversità delle situazioni esistenziali del singolo e della comunità orante, e dà voce all'assortita gamma dei sentimenti umani, portati dinnanzi a Dio nella loro dignità e verità, spesso anche nella loro intensa drammaticità.

 

Si può affermare che la preghiera di Israele è la sua stessa vita, che si dipana alla presenza di Dio e si alimenta della sua Parola, e che la teologia del salterio è essenzialmente una teologia della preghiera biblica.

L'atteggiamento cardine su cui si imposta il rapporto orante con Dio è la fiducia, che scaturisce dalla fedeltà di Dio alla sua Alleanza; per tal ragione l'esperienza dell'abbandono fiduciale e confidente in Dio, vissuta dal singolo, acquista una valenza pregnante per l'intera collettività. La stessa utilizzazione comunitaria e liturgica del Salterio suggerisce che vi è circolarità ed integrazione tra l'io del salmista-compositore e l'io della comunità orante: il singolo credente può pensare la propria fede solo all'interno di una comunità, e quest'ultima si appropria dell'esperienza di un proprio membro come di atto comune e condiviso.

Il tema della fiducia, presente in molti salmi, costituisce l'asse portante di alcuni in particolare, che perciò vanno sotto il nome di salmi di fiducia; questi hanno la comune peculiarità di presentare idee ed espressioni in successione libera e spontanea, senza una struttura costante e precisa, in coerenza con l'immediatezza e la naturalezza che li caratterizza.

Tra essi si annoverano i salmi 4, 11, 16, 23, 27, 62, 71, 131.

Immaginiamo, ad esempio, l'orante del salmo 4, assorto nella quiete della sera, deporre con tenera confidenza il suo travagliato itinerario quotidiano nelle mani del Creatore; «in pace mi corico e subito mi addormento, tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare» (4,9): egli può addormentarsi pieno di gioia e pace perché sa che Custode del suo sonno è il Signore. L'immagine del sonno, di per sé simbolo di morte e di riposo eterno, viene trasfigurata dalla fiducia che l'orante ripone nel suo Dio, divenendo veicolo di un luminoso messaggio di abbandono e di speranza.

Accostiamoci all'accorata preghiera di fiducia del giusto del salmo 11, che ci insegna a rimanere sereni anche in mezzo a persecuzioni ed incomprensioni, certi che nessuno potrà mai sottrarci la nostra più grande ed inestimabile ricchezza, l'amore di Dio. Ancora, possiamo attingere forza dall'esperienza dell'orante del salmo 27 il quale, pur trovandosi oppresso da molte prove, rivolge a se stesso e all'assemblea un caloroso appello alla speranza in Dio, unico senso della vita.

Il tema della speranza e del riposo emerge poi anche nel salmo 62 in cui, in un impeto di confidente abbandono, il salmista esclama: "Lui solo è mia rupe e mia salvezza, mia roccia di difesa non potrò vacillare» (62,3).

L'orante del salmo 23 ci trasporta poi nell'incanto della situazione che il carme descrive: la semplicità ed essenzialità estrema di questi versi testimoniano il cammino di unificazione interiore percorso dal salmista il quale, ormai libero dalla dispersione delle molte parole, può racchiudere la propria invocazione nell'unica esclamazione piena di stupore: "non manco di nulla, perché, o mio Dio, Tu sei con me! » (23,4).

La fiducia in Dio fa impallidire le certezze e gli appoggi umani, sconfigge ogni timore ed esclude la delusione perché "tu sei la mia salvezza, la mia fiducia fin dall'infanzia, [. .. ] fin dal grembo di mia madre sei tu che mi sollevi» (71,5-6).

Con l'animo compreso di tali sentimenti, anche ogni amarezza dell'esistere viene affidata a Dio in un abbandono che è fonte di pace, come è espresso nel salmo 131,2: «io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia».

Il cammino credente si dischiude così al gusto di una ritrovata infanzia spirituale, che in Israele è espressa nella spiritualità degli anawim, e che troverà pieno compimento nella Persona di Gesù, il vero Piccolo e Povero di spirito, totalmente abbandonato nelle braccia del Padre suo.

 

Per una meditazione sul salmo 16:

L'intensa esperienza di fede e desiderio della comunione con Dio che il salmista esprime e testimonia, fanno del salmo 16 un carme di altissima mistica2,

Il testo che di esso proponiamo è la bellissima traduzione lirico-metrica che di esso ha compiuto padre D. M. Turoldo3.

 

1 Custodiscimi tu, o Signore,

perché solo in te ho fiducia.

2 lo ho detto a Dio:

tu sei il mio unico bene, Signore!

 

3 Per i santi che son sulla terra,

nobili uomini, solo per essi

vada intero il mio amore;

compiacenza nessuna coi reprobi:

4 altri, idoli pure si cerchino,

certamente io non offrirò

mai le loro libagioni di sangue;

e neppure la bocca li nomini!

 

5 Il Signore è la mia eredità,

lui la parte del mio possesso,

mio calice e mia delizia,

in sue mani è la mia porzione:

 

6 un podere in luoghi ameni

Come sorte mi ha assegnato,

si,: stupendo e gioioso e ricco

è il suo dono, il mio retaggio.

 

7 Lodi a Dio che dà l'intelletto,

pur di notte mi illumina il cuore:

8 il Signore mi è sempre davanti,

lui a fianco, non ho incertezze.

 

9 La mia vita di questo gioisce,

ed esulta lo spirito mio,

10 il mio corpo riposa sicuro,

lui mi strappa di mano alla morte.

 

11 Che non veda la fossa il tuo santo,

ma la via alla vita m'insegni:

gioia piena alla tua presenza,

solo gioia lo starti vicino!

 

La tipologia del linguaggio e delle immagini utilizzate farebbe ricondurre la composizione di questo splendido salmo all'ambito sacerdotale; vi si possono individuare due parti: la prima, compresa tra i vv. 2-6, presenta la gioiosa professione di fede dell'orante; la seconda parte, che abbraccia i vv. 7-1, è dominata dalla metafora del «cammino della vita»; l'amicizia con Dio (v. 7), lo stargli vicino (v. 8), infondono la gioia del credere (v. 9) e alimentano il desiderio della comunione piena ed indistruttibile con Lui (vv. 10-11). La bellezza ineffabile dell'intimità con Dio dona all'esistenza del credente la luce ed il calore della "compagnia", la prossimità di un Tu che si offre di condividere col fedele i giorni della sua vita terrena, proiettandolo escatologicamente in un'eternità assorbita e trasfigurata dall'Amore.

L'antifona iniziale (v. 1 ) introduce nell'atmosfera dell'intero carme: «Proteggimi, o Dio, in te mi rifugio», è una preghiera che esprime essenzialmente l'incontro di due azioni, il gesto paterno di Dio che custodisce il suo fedele, e l'abbandono confidente di quest'ultimo alla sua protezione.

L'esperienza profonda dell'amore e della vicinanza del divino implica per l'orante l'opzione della fede, il decidersi per Dio senza sconti né ripensamenti: nel ripercorrere il proprio vissuto alla luce della fede il salmista oppone, ad un passato irretito nella tentazione idolatrica (v. 3), un oggi animato dalla sola Presenza che riempie la sua vita.

La scelta radicale compiuta abbraccia tutta intera la sua persona e si esplica nella rinuncia ad offrire sacrifici e a professare l'appartenenza a divinità straniere (v4); per questo può pronunciare con entusiasmo la propria adesione piena e totale a Dio, suo supremo Bene: «Tu sei il mio Signore, senza di te non ho alcun bene» (v. 2).

Solo nella comunione con Dio l'orante trova la piena felicità e l'appagamento perfetto di ogni suo desiderio e pertanto esclama: «Il Signore è mia parte di eredità e mio calice» (v. 5); l'uso della metafora dell'eredità permette di collocare il salmo in un ambiente sacerdotale, che conferisce a tale confessione di fede una dimensione più «ecclesiale».

Ricordiamo che la categoria della «terra» eredità, assieme alla categoria della «discendenza», rappresenta una delle componenti fondamentali della teologia patriarcale. In quanto oggetto della grazia divina, la terra è benedizione e segno di gioia e pace, segno di grazia e di intimità con Dio.

La prima espressione del v. 5 suggerisce la ripartizione della terra di Canaan, dopo la conquista di Giosuè. Da questa «eredità» era stata esclusa la tribù di Levi (sacerdotale), perché il sacerdozio non fosse coinvolto in questioni politiche.

Quando il salmista dice: «Il Signore è mia parte di eredità» si riferisce, ad un immediato livello interpretativo, alla possibilità di sussistere attraverso i contributi cultuali, che venivano appunto versati al Tempio per il mantenimento dei sacerdoti; il nostro carme però, trasferisce tale simbologia meramente giuridica in una dimensione più alta e spirituale.

Qui la categoria della terra viene considerata paradossalmente nella sua assenza o sostituzione: dato che la terra è segno di una realtà più grande - cioè il dono della presenza di Dio nello spazio e il dono della libertà - il nostro salmo ci porta direttamente su questo piano: entriamo così nello spirito levitico della meditazione sulla terra4.

La tribù sacerdotale non possiede territorio in Israele, essendo Dio il suo possesso! Jahvè quindi non le ha fatto dono minore, ma le apre la possibilità di vivere la medesima esperienza della terra in prospettiva nuova, una prospettiva altrettanto reale, anche se non materiale.

Si delinea allora la possibilità di una terra messianica, di una terra che lega intimamente Dio a Israele, ed inaugura un'appartenenza nuova e più profonda a Dio non mediata da qualcosa di materiale. La metafora del «calice», simbolo di festa e di letizia, completa la situazione di pienezza di vita scaturita dalla comunione con Dio, poiché esprime l'ospitalità gioiosa che Dio accorda al suo fedele. In questi versetti si intravede già la preparazione della teologia cristiana del Regno di Dio (ovvero il possesso pieno e definitivo di Dio) come scrive splendidamente Agostino: «Il salmista non dice: "O Dio, dammi un'eredità! Che mi darai mai come eredità?" Tutto ciò che tu puoi darmi fuori di Te è vile. Sii Tu stesso la mia eredità. Sei Tu che io amo […..]. Sperare Dio da Dio, essere colmato di Dio da Dio. Egli ti basta, fuori di lui niente ti può bastare» (Sermone 334, PL 38, 1469).

L'interpretazione mistica del nostro salmo prosegue nella seconda parte (vv. 7-11), attraversata dalla suggestiva metafora del «sentiero della vita».

Dio dirige, governa, consiglia l'azione del fedele, con un amorevole sollecitudine che abbraccia tutto l'arco dell'esistere - «anche di notte il mio cuore mi istruisce» (v. 7) - ed investe l'uomo nella sua totalità; la traduzione che G. Ravasi offre dei versi 7-9, più aderente al testo originale, mostra molto efficacemente l'estensione di tale intervento integrale divino:

 

7 Benedico Jahweh che mi ha dato consiglio,

anche di notte istruisce i miei reni.

8 Io pongo sempre innanzi a me Jahweh,

sta alla mia destra, non posso vacillare.

9 Per questo gioisce il mio cuore ed esulta il mio fegato,

anche la mia carne abita al sicuro.

 

Tutta l'umanità dell'uomo viene coinvolta, cuore, reni, fegato - rispettivamente centri dell'interiorità e della coscienza - divenendo luogo in cui Dio si svela e parla, per cui l'orante sperimenta di non essere più solo, ma si sente oggetto di un'incessante rivelazione divina.

«lo pongo sempre innanzi a me il Signore» (v. 8a) dichiara il salmista; si intuisce una presenza di Dio che sta "di fronte", proprio come due soggetti dialoganti stanno l'uno di fronte all'altro: Jahvè si propone dunque al suo fedele come Tu relazionale, come Soggetto che offre ad un altro di entrare in intimità dialogica con Lui, attendendone il libero assenso perché lo vuole pienamente suo partner. «lo pongo sempre innanzi a me il Signore» indica allora nuovamente l'opzione fondamentale compiuta dal credente, la scelta di lasciarsi condizionare in toto da Colui che «sta alla mia destra» (v. 8b); l'immagine della destra, indicante di per sé una posizione difensiva, esprime la totale sicurezza con cui il fedele si abbandona al suo Dio, certo che da nulla potrà esser smosso se c'è Lui a difenderlo «non posso vacillare» (v. 8b).

«Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima, anche il mio corpo riposa al sicuro» (v. 9): l'accento è posto sulla felicità, che promana dalla gioia stessa di Dio e genera fiducia e pace; tutto l'essere dell'uomo è attraversato, fin nelle sue più intime fibre, da una corrente soprannaturale di vita e di gioia.

Il credente esprime la certezza che nulla potrà spezzare la sua comunione con Dio e separarlo dal suo amore, neanche la morte, «perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (v. 10). La morte, segno tragico del limite umano e della fragilità creaturale è sconfitta dall'amore, dalla comunione forte ed indistruttibile con Dio che proietta in un orizzonte che sta al di là di tutto. Nell'amore si trova la radice dell'immortalità, e quel «seme di eternità» piantato nella terra del nostro presente. Così il grande scrittore russo Dostoevskij: «la mia immortalità è indispensabile, perché Dio non vorrà commettere un'iniquità e spegnere del tutto il fuoco d'amore dopo che questo si è acceso per lui nel mio cuore. E che cosa c'è di più caro dell'amore? L'amore è superiore all'esistenza (. .. ) Se ho cominciato ad amarlo e mi sono rallegrato del suo amore, è possibile che lui spenga me e la mia gioia e ci converta in zero? Se c'è Dio, anch'io sono immortale»5.

Il salmo si chiude con una dichiarazione vibrante di fede e di speranza: l'orante, radicato nell'amore con cui si sente amato da Dio, può spingere la propria fiducia all'estremo, e ciò che agli occhi umani appare la fine di tutto, si trasforma nell'istante in cui tutto inizia: «Mi indicherai il sentiero della vita» (v. 11), cioè l'itinerario sublime della comunione eterna con Dio, che regala «gioia piena » e «dolcezza senza fine» alla sua presenza.

 

di Sr. Teresa Maria Ragusa o.cist.

Monaca del Monastero Cistercense

di Santo Spirito, Agrigento.

Note

  1. Bibliografia di riferimento: RAVASI G., s.v. Salmi, in Dizionario di Teologia Biblica, a cura di Girlanda A. - Ravasi G.- Rossano P., S. Paolo, Cinisello Balsamo 1996, pp. 1399-1412; Cox D., I Salmi. Incontro col Dio vivente, Paoline, Cinisello Balsamo 1986.

  2. Per approfondimenti: Ravasi G., Il Libro dei Salmi. Commento e attualizzazione, EDB, Bologna 2002, vol. I, pp. 283-303.

  3. I Salmi nella traduzione poetica di David M. Turoldo, EDB, Bologna 1973. I numeri indicano le strofe.

  4. RAVASI G., II libro .... cit., p. 296.

  5. DOSTOEVSKIJ F., I demoni, Firenze 1958, p. 744 ; citato da Ravasi G., Il libro .... cit., p. 303.

Ultima modifica Mercoledì 24 Aprile 2013 07:04
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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