Venerdì, 20 Ottobre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2004 01:19

MARTA E MARIA

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    Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola;

Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto fattasi avanti, disse “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non lesarà tolta”. ( Lc 10/ 38-42)


 1. ALCUNE INDICAZIONI

    In questa pagina si può entrare anche tenendo conto della lunga introduzione che fa Luca alla parabola del buon samaritano. Al punto che si potrebbe addirittura pensare che non di un racconto di fatti storici si tratti, in questo brano di Marta e Maria, ma di una seconda parabola. E già questo ci sconcerta un po’.
Ma allora non è un fatto storico?

    Probabilmente lo è anche, ma sembra che Gesù abbia voluto (o l’evangelista abbia voluto) rileggere il fatto storico quasi come una parabola.
    In questa piccola pagina di Luca potremmo dunque vedere la conclusione della parabola ed il contenuto profondo della parabola nei due versetti terminali in cui l’evangelista mette direttamente in bocca a Gesù sia la risposta a Marta, sia anche il contenuto di tutto il racconto.
    E dunque potremmo leggere questa pagina considerandola, dal punto di vista dell’immagine, come un fiore che ha il punto terminale proprio nella parte ultima, quando diventa frutto. La sua pagina è scritta in modo tale che si possa vedere con estrema chiarezza una specie di medaglia a doppia faccia. È un’unica medaglia: da una parte c’è Maria e dall’altra c’è Marta.
    Potrebbe essere anche abbastanza facile identificare, dentro la pagina una sorta di priorità di Marta rispetto a Maria. Al punto che Marta potrebbe essere indicata come sorella maggiore di Maria. Di fatto è lei che riceve in casa, al singolare, riceve in casa questo pellegrino che noi identifichiamo con Gesù; è lei che detta legge all’interno della casa, perché è lei il diacono della casa.
    Ed è lei quindi che, consapevole della propria responsabilità , si pone di fronte a Gesù, quasi con la pretesa di comandare perfino a Gesù.
    Marta è molto consapevole dell’importanza del lavoro che fa, della propria dignità; si sente la padrona di casa, al punto che addirittura pretende di suggerire a Gesù che cosa comandare all’altra sua sorella.
    Maria, invece, è anzitutto la sorella di Marta; quindi si definisce in relazione a Marta. Non sembra la padrona di casa, almeno nella descrizione di Luca, e l’unica cosa che sa fare è quella di precipitarsi ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola.
    È l’unica cosa che fa Maria.
    Quindi, mentre Marta accoglie il signore, riordina le cose di casa, prende l’iniziativa, addirittura sollecita un intervento del Signore, Maria può fare solo una cosa: precipitarsi ai piedi del Signore e ascoltare la sua parola.
    Quindi, da una parte una donna molto efficiente, molto amica di Gesù, e dall’altra una donna consapevole della propria povertà, della propria incapacità, della propria debolezza, che viene sottolineata anche da questa specie di prostrazione ai piedi del Signore. Poi vedremo che non è solo prostrazione.
    Un’altra indicazione: in tutto questo brano, nel testo originale greco, non c’è mai il nome di Gesù — e dire che si dovrebbe proprio trattare di Gesù uomo che sta camminando (ormai siamo al capitolo 10) verso Gerusalemme.
    Tutte le indicazioni che conosciamo intorno a Marta, avrebbero dovuto far pensare a questo Gesù di Nazaret in carne e ossa che ha bisogno di riposarsi un po’, ha bisogno di mangiare, ha bisogno forse, di dormire. E invece no, non c’è mai il nome di“Gesù”, ma c’è per tre volte il termine “Kyrios”, in un brano così piccolo, per tre volte, il termine “Kyrios”.

    Segno più che evidente che qui siamo difronte a un racconto pasquale e dunque dobbiamo trasportare immediatamente la pagina in un contesto che dia per scontata l’esperienza, da parte della comunità dei credenti, della resurrezione del signore. È Luca stesso che ci trasporta.
    Siamo dunque in un contesto pasquale, e quindi della prima comunità di credenti a Gerusalemme. È importante sottolinearlo .
    Se noi prendiamo adesso gli Atti degli Apostoli, all’inizio del capitolo 6, leggiamo:

    In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana: allora i dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il sevizio delle mense. Cercate, dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola”

    È molto importante tener conto di questo contesto. Esso ci permette infatti di leggere Luca 10, 38-42 alla luce di Atti 6, 1-4, in cui riusciamo ad avvertire quali erano i problemiche venivano agitati all’interno della comunità primitiva e quindi possiamo anche capire perché l’evangelista si sia fatto carico di questa problematica e abbia interrogato su questo la tradizione che risaliva direttamente a Gesù.
    Infatti si cercava una risposta a proposito di una problematica in cui sembravano in conflitto due ministeri o due atteggiamenti diversi di fronte al dovere comune dell’evangelizzazione: l’atteggiamento dell’ascolto della parola.
    Per rispondere, l’evangelista interroga dunque la tradizione tentando di cogliere, in un atteggiamento pratico, concreto,di Gesù, oppure in un suo detto particolare, la risposta ai problemi concreti del presente. L’evangelista compie la sua personale lectio divina a partire dalla situazione concreta in cui si trova, così che la situazione diventa interrogativo rivolto alla Parola.

2. CHI È MARTA, CHI È MARIA

    Ritorniamo al testo. Questa certa donna di nome Marta può essere letta in modo simbolico come personificazione di una serie di persone che all’interno della comunità accolgono il Signore; ma lo accolgono come chi pensa di poter servire il Signore e non essere servita (o servito) da lui.
    Qui sta il primo interrogativo.
   
    Marta è talmente contenta di ricevere il Signore da credere di dover essere lei ad accudire il Signore. Lui che aveva detto:
“Io non sono venuto per essere servito, ma per servire!”

Sottolineando l’importanza del suo servizio, Marta in realtà presenta una figura di Gesù che di fatto capovolge il mistero presentato dalla persona di Gesù: non sono venuto per essere servito, ma per servire. A Marta sfugge proprio questo.
    E di fatto, se noi adesso prendiamo uno per uno i termini utilizzati da Luca, vediamo che Marta sembra essere colei che accoglie, colei che è presa da molti servizi, colei che si agita in tutto e per tutto intorno a Gesù.
    Lo riceve nella casa. Si agita e si muove di qua e di là per la molta diaconia. All’interno di questo agitarsi, leparole di Gesù cercano di sottolineare la confusione e la situazione labirintica in cui si trova Marta.
    Gesù fa riferimento a due termini:“mérimna” e “thòrybos” (kaì thorybàze).
Le “mérimnai” sono le preoccupazioni, una serie di preoccupazioni.
    Quando qualcuno è responsabile di cose molto grandi, deve pensare a mille cose, a mille faccende, fino al punto che queste mille faccende diventano il labirinto dal quale il responsabile o la responsabile non riesce a trarsi fuori. Quindi sono preoccupazioni, ma sono preoccupazioni che quasi affogano la persona o la immettono in una rete tale da cui non riesce più a distaccarsi.
Queste sono le “mérimnai”.
    Il “thòrybos” è il chiasso. Nel greco moderno “thòrybos” è il traffico. Il termine fa riferimento comunque a quel rumore continuo che non ti permette mai di godere di un attimo di silenzio.
    Se dunque si mettono insieme “mérimnai” e“thòrybos”, immaginate facilmente che cosa ne può venirefuori.
    Ecco, questa è Marta. Alla quale sembra quasi che Gesù dica “Marta ti stai affogando da te stessa e fai chiasso”.
    E potete immaginare quanto poco spazio e poco tempo possa restare, all’interno di tutti questi problemi e di questo chiasso continuo, per fermarsi ad ascoltare Gesù, il Signore, dono di pacificazione, di armonia, di serenità. Di tutto questo sembra invece molto desiderosa Maria. Non solo; ma essa è consapevole soprattutto che Gesù si attende dalle sue amiche proprio questo spazio-tempo per poter avere la soddisfazione di dare piuttosto che di ricevere. Maria dà così a Gesù la possibilità di servire, di essere il “diàkanos toùlògou”, il servitore, se volete, della parola; colui che è sempre disposto, sempre attento a trasmettere la parola del Padre.
    Maria è perciò colei che dà la gioia più grande, colei che accoglie più in profondità l’ospite riconosciuto come suo maestro e Signore :

“…sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.”

    Cioè: lo lasciava parlare , permetteva a lui di poter esprimere, di potersi rivelare, e di potersi dire. In contrapposizione — e in questo il testo è molto chiaro — a Marta che si agitava nei molti servizi e si autodefiniva sfacciatamente, presuntuosamente, diacono.
Marta ha poi anche un’altra caratteristica.

    Lo possiamo capire dalla presenza del verbo“epistasa” (fattasi avanti). “Epistòs” è qualcuno che sia utopropone, si fa avanti; quindi non soltanto Marta è affogata nelle “mérimnai”, e nel chiasso (thòrybos), ma si favanto di tutto questo. C’è un senso di superiorità in Marta che può dimostrare con i fatti la sua molta diaconia per cui, poggiando su questi fatti, oppure fidandosi — possiamo mettere la parola — del “merito” di ciò che produce con le proprie mani, si sente un gradino superiore a sua sorella. Il senso di superiorità di Marta nasce dalla contestazione dei frutti della propria diaconia. Non avrebbe detto forse Giacomo:

“Signore, non ti importa che mia sorella mi lasci sola nella diaconia?”
Cioè nel servizio?

“Come non intervieni?”,
come mai non chiami mia sorella alla solidarietà delle cose che faccio? Le mie non sono forse opere di carità? Come mai a te non t’importa nulla? Il richiamo al comandante dell’amore che rende ineccepibile il ragionamento di Marta.
    Il modo concreto di dimostrare che si ama Dio nonè forse quello di amare il prossimo? Marta rimane sconcertata: perché non dici niente? Per me è così scontato!
“ Dì dunque a lei che mi venga in aiuto”.
    Qui però compare un verbo “synantilambàno” che, secondo Dupont, è un verbo esclusivo dello Spirito Santo; quasi dicesse:
“ Dì a lei che venga in aiuto alla mia debolezza”.
    Un verbo esclusivo dello Spirito Santo! Forse nell’utilizzazione di questo verbo c’è il suggerimento ascoprire un certo dubbio dentro questo interrogativo di Marta.
    Prima ha chiesto a Gesù “Come mai non ti importa?” e poi, dall’altra, utilizza un verbo così forte,così pregnante, così legato al dono dello spirito. Non avrà mica azzardato troppo?
    È a questo punto che arriva la risposta delSignore: “Rispondendo, il Signore disse a lei…”
Marta dunque , proprio quando è arrivata al massimo della sua autoproposta o autopresentazione — si era messa davanti a Gesù in modo piuttosto autorevole verso la sorella — conclude di fatto con una confusione di debolezza:
“Dille che venga in aiuto alla mia debolezza”.
    C’è un mistero dentro tutto questo. E infatti Gesù soltanto adesso si concede a lei e le risponde.

3. LA RISPOSTA DI GESÚ

Marta è disorientata; è dentro la rete del suo labirinto,ma proprio quando scoppia a decidere di mettere a nudo di fronte a Gesù, e alla sua sorella, i suoi pensieri cresce nella propria fede e ammette la propria incapacità e debolezza. Quasi che il fatto stesso di parlare abbia spento la pretesa di superiorità e le abbia fatto toccare con mano la propria inadempienza riconoscendo implicitamente nella sorella, che è stata soltanto in ascolto diGesù e della sua parola, una forza in qualche modo analoga aquella dello Spirito Santo.
    La sottigliezza dei verbi è molto importante. Gesù capisce. E non rimprovera Marta.
    Piuttosto le risponde in modo fraterno, molto accondiscendente:
Marta, Marta…,
    Come per dire: mi innesto su quest’ultima tua sensazione, e ti voglio aiutare a renderti conto fino in fondo della tua personale povertà:

Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma di poche cose c’è necessità, anzi di una soltanto.
    Quasi per dire: tutto il resto è relativo, tutto il resto è secondario; cercate prima il regno di Dio e tutto il resto verrà da sé. Cercate prima il regno di Dio, significa anche: cercate prima il dono dello Spirito, cercate anzitutto di ricevere il dono della parola e poi tutto il resto verrà da sé.
    Il centro, il fulcro intorno al quale si potrà costruire la comunità non sono i molti servizi, non sono le molte opere, ma è unicamente la Parola.
    Di poche cose essenziali c’è bisogno, anzi —la correzione è importante — Di una soltanto.
    Ci vuole molta fede per credere che la Parola sia sufficiente, per credere che la parola sia l’unica cosa necessaria da cercare. Infatti tutto ciò che osserviamo con gli occhi della carne, o che guardiamo e giudichiamo con la nostra intelligenza umana,è il contrario di tutto questo. Eppure resta vero che una casa non costruita sulla Parola, è come una casa costruita sulla sabbia; può crescere anche molto in fretta, ma alla prima tempesta sarà spazzata via come paglia.
    Marta, Marta hai capito questo?
    Teniamo conto che il testo non dice che non siano utili anche le altre cose: hanno la loro utilità, ma non sono necessarie; necessaria è una cosa soltanto e Maria con il suo atteggiamento lo ha manifestato.
    Ecco perché ritorna adesso la personalità di Maria.
    Maria non parla. Maria è semplicemente inascolto, ma col suo essere stesso “kerygma”, è annuncio,è proclamazione di verità.
    Come ieri abbiamo visto la donna peccatrice divenuta vangelo personificato, così qui abbiamo Maria divenuta vangelo, bella notizia personificata.
    Maria ha infatti scelto la parte buona; la parte buona che è strettamente connessa con l’unica parte, con la parte necessaria. Non è in gioco — e qui è molto importante ribadirlo — una comparazione; ciò che è meglioo ciò che è peggio; no, no, è in gioco ciò che è necessario e ciò che non lo è; non lo è punto e basta.
    Potrà servire, potrà essere utile, ho detto, ma non è necessario.
    Il problema del testo non è un problema sul giudizio, se l’atteggiamento di Maria sia migliore dell’atteggiamento di Marta o viceversa. Infatti da una parte c’è la descrizione dell’atteggiamento di Marta che arriva al punto di riconoscere la propria debolezza e la necessità del dono dello Spirito, e dall’altra c’è la persistente presenza del dono di Maria che non parla, ma che con il suo atteggiamento personale è Parola annunziata, bella notizia portata al mondo, sulla necessità della Parola del Signore.
    Maria ha scelto la parte buona che non le verrà tolta.
    Cioè: che non le verrà sottratta,perché se le fosse sottratta, sarebbe sottratto alla Chiesa il fondamento.
    È mai possibile che si possa pretendere che stia in piedi una casa alla quale è stata tolta la parte fondante, fondamentalmente su cui la casa stessa è stata costruita?
    Ma sottolineo: non è un problema di migliore o peggiore; è un problema di necessità.
    L’ascolto è necessario alla consistenza stessa della casa, anche se è chiaro che la casa non è solo fondamento. Intorno al fondamento, intorno a questa pietra centrale, tutto il resto dovrà pur essere costruito.
    Quando perciò questa pagina viene letta in modo eccessivamente apologetico, rischia di perdere poi il contenuto più profondo che conserva dentro. La pagina è di fatto,come abbiamo visto, una pagina che ruota attorno a Marta e che tenta di simbolizzare in Marta l’insieme delle attività che si svolgono all’interno della Chiesa, attività che però non possono mai pretendere di esistere senza il fondamento necessario, e dunque indispensabile, della Parola.
    Siamo stati posti dunque di fronte ad una pagina che rivendica la necessità del fondamento della parola per la comunità cristiana.
    Adesso, se rileggiamo di nuovo il testo citato dagli Atti degli Apostoli, avvertiamo in che misura questa pagina di Luca sia stata la risposta che la tradizione risalente a Gesù ha potuto dare ai problemi sorti all’interno della comunità di Gerusalemme e di ogni altra comunità.
    In Atti 6, 2 i Dodici dichiarano:
non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense.     I Dodici non intendono certamente dire che il servizio delle mense non è importante, ma semplicemente ricordare che, se viene tolto il fondamento al servizio delle mense, non ci sarà neppure il servizio stesso. Da qui la scelta di dedicarsi alla preghiera e alla “diaconia toùlògou”, cioè al servizio dell’annuncio della Parola.

4. VITA ATTIVA E VITA CONTEMPLATIVA

    La pagina di Luca relativa a Marta e Maria è stata però letta molto spesso per rivendicare una sorta di contrapposizione tra la cosiddetta vita attiva e la vita contemplativa e per concludere ad una maggiore dignità di questa rispetto a quella.
    Quel tipo di lettura della pagina di luca veniva suggerita da una tradizione filosofica di origine greca (platonica emedioplatonica), che sottolineava la dignità del lavoro intellettuale, e quindi della contemplazione, inteso come esercizio della mente, contrapponendolo alla supposta meno dignità del lavoro delle mani o del lavoro pratico.
    Una prospettiva estranea al mondo ebraico da cui Gesù attingeva il suo insegnamento. Nella visione ebraica, c’è sempre stata attenzione all’integralità della persona umana, e scrupolo a non contrapporre mai ciò che si fa con le mani a ciò che si fa con la mente. La prospettiva greca, che poi è stata ricevuta dalla cultura romana e quindi trasmessa alla cultura cristiana, contrapponeva il lavoro dimente compiuto dagli uomini liberi, al lavoro di mano, compiuto dallo schiavo, e che perciò si chiamava lavoro servile.
    Da qui la minore dignità dell’un tipo rispetto all’altro. Ma da qui anche la confusione che è nata poi all’interno della cosiddetta spiritualità cristiana che ha cominciato a distinguere tra Ordini attivi e ordini contemplativi e, quando la distinzione non riusciva a rendere ragione di tutti gli aspetti di un istituto religioso particolare, di Ordini misti.
    Simili definizioni non sembra però che derivino dalla grande tradizione ebraico-cristiana.
    Quando gli antichi monaci parlavano di vita attiva,identificavano per esempio questo tipo di vita con la prima parte del cammino della fede; la fase che loro identificavano con la purificazione e che noi oggi chiameremmo più propriamente“ascesi” o esercizio ascetico.
    La vita attiva consisteva nel quotidiano purificarsi; era il lavoro che ogni monaco era tenuto a fare su disé. La vita attiva era insomma una specie di propedeutica, diintroduzione pratica alla vita contemplativa, la quale in realtà si identificava con la vita di colui che oramai era stato immerso,attraverso il battesimo, nel sangue di Cristo ed era rinato a vita nuova.
    Il cristiano che emergeva dalla sponda orientale della vasca battesimale, emergeva come contemplativo, perché emergeva come uomo nuovo, emergeva con i sensi nuovi di colui che ormai vedeva la storia con un occhio completamente diverso; l’occhio del cristiano. Il cristiano convertito che, prendendo coscienza del battesimo, si rivolgeva di nuovo verso le origini del suo battesimo verso la vita monastica, diveniva perciò necessariamente contemplativo.
    Infatti se ogni cristiano è contemplativo, a fortiori è contemplativo chiunque abbia fatto un cammino di ritorno al battesimo e quindi di consapevolezza della novità che si è manifestata in lui attraverso il battesimo.
    Da qui l’impossibilità a distinguere i cristiani in attivi e contemplativi. Tutti i cristiani infatti, in quanto cristiani, sono l’uomo nuovo che ha acquistato i sensi nuovi e che quindi ha la capacità di vedere le cose in profondità, scoprendone il progetto nascosto, misterioso, di Dio. Ma da qui anche la comune definizione dei monaci come contemplativi.
    Quella che oggi viene chiamata “vita attiva”, in realtà si identifica, nella visione tradizionale degli antichi monaci, col momento in cui l’uomo trasformato, trasfigurato, immedesimato con il Signore risorto, trasmette la luce.
    Oggi si parlerebbe a questo proposito piuttosto di apostolato, purchè si intenda riferirsi non a qualcosa di meno rispetto alla vita contemplativa, ma alla manifestazione stessa della vita contemplativa. Infatti non si può dare un apostolo che non sia contemplativo — lo abbiamo visto — nella misura in cui si fonda unicamente sulla parola di Dio. Non dunque perché vive in forme di vita che, secondo certi parametri culturali, vengono definite contemplative, ma perché ha scoperto questo unum necessarium, ha identificato la sua vita con l’ascolto della Parola di Dio e l’ ha resa tutt’uno con essa al punto che può dire:
non sono più io che vivo, è Cristo che vive dentro di me.

    La pagina di Luca ci ha permesso di chiarire il senso cristiano di una vita cosiddetta contemplativa. Lo abbiamo fatto, perché le personalità di Marta e Maria sono state utilizzate per definire e contrapporre, anche fra gli “spirituali” cristiani, la vita attiva alla vita contemplativa. Ribadisco però di nuovo: il personaggio che cammina all’interno di questo brano è Marta.
    Ed è Marta che, proprio dall’incontro con il Signore, scopre che tutto ciò che fa, in fondo non è la cosa necessaria e resta connotato di debolezza al punto che sente la necessita di chiedere il dono che viene unicamente dallo Spirito Santo.
    Potremmo aggiungere solo una cosa: questo Gesù che permette a Maria di sedersi ai suoi piedi per ascoltare la sua parola di Maestro, è certamente un Gesù che libera in radice la donna, ogni donna, perché le concede di far parte, di pari dignità con gli uomini, del suo cerchio più intimo di amici , della sua comunità, della sua famiglia, della sua Chiesa.

 

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Ultima modifica Mercoledì 26 Febbraio 2014 16:02

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