Domenica, 20 Agosto 2017
Giovedì 05 Maggio 2005 11:03

LUCA 4, 16-30

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«AD INAUGURARE L’ANNO DI GRAZIA...»

 

       

LECTIO on line   Luca 4/16-30

 

16. Si recò a Nàzaret, dove era stato allevato. Era sabato e, come al solito, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere.

 

17. Gli fu presentato il libro del profeta Isaia ed egli, apertolo, s'imbatte nel passo in cui c'era scritto:

 

18. Lo Spirito del Signore è sopra di me,

per questo mi ha consacrato

e mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annuncio,

ad annunziare ai prigionieri

la liberazione

 e il dono della vista ai ciechi;

per liberare coloro

che sono oppressi,

 

19. e inaugurare un anno di grazia

del Signore.

 

 

20. Poi, arrotolato il volume, lo restituì al servitore e si sedette. Tutti coloro che erano presenti nella sinagoga tenevano gli occhi fissi su di lui.

 

21. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura per voi che mi ascoltate».

 

22. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano stupiti per le parole piene di grazia che pronunciava. E si chiedevano: «Ma costui non è il figlio di Giuseppe?».

 

23. Ed egli rispose: «Sono sicuro che mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Tutto ciò che abbiamo udito che è avvenuto a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria».

 

24. E aggiunse: «In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria.

 

25. Vi dico inoltre: c'erano molte vedove in Israele al tempo del profeta Elia, quando per tre anni e sei mesi non cadde alcuna goccia di pioggia e una grande carestia dilagò per tutto il paese;

 

26. a nessuna di loro però fu mandato il profeta Elia, ma solo ad una vedova di Sarepta, nella regione di Sidone.

 

27. E c'erano molti lebbrosi in Israele ai tempi del profeta Eliseo; eppure a nessuno di loro fu dato il dono della guarigione, ma solo a Nàaman, il Siro».

 

28. Sentendo queste cose, coloro che erano presenti nella sinagoga furono presi dall'ira

 

29. e, alzatisi, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fino in cima al monte sul quale era situatala loro città per farlo precipitare giù.

 

30. Egli però, passando in mezzo a loro, se ne andò.

 

MEDITATIO

 

Questi interrogativi ci aiutano a una lettura più attenta e più approfondita. In quale villaggio e in quale luogo Gesù dà inizio alla sua predicazione? Tutto ciò ci aiuta a capire come Gesù si rapporta alla sua tradizione religiosa e alla Parola di Dio? Come comprendere la frase: «Oggi è stata compiuta questa Scrittura che avete udito con i vostri orecchi»? C'è un rapporto tra questa frase e l'«omelia» di Gesù? A quale libro appartiene il testo a cui Gesù fa riferimento? C'è una continuità con la vocazione di Giovanni Battista? Quando lo Spirito di Dio scende su Gesù? Quali sono le priorità della missione di Gesù?

 

Il contesto

 

Per Luca il vero inizio della manifestazione pubblica di Gesù risale al battesimo (3,21-22: «Lo Spirito Santo scese su di lui... e venne una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio diletto, in te mi sono compiaciuto»). Dopo aver vinto Satana («Gesù veniva condotto dallo Spirito nel deserto... Cessata ogni tentazione, il diavolo si allontanò per tornare al tempo opportuno», 4,1.13), Gesù espone il suo discorso inaugurale, il senso della sua presenza, della sua parola e delle sue azioni. La missione di Gesù - in parole e in opere - si apre a Nazaret dove ha luogo il «discorso programmatico» e a Cafarnao, dove viene descritta una giornata di Gesù.

 

La scena è posta in un contesto significativo. Poco prima dell'episodio di Nazaret, Gesù insegnava nelle sinagoghe della Galilea e tutti proclamavano la sua gloria (4,14-15). Poco

dopo afferma: «Egli predicava nelle sinagoghe della Giudea» (4,44). Tra queste due annotazioni abbiamo la visita a Nazaret e a Cafarnao: questi due luoghi strutturano così un insieme che vuole mostrare come la salvezza portata da Gesù si apre verso l'esterno. Dalle sinagoghe della Galilea alle sinagoghe della Giudea la predicazione della salvezza «espatria». E quando la gente vuole trattenerlo per evitare che se ne vada (v. 42) egli dice loro: «Occorre che anche alle altre città annunci la lieta notizia del Regno di Dio» (v. 43).

 

Leggere il testo

 

Possiamo dividere il testo in due quadri che evidenziano il clima nel quale Gesù si muove. I due momenti appaiono fortemente contrapposti e rivelano una diversa atmosfera.

 

Primo quadro (vv. 16-22). Nel contesto della liturgia sinagogale, dice riferimento alla realizzazione, in Gesù, delle parole del profeta Isaia (61,1-2). Il clima appare auforico. Gesù richiama un testo di Isaia che ha per contenuto la «lieta notizia» (liberazione, luce, libertà...) rivolta agli oppressi; egli afferma che questa «lieta notizia» è per «oggi' ; gli ascoltatori hanno gli occhi fissi su di lui (v. 20) e accettano le sue parole: «Tutti gli rendevano testimonianza». Si meravigliano solo che Gesù  - il figlio di Giuseppe – sia colui che pronuncia un tale messaggio di liberazione. Il loro stupore è di ammirazione: «Erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (v. 22).

 

Secondo quadro (vv. 23-29). Gesù mette a nudo l' ambiguità dell' accoglienza ricevuta (leggiamo: 13,26-27) illustrandola con il richiamo alla vicenda di Elia ed Eliseo. L'atmosfera appare dran1matica. Gesù accusa i suoi compatrioti di non accoglierlo (v. 23);

minaccia di abbandonarli per altri (vv. 24-27); nella narrazione avviene un capovolgimento di situazione quando, nella sinagoga, «tutti furono pieni di sdegno» all'udire le parole di Gesù (v. 28); Gesù, infine, è condotto «fuori della città», per essere ucciso.

 

Merita, poi, di essere evidenziata l'insistenza del testo nel ricordare, ripetutamente, che Gesù è «in mezzo ai suoi»: «Si recò a Nazaret, dove era stato allevato» (v. 16); Gesù è del paese poiché lo si conosce come «il figlio di Giuseppe» (v. 22); gli viene chiesto: «Fa' altrettanto, qui, nel tuo paese» (v. 23); di se stesso Gesù dice: «Nessun profeta è ben accetto nella sua patria» (v. 24). Nazaret è la «patria di Gesù» ; Cafarnao è una città di confine dove si mescolano giudei e stranieri. L'opposizione, presente nel testo, tra Cafarnao (città di confine) e Nazaret (patria) rimanda alla distinzione tra nazioni del mondo e popolo di Israele. Così la patria viene opposta a Cafarnao (v. 23) e il termine patria indicherà, (v.. 24) Israele in opposizione alle altre nazIonI. Con uno spostamento di significato, patria significa sia il luogo di origine sia Israele in opposizione alle nazioni.

 

Ancora tre annotazioni per concludere un'attenta esplorazione del testo. La prima: più volte si fa riferimento alla sinagoga (vv. 16.20.28); tutta la scena, poi, si svolge «di sabato»: Gesù si rivolge all'Israele della sinagoga e del sabato, al popolo della promessa

e dell'alleanza. La seconda: le diverse categorie di persone a cui Gesù fa riferimento nel suo discorso possono essere ridotte a una sola: «i poveri» secondo la risonanza biblica che questo termine ha (poveri, prigionieri, ciechi, oppressi, vedove, lebbrosi...). La terza: alla fine del racconto, il progetto degli abitanti di Nazaret (diventati «simbolo» di Israele) di uccidere Gesù non si realizza; Gesù può così continuare l'annuncio della «lieta notizia» altrove («se ne andava»).

 

Oggi, la liberazione

 

Affermando che Gesù venne a Nazaret dove era stato allevato, Luca si ricollega alle notizie che aveva dato su Gesù nei primi due capitoli; indicando poi Nazaret come prima tappa del ministero di Gesù, l'evangelista riprende lo schema geografico dei racconti dell'infanzia: la vicenda di Gesù ha inizio a Nazaret (Lc 1,26) e culmina a Gerusalemme con il ritrovamento (Lc 2,41-50); così è pure del ministero pubblico: inizia a Nazaret (4, 16) e culmina a Gerusalemme (19,45ss).

 

Nella sinagoga.

Da buon ebreo, Gesù entra nella sinagoga e si inserisce nel contesto della liturgia che viene celebrata. Essa prevedeva la professione di fede di Israele, una serie di benedizioni,

la lettura della Legge e dei Profeti. Lo svolgimento del culto era guidato da un capo-sinagoga che sceglieva i lettori e i commentatori che proclamavano la sezione fissata dal calendario. La centralità del testo di Isaia (61,1-2 e 58,6, citato liberamente dalla traduzione greca detta dei L XX) è data dalla narrazione scenica: Gesù si alza, riceve il libro, lo apre; poi lo chiude, lo riconsegna, si siede e tutti nella sinagoga lo fissano.

 

Il testo di Isaia (61,1-2) rimanda a una sezione più ampia (Is 60-62) che narra della restaurazione di Gerusalemme quale realizzazione delle speranze annunciate dal Secondo Isaia (40-55). Luca modifica in modo significativo la citazione del testo greco di Isaia: omette la finale del v. 1 («Per annunciare un giorno di vendetta») rivolta alle nazioni pagane; sottolinea il legame tra la venuta dello Spirito Santo su Gesù e la sua missione ( «Mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato...»); al posto del termine «chiamare» (presente in Is 61,2) Luca usa «proclamare» sottolineando, in questo modo, la novità della proclamazione di Gesù; aggiunge, infine, la citazione di Is 58,6 («Rimettere in libertà gli oppressi»): così il richiamo al testo che annuncia la liberazione dall'oppressione conferisce al tempo messianico inaugurato da Gesù la sua specificità.

 

L'«oggi» di Dio.

Siamo così nel cuore dell' attesa messianica: Gesù, richiamandosi a Isaia, sembra voler proclamare un giubileo straordinario. L'annuncio di un «anno di grazia del Signore» afferma la realizzazione delle speranze del popolo. Ma la realizzazione proposta da Gesù si pone in una prospettiva di universalità (per tutti), a cominciare dagli ultimi e per essi in modo particolare.

 

La liberazione, concreta e globale, di cui parla Gesù ha inizio «oggi», un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26; 13,22-23; 19,5; 23,43) che sta a indicare la venuta del momento tanto atteso in cui Dio sarebbe intervenuto per salvare il suo popolo. Questo avvenimento atteso ha avuto nella vicenda biblica diverse accentuazioni che possiamo così sintetizzare: un giorno, la fine dei tempi, annunziavano i profeti; fra poco, la fine dei tempi, gridava la letteratura apocalittica; adesso, la fine dei tempi, proclama Gesù: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è qui: convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,14ss).

 

L' anno di grazia del Signore.

La citazione di Isaia gioca un ruolo importante proprio perché Gesù la fa sua. Nelle sue parole (vv. 25-27) sono evocate le due figure I profetiche classiche, Elia ed Eliseo: alcuni avvenimenti della loro vita mostrano che la vicenda profetica passa attraverso il rifiuto ed è

segnata dalla prospettiva dell'universalità (la vedova di Sarepta: 1Re 17,7-24; la guarigione di Nàaman: 2Re 5): Gesù, il profeta della pienezza dei tempi, si muoverà in questa duplice dimensione. Collegando il testo di Isaia alla sua persona e, allo stesso tempo, commentando Isaia 61 col il ricorso a 1 e 2Re, Gesù suggerisce l'unità delle Scritture e indica che esse sono orientate verso una fine, un compimento: questo compimento è lui stesso. Nel contesto della missione profetica di Gesù si colloca la promessa relativa all'anno di grazia del Signore (v. 19).

 

La liberazione dei prigionieri è la caratteristica dell'anno sabbatico (Is 21,2; D t 15,12) o dell'anno giubilare (Lv 25,10). Sappiamo che in realtà questo anno non è mai stato celebrato con tutte le sue implicanze; è rimasto come «l'utopia» di Israele. La ripresa di questo tema da parte di Gesù significa che egli, con la sua opera, realizza tale utopia in un altro modo. Ciò che non ha avuto luogo pienamente può diventarlo ora, nella storia quotidiana.

 

L'intenzione si fa chiara: la missione di Gesù è letta da Luca nella prospettiva dell'anno di grazia, una liberazione concreta per l'oggi. Un accento particolare merita il tema della liberazione, oggi; una liberazione che dice riferimento agli ultimi, i quali diventano, nella linea evangelica, i primi destinatari del regno. Non è mai di troppo ricordare che Gesù, il profeta della pienezza dei tempi, non viene solo ad annunciare l'anno di grazia del Signore, ma a portarlo a compimento poiché egli è il liberatore.

 

Un Messia rifiutato.

Dopo aver affermato la messianicità di Gesù e la sua scelta preferenziale per i poveri, la narrazione continua evidenziando due aspetti: Gesù viene rifiutato dal suo popolo e sarà, invece, accolto dai pagani. Il rifiuto di Nazaret è posto da Luca all'inizio del ministero di Gesù: fin dal primo giorno Gesù è rifiutato e si profila la prospettiva della morte. La storia messianica di Gesù è tutta sotto il segno di uno scandalo: un messia rifiutato e sconfitto e un popolo di Dio che lo rifiuta, dopo averlo atteso. A questo duplice scandalo la riflessione sinottica risponde richiamandosi alla vicenda biblica: Dio invia i profeti, ma essi sono rifiutati proprio dal popolo al quale essi sono mandati!

 

Ma il testo di Luca ci offre anche le ragioni del rifiuto. «Quanto abbiamo sentito che è accaduto a Cafarnao fallo anche qui, nella tua patria» (23b): l'attesa degli abitanti è quella di un messia «per se», a proprio vantaggio, che offra privilegi. Ma Gesù va più a fondo: la ragione del rifiuto sta nel fatto che Dio non fa differenze. È la prospettiva dell'universalismo proposta da Gesù che chiede a Israele una profonda conversione: rinunciare a un privilegio (che nasce da una non corretta concezione dell'elezione e del proprio ruolo di popolo di Dio nel mondo) e accogliere il volto di un Dio radicalmente diverso (dal Dio per noi al Dio per tutti).

 

Nel gesto del suo popolo, che lo rifiuta come estraneo al punto da cacciarlo fuori della città (v. 29; cf. Lc 20,15), viene così delineato l'itinerario di Gesù: il cammino verso la croce. Gli uomini rifiutano, ma Gesù continua la sua missione: «Ma egli, passando in mezzo alloro, se ne andava» (v. 30).

 

Ed ora alcune provocazioni che ti aiuteranno ad applicare il testo alla tua vita

 

a)            Innanzitutto, merita attenzione l'«oggi» della proposta di Gesù. È finito il tempo dell'attesa: oggi la proposta interpella tutti; è oggi che c'è rivolta la parola di Dio, e oggi chiede una risposta. Ed è una proposta che è possibile accogliere e vivere, a una condizione: accettare di mettere in discussione un'idea di Dio (il Dio per noi) per aprirsi al volto di Dio testimoniato da Gesù (il Dio per tutti). Allora è in gioco un modo di intendere Dio, la sua salvezza, il modo di rapportarsi agli altri: oggi!

 

b)        La proposta di Gesù interpella, oggi, la comunità dei credenti che leggono questa Parola. Essi devono rispondere riconoscendo, in modo fattivo, che in Gesù si rivela l'amore misericordioso di Dio verso la comunità cristiana e verso il mondo. Verso la comunità cristiana: quando essa annuncia il regno di Dio testimonia questo amore misericordioso che l'ha già raggiunta. Essa allora è chiamata a porre segni che attestino che davvero siamo nell'anno di grazia del signore. Un anno di grazia che tutti interpella. Verso il mondo: come proclamare un giubileo e non porre al centro della comunità cristiana i poveri, gli ultimi, quanti non hanno alcun diritto? Com'è possibile attestare la gratuità dell'amore di Dio se la comunità cristiana si muove ancora nell' ottica del possesso e non nel dono? Come interpellare il mondo se, come Chiesa, ci muoviamo nella logica mondana ?

 

c)         Quindi, vale la pena di rilevare che i destinatari della «lieta notizia» sono i poveri, gli ultimi, quelli che non contano nulla. Ci sarebbe da chiedersi se tanto nostro agire - personale e comunitario - non sia perdente in partenza, perché non fa propria la logica di Gesù ma si affida, invece, alla logica mondana del potere e dell'efficienza. Che ne abbiamo fatto dei poveri, in tutti i sensi? Quale «lieto annuncio» possiamo fare e quale volto di Dio possiamo proporre se gli «ultimi» restano tali?

 

d)        Infine, occorre fidarsi della logica dell'accoglienza-rifiuto nella linea dell'universalità. Tutta la vita di Gesù è una proposta gratuita e come tale soggetta alla libertà dell'uomo. Ma per Gesù il rifiuto non è occasione di smentita, se mai occasione per trovare altre strade e altri destinatari. Il suo Dio è il Dio di tutti, e non privilegio di qualche gruppo. Così dev' essere della vita del credente e delle comunità.

 

Il rifiuto, l'ostilità, a volte la derisione dovrebbero confermare che la misericordia di Dio va ben oltre gli scherni umani. Forse è questa la prima conversione a cui il giubileo può invitarci: credere alla «debolezza» dell' amore misericordioso di Dio che si è consegnato. Si è donato perché a tutti sia donato. Non è possesso di nessuno. Ma se questo amore non si visibilizza, seppure in segni provvisori, come celebrare la presenza, oggi, dell'amore rnisericordioso di Dio, che libera i poveri e gli oppressi? Quale giubileo? Quale Dio? Quale salvezza?

 

Arcangelo Bagni

 

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Ultima modifica Domenica 15 Maggio 2011 22:03

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