Domenica, 22 Ottobre 2017
Giovedì 03 Dicembre 2009 09:28

LA LECTIO DIVINA - A

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La preghiera come incontro d’amore. E ora vorrei dirvi, in parole semplici, cosa è questa lectio divina."

di Mons. Mariano Magrassi,

arcivescovo emerito di Bari

 

La preghiera come incontro d’amore

 

Adesso, dovrei dirvi in parole semplici cosa è questa lectio divina.

Dirò subito che è una forma di preghiera che esiste nella tradizione della Chiesa.

E’ stata messa a punto già nel mondo patristico nei grandi Padri del IV-V sec. ed ha trovato nel Medioevo monastico un’attuazione fervorosa. 

Ne sono nati degli opuscoli anche molto belli: ne parlano continuamente i monaci medievali. E finalmente un certosino, Guigo II, ha riassunto questo modo di pregare in un trattato “De Modo orationis” che è stato edito recentemente da Enzo Bianchi, il leader della comunità di Bose, con un po’ di commento.

La grande diffusione che avuto questa versione dice l’interesse dei contemporanei per questa antica esperienza di preghiera.

E’ una forma di preghiera e allora bisogna partire dalla realtà della preghiera.

Quando si dice questo termine preghiera la maggior parte della gente pensa subito a due cose:1)chiedere qualcosa a Dio; 2)dire delle formule. La maggior parte della gente non conosce altro modo di pregare.

Se io dovessi scegliere una scena del Vangelo che esprima plasticamente cosa è la preghiera, prenderei Giovanni, 11 / 28.

Maria è al sepolcro, la vanno chiamare e le dicono:c’è il maestro che ti chiama, Magister adest et vocat te.

Glielo dicono sottovoce e lei in silenzio si alza e subito va da lui.

E poi aggiungerei quello che lo stesso Giovanni racconta in un’ altra pagina: la scena di Maria seduta ai piedi di Gesù.

Lo guarda, beve le parole dalla sua bocca e dimentica tutto, anche il pranzo da preparare.

E in quell’ascolto concentra tutte le forze della sua anima.

Mi pare che questo sia la preghiera.

E se vogliamo esprimerlo con concretezza anche maggiore potremmo prendere un’analogia dell’esistenza umana, quella sponsale nel suo nascere.

Sapete quale spazio ha il tema sponsale nella Bibbia. Che cosa succede? Due persone s’incontrano, nell’incontrarsi si scoprono, l’una scopre l’altra con gioia e capisce che l’altra potrà avere un’importanza enorme nella sua vita.

Da quest’incontro qualche volta graduale, qualche volta improvviso, nasce il desiderio di incontrarsi, gli appuntamenti.

Gli incontri ripetuti stabiliscono un rapporto sempre più profondo, rapporto che diventa ad un certo momento compenetrazione reciproca, amore profondo.

Quindi il rapporto si fa così profondo che non è più possibile vivere l’uno senza l’altro e si stabilisce la vita a due.

La “vita a due” si ha nei momenti più belli dell’esperienza mistica.

E allora collochiamo la lectio divina in questo contesto preciso, della preghiera come incontro.

Ci si incontra perché ci si vuol bene; se non c’è amore l’incontrarsi non significa niente.

La bellezza di un incontro è direttamente proporzionale all’importanza che una persona assume per l’altro: più per me conta quella persona, più incontrarla è una gioia.

Pregare è soprattutto ascoltare

 

Quando ci si incontra e ci si vuol bene che cosa si fa? Si guarda con ammirazione e si ascolta.

L’arte del dialogo è l’arte dell’ascolto.

Le persone più simpatiche sono quelle che, incontrandosi, con gli amici non sono loro a riempire tutto lo spazio del dialogo parlando sempre di sè, ma piuttosto con rispetto e attenzione, ascoltando con amore l’altro.

Questa è una regola di galateo.

Se la preghiera è un dialogo, questa legge non varrà per l’incontro con Dio? Possibile che quando andiamo ad incontrarci con il Signore dobbiamo essere soprattutto preoccupati di parlare noi? E chi è che ha il posto più importante nel dialogo, noi o Dio? E’ molto semplice quello che vi dico, mi sembra.

Pregare è soprattutto ascoltare.

Quando ci si incontra con il Signore, lui è al centro della nostra attenzione: lo si guarda, lo si ammira con gioia.

E’ meraviglioso il Signore! Grande sei tu Signore, meraviglioso nella forza, nella sapienza, nella bontà, nella bellezza.

Il centro di attenzione si sposta decisamente su di lui. Non stiamo a guardare noi stessi, non è un ruotare indefinitamente intorno al nostro io.

Questa è una deformazione della preghiera.

La preghiera è contemplativa, è andare a lui, e poi uno stare a sentire quello che lui dice, ascoltare.

Quando si arriva a questo punto nel presentare la preghiera, molti obbiettano: a me il Signore non dice mai niente.

Io in genere rispondo: a me invece il Signore parla tutti i giorni, in tutti i momenti.

Forse il Signore fa discriminazioni? Allora vi indicherò subito il ritornello che ritorna continuamente negli scritti patristici e che coglie l’idea-forza che guida la lectio divina.

Ve lo cito attraverso un testo di Girolamo ripreso dal Concilio.”Oras, loqueris ad Sponsum; legis, ille tibi loquitur”.

E io volentieri invertirei e direi: leggi? È lo Sposo che ti parla; preghi? Sei tu che gli rispondi.

Cosa c’è di più semplice? E’ un dialogo: lui mi parla e io rispondo.

Per capire questo bisogna cogliere l’importanza di questo fatto capitale della Bibbia: il fatto che Dio mi parla. Dove mi parla? Attraverso le Scritture soprattutto.

Soprattutto, Dio parla attraverso tutto, tutto è parola di Dio anche la malattia, anche gli avvenimenti per che li sa leggere con fede, ma la parola di Dio per eccellenza, il principale canale della parola di Dio è la Parola scritta, che è poi il metro per decifrare tutte le altre Parole.

Proviamo a cogliere la bellezza di questo fatto: Dio mi parla.

Questo è tipico del filone biblico, non lo troviamo nelle altre religioni dove Dio è uno che ascolta, uno che si lascia cercare dall’uomo.

Nella religione biblica Dio è uno che incomincia lui a cercare l’uomo, prende lui l’iniziativa dell’incontro e comincia ad avviare il dialogo.

Finché non si è capito questo non si è capito nulla della Bibbia. E’ vero che qualche testimonianza di questa prospettiva la troviamo anche in altre religioni.

Quella persiana ad esempio. Eddin Attar ha scritto: per trent’anni sono andata alla ricerca di Dio e quando alla fine di quegli anni ho aperto gli occhi, mi sono accorto che era lui che mi cercava.

Dunque Dio è qualcuno che prima di lasciarsi cercare cerca.

E’ qualcuno che prima di ascoltare parla, è lui che deve incominciare, sempre.

E la sua Parola è l’atto con cui Egli irrompe nella mia vita.

La Parola di Dio è lui. Dio è la sua Parola.

Infatti, è una persona della SS. ma Trinità la Parola di Dio: è il Verbo.

E’ una parola attraverso cui Dio stesso entra nell’area della mia vita.

E difatti San Paolo dice che questa parola è “forza di salvezza per chiunque crede”.(Rom 1/16).

Non è soltanto una parola comunicativa, con cui Dio mi comunica qualche cosa.

Si direbbe con termine filosofico che è una parola autoimplicativa, cioè una parola in cui Dio gioca se stesso.

In tutti gli interventi divini che sono riportati dalla Bibbia vediamo un Dio che non ha paura di compromettersi, legandosi agli uomini.

Guardate la croce e vedrete fino a che punto la parola di Dio si è compromessa.

Fino a che punto la Parola è autoimplicativa.

E proprio perché Dio è compromesso in quella parola, essa non è solo mezzo per comunicare un pensiero.

E’ Parola ed è avvenimento, inseparabilmente.

E’ ”forza di salvezza”; se viene accolta può trasformare tutto intero colui che l’ascolta.

Ne volete la prova? “Sia la luce, disse Dio. E la luce fu”.

Lazzaro, vieni fuori”.

E Lazzaro morto da tre giorni e già puzzolente balza fuori.

E se questo è vero nel Genesi se è vero nel Vangelo, non sarà vero nella Chiesa di oggi? Anzi per certi aspetti la parola di Dio con la risurrezione di Cristo ha fatto un balzo innanzi.

Ormai dopo la resurrezione la Parola acquista una forza nuova.

Presentata dalla Chiesa, essa è in realtà Parola del Risorto, che è diventato “Spirito vivificante”, capace cioè di animare il mondo con la Sua Pasqua.

 

Un cuore in ascolto

 

Allora se la Parola è questo, l’uomo dovrà mettersi in ascolto.

Voglio citarvi una pagina biblica.

Dio dice a Salomone: chiedimi quello che vuoi e io te lo darò.

E Salomone che era un uomo saggio, dopo averci pensato ben bene, gli dice: “Signore dammi un cuore in ascolto”.

Forse mi direte: noi non abbiamo mai trovato questa espressione nella Bibbia.

Anche la CEI traduce: cuore docile, nessuno dei traduttori ha avuto il coraggio di tradurre letteralmente.

Vi è la radice shemà che vuol dire ascoltare: un cuore capace di ascoltare.

Riflettiamo un momento su questa espressione: è proprio col cuore che bisogna ascoltare, non bastano i padiglioni delle orecchie, perché se no entra di qui ed esce di là.

Sapete che cosa è il cuore nella Bibbia?

Quando noi parliamo del cuore pensiamo ad Edmondo De Amicis, pensiamo a qualche racconto pieno di sentimentalismo molto bello e suggestivo fatto per i ragazzi.

Non è sentimento il cuore della Bibbia.

Il cuore del Vangelo è quella zona molto più intima dell’uomo dove questa persona è lei e non un’altra, e dove prende le sue grandi decisioni, dove gioca la sua vita.

Il cuore è il nucleo centrale della persona umana e lì si chiamano a raccolta tutte le energie della persona: intelligenza, volontà, fantasia, sentimento, emotività, tutto, tutto unificato nel cuore.

La parola di Dio si ascolta col cuore, quindi con apertura totale.

Assenso totale

 

Facciamo un po’ di appello alla psicologia.

Quando una persona entra nell’area della mia vita, qual’ è la mia reazione? Ci sono due reazioni possibili.

La prima è una reazione di rifiuto; capisco che sarebbe compromettente lasciarla entrare.

Una persona che entra mi impone qualche cosa, scuote, rimescola le carte della mia vita.

Capisco che questo può essere scomodo e allora la lascio alla porta.

Sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre entrerò e cenerò con lui”, sono parole dell’Apocalisse.

Posso lasciarlo alla porta, anche dopo averlo ascoltato materialmente.

Ti ascolteremo un’altra volta”, hanno detto un giorno a Paolo all’Areopago.

Basta non prendere sul serio quello che il Signore dice, e immediatamente la sua parola resta alla porta.

Ma per fortuna può capitare anche un’altra cosa.

Può capitare che il mio cuore si apra e dica: Entra, Signore.

E dove entra lui tutto si trasforma.

Anche se la mia vita è un deserto si trasforma in giardino.

E poi lo lascio parlare e la sua parola diventa regola della mia vita.

Allora sì che la vita cambia.

E’ l’assenso totale, è l’apertura senza limiti.

In questo Maria è maestra insuperabile.

Nessuno ha mai accolto la Parola come lei.

E nessuno riuscirà mai ad accoglierla con un’apertura così totale.

Lei dice: “Si faccia di me secondo la tua parola”.

E proprio perché ha presentato al Signore un’apertura così piena, il Signore è entrato in lei con una meravigliosa pienezza tanto che nel suo seno abbiamo avuto l’Incarnazione.

Dammi, o Signore, un cuore in ascolto.

Isaia in un suo versetto dice: “Risveglia ogni mattina il mio orecchio, perché io ascolti come un discepolo”.

Nell’invitatorio classico dell’ufficio divino, attraverso il salmo, vengono ripetute queste parole: “Oh, se oggi ascoltaste la voce del Signore”.

Come sarebbe diversa la nostra vita se fossimo capaci davvero di ascoltare la voce del Signore, ogni mattina.

 

Dio parla oggi

 

Hodie: mi piace insistere su questo avverbio che non è fondamentale soltanto nell’universo liturgico, ma lo è anche nella lectio divina.

Hodie.

Ma è proprio vero che il Signore mi parla oggi? Apparentemente si tratta di una parola vecchia come l’ebraismo e come il cristianesimo.

Certe pagine della Bibbia sono scritte da millenni.

Si tratta davvero di una parola invecchiata? Ecco, per capire bene che la parola di Dio è sempre attuale, risuona oggi, bisogna avere un’idea esatta dell’ispirazione.

Noi diciamo che la parola di Dio è “ispirata”.

E’ un participio passato e viene inteso solitamente così: un bel giorno lo Spirito Santo è piombato su un uomo, supponiamo Isaia, lo ha investito con la sua luce e con la sua forza, lo ha spinto ha scrivere quei poemi.

Una volta scritti la cosa è fatta, lo Spirito Santo si ritira in buon ordine e se ne va.

Ormai lo scritto è fatto.

Sant’Agostino parlando di questo modo di concepire e la creazione e la Scrittura, dice: “Non enim fecit et abiit”, Dio non è uno che fa le cose e poi se ne va a spasso, non è così per la creazione, perché se le cose ci sono è perché Dio le sta creando adesso.

Non è vero che Dio ha creato l’uomo, è vero che lo crea adesso.

E la Bibbia, la sua Parola è una delle più luminose creazioni di Dio, più ancora del creato.

Sant’Agostino dice che Dio ha scritto l’universo come un libro e ha creato la Bibbia come un universo.

Come sono geniali questi accostamenti di Agostino!

Dunque volete che se la creazione è continua, l’ispirazione non sia continua? La Parola di Dio lo Spirito Santo la sta ispirando adesso. Mentre io la leggo ha luogo l’ispirazione.

E’ un fatto sempre attuale.

Hodie. Dio parla adesso. Se quelle parole non le avesse ancora dette le direbbe adesso per me.

De novo conderetur”, sono le parole di Gregorio Magno.

Le dice adesso a me. La Scrittura è Uno che mi parla.

Non è una parola per aria che si rivolge a tutti e a nessuno, non è un libro vecchio di secoli.

E’ un dialogo diretto, è una parola che interpella me, qui, adesso.

E io sono in ascolto di qualcuno che attraverso la parola vuole entrare nella mia vita.

Citiamo due episodi dell’agiografia.

 

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Ultima modifica Martedì 27 Marzo 2012 21:33
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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