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Venerdì 29 Febbraio 2008 23:23

Il sacerdote che presiede l’assemblea (Rinaldo Falsini)

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Le nostre liturgie


Il sacerdote che presiede l’assemblea

di Rinaldo Falsini



Occorre prendere atto della funzione liturgica del sacerdote nell’assemblea eucaristica, imparando a usare bene il Messale. Il rito della pace esprime la comunione e la carità fraterna. Se ne richiama la sobrietà.


La terza edizione italiana del Messale si fa attendere e a nostra disposizione abbiamo soltanto l’Ordinamento generale del Messale romano (OGMR, marzo 2004). Ma i problemi di vario genere emergono in continuazione; tra questi la rinnovata figura, con la funzione relativa, del sacerdote nella celebrazione eucaristica risulta la più attuale e tra le primarie in ordine di importanza. Non a caso la Conferenza episcopale italiana ne ha richiamato l’attenzione nella presentazione all’edizione 1983 (terzo paragrafo "Stile di celebrazione e arte del presiedere", 9) con questa raccomandazione: «[Il sacerdote] dovrà conoscere a fondo lo strumento pastorale che gli è affidato per trarne [...] tutte le possibilità di scelta e di adattamento».



Il richiamo è particolarmente sintomatico, in quanto non è più sufficiente l’antico e pur sempre valido richiamo all’osservanza della disciplina e delle direttive, ma l’appello alle possibilità di scelta e di adattamento che le stesse norme prevedono e suggeriscono. Molti sacerdoti non conoscono a fondo il Messale, tanto meno gli spazi di libertà lasciati talora all’autonoma scelta dell’intervento. Per questo occorrerebbero incontri periodici, del resto raccomandati nella stessa presentazione alle commissioni liturgiche diocesane (cf 8)


A noi interessano alcuni richiami concernenti la figura e la funzione, come emerge dall’OGMR e prima ancora dalla Sacrosanctum Concilium.


Anzitutto la nuova figura del sacerdote secondo la SC 33 è quella di presidente dell’assemblea nella persona di Cristo: «Le preghiere rivolte a Dio dal sacerdote che presiede l’assemblea nella persona di Cristo, vengono dette a nome di tutto il popolo santo di Dio e di tutti gli astanti». Il termine non è nuovo, perché compare già nel Nuovo Testamento e nelle testimonianze post-apostoliche, ma recente è la sua riscoperta: LG 21; PO 6, 13; OGM 7, 10, 11. Il titolo attribuito non è più in via ordinaria "celebrante", ma "sacerdote celebrante" poiché il soggetto celebrante è l’assemblea – come insegna la SC 26 – alla quale egli appartiene e con la quale esso stesso celebra. Nella seconda edizione del 1974 il termine tradizionale specifico del Messale di Pio V è stato soppresso nell’OGM ben trentadue volte e sostituito con "sacerdote celebrante" o "sacerdote".


L’ufficio di presidenza, capo e guida dell’assemblea, rende ampio il suo compito e importante la sua funzione: egli agisce nella persona di Cristo e si pone a servizio dell’assemblea, mentre in precedenza si sottolineava la visuale sacerdotale relegata al compito sacrificale e di mediazione tra Dio e il suo popolo.


Preparazione della messa. La rinnovata figura del sacerdote nella celebrazione comporta una particolare cura nella preparazione della messa, non tanto personale e spirituale come nel passato, ma di tipo pastorale cioè a servizio pastorale dei fedeli partecipanti e consistente nella scelta di testi e di adattamenti corrispondenti alla loro capacità di comprensione e di partecipazione. Lo afferma in modo esplicito OGMR 23 e lo ripete il 24 con accenno diretto al sacerdote «servitore della liturgia» con alcune esemplificazioni. Non va dimenticato il cap. VII che ha come titolo "La scelta delle parti della messa" e il n. 352 che presenta un quadro meritevole di attenta lettura: «Il sacerdote tenga presente più il bene spirituale del popolo di Dio che la propria personale inclinazione». Aggiunge poi che la scelta «si deve fare insieme con i ministri e con coloro che svolgono qualche ufficio nella celebrazione».


Le parti proprie del sacerdote. Il secondo capitolo dedicato alla descrizione rituale della celebrazione inizia con un’affermazione di alto valore dottrinale e pastorale: «Nella Messa o Cena del Signore il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico» (OGMR 27). In OGMR 30 sono elencate le parti proprie del sacerdote per il suo ufficio di presidente dell’assemblea: «Occupa il primo posto la Preghiera eucaristica, culmine di tutta la celebrazione». Seguono poi le tre orazioni "presidenziali" perché dette nella sua qualità di presidente: la colletta di inizio, l’orazione sulle offerte e l’orazione dopo la comunione. La loro natura – si aggiunge in OGMR 32 – «esige che esse siano proferite a voce alta e chiara e che siano ascoltate da tutti con attenzione». Queste orazioni sono articolate in modo che tutta l’assemblea possa aderire dall’inizio alla fine.


Invece OGMR 31 (riveduto in senso restrittivo rispetto al precedente) tratta delle monizioni spettanti sempre al sacerdote celebrante. Si può fare l’adattamento con formule più brevi e più facili per la comprensione dei partecipanti soltanto «quando è previsto dalle rubriche» (ecco la novità limitativa dell’articolo). Tra i momenti indicati segnaliamo: dopo il saluto iniziale, per introdurre i fedeli alla messa del giorno; alla liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera eucaristica, prima del prefazio («mai nel corso della Preghiera stessa»); prima del congedo, per concludere la celebrazione.


Ordinamento della messa. Non potendo seguire in modo descrittivo lo sviluppo celebrativo, ci limitiamo anzitutto ad alcuni elementi comuni affidati alla cura del sacerdote e ad alcuni momenti per un suo intervento.


Ovviamente tra gli elementi che favoriscono la partecipazione ci sono «i dialoghi tra il sacerdote e i fedeli», le stesse acclamazioni, le preghiere comuni quali il Gloria, il Credo, il Padre nostro, ecc.; si legga al riguardo OGMR 34-38. Un elemento che non può mancare, anche se limitato per le possibilità, è il canto sia dei ministri che del popolo, quale «segno della gioia del cuore» e in base al detto: «Chi canta bene, prega due volte» (39-40). Ai «gesti e atteggiamenti del corpo», comprese le processioni, sono dedicati i nn. 42-44.


Non possiamo assolutamente trascurare «il sacro silenzio, come parte della celebrazione», secondo il richiamo di OGMR 45, e i suoi momenti di intervento: nell’atto penitenziale, dopo l’invito alla preghiera, soprattutto dopo la lettura o l’omelia, e dopo la comunione.


Le singole parti.


Riti di introduzione (OGMR46-54). L’introito reclama una cura particolare con un canto iniziale che favorisca l’unione fraterna e lo spirito nel mistero liturgico. Il primo gesto del sacerdote è il bacio dell’altare come simbolo di Cristo e come lo sarà al termine della celebrazione. Dopo il saluto al popolo è conveniente che il sacerdote faccia una breve introduzione sulla messa del giorno, a cui seguirà l’atto penitenziale utilizzando le tre modalità previste, possibilmente distinte dal Kyrie. La varietà delle formule di saluto e dell’atto penitenziale sono una ricchezza da utilizzare.


Liturgia della Parola (55-71). Viene suggerita una monizione sul significato generale con il richiamo dell’ascolto e qualche minuto di silenzio (secondo il nuovo 56). Da valorizzare il salmo responsoriale e l’Alleluia prima del vangelo. L’omelia è vivamente raccomandata al sacerdote celebrante (66) e la preghiera universale e dei fedeli reclama molta cura da parte del sacerdote sia nella formulazione come nella successione (69-71).


Liturgia eucaristica (72-79). Una breve monizione introduttiva può richiamare quanto Gesù fece e disse nell’ultima cena, prendendo il pane e il calice, con quello che segue, per evidenziare i tre momenti (preparazione dei doni, preghiera eucaristica e comunione). La preparazione dei doni può essere accompagnata dal canto, specialmente in caso di una processione, ovvero dal silenzio. La lavanda delle mani ha un significato simbolico di purificazione. La preghiera eucaristica ricopre il momento centrale culminante, perciò necessita di una breve monizione anche a seconda dell’assemblea. Si veda al riguardo lo schema riportato al n. 79 e circa la scelta delle preghiere i nn. 364-365. Dalla monizione iniziale all’Amen finale occorre la massima attenzione.


Riti di comunione (80-89). Sono chiaramente riassunti nel n. 80, da tenere presente. Iniziano con la preghiera del Signore o Padre nostro, preceduta dall’invito (variabile e indispensabile) concluso dall’embolismo, seguito dal rito della pace che esprime la comunione ecclesiale e la carità fraterna per comunicare al sacramento. L’intervento della Cei lo richiama, anche se ne raccomanda la sobrietà.


La frazione del pane accompagnata dal canto non è semplice memoria del gesto compiuto da Gesù, ma evoca l’unità del corpo di Cristo vivente e glorioso. Al presidente ricorda il suo duplice compito di spezzare la parola e il corpo di Cristo, senza i quali non sussiste la Chiesa del Signore.


La comunione impegna il sacerdote nella preparazione, nell’invito, nella distribuzione ai fedeli che processionalmente e cantando si avvicinano all’altare. La comunione avviene sempre «con ostie consacrate nella stessa messa» e al calice quando è previsto (i particolari nei nn. 84-87).


Dopo l’orazione finale c’è il rito di congedo (che esige grande misura sugli avvisi) con opportuna breve monizione, benedizione e saluto finale; si può scegliere fra i cinque formulari del Messale italiano, dai quali si dovrebbe scartare, perché del tutto errato, quello "La messa è finita". Dopo l’invito al congedo, il rito non prevede di proposito né preghiera né canto.


Il nostro invito conclusivo è di prendere atto della funzione liturgica del sacerdote nell’assemblea eucaristica, un problema sempre aperto.


(da Vita Pastorale, 4, 2007)

Ultima modifica Giovedì 03 Settembre 2009 17:54
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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