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Mercoledì 10 Febbraio 2010 21:14

32. La santificazione del tempo

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Ciò che chiamiamo anno liturgico (dall’uso linguistico latino) è il memoriale solenne delle azioni salvifiche di Dio in Gesù Cristo, nel corso di un anno. L’anno liturgico non può essere inteso erroneamente come alternativa ecclesiastica all’anno civile.

1. Senso e struttura dell’anno liturgico

Ciò che chiamiamo anno liturgico (dall’uso linguistico latino) è il memoriale solenne delle azioni salvifiche di Dio in Gesù Cristo, nel corso di un anno. Un documento della chiesa lo descrive con le parole: «Nel corso dell’anno la chiesa ricorda tutto il mistero di Cristo, dall’incarnazione al giorno della pentecoste e all’attesa del ritorno del Signore»1. L’anno liturgico non può essere inteso erroneamente come alternativa ecclesiastica all’anno civile. Anche il “tempo secolare” di un anno è dono del Creatore, che il cristiano deve accogliere, vivere e organizzare. Inoltre Dio con la sua volontà salvifica irrompe in modo molteplice in questo tempo storico; in Cristo egli si è radicato in esso in modo particolarmente chiaro e intenso, così che ogni tempo è tempo di salvezza e tempo di Dio, poiché la sua offerta di salvezza abbraccia tutte le epoche e gli uomini, ed è quindi universale. Compito della chiesa è di annunciare e di rendere accessibile a tutti i tempi l’opera della salvezza realizzata in Cristo. Essa fa ciò attraverso la proclamazione della parola di Dio, la celebrazione sacramentale e i molteplici servizi pastorali, che devono preparare le vie alla fede, alla speranza e alla carità, e promuovere la loro crescita nella grazia.

La celebrazione cristiana delle feste, quale memoria riconoscente delle azioni salvifiche di Gesù Cristo, deve incessantemente ripetersi per adempiere alla sua funzione di annuncio e di ripresentazione della salvezza. E qui si offriva, per sfuggire a una scelta arbitraria, la misura di tempo cosmicamente condizionata dell’anno, al fine di assegnare alle singole celebrazioni memoriali una data fissa e così assicurare una ripetizione ciclica. La fissazione delle date era in parte comandata dalla Scrittura, in parte poggia su una convenzione formatasi storicamente. Ma essa non è così vincolante da escludere correzioni e riforme che appaiano necessarie.

Da quanto detto risulta che la celebrazione dell’anno liturgico non deve essere intesa come un esclusivo guardare indietro a una salvezza passata. Piuttosto colui che già è credente ed è stato redento nel battesimo deve darsi premura per confermare la propria salvezza sempre minacciata, come pure deve avere coscienza di sé in e attraverso la celebrazione liturgica, in solidale responsabilità, quale testimone e collaboratore della salvezza destinata a tutti gli uomini. Sotto entrambi gli aspetti le celebrazioni dell’anno liturgico guardano non solo al passato, ma al futuro. Esse hanno una componente escatologica, in quanto attendono il ritorno del Signore e l’universale compimento della salvezza, e cercano di preparare a esso le strade.

Così l’anno liturgico significa la somma di tutte le celebrazioni liturgiche che hanno trovato un posto fisso nel ciclo annuale. Dove però una liturgia è celebrata, Gesù Cristo come sommo sacerdote della nuova Alleanza si unisce all’assemblea celebrante in una comunione di azione che ha per scopo la salvezza dei credenti e la glorificazione del Padre celeste (cfr. SC 7). Così la fede cristiana si realizza e si concretizza nell’anno liturgico; esso diventa un’ampia autopresentazione della chiesa e qualcosa che fonda e alimenta l’esistenza cristiana.

a) Il mistero pasquale come nucleo dell’anno liturgico

Nucleo dell’anno liturgico è la passione e la risurrezione di Cristo. Questa azione salvifica centrale viene spesso designata dal Vaticano II come mistero pasquale (latino Paschale mysterium)2 Mistero in senso liturgico significa l’insondabile azione salvifica divina in Cristo per gli uomini. La parola greco-latina Pesach risale all’ebraico pesach. Questa indica originariamente il passaggio dell’angelo sterminatore che risparmia le case degli ebrei, che vivono nella schiavitù egiziana. In seguito essa viene riferita anche al passaggio di salvezza del popolo attraverso il Mar Rosso e il deserto pieno di pericoli, fino alla Terra promessa. Pesach sta poi a indicare anche il pasto rituale, memoriale di tutto ciò, il 14 nisan, nel quale veniva mangiato l’«agnello di Pesach;» come pasto sacrificale. Per la primitiva comunità cristiana era evidente il rapporto tra questa azione divina salvifica di un tempo e l’evento redentore di Cristo, tanto più che la crocifissione di Cristo coincise con il giorno di preparazione della festa ebraica di pasqua (cfr. Gv 19,14 e par.). Era l’ora in cui nel Tempio venivano immolati gli agnelli pasquali. Così Paolo ispirandosi chiaramente al contenuto della festa pasquale ebraica può scrivere: «E infatti Cristo, nostra pasqua, è stato immolato!» (1 Cor 5,7; cfr. Gv 19,36; 1Pt 1,19; Ap 5,6.9). Egli col suo passaggio attraverso la spogliazione di sé, la passione e la morte alla risurrezione e alla glorificazione, ha condotto il popolo di Dio della nuova Alleanza alla comunione salvifica di grazia e di vita con Dio Padre (cfr. Col 1,12 ecc.).

Traducendo paschale mysterium con mistero pasquale non dobbiamo pensare solo alla risurrezione il mattino di pasqua, ma dobbiamo includere «l’intero triduo santissimo del Signore crocifisso, sepolto e risorto3», dalla sera del Giovedì santo alla domenica di pasqua inclusa. Poiché anche le altre tappe della vita umano-divina di Gesù dall’incarnazione all’ascensione e all’invio dello Spirito santo hanno un significato salvifico e in senso ampio appartengono pure al mistero pasquale, potremmo rendere tale realtà anche semplicemente con «evento - o avvenimento - Cristo».

Questo nucleo dell’anno liturgico come fatto storico appartiene certo al passato, ma il suo elemento essenziale, il dono di sé e l’obbedienza fino alla morte continuano a vivere e a operare nell’Uomo-Dio glorificato. Poiché la sua volontà salvifica è universale egli, come sommo sacerdote della nuova Alleanza, ne rende partecipi gli uomini di tutti i tempi, ogni volta che essi si riuniscono in assemblea per le celebrazioni liturgiche. Questo irradiamento attraverso l’anno liturgico non può tuttavia essere inteso erroneamente come un dono di grazie operante automaticamente. Si tratta di una offerta di grazia da parte di Dio a uomini liberi in vista di un incontro di partecipazione, nel quale l’uomo deve portare la fede nella sua piena espressione. Ciò significa, nel senso del NT, sia professione di fede che fiducia e disponibilità alla volontà del Padre. È la fede che è caratterizzata dalla carità ed è operante attraverso di essa (cfr. Gal 5,6). Quando l’uomo si apre in tal modo all’offerta di salvezza di Dio, il mistero pasquale diventa efficace e fruttuoso.

b) Tipi e ordinamenti delle feste cristiane

Le feste hanno per base eventi degni di essere celebrati con ricordo e rendimento di grazie. 4 Ciò vale sia per feste naturalistiche con ricorrenza periodica che per eventi significativi nella vita dei singoli, delle famiglie (“riti di passaggio”) e delle piccole e grosse comunità. Nel calendario liturgico ebraico sulle feste naturalistiche originarie si esercitò sempre più l’influsso degli eventi salvifici di Israele, nei quali Jahvé, il Dio dell’Alleanza, era venuto incontro al suo popolo per salvarlo. La comunità primitiva di Gerusalemme conobbe molto bene queste feste salvifiche dei propri connazionali. Ma dopo l’esperienza dell’evento-Cristo fu chiaro per essa che il suo mistero pasquale stesso era divenuto l’oggetto centrale della festa e della celebrazione dei cristiani, tanto più che la sua regolare celebrazione era stata fatta risalire proprio a Cristo (cfr. 1Cor 11,24; Lc 22.19). Bisognerà inoltre dire più precisamente che dapprima il mistero pasquale fu celebrato la domenica quale pasqua settimanale; ad essa al più tardi, verso il passaggio al secondo secolo, fu aggiunta la festa di pasqua quale pasqua annuale. A questa seguì nello sviluppo storico una serie di altre feste celebrative di eventi del Signore o di momenti della vita di sua Madre, e giorni commemorativi di martiri e di santi.

Un particolare gruppo di celebrazioni si incontra a partire dal Medioevo nelle cosiddette feste di idea, che hanno per oggetto determinate verità e aspetti della dottrina e della pietà cristiana, o anche determinati titoli del Signore, di sua Madre o di un santo. Vengono chiamate anche feste di devozione, oppure si parla di feste dogmatiche, tematiche, e - in opposizione alle feste dinamiche, celebrative delle azioni salvifiche di Cristo - statiche. Ad esse appartengono ad es. le solennità della Trinità, del Corpus Domini, del Sacro Cuore e di Cristo Re, la festa del Preziosissimo Sangue, del Nome di Gesù, della Sacra Famiglia, e numerose feste mariane. Tali feste possono aumentare a dismisura; talune sono un inutile, doppione. L’autorità centrale della chiesa si è opposta a taluni tentativi di introduzione di nuove feste del genere.

Perché quanto più numerose e differenziate divennero nel corso della storia della chiesa le feste liturgiche tanto più crebbe il pericolo che la struttura fondamentale dell’anno liturgico venisse oscurata e che l’essenziale venisse soffocato da una pietà particolare e periferica. A ciò cercò di ovviare con varie disposizioni la legislazione liturgica. Ma ciò condusse negli ultimi secoli a un complicato ordinamento delle feste che portò a non meno di sei gradi diversi con ulteriori classificazioni. Così a partire da Pio V, che per incarico del concilio Tridentino pubblicò il Breviario (1568) e il Messale (1570), si conobbero gradi di “Doppio di prima classe”, “Doppio di seconda classe”, “Doppio maggiore”, “Doppio”, “Semidoppio”, “Semplice” 5

Ma solo il nuovo ordinamento voluto dal Vaticano II (SC 107) portò nell’anno 1969 a una semplificazione sostanziale, contenuta nelle Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario. Qui le feste secondo il loro significato vengono suddivise in solennità, feste e memorie; tra queste ultime si deve ancora distinguere tra memorie obbligatorie e facoltative. Solo le due solennità di pasqua e natale hanno una ottava.

c) Struttura dell’anno liturgico

Come inizio dell’anno liturgico consideriamo oggi la prima domenica di Avvento. Ma non fu sempre così. Anche l’inizio dell’anno civile non era lo stesso nelle nazioni cristiane del Medioevo. Il calendario giuliano di Caio Giulio Cesare (dal 45 a.C.). aveva già spostato l’antico capodanno romano dal primo marzo al primo gennaio. Anche se questo calendario si diffuse e si affermò dappertutto in Occidente ci furono tuttavia per un certo tempo capodanni differenti: il marzo fu considerato inizio dell’anno nel regno franco fino al sec. VIII e a Venezia fino all’anno 1797; pasqua, soprattutto in Francia, fino al sec. XV; natale, principalmente in Scandinavia e in Germania, fino al sec. XVI; il 25 marzo (festa dell’annunciazione del Signore, come giorno proprio dell’incarnazione di Cristo), soprattutto in Italia, ma anche nella provincia ecclesiastica di Treviri; il 1° settembre a partire dal sec. VII nell’impero bizantino e nei territori sotto il suo influsso.

Accanto all’anno civile così diversamente determinato non si ebbe dapprima il concetto di un anno ecclesiastico o liturgico. Quando tuttavia a partire dal sec. X-XI si usò sempre più collocare all’inizio dei libri liturgici (sacramentari) i testi della prima domenica di Avvento, poté lentamente svilupparsi la convinzione che con la prima domenica di Avvento iniziasse il ciclo annuale delle feste della chiesa.

La molteplicità delle feste può certo trovare un limite nella capacità ricettiva umana. Ciò è stato di tanto in tanto dimenticato, ma proprio l’autorità centrale della chiesa non di rado di fronte al premere di nuove feste dalle diverse chiese particolari e dalle comunità religiose ha tirato i freni e opposto un rifiuto.

Già si è detto più volte che il mistero pasquale di Cristo è la fonte e il centro dell’anno liturgico. Come pasqua settimanale, celebrata ogni domenica, esso già nell’epoca apostolica attraversa e penetra l’intero ciclo annuale. Segue ben presto la pasqua annuale, che lentamente si sviluppa nel ciclo pasquale con un tempo dl preparazione che precede la festa e un tempo che la segue quasi a modo di solenne risonanza. Esso, secondo NG, comincia con il Mercoledì delle ceneri e si conclude, con una durata complessiva di 13 settimane e mezza, la domenica di pentecoste. In modo simile anche la celebrazione annuale della nascita di Cristo si è sviluppata in un ciclo festivo con un tempo di preparazione e uno di risonanza solenne (dalla prima domenica di Avvento alla domenica dopo l’Epifania = festa del battesimo del Signore). Questi due cicli festivi sono i pilastri portanti dell’anno liturgico. Le 33 o 34 settimane intermedie, nelle quali «si ricorda il mistero stesso di Cristo nella sua pienezza» portano il nome di “tempo per annum” o di tempo ordinario (NG 43). Esso si inizia con il lunedì dopo la festa del battesimo del Signore e si conclude con il sabato precedente la prima domenica di Avvento. I due cicli festivi, il tempo ordinario e le rimanenti solennità e feste dedicate al mistero della redenzione sono designate anche come Temporale o “Proprio del tempo” (NG 50). Esso deve sempre essere conservato nella sua integrità e «deve godere della dovuta preminenza sulle celebrazioni particolari» (ivi). Il calendario delle celebrazioni dei santi è designato come Santorale. In questa materia si dovrà inoltre distinguere tra il calendario generale romano e i “calendari particolari”, che devono essere approvati da Roma e cioè i calendari di determinate aree linguistiche, i calendari diocesani e i calendari degli ordini religiosi.

Note

  1. NG 17; cfr. SC 102.
  2. Solo la SC usa questa espressione sette volte. Essa si trova anche in altri documenti conciliari.
  3. Agostino, Epist. 52,24: CSEL 34/2, 195.
  4. «Celebrare una festa significa dare espressione - per un particolare motivo e in modo non quotidiano - a quella accettazione del mondo che già si compie sempre e ogni giorno», così J. Pieper, Zustirnmung zur Welt. Eine Theorie des Festes, München 1963, 52.
  5. La parola “doppio” si riferisce originariamente a un doppio ufficio, che si doveva celebrare quando una grande festa cadeva in un giorno della settimana (= feria). 

 

Ultima modifica Mercoledì 21 Marzo 2012 20:03
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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