Martedì, 24 Ottobre 2017
Sabato 11 Febbraio 2012 21:10

Forza e forma della liturgia (Paolo Tomatis)

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Ogni gesto non è mai innocuo: genera un modo di percepire e percepirsi, perché tutto è simbolo, che significa e agisce in profondità nelle persone; tutto parla, dal modo si stare in piedi alle vesti del celebrante. La liturgia ha una forma e una forza: attenti a qualche ingenuità.

A quali condizioni e in che modo la liturgia educa la vita cristiana di una comunità? In prima battuta, possiamo rispondere: sempre, in ogni caso e in ogni modo, cioè nel modo naturale con cui "lavora" la liturgia. Ogni gesto liturgico non è mai innocuo: genera uno stile, un modo di percepire e di percepirsi, tanto più penetrante quanto più silenzioso. E ciò avviene a motivo della sua intima forza "simbolica", che fa sì che la liturgia sia sempre formativa, nel bene e nel male.

La forma simbolica

Nella liturgia, in effetti, tutto è simbolo, che dà forma e stile alla vita cristiana di una comunità. Quando noi pensiamo al mondo dei simboli, normalmente pensiamo a oggetti, segni che rimandano a realtà e significati più profondi: così nella liturgia intuiamo immediatamente la funzione simbolica del pane e del vino, delle vesti liturgiche e del cero pasquale, dell'incenso e dell'acqua.
Possiamo decidere di valorizzare l'insieme dei segni liturgici come via per un maggiore coinvolgimento dell'assemblea, soprattutto dei più piccoli; possiamo modificarli, nella convinzione che non parlino più immediatamente, e debbano perciò essere sostituiti con simboli più aggiornati; possiamo decidere di fame a meno, come se si trattasse di inutili ornamenti, che distolgono dall'essenziale: che rilievo può avere, ad esempio, il gusto di un'ostia di pane per la comprensione del mistero eucaristico?
In ciascuno di questi casi è in agguato una comprensione parziale e superficiale della natura simbolica della liturgia, che non si avvede del fatto che nella liturgia tutto è simbolo, che significa e agisce in profondità nei cuori delle persone. Nella liturgia tutto parla: il modo di sedersi e di stare in piedi; il fatto di pregare insieme allo stesso ritmo; il modo di proclamare le letture da parte del lettore e il modo di pregare del prete; il senso di "vecchio" e di sporco di alcuni paramenti, così come il modo di servire all'altare da parte dei ministranti... Non esistono nella liturgia dettagli inutili: si può affermare che non ci si può sottrarre alla forza simbolica del rito, perché anche là dove la dimensione della ritualità è ignorata e subita, anziché scelta, essa parla e comunica.
La consapevolezza dell'importanza della forma simbolica è fondamentale perché non si creino contraddizioni tra gesti e parole, e perché non si riduca il rito alla sua spiegazione. In tal senso, si spieghi fin che si vuole l'importanza del battesimo a un'assemblea apparentemente lontana e distratta: ma niente come una celebrazione ben curata darà l'impressione di un dono prezioso che viene offerto con generosità. Si spieghino fin che si vuole i gesti e le parole della messa: ma nessuna spiegazione potrà compensare l'incapacità di dare una forma simbolica eloquente allo spazio, al ritmo, ai gesti della celebrazione. Perché nella liturgia tutto parli, è necessario non soffocarla di parole, così che la forma della liturgia dia forma alla fede della comunità.

La forza simbolica

L'importanza di passare da una concezione "espressiva" del simbolo (come oggetto da portare all'offertorio, con tanto di spiegazioni che soffocano l'eloquenza e la bellezza dell'atto di portare il pane e il vino) a una concezione "impressiva" dello stesso chiede di comprendere finalmente il simbolo come azione e relazione simbolica.
Il simbolo, in questa prospettiva, non è tanto una cosa: è un'azione, sempre e comunque, anche quando utilizza dei segni materiali. In quanto azione e relazione simbolica, la liturgia è un soggetto (la Chiesa) che fa qualcosa per un altro soggetto (l'assemblea), a nome di un terzo soggetto, che rappresenta il vero protagonista dell'azione: il Signore Gesù.
Se dal punto di vista della "forma" simbolica nella liturgia tutto parla, dal punto di vista della "forza"  simbolica nella liturgia tutto agisce, per realizzare l'incontro con il Signore che si fa presente e agisce con la sua forza salvifica. Quello che è ben presente nell'intenzione della Chiesa – il fatto, cioè, che è Cristo che battezza, che spezza il pane eucaristico, che unisce in matrimonio, che tocca il malato nell'unzione, che perdona i peccati - deve potersi vedere e "toccare" nell'azione liturgica, attraverso tutti i sensi del corpo: sta qui la forza simbolica della liturgia, capace di agire in profondità toccando le corde più profonde degli affetti e delle impressioni sensibili.
Anche in questo caso, la coscienza dell'efficacia simbolica delle azioni rituali chiede di tradursi in una più attenta arte del celebrare: contro l'intellettualismo anestetico che riduce la liturgia a contenuti da spiegare, si tratta di attivare la forza simbolica della liturgia; contro la deriva emozionale ed estetizzante che fa di tutto per attirare l'attenzione e coinvolgere, magari scambiando tutto ciò per "partecipazione attiva", si tratta di orientare la forza simbolica della liturgia al "farsi presente" (SC 7) del Signore.

Forma della liturgia, forma della comunità

Dalla natura simbolica della liturgia cristiana sono dunque l'invito e la sfida per una liturgia formativa, capace di dare forma alla fede di una comunità. Perché questo avvenga occorre superare alcune ingenuità.
1 Innanzitutto quella segnalata della formazione attraverso la spiegazione  che soffoca il rito; non è "spiegando" che si dà forma alla comunità, ma "facendo" bene, giorno dopo giorno.
2 In secondo luogo, l'illusione di pensare che siamo noi a dare forza alla liturgia, inventando e reinventando, inserendo e togliendo, così che la forma finale non è più la forma liturgica della Chiesa, vissuta dalla mia comunità, ma il rito "della nostra parrocchia", del nostro gruppo.
3 Una terza ingenuità, di tipo opposto, è quella di chi pensa che la forma ci sia già, indisponibile come se fosse caduta dal cielo e tuttavia a disposizione di chi esegue fedelmente le rubriche. In quanto "forma vivente", la forma dell'unica liturgia è chiamata a incarnarsi, dunque ad adattarsi, senza ovviamente snaturarsi, al volto singolare della concreta assemblea: diversamente corre il rischio di un formalismo freddo e informe.
Contro i pericoli dell'informale e del formalismo, dell'informe e del deforme, la sfida della formazione liturgica è quella di entrare in una forma di vita che riceve la sua forma dalla rivelazione evangelica e dalla tradizione vivente della Chiesa, così da dare forma evangelica ed ecclesiale alla comunità.
A questo scopo, non basta evitare le ingenuità; occorre coltivare alcune passioni: la passione per una  forma spirituale ed evangelica della celebrazione, capace di orientare ogni gesto, ogni ministerialità, ogni cosa, al Signore e al suo Evangelo, così da dare alla liturgia la forma della carità, perché si possa dire di essa: «E la liturgia del Signore Gesù»; la passione per una forma ecclesiale e ministeriale della celebrazione, né troppo rigida, né troppo "liquida", così che in ogni celebrazione tutti possano sentirsi sufficientemente a casa e possano dire di essa: «È la liturgia della Chiesa»; la passione per una forma estetica armonica e coerente, nel segno di una "nobile semplicità" (SC 32), dove tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (cf Rm 8,28).

Paolo Tomatis

(docente di liturgia alla Facoltà teologica di Torino)

Bibliografia
Rivista liturgica 2 (2011), "La risorsa educativa della liturgia";
Rivista di pastorale liturgica 5 (2010), "La pastorale liturgica oggi: la formazione liturgica".

(da Vita Pastorale n. 7, luglio 2011, p. 80)

 

Ultima modifica Sabato 11 Febbraio 2012 21:18
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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