Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Lunedì 12 Novembre 2007 22:51

Il rito comunitario della penitenza (Rinaldo Falsini)

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Tre sono i riti di riconciliazione: il primo per i singoli penitenti, il secondo per più penitenti con confessione e assoluzione individuale, il terzo per più penitenti con confessione e assoluzione generale.

IL rito comunitario della penitenza

di Rinaldo Falsini

 

 

Martedì 11 aprile 2006 ha avuto luogo nella basilica di San Pietro la celebrazione comunitaria della penitenza presieduta da papa Benedetto XVI: la notizia merita particolare attenzione non solo perché viene interrotta la prassi del suo predecessore di collocarsi in un confessionale per accogliere i penitenti, ma pure perché ha scelto la seconda forma celebrativa del sacramento. Infatti tre sono i riti di riconciliazione: il primo per i singoli penitenti, il secondo per più penitenti con confessione e assoluzione individuale, il terzo per più penitenti con confessione e assoluzione generale.

Già la scelta del secondo rito è una felice occasione che raggiunge un duplice, immediato effetto: 1) informare tutti i fedeli (non pochi si trovano ancora all’oscuro) che dopo la riforma conciliare non esiste più un esclusivo e autonomo modo di confessarsi; 2) disporli ad accogliere le nuove ricchezze del sacramento che vanno dall’ascolto della Parola, alla natura ecclesiale del sacramento, alla modalità personale e comunitaria della conversione e della riconciliazione.

Due criteri pastorali inscindibili: per un verso si ottiene l’effetto che il passato non è del tutto abbandonato e che il rinnovamento è un autentico guadagno; dall’altro, non si ottiene solo una doverosa informazione ma l’effettiva attuazione. La riforma liturgica si muove sempre su questi due binari, anche se purtroppo non sempre è stato seguito questo itinerario (tanto meno nel nostro caso e, aggiungiamo, nella Chiesa italiana).

Intanto il secondo rito di riconciliazione è totalmente ignorato nel Codice di diritto canonico, mentre si dichiara che la confessione e l’assoluzione individuale integra costituiscono l’unico modo ordinario con cui il fedele consapevole di grave peccato è riconciliato con Dio e con la Chiesa (cf can. 960), mentre il terzo rito di riconciliazione con confessione e assoluzione generale è indicato come possibile solo in casi eccezionali (cf can. 961-962). Si potrebbe ricordare che il rito di riconciliazione individuale, se venisse privato di un’esperienza del secondo e del terzo, sarebbe in contrasto con il carattere “ecclesiale” di ogni rito, come insegna la Costituzione liturgica (cf Sacrosanctum Concilium 26), e con la preferenza di accedere a una forma comunitaria rispetto a quella individuale e privata (cf SC 27), senza dimenticare che la revisione del nostro sacramento (cf SC 62) prevede e comporta l’aspetto ecclesiale e sociale.

 

Per la situazione italiana, va registrato che, oltre una frettolosa traduzione del rito e l’applicazione a tempo di record (l’edizione latina è promulgata nel dicembre 1973, quella italiana viene pubblicata ed entra in vigore il 21 aprile 1974), non si è provveduto ad alcun adattamento e sono state commesse due scorrettezze: la soppressione nel decreto di promulgazione della frase che la presenza dei due riti di riconciliazione «ha lo scopo di porre in luce l’aspetto comunitario di questo sacramento» e la sostituzione del nuovo “atto di dolore”, o meglio la nuova preghiera del penitente, che rimanda all’opera e alla persona di Cristo, con il vecchio “atto di dolore”, superato nel linguaggio e nel contenuto.

Sempre a proposito del rito individuale si constata come l’elemento più innovatore e sostanzioso, cioè la parola di Dio, non sia presa in grande considerazione, lasciandola alla scelta del sacerdote o dello stesso penitente. «Sarebbe deleterio», hanno scritto i vescovi italiani nel 1974, al n. 96 della Nota pastorale su Evangelizzazione e sacramento della penitenza, «se ricorrendo a facili pretesti di ordine pratico, si sorvolasse con leggerezza su questo particolare del rito provvidenzialmente innovativo».

Il secondo rito della riconciliazione, nonostante la tormentata elaborazione dell’intero ordinamento penitenziale (mi permetto di rinviare a Falsini R., Penitenza e riconciliazione nella tradizione e nella riforma conciliare, Ancora 2003, Milano), rispetto al primo rito scaduto nella privatizzazione e al terzo praticamente bloccato, è quello che, se ben compreso e celebrato, può non solo svolgere un ruolo di rinnovamento e di completamento, ma addirittura offrire l’esatta percezione della ricchezza del sacramento, soprattutto la valorizzazione di tutti gli elementi, dall’assemblea celebrante alla parola di Dio, al senso del peccato come rottura con Dio e come ferita alla Chiesa, alla riconciliazione con Dio e con il fratello, alla dimensione penitenziale del singolo e dell’intera comunità.

Per questo se ne raccomanda l’accurata e regolare celebrazione, anche per coloro che praticano la prima forma individuale, almeno nei due tempi forti dell’anno liturgico, prima del Natale in Avvento e prima di Pasqua in Quaresima, poiché l’intera comunità parrocchiale o locale (mi riferisco all’esperienza quasi trentennale nella città di Milano) si riconosca come Chiesa penitenziale e riconciliata.

 

Dopo questa diffusa premessa generale sul secondo rito della celebrazione comunitaria per più penitenti con l’inserzione di un atto liturgico individuale, possiamo procedere alla descrizione del suo svolgimento rituale, che manifesta la natura ecclesiale del sacramento (celebrazione della Chiesa riunita). Lo schema rituale, passibile di vari adattamenti, comprende questi momenti: riti iniziali, celebrazione della Parola, rito della riconciliazione (confessione generale, preghiera litanica, Padre nostro; accusa individuale con assoluzione), proclamazione della misericordia di Dio, riti di conclusione. Uno schema comune, molto semplice ma particolarmente ricco e vario di formulari. Basti pensare che il rito occupa ben 42 pagine del libro liturgico, mentre al primo sono dedicate undici pagine e quattro al terzo. I formulari alternativi non si contano: 5 per il saluto, 7 per l’orazione introduttiva, 2 esempi completi per la liturgia della Parola (6 letture), 3 per la confessione generale, 13 salmi di ringraziamento, ecc.

Insomma un materiale abbondante che occorre selezionare e predisporre assieme alla preparazione delle persone o dei ministri, dal commentatore al coro, oltre ovviamente i confessori. La celebrazione non si può assolutamente improvvisare, ma occorre programmarla accuratamente nei suoi particolari con diligenza non inferiore a quella dell’eucaristia domenicale.

Tra gli elementi e gli atteggiamenti da sottolineare, accenno anzitutto a quello penitenziale e non soltanto di riconciliazione, come del resto suggerisce il titolo Rito per più penitenti. La liturgia della Parola, dalla scelta alla proclamazione, all’omelia, alla ripresa nella preghiera, è, senza forse, la parte che richiede maggior impegno. Non si dovrebbe trascurare l’esame di coscienza e la confessione generale in forma litanica e tanto meno il Padre nostro che, annota il testo, «non si deve mai tralasciare» (54).

Trattandosi di una celebrazione, il segno più rilevante, oltre i testi e il luogo, è costituito dalle persone, e in specie dall’assemblea celebrante: il senso comunitario e fraterno. Un’esperienza nuova per la presenza di persone anche poco conosciute, con diversa sensibilità per la confessione individuale, che forse richiederebbe una reciproca accoglienza iniziale per giungere poi a una riconciliazione, anzi a una cordialità fraterna frutto dell’incontro.

Il momento più delicato è quello della confessione e assoluzione individuale perché divide l’assemblea; delicato per chi accede alla sede dei vari sacerdoti e per coloro che rimangono al proprio posto. Per questi ultimi il prolungamento dell’attesa può provocare disagio e disamore allo stesso rito. Non rimane che riempire questi momenti con brevi interventi di silenzio, di ascolto, di preghiera. di musica perfino. Sarà utile un invito ai penitenti di essere brevi, astenendosi da discussioni o interrogazioni su varie questioni, e da parte dei sacerdoti l’esortazione e l’assoluzione, se la soddisfazione o l’opera penitenziale rientrerà nelle conclusioni del presidente della celebrazione. Se la parte iniziale è ben strutturata, quella conclusiva si presenta più ampia e complessa, ma qui sarà la circostanza a suggerire il modo più adatto e più efficace.

 

Termino riaffermando la grande utilità di questa forma celebrativa che vede i cristiani in stretta comunione con i fratelli e con l’intera comunità. Il fatto di riunirsi, di ascoltare insieme la parola di Dio, di sentirsi interpellati e sostenuti dall’orazione comune, uniti a implorare il perdono e a impegnarsi per la conversione, è un valore di alto significato. Perciò è comprensibile che questa forma sia destinata a diventare frequente e sia raccomandata come preferenziale. «Sarà bene ricorrere a questa forma», scrivono i vescovi italiani, «con accentuata frequenza, specialmente quando si riuniscono più penitenti insieme» (97).

A questo scopo ci viene incontro come preziosa risorsa l’Appendice: vari schemi di celebrazioni penitenziali non sacramentali, per i vari tempi liturgici, ovvero per incontri di gruppi di giovani e di fanciulli. In essi la comunità cristiana si riunisce in assemblea per ascoltare la proclamazione della parola di Dio che li invita alla conversione e al rinnovamento della vita, annuncia la nostra liberazione dal peccato per la morte e la risurrezione di Cristo. La conversione non è la ricerca del perdono esplicito, ma l’apertura del cuore all’amore di Dio rivelato in Cristo: è questo il principio fondamentale del sacramento, non tanto l’accusa e l’opera penitenziale.

 

(da Vita Pastorale, aprile 2006)

Ultima modifica Venerdì 30 Marzo 2012 12:47
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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