Giovedì, 24 Aprile 2014
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Mercoledì 19 Novembre 2008 00:34

Il giudizio del re (Giovanni Vannucci)

Il giudizio del re

di Giovanni Vannucci







Celebriamo la solennità di Cristo Re. Nel prefazio della Messa il regno di Cristo, il Regno che non è di questo mondo, è cosi descritto: «Regno eterno e universale, di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace». Qualità che sicuramente non potremo mai trovare negli Imperi e nelle Repubbliche terrene, frutti sempre di più o meno gravi compromessi tra la giustizia e l’ingiustizia, l’amore e l’odio, la pace e la guerra. Non di questi reami Cristo è Re!

Mi sembra di un’importanza unica la sollecitazione che ci viene dalla Liturgia a pensare alla natura e all’affascinante nobiltà del Regno non mondano di Cristo, a sognare il suo grande sogno; tornando poi nella dura terra, qualcosa rimarrà in noi del sogno, e sarà germe di vita meno banale e dispersiva. Noi crediamo che Cristo sia l’Alfa, la lettera iniziale, e l’Omega, la lettera che chiude la vicenda dell’universo creato; il primo Adamo, l’Uomo protologico, e l’ultimo Adamo, l’Uomo escatologico che in sé attua e compie l’Immagine divina dell’uomo.

C’è un mondo che ben conosciamo, il mondo della storia; a esso s’interseca, anzi ne è l’essenza intima, un fuoco attivante, il mondo della storia divina che iscrive la sua operosa attività nella coscienza umana.

C’è il tempo della storia empirica che fluisce, quasi sempre, attraverso dolorose tragedie; c’è il tempo sottile della metastoria divina, che è stabile, immutabile nella sua costante elargizione di pace, di amore, di giustizia, di gioia. Il mondo della storia divina, il tempo sottile e qualitativo del Divino, sono il regno non mondano di Cristo.

Entrare in questo Regno costituisce per l’uomo un’esperienza trasformatrice, in quanto viene a scoprire in sé il germe della vita eterna, della vita vera, la propria personale essenza divina che non viene dalla carne e dal sangue, ma da Dio. Allora l’uomo comprenderà di non essere nella storia, ne il figlio della storia, ma che la vera storia è in lui, e in lui c’è la storia del suo esodo dal mondo divino a quello terreno e la storia del suo ritorno al principio incandescente dal quale promana. Il ritorno è certo, ma lento e faticoso; l’uomo, come il seme del loto, deve radicarsi nel fango oscuro della materia se vuol risalire e germogliare nella luce. Pur essendo nel mondo, deve continuamente ricordarsi di possedere una perla preziosa che gli è stata affidata dal Re del mondo, della Verità e della Vita.

Limitandosi alla storia empirica dei regni di questo mondo, l’uomo non può che avere una visione imperfetta e dell’esistenza e del compito che vi deve svolgere. Con approssimazione riesce a sapere che la sua vita inizia con la nascita e finisce con la morte; ma del suo vero regno cosa sa l’uomo ordinario? I più credono tiepidamente a un fantasioso «dopo morte», senza peraltro esserne fondamentalmente sicuri. Dalla nascita alla morte, ecco la vita per la maggior pane di noi! Ma dov’era la nostra vita prima della nascita? Dove va la nostra vita dopo la morte? Tutte le religioni sono sorte per spiegare questo problema.

Talora la soluzione è stata affidata a una parola sola, ma siccome questa parola avrebbe potuto significare il crollo di un intero elaboratissimo edificio, si è preferito ripeterla ignorandone il significato; talora la soluzione investiva un importante gruppo di dogmi e si è ignorata o repressa; talora la soluzione si è presentata o troppo dura e non consolante e, per istinto di difesa, si è ignorata, o respinta.

La Verità è in Dio, e si è fatta carne, i suoi non raccolsero, gli estranei domandarono: cosa è la Verità? Millenni hanno preceduto l’Incarnazione, millenni la seguiranno e intanto la nostra avventura nella carne e nel sangue sarà decisiva. L’avventura carnale è determinante, è la misura suprema, la suprema prova agonale per l’uomo; essa decide la vita e la morte di ognuno. Essa è all’incrocio della storia empirica, fenomenica, e della storia divina, soprasensibile, il punto d’incontro della carne e dello Spirito, del reame umano e del reame di cui Cristo è il centro e la vita. Il reame di Cristo è di natura sottile, si afferma nelle coscienze e si edifica con pietre viventi, con pietre che sono passate dalla morte alla vita per avere accolto la Parola eterna che discende nella carne e dalla carne ascende. Se la nostra personale carne riuscirà a fissare in se stessa la Parola che diviene carne, diverrà il supporto della immanenza divina nella materia stessa, e sarà un centro che irradia la vita: «Avevo fame e mi hai nutrito, ero malato e mi hai curato»; se non vorrà fissare in sé la Parola eterna che diviene carne, sarà un centro di arida negazione della vita: «Avevo fame e non mi hai nutrito, ero ammalato e non mi hai curato» (cfr. tutto il brano in Mt 25, 31-46).

Nel primo caso l’anima sarà nella grazia dello Spirito vivente, e la sua avventura, che avrà un punto nella morte fisica, non per questo avrà una conclusione, ma di cielo in cielo continuerà la sua corsa nell’infinito, verso la mèta unica e suprema che è Dio stesso: «Venite, benedetti, nel regno del Padre». Nell’altro caso, l’anima, avendo rifiutato di accogliere in sé, come principio di vita, la Parola, si spegnerà come scintilla caduta nel fango: «Andate, maledetti, nel fuoco eterno».

Nel mondo delle forme, l’uomo effimero, ma eterno, contrasta con la perennità delle cose labili, e queste cose labili e perenni - il regno mondano - cercano in mille modi di fermare quel principio spirituale portato per sua natura a trascenderle. O l’uomo ascolta la voce del suo spirito interno e trascende la materia e allora sarà assunto in Cristo e confermato nel Figlio, come figlio di Dio lui stesso; oppure cede alle lusinghe della forma, alle suggestioni del mondo, agli inganni di Satana, allora morirà disperso nei suoi principi costitutivi: questa è la geenna, dove è davvero pianto e strider di denti, in opposizione alla radiante certezza del possesso interiore del regno di Dio.

Sì, il Regno di cui Cristo è il Re è una conquista interiore che si effettua nella carne e che, mediante il tempo, si afferma nell’eternità. La lotta per il Regno è tutta qui, come il Giudizio del Re Giudice è tutto qui!


(da Giovanni Vannucci, «Il giudizio del Re», 34 domenica del tempo ordinario - Anno A; in Risveglio della coscienza , Sotto il Monte (BG) 1984, pp. 190-193)

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Venerdì 22 Agosto 2008 23:37

Tu sei il Figlio di Dio (Giovanni Vannucci)

Non è il fatto che l’uomo ascenda a Dio che è importante, bensì quello che Dio discenda nell’uomo. Se l’uomo ascende a Dio, vedi tutti i genii religiosi di prima e dopo Cristo, Dio diventa simile all’uomo...

Pubblicato in Maestri Contemporanei
Sabato 07 Giugno 2008 01:05

Chiamata dei dodici (Giovanni Vannucci)

Chiamata dei dodici

di Giovanni Vannucci



I dodici prescelti erano destinati ad apprendere direttamente dal Maestro l’insegnamento essenziale di una verità destinata a rinnovare il mondo.

Il primo di loro fu Simone, che Cristo chiamerà Cefa, Pietra. Pescatore dal cuore generoso e forte, guidato più dal sentimento impetuoso che dalla lucida ragione.

Di Andrea, suo fratello, sappiamo molto dalle leggende che si sono formate attorno al suo nome, ma la Scrittura non dice niente.

Giacomo, il fratello di Giovanni, è menzionato nei Vangeli, insieme a Pietro e Giovanni, come testimone della risurrezione della figlia di Giairo, della trasfigurazione e dell’agonia nel Giardino del Getsemani (Mc 5,37; 9,2; 14,33). Chiamato insieme a Giovanni col soprannome di Boanerges, figlio del tuono, forse per il carattere impetuoso e ardente. Negli Atti è ricordato il suo martirio per opera di Erode Agrippa, probabilmente l’anno 42 d.C. (At 12,2). Una tradizione che rimonta al secolo VII d.C. afferma che l’Apostolo annunciò il Vangelo in Spagna; il suo corpo sarebbe sepolto a Compostella.

Giovanni, il discepolo prediletto, colse l’aspetto segreto del Maestro che seguì con mente aperta e avida, con cuore fermo e fedele. È l’unico discepolo che seguì Cristo sul Calvario.

Filippo, folgorato dalla grazia (Gv 1,43), nell’Ultima Cena chiede a Cristo: «Signore, mostraci il Padre, e non avremo bisogno di altro» (Gv 14,8).

Bartolomeo è nelle liste dei dodici dei primi tre Vangeli; di lui nulla sappiamo. La tradizione posteriore del quarto secolo lo presenta come annunciatore del Vangelo in varie regioni dell’Asia minore; sarebbe morto martire nell’Armenia, scorticato vivo.

Tommaso lotterà tutta la lunga notte della vita con l’angelo del dubbio e ne meriterà all’alba la benedizione. Il suo compito fu di essere il documentatore della Risurrezione del Maestro, tanto più convinto quanto più restio a lasciarsi convincere (Gv 20,24-28).

Matteo, l’obbediente che abbandona i suoi traffici per seguire il Maestro (Mt 9, 9).

Giacomo figlio d’Alfeo, chiamato Giacomo il Minore, preposto alla Chiesa di Gerusalemme, fu sottoposto al martirio nell’anno 62 d.C. dalle autorità di Gerusalemme. A lui è attribuita la Lettera che porta il suo nome.

Taddeo, chiamato anche Giuda e Lebbeo, designato anche come fratello del Signore (Mt 13,55), e fratello di Giacomo il Minore (Lc 6,16). Alla Cena chiese a Gesù: «Signore, come mai ti sei rivelato a noi e non al mondo?». Il Maestro rispose: «Se uno mi ama, custodisce la mia parola, e il Padre mio l’amerà e verremo a lui e in lui dimoreremo» (Gv 14,22-23). A lui è attribuita l’ultima delle lettere cattoliche.

Simone il Cananeo, che vien tradotto «lo zelante».

Giuda, il più tragico di tutti gli Apostoli; il suo destino fu di consegnare il Maestro nelle mani dei suoi carnefici.

Ai dodici Gesù dà due direttive: «Non andate fra i Gentili e non entrate in nessuna città dei Samaritani» (Mt 10,5). Gli Apostoli, uomini di limitata cultura, non ancora saldi nell’assoluto della fede, sarebbero stati facilmente sconfitti nelle dispute che avrebbero incontrato presso gli abitanti di quelle terre. «Andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Annunciate che il Regno dei cieli è vicino. Sanate chi è ammalato, richiamate alla vita i morti, allontanate i demoni. Tutto ciò l’avete ricevuto in dono, datelo anche voi in dono» (Mt 10,6-8).

Indubbiamente Gesù ha dato qualcosa di suo ai dodici. Le forze che ha risvegliato in ciascuno di loro sono forze dell’anima, che Lui ha risvegliato con lo stesso suo potere, e che per giungere all’effettuazione richiedono uno stato di tensione continua, di vibrazione appassionata; per questo invia i dodici ai poveri, agli emarginati, a coloro che, non aspettando più nulla, sono pronti ad accogliere il miracoloso annunzio della venuta del Regno. Nelle classi ricche e colte, fra gente raffinata e istruita avrebbero risvegliato una curiosità più o meno benevola, ma nelle classi infime, fra i diseredati avrebbero risvegliato una sopita speranza di salvezza, di miracolo. Chi più degli smarriti, degli emarginati da Israele era pronto ad accogliere la novità della predicazione evangelica? Il potere ricevuto di compiere delle guarigioni, di liberare gli ossessi, di ridare fiducia ai peccatori, vien dato ai dodici, perché offrendolo alla povera gente, questa ritrovasse la fede, la fiducia, l’intensificazione della vita. «Questo potere l’avete ricevuto in dono, come dono non vostro offritelo. Non portate provvisioni di oro, d’argento, di rame nelle vostre cinture, né sacca per il viaggio, né due tuniche, ne calzari o bastoni da viaggio» (Mt 10,8-10).

«Chiamata dei Dodici», XIa domenica del tempo ordinario, Anno A; in Risveglio della coscienza, ed. CENS, Milano 1984, pp. 120-122.
Pubblicato in Maestri Contemporanei
L’annuncio trinitario

di Giovanni Vannucci




«Andate, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo tutte le genti» (Mt 28, 19).

Due brevi precisazioni sulla terminologia di questa frase. Battezzare è sommergere qualcuno nell’onda vivificante e purificatrice. L’onda in cui i credenti son chiamati a sommergere l’umanità è il Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Cos’è il Nome? Per gli antichi, il nome non era un qualcosa di convenzionale o di secondario, definiva l’essenza della cosa o della persona che lo portava. Per noi che valutiamo il nome dal punto di vista delle nostre lingue esclusivamente fonetiche, è molto difficile capire questa particolarità. Il nome divino specificato nelle sue tre personali componenti, sulle labbra di Cristo indica la viva realtà di Dio, avente un legame diretto con tutta la realtà cosmica, come Creatore, come animatore di vita e di ascesa, come compimento del faticoso e glorioso cammino della creazione nello sconfinato oceano dell’Amore.

Siamo chiamati a immergerci e a immergere in quest’onda divina tutto il creato! A vivere cioè nella consapevolezza che la creazione non è la risultante di un cieco impulso di cellule e di facoltà, ma il frutto di un intervento costante, a-temporale, sempre nuovo, la cui natura, pur sfuggendo alla coscienza razionale - tributaria com’è del tempo e dello spazio - è avvertita e creduta per la fede. A vivere nella certezza profonda che il tribolato cammino del creato non è abbandonato a se stesso, ma accompagnato da una Presenza che prende su di sé gli errori, i peccati, la morte, bruciandoli per trasformarli in germinazione di vita. A muoverci nella fiducia che l’esistenza creata, nonostante le sue tragiche ombre, le sue dure chiusure, le sue disperanti esperienze, un giorno sarà illuminata da una luce, una pace, una pienezza di gioia e di amore inimmaginabili.

Sì, il cammino è duro. La mèta sognata dalle più profonde esperienze umane è in contraddizione con l’esperienza normale. Immersi in una forma di coscienza embrionale, tortuosa, avida, aneliamo al possesso di Dio; legati a una mente incerta e oscura, sogniamo una luminosa e completa conoscenza; lacerati da guerre, ingiustizie, bramiamo trasformare le lance in aratri; aneliamo a una libertà assoluta e costruiamo delle società sempre più condizionanti; avendo un corpo fragile e caduco, nutriamo la speranza che la nostra mortalità si rivesta d’immortalità. La ragione, constatando il divario insormontabile tra l’ideale e la realtà, diffida degli elevati sogni e preferisce l’umile e dolorosa realtà, chiudendosi in più limitati orizzonti e in uno, apparentemente giustificato, scetticismo.

Noi che crediamo, che per la nostra fede vivente siamo chiamati ad accendere nei cuori i più folli sogni, ad annunciare la parola magica della speranza, a comunicare a tutti la coppa del vino migliore, non possiamo che continuare ad attendere e ad annunciare il compimento del miracolo della trasmutazione della morte nella vita, della coscienza imperfetta nella luminosa pienezza della coscienza vivente in Dio, della carne nello Spirito.

Nell’insufficienza dell’esistenza c’è il germe della redenzione e della pienezza della vita. Nelle tenebre esiste la luce che le consumerà, nelle strutture limitatrici un’energia liberante.

Sono sogni di una mente esaltata? Proviamoci ad avere pensieri immensi come l’immensità divina, rompiamo i nostri piccoli amori in un amore sempre più vasto, dilatiamo le nostre piccole libertà nella sconfinata libertà dei figli di Dio. E vedremo che la realizzazione di Dio, nell’intimo e nell’esteriore, è il più alto e legittimo senso della vita umana.

«L’annuncio trinitario», Ascensione del Signore, Anno A; in Risveglio della coscienza, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984, pp. 81-82

Pubblicato in Maestri Contemporanei
Domenica 13 Aprile 2008 18:57

Il pane spezzato (Giovanni Vannucci)

Il pane spezzato

di Giovanni Vannucci





Sulla strada di Emmaus i due discepoli incontrano Cristo, non lo riconoscono, disputano sulle Scritture lungo tutto il tragitto, ma i loro occhi rimangono ottenebrati. Cristo parla il loro stesso linguaggio, essi fissi sull’idea messianica della loro fede ebraica, nulla intendono. Durante la cena, quando Cristo spezza il pane, lo riconoscono e gli dicono: «Signore, resta con noi perché si fa sera» (Lc 24,29). Dopo la frazione del pane Cristo scompare.

Pubblicato in Maestri Contemporanei
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