Giovedì, 24 Aprile 2014
Visualizza articoli per tag: Giovanni Vannucci
La risurrezione e la vita

di Giovanni Vannucci


Il punto centrale del brano di Gv 11,1-45 non è tanto il ritorno alla vita di Lazzaro morto, quanto le parole rivolte da Cristo a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se morto, vivrà». Il miracolo della rivivificazione del corpo fisico del morto è un corollario, una verifica delle parole di Cristo, nulla di più; non possiamo fondarvi la prova della natura divina del Maestro, essa può essere oggetto di fede solo in colui che ne sperimenta la risurrezione e la vita.

Cosa sono la risurrezione e la vita, cosa significa credere in Cristo, cosa vogliono dire la morte e la vita di chi in Lui crede? Prima di tentare una risposta a questi interrogativi, esaminiamo le figure dell’episodio della risurrezione di Lazzaro. Mentre Gesù era con i discepoli in una località oltre il Giordano, gli fu recata la notizia dell’infermità del suo amico Lazzaro. Egli fa questo commento: «Questa infermità non è perché Lazzaro muoia, ma perché in essa e per essa venga manifestato il mistero del potere infinito di Dio». Dopo due giorni dalla notizia, Gesù decide di recarsi da Lazzaro. I discepoli gli ricordano il pericolo che per lui e per loro c’era nel tornare nella Giudea, ove l’attendevano gli oppositori. La risposta di Gesù è simile a quella che diede ai discepoli a proposito del cieco nato: «La mia giornata non è ancora terminata, ed è necessario che io agisca; la mia luce, finché sono sulla terra, è necessario che risplenda... Lazzaro è morto. Io ne godo per voi, perché vi sarà rivelato che Dio, e io in Lui, siamo la vita». Tommaso segue Cristo dicendo: «Andiamo a morire con lui!». A Betania Gesù trova Lazzaro già da quattro giorni sepolto; Marta, la fede impulsiva e attiva, gli va incontro, e la sua fede, ancora legata alle credenze del suo popolo, afferma di credere alla risurrezione che avverrà nell’ultimo giorno, quando gli scheletri usciranno dai sepolcri e si rivestiranno di nuovo di carne. Gesù la richiama alla novità risurrezionale che Lui era venuto a portare all’uomo: «La risurrezione e la vita sono io, chi accoglie e vive questa novità anche se morto vivrà, e se è vivo non morrà». Marta si risveglia alla novità di Cristo e dice: «Credo che tu sei il Portatore del nuovo Tempo divino, che tu sei il Figlio di Dio». Marta, la fede attiva, corre a casa, dalla sorella Maria, la fede sicura e silenziosa che aspetta, e le dice: «Gesù ti ha chiamato». Maria balza in piedi e corre da Gesù, con lei si muovono i Giudei che le stavano vicino. Davanti al gruppo guidato da Maria Gesù esplode in uno scatto d’ira, vede davanti a sé una donna che crede e ama e una folla di saccenti, attaccati alle vecchie visioni religiose, che dubita e si oppone: «Non avrebbe potuto fare che Lazzaro non morisse?». Fa rimuovere la pietra dal sepolcro e grida: «Lazzaro, esci... E colui che era morto uscì». Molti dei Giudei presenti credettero, alcuni di essi, invece, andarono ad avvertire i Farisei della nuova provocazione compiuta da Gesù. Il quadro si presenta in tal maniera come la teofania di Gesù, portatore di risurrezione e di vita: Lazzaro morto ne ascolta e riconosce la voce che lo chiamava alla vita; i Giudei e i Farisei, vivi, non odono tale voce; la medesima voce che disseppellisce Lazzaro, seppellisce i Farisei, vivi, nella loro sordità.

«Io sono la risurrezione e la vita»; cos’è la risurrezione, cos’è la vita? Sono due termini che si oppongono alla morte come suo superamento, la risurrezione, o come sua negazione, la vita; oppure essi ci aiutano a una comprensione più accurata e profonda delle realtà della vita che tutti stiamo vivendo? La vita non potrebbe essere senza la morte, come la luce non è senza l’ombra, la vita è un’implacabile successione di morte e risurrezione. La pianta cresce, fiorisce, produce frutti, appassisce e muore depositando in terra il seme che riprenderà il ciclo vitale. Il fiore è insieme la morte della gemma e la risurrezione di questa in una più affascinante forma. Il ciclo della vita di ogni vivente è un’incessante successione di vita-morte-risurrezione. La vita è permanente, le forme sono periture ed effimere. A questa visione concreta ci richiama Cristo.

Nel contesto egli sottolinea l’aspetto psicologico, mentale della vita-morte-risurrezione. I Farisei sono paralizzati dalle loro vedute dogmatiche, dai loro sistemi di pensiero, ora la vita è sempre nuova, non ha né passato, né futuro, è indipendente dal tempo e dallo spazio. Gesù portava il Tempo nuovo, non poteva esser compreso da menti solidificate in sistemi di pensiero: «Io sono la risurrezione e la vita, Io sono la vita in tutte le morti, e la morte in tutte le vite». È il rinnovatore della coscienza, della volontà, del pensiero, dell’azione. Il grande disturbatore che ci tormenta e ci spinge all’ ascesa, che si nasconde nella coscienza per renderci inquieti. Pone la sua mano nel frutto che vorremmo consumare, vietandocene l’accesso. Frappone la sua carne piagata tra noi e il tormento che ci agita il sangue. Mette il peso della sua Croce tra noi e l’oro, tra noi e l’avidità e la superbia.

Senza la sua presenza stimolatrice, è questo il senso di «Io sono la risurrezione e la vita», l’umanità più non sarebbe, né sarebbe mai stata. «Io sono la risurrezione e la vita», significa che l’opera redentrice di Cristo è immanente, è continua, e consiste nel redimere, rinnovare, rendere liberi gli schiavi; nel trasformare gli incoscienti in persone coscienti, i deboli in forti, i miseri in uomini felici, i malati in creature sane. La sua via è la Croce; su di essa sale chi ha gettato la sua natura corrotta e corruttrice; di essa è degno chi, in purezza e pazienza, sopporta il destino dell’uomo, chi sa che la cenere del tempo ricopre i troni, eguaglia le piramidi alla tomba dello schiavo, il cui nome fu noto solo alla madre. La polvere del tempo non si è posata sulle croci, la loro luce ha abbreviato le tappe d’ascesa dell’uomo. Il tempo della Croce non è finito, perché non tutti sentono che Cristo è la risurrezione e la vita.



Giovanni Vannucci, «La risurrezione e la vita», 5a domenica di Quaresima, Anno A; in Risveglio della coscienza, Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; pp. 57-59.
Pubblicato in Maestri Contemporanei
Lunedì 28 Gennaio 2008 23:02

L’uomo nuovo (Giovanni Vannucci)

Gesù discese nelle acque dove i battezzati da Giovanni deponevano i propri peccati riemergendone purificati. Lui, l'incontaminato, immergendosi nelle acque assumeva su di sé il peso dei peccati dell'uomo...

Pubblicato in Maestri Contemporanei
Domenica 30 Dicembre 2007 01:03

Epifania del Signore (Giovanni Vannucci)

Epifania del Signore

di Giovanni Vannucci


«Ecco, vennero i Magi dall’Oriente a Gerusalemme dicendo: “Abbiamo visto la stella del re dei Giudei e siamo venuti per adorarlo...”. Entrati nella casa videro il Fanciullo con Maria sua madre; prostrati lo adorarono, offrendo in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2, 1-12).

Il giorno dell’adorazione dei Magi è designato dalla liturgia con il termine di Epifania, cioè di manifestazione della grandezza e del potere di Gesù a tutte le popolazioni della terra. I doni offerti dai Magi al Fanciullo rivelano la natura del Fanciullo: l’oro è l’offerta in onore dei re, l’incenso il dono al sacerdote, la mirra, sostanza per l’imbalsamazione, il dono alla vittima sacrificale. Il Fanciullo è il Re e la sorgente del potere esercitato in nome della verità di Dio; è il Sacerdote e la fonte del sacerdozio conforme al pensiero di Dio; è la Vittima che sacrifica se stessa per rendere possibile, nella dura èra attuale, l’accesso alla Verità. Nella sua nascita il Figlio di Dio è apparso in una porzione di terra non profanata da mano d’uomo, lo squallore della grotta è stata la condizione richiesta perché potesse comunicare con tutte le creature in perfetta libertà e immunità di privilegi. Questo fatto rivela la sovranità assoluta di Gesù, il suo potere regale non è la conclusione di ambiziosi sogni di potenza, il risultato di abili maneggi delle masse e delle loro oscure brame; ma è il servizio umile, incondizionato, silenzioso e fattivo di un amore per la verità e la vera grandezza dell’uomo. Nel Fanciullo venerato dai Magi, come Re, è già in atto quell’insegnamento che un giorno definirà la statura del Buon Pastore che «conosce le sue pecorelle ed è da esse conosciuto perché dà per loro la sua vita» (Gv 10, 11).

Il Fanciullo venerato dai Magi è anche il Sacerdote, l’origine e il compimento del vero sacerdozio, la cui missione è di ricongiungere la terra e il cielo attraverso il dono di sé e il servizio. La mancanza di ogni privilegio, la nudità più semplice, la libertà da qualunque casta terrena che poteva essere rappresentata anche dall’aprirsi di una casa per accogliere la Vergine partoriente, sono le ali che fanno volare nell’alto, nella sua opera mediatrice, il sacerdozio vero.

Anche qui l’essere prevale sull’avere. E da Cristo nasce non una casta sacerdotale avida di poteri e di privilegi terreni, ma un ordine nuovo di creature che in Lui ritrovano la perduta armonia dell’amore e del servizio silenzioso e fedele, perché ogni uomo, dall’umile e spoglia presenza del sacerdote cristiano, sia condotto a vedere in se stesso, senza violenze e senza imposizioni, la luce del Signore.

Il Fanciullo è anche la Vittima intatta, immolata nel punto più cruciale dell’èra in cui viviamo. La nostra èra è l’èra della forza bruta e spietata, i suoi sentieri sono segnati dalle vittime che si sono immolate per aprire un varco alla speranza e alla verità nel cuore dell’uomo.

L’unica via possibile per ritrovare il collegamento tra il cielo e la terra, tra il nostro io chiuso nelle valve dell’egoismo e l’Io divino aperto nell’infinito cielo è il sacrificio. E il sacrificio cruento è il diadema del vero Re, la corona sacra del vero Sacerdote.

Questo intuirono i semplici cuori dei saggi venuti a Betlem dall’Oriente, per venerare Colui che compiva la loro conoscenza e la loro speranza, ed era il fiore sbocciato dall’attesa religiosa dell’uomo.


(in Giovanni Vannucci, in Risveglio della Coscienza, Sotto il Monte, 1984; Epifania del Signore, p. 37-38. Anno A)

Pubblicato in Maestri Contemporanei
L’Immacolata Concezione

di Giovanni Vannucci


Il 23 settembre, all’equinozio autunnale, il sole sembra vinto, le tenebre si prolungano; la diminuzione della luce durerà tre mesi zodiacali, fino al 21 dicembre, il solstizio invernale, quando la luce solare riprende il suo corso.

In questo periodo la Chiesa ha collocato la festa dei morti, e l’8 dicembre, tredici giorni prima della rigenerazione della luce, la solennità dell’Immacolata Concezione. Mentre la terra sembra venir sommersa nelle tenebre e nel gelo del primo Caos, la solennità dell’Immacolata viene a ricordarci che, al di là dello spessore della materia, delle tenebrose e confuse energie che l’intessono, c’è una luminosa e intatta Concezione che, movendosi dalla mente divina, si è densificata nella materia e ha avuto la sua perfetta manifestazione nella figura umana della Vergine, prescelta a generare il Sole eterno.

Non è facile per noi, abituati a esprimere i grandi misteri della Rivelazione con l’ordinario linguaggio della ragione - operazione questa assimilabile al gioco del fanciullo che tenta, sulla spiaggia, di introdurre l’acqua del mare nella buca che ha scavato -, afferrare il contenuto delle figure portatrici della Rivelazione. Ma, ponendoci davanti alla Donna rivestita di sole, qualcosa riusciremo a intravedere del suo mistero servendoci di una tradizionale metafora, conosciuta dai pensatori religiosi di altri tempi. Essa raffigurava la creazione come il risultato di quattro tappe successive: partendo dall’ultima, il mondo sensibile, e risalendo attraverso la penultima, il mondo della formazione; la seconda il mondo dell’ideazione; e la prima, il mondo degli archetipi o finalità ultime.

Prendo un esempio: ho nelle mani un orologio, esso è un meccanismo visibile, palpabile, il mondo sensibile; questo meccanismo è stato formato dal lavoro dell’uomo, il mondo della formazione; il lavoro è stato diretto da precisi concetti meccanici e matematici, l mondo dell’ideazione; questi tre mondi sono sintetizzati nell’archetipo mentale dell’orologiaio, che ha pensato di costruire uno strumento per la misurazione del tempo quantitativo. Viviamo in un mondo fatto di materia palpabile, controllabile, misurabile, definibile; questa materia viene intessuta da un infinito numero di energie, energie che hanno delle precise leggi concettuali, leggi che sono state pensate nell’infinita mente di Dio e amate e volute da un amore e una volontà ugualmente infiniti.

Nel primo stadio la concezione del divenire della creazione è immacolata, intatta. Questo primo istante è la mente di Dio, la Sapienza divina, ed è il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto; è anche l’idea di questo principio, la prima speculazione della Prima Mente; vi è il Padre e vi è la creazione nel tumultuoso divenire, e nella creazione vi è la Luce.

Questa Luce è l’Immacolata Concezione che in sé compendia quanto di Vero, di Bello e di Buono è nel divino sogno creatore, e anche quanto di Vero, di Bello e di Buono verrà attuato nella creazione.

La Chiesa nella Liturgia, per esprimere l’istante che precede la creazione, si serve delle parole del libro dei Proverbi: «Prima che si ergessero con la loro mole i monti, prima che erompesse l’onda dalle sorgenti, io ero con il Creatore. Con Lui ero da tutta l’eternità, posseduta da Lui, partecipando alla formazione del creato. La mia gioia è di essere sulla terra, mia delizia dimorare tra i figli dell’uomo. Chi scopre me trova la vita; il mio pane viene mangiato, il mio vino viene bevuto da chi ha raggiunto la semplicità» (cfr. Pr 8, 22-31), e attribuisce queste parole a Maria.

La creazione nella coscienza umana è stata infranta, l’uomo si è separato dal mondo archetipale divino, e ha voluto usare del creato come se avesse in se stesso, immanente, la propria ragione d’essere. Ma la ribellione non ha infranto il profondo tessuto delle cose. Il principio archetipico di tutto ciò che è manifesto, l’incontaminato piano della Prima Mente, la Sapienza divina ha continuato a emanare la sua Luce: questa Luce è l’Immacolata Concezione.

Cercate di vedere il nulla assoluto, e in questo nulla la Trinità Santa, imprincipiata e dalla quale tutto principia, che pensa ciò che esteriorizzerà, ciò che manifesterà, ciò che creerà. La visione della creazione prima del suo inizio è l’Immacolata Concezione.

Nel tempo della più densa tenebra dell’anno qualitativo, l’anno liturgico, quando tutto sembra ritornare tenebra nel caos primordiale, viene celebrata la solennità della Luce incontaminata, dell’Ideazione incorrotta del creato, della Concezione Immacolata. La manifestazione dell’incorrotta Luce è la Vergine-Madre che, il 25 dicembre, contempleremo immersa nella luce e nel canto degli Angeli dopo aver dato alla Luce il Salvatore.

Nella teofania dell’Immacolata Concezione la creazione è stata riplasmata, ricostruita, ripartorita. Nel suo seno la natura umana ha ripreso il suo destino divino, e agli uomini è stata restituita la facoltà di divenire «figli di Dio». L’Immacolata è un concetto che prelude a un altro, quello dell’Assunta. L’Immacolata e l’Assunta non costituiscono soltanto la gloria di Maria Madre di Gesù, ma anche la gloria dell’umanità esprimente Gesù, e riassunta e riespressa in Cristo.

Maria è la prima creatura che ha realizzato il suo corpo immacolato e glorioso, ma essa non è che una caparra, una promessa, un invito. Tutti ritroveremo l’Immacolata Concezione e tutti saremo assunti. Maria è l’atomo infranto attraverso il quale la creazione passerà. Maria è l’archetipo umano per eccellenza, come Cristo è l’archetipo cosmico per eccellenza: misteri che il linguaggio umano può sfiorare, ma non spiegare.

Salmo in lode della Vergine Maria

Dio si è unito all’umana natura,
la parte si annienta nel tutto,
il finito nell’infinito, il tempo nell’eternità.
La Parola si è fatta carne,
viva è la carne per l’abbraccio dello Spirito,
la terra ritrova il suo perduto ritmo.
Nell’unità è abolita la separazione,
alba è la Vergine del tuo eterno giorno, o Signore,

per l’umanità infranta nella notte dei tempi.
Il peccato antico, densità della forza separatrice,
è abolito dal “si” della Vergine,
al folgorante bacio dello Spirito.
Eva è tornata nel fianco di Adamo,
gli opposti principi riuniti nell’unum,
il serpente separatore ha perso il veleno.
L’inquieta ricerca è placata,
un canto nuovo intonano i cieli,
la Parola vive nella carne, la carne nella Parola.
L’uomo non è più figlio solitario della carne,
figli non genera più il sangue,
erompe la vita nell’estasi dell’unum.
La tua discesa nella carne, o Parola eterna,
rivela la purità dell’amore immanente nel creato,
la verità di ogni sogno di vita,
il compimento di tutte le attese.

(da Giovanni Vannucci, L’Immacolata Concezione, 8 dicembre - Anno C; in La vita senza fine, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG), 1985, pp. 242-246)
Pubblicato in Maestri Contemporanei
Lunedì 29 Ottobre 2007 20:57

L’unità dell'amore (Giovanni Vannucci)

L’unità dell'amore

di Giovanni Vannucci


Cristo ha portato la Legge alla sua perfetta maturazione dischiudendo alla coscienza l’immenso orizzonte in cui l’amore di Dio, l’Invisibile, e del prossimo, il Visibile, si unificano in un’unica espressione nel cuore dell’uomo. «Ama il Signore tuo Dio con tutto te stesso; ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 37-39). Al comandamento e, in conseguenza, all’impulso di Cristo, il cuore umano oppone due formidabili resistenze: «l’egoismo», nelle sue molteplici sfumature, e «la grettezza morale», cioè la mancanza di generosità nelle piccole e grandi cose.

L’egoismo è il primo nemico dell’amor di Dio, chi ama appassionatamente se stesso non può logicamente amare Dio: chi ama cerca sempre cosa può dare all’amato; l’egoista si domanda sempre cosa può ancora ricevere. L’amore verso l’Invisibile è un amore del tutto altruista. Chi ama Dio vuole unicamente piacere a Lui solo, per piacere a Dio niente è mai troppo duro da compiere, troppo amaro da sacrificare, e dona se stesso totalmente, senza mezze misure, senza meschine preoccupazioni. Per lui amare è tutto, che importa se il suo amore sarà corrisposto o meno? Egli è pago d’amare con tutto il cuore, con tutte le sue capacità; a questa divina ebbrezza mai arriverà l’egoista, in lui la preoccupazione di se stesso ostacolerà ogni slancio. In lui l’amore di Dio diverrà timore; la volontà di ascesa si trasformerà in ricerca di meriti; il pentimento delle colpe commesse si muterà in penosa attrizione di rimorso, causata dalla paura; l’Iddio misericordioso diverrà il Dio tremendo; l’egoista, misurando sul suo metro lo stesso Dio, verrà a trovarsi nelle condizioni di antagonista; per l’egoista una sola via è possibile: quella del più nero pessimismo e scetticismo. Ripiegato su se stesso, non pecca, ma solo per non rischiare, perciò non acquisisce neppure del merito. Potrà osservare tutti i dieci comandamenti di Mosè, ma gli sarà impossibile aprirsi al comandamento dell’amore, perché il suo cuore è colmo solo della preoccupazione di sé.

Infinite sono le sfumature dell’egoismo: si nascondono in ogni crepa della coscienza, si valgono di ogni farisaica impostura; chi ama sa scoprirle in se stesso e spietatamente le distrugge. Una delle più pericolose maschere dell’egoismo è il vittimismo. Chi passa il tempo a compiangersi, chi va in cerca di motivi di malcontento, chi si sente il centro d’attrazione di ogni possibile disgrazia, non raggiungerà mai l’amore. Per lui non esiste alcuna possibilità di volo; ripiegato in se stesso, autoirrorantesi di lacrime, si ritiene oggetto dell’universale interesse e non capisce come la vita lo sorpassi in corsa.

Se l’egoismo si oppone all’amor di Dio, la grettezza morale si oppone a quello del prossimo: «Ama il prossimo tuo come te stesso». La farisaica domanda sorge subito: «Chi è il mio prossimo?». L’egoista è anche gretto, ingeneroso, non può amare Dio, perché troppo occupato ad amare se stesso; non può amare il prossimo suo, perché non ha prossimo. Chiuso nella torre di avorio delle sue personali preoccupazioni, può giungere alla falsa generosità dell’elemosina, traendo da essa un piacere, ma non perché senta il bisogno del prossimo come un suo bisogno, come una diretta relazione di Carne e di Charitas. Il gretto può essere formalmente virtuoso, austero puritano, ipocritamente religioso, non solo per la stima che gli altri possono avere di lui, ma per un suo interiore compiacimento. A lui sono ignote tutte le generosità, le coraggiose imprese, tutti i rischi.

L’uomo è chiamato ad attuare l’amore, non il timore. Amore giocondo verso l’invisibile Iddio, senza sottigliezze metafisiche, amore grato per ogni cosa bella, per ogni cosa buona, amore sereno e fiducioso, paziente e generoso verso tutte le forme di vita, non esclusa la propria, considerata come una potenza spirituale in ascesa; amore forte e coraggioso che trae dalle avversità l’alimento per la sua nutrizione e per il suo sviluppo; amore naturale che non costa sforzo, che non si esaurisce nel dare, ma trae dalla sua stessa grandezza sempre nuovi doni. L’uomo si matura sotto il raggio dell’amore, come il frutto sotto quello del sole. Il «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli» non è più un poetico dolcissimo comandamento, ma diviene un semplice modo di essere nella vita.

se stesso. Quando l’uomo avrà fatto dell’amore verso Dio e dell’amore per il prossimo un solo amore, l’umanità realizzerà se stessa nella pienezza della Luce.

Ogni amore che non saldi i due amori in un solo amore è limitante, soffocante e null’altro è se non amore di sé. Quando diciamo d’amare e, in nome di quest’amore, violiamo la personalità dell’altro, consumiamo solo una rapina, anche se col beneplacito del rapinato. Afferriamo per le ali la farfalla, invece di contemplarla, con amore, libera sui fiori; imprigioniamo in gabbie, non importa se d’oro, gli usignoli creati per la dolcezza delle notti. La prima lettera dell’amore si chiama «libertà»; Dio amandoci ci dona questa libertà, totalmente; ci dà tutto, si affida a noi senza difesa, non ci impone il suo amore, lo mette alla nostra portata, attendendo che impariamo a viverlo per la nostra gioia e la gioia di tutti gli esseri.

La conoscenza di tutte le conoscenze, la chiave di tutte le chiavi è questa: conoscere nel proprio mistero il mistero che tortura l’anima del fratello che ci siede accanto; fare della tortura del nostro fratello la nostra tortura, fare della gioia del nostro fratello la nostra gioia. Allora la divina realtà dell’amore trionfante irradierà le coscienze, non vi sarà più né mio né tuo, né padrone né servo, né oppresso né oppressore, non vi sarà più il male perché il male è uno solo: quello che soffre l’altro e che tu, per nessuna cosa al mondo, vorresti causare né causerai.

(Giovanni Vannucci, «L’unità dell’amore» in Risveglio della coscienza, Sotto il Monte, ed. CENS, 1984, 30a domenica del tempo ordinario - Anno A, pp. 180-182).
Pubblicato in Maestri Contemporanei
Pagina 6 di 13