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Lunedì 10 Maggio 2010 21:05

Adesso... e nell’ora della nostra morte (Peter Henrici)

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L’ultima frase dell’Ave Maria è una semplice invocazione. Chiediamo quel che desideriamo: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. Preghiamo già adesso anche per quell’ora in cui forse non ne avremo più la possibilità, non saremo forse più in grado di pregare.

Adesso... e nell’ora
della nostra morte

di Peter Henrici

L’ultima frase dell’Ave Maria è una semplice invocazione. Chiediamo quel che desideriamo: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. Preghiamo già adesso anche per quell’ora in cui forse non ne avremo più la possibilità, non saremo forse più in grado di pregare. Preghiamo per adesso e per l’ora della nostra morte. Perché sono i due momenti decisivi della vita in cui abbiamo particolare necessità dell’assistenza e dell’aiuto materno di Maria.

Adesso. Questo “adesso” ha un significato tutto particolare, vuoI dire: sempre, ma dicendo ”prega per noi sempre” tutti i momenti sarebbero uguali e pertanto l’espressione ne risulterebbe in qualche modo insignificante. Dire “adesso” è molto più significativo. Ogni adesso è nuovo, è diverso. Infatti sottolinea l’urgenza, la premura del momento attuale. È proprio in questo attuale momento, in questo istante presente che abbiamo bisogno di preghiera. Adesso, si, proprio adesso, mi è imposta una scelta. Adesso posso e devo ancora scegliere ciò che non farò, ciò che farò e persino ciò che farò più tardi. Adesso la scelta è possibile, anzi è necessaria; domani non lo sarà più. Il momento opportuno sarà passato. I nostri momenti continuamente passano, e con loro, sfuggono occasioni e possibilità che adesso ci sono. Per questo “l’adesso” è terribilmente decisivo. E adesso, non tra dieci minuti o dieci giorni o dieci anni, che Dio mi chiama: aspetta adesso qualcosa da me, non domani.

Il grande filosofo Kierkegaard ha molto meditato su questo “adesso”, che è il momento d’incontro con Dio e dell’appello di Dio. L’esistenza, dice, in quanto ha Dio per fine, la vita nella sua serietà di aoertura a Dio, come da un magnete, è continuamente attratta dalla presenza di Dio; questa vita si deve vivere nel presente perché la chiamata di Dio, nel momento attuale, s’impone e perciò s’impone anche la nostra risposta.

Ispirato più o meno da lontano, ma certamente da Kierkegaard, il teologo Bultmann pensa che in verità il giudizio escatologico, di cui la Scrittura ci parla tanto e che è uno dei temi fondamentali del Vangelo di san Giovanni, avviene proprio adesso. Gesù stesso afferma: “Adesso è il giudizio del mondo”. Bultmann dice:”il giudizio escatologico su di noi cade “adesso” perché “adesso”, siamo di fronte a Dio e da quello che “adesso” facciamo dipende il giudizio di Dio su di noi. Siamo continuamente in situazione di giudizio di fronte a Dio, in un momento decisivo”. Questo, forse, è un po’ forzare le note e svalutare il giudizio finale; però c’è senz’altro qualche verità in questa insistenza sull’importanza dell’“adesso”.

Un altro aspetto dell’“adesso” è ancora molto più profondo e più importante. “Adesso” è il momento in cui Dio mi aspetta. Per Dio è sempre “adesso”. Dio non è nel tempo. E’: eterno e l’eternità tradizionalmente fu definita un nunc stans, un adesso stabile, un adesso che non passa in un dopo, un adesso .che è sempre, semplicemente nient’altro che adesso, pura presenza. Il nostro adesso, che sembra così fuggevole, è il momento della presenza divina, il momento privilegiato della contemplazione. Per contemplare veramente, cioè per essere nella preghiera alla presenza divina, è necessario rimanere fermi nell’“adesso”. Non divagare nel passato con i ricordi, e ancora meno nel futuro con i progetti, i propositi, le paure, ma essere semplicemente presenti nel continuo”adesso”. Un trattato della spiritualità francese di Pierre de Caussade s.j. L’abandon la divine Providence sottolinea vigorosamente l’importanza dell’”adesso” in cui viene proposta non soltanto una spiritualità, ma una vera mistica: mantenersi nell’”adesso” e abbandonarsi alla divina Provvidenza.

In una tradizione molto più antica, in Oriente, troviamo “la preghiera di Gesù”, che consiste essenzialmente nel vivere il momento presente senza riferirsi al passato e al futuro. In questo senso speriamo che Maria preghi per noi “adesso” e ottenga a noi peccatori la grazia di saperci mantenere nell’adesso della decisione che potrà essere, per così dire, sublimata nella contemplazione di Dio che è sempre “adesso”. Ogni “adesso” che viviamo, nel suo continuo svanirsi, è in verità un’anticipazione dell’ora della morte per la quale imploriamo l’aiuto di Maria. Continuamente muore qualcosa in noi. Più andiamo avanti nella vita, più una parte della vita muore. La morte sarà un “adesso” ove non vi sarà più decisione, non vi sarà più possibilità di fare una scelta o piuttosto vi sarà una sola scelta da fare: la scelta assolutamente decisiva.

In tutti gli altri momenti andiamo verso il futuro con i nostri progetti, e così facendo realizziamo, e scegliamo più o meno, sempre entro certi limiti, il futuro. Nella morte non c’è più nessun futuro da poter scegliere, ma siamo puramente chiamati. L’unica scelta è la chiamata di Dio, non c’è altra realtà. Siamo confrontati con l’unico e solo Dio, con la sua sola presenza. Egli è il nostro unico possibile futuro. L’ora della morte è esclusivamente la presenza dì Dio. Tutto il resto sparisce, s’inabissa, persino quello che sta più a cuore viene tolto; le persone più vicine, più amate, io stesso, con i miei progetti, con i miei desideri, le mie paure, mi vengo tolto, non ho più me stesso in mia mano; non sono più, come dice la Scrittura, in manu consilii sui, di uno che può scegliere e fare quello che vuole. Mi trovo confrontato unicamente con Dio. C’è solo Dio che chiama, che attende. E allora, di conseguenza, l’“adesso” dell’attività, delle scelte, viene trasformato, nell’ora della morte, nel momento dell’ultima passività. Non più fare, ma lasciarsi fare.

Dal periodo dell’ultima guerra in poi, c’è stata tutta una scuola di teologia che ha voluto insistere sulla morte come la grande e ultima decisione della vita. Questo in un certo senso è vero, ma non come se fosse qualcosa che potessimo noi scegliere. Questa scelta è soltanto - ed è tanto - accettare la chiamata divina o ribellarvisi. Dio fa tutto. Nella morte io non ho più niente da fare, è lui che fa tutto, ma bisogna ancora accettare che lo faccia. A seconda di questo, nell‘ora della nostra morte o tutto sarà presenza divina, una specie di grande rapimento di amore, amore che diventa veramente totale e in cui tutto il resto sparisce; o tutto sarà ribellione, tutto sarà rifiuto da parte mia, tutto sarà una violenza che mi viene fatta mio malgrado, una lacerazione definitiva poiché ormai non potrò più resistere, ma tutta la mia scelta sarà resistenza. E’ questa una definizione, in termini più esistenziali, di quello che noi chiamiamo inferno, questa ultima lacerazione totale, ove la mia volontà si oppone alla volontà divina.

In questo senso l’ora della morte sarà l’ora del giudizio. Il giudizio, verità , lo prepariamo con ogni “adesso”, perché finalmente la scelta nell’ora della nostra morte sarà in conformità, in omogeneità, in continuità con le scelte che nell’“adesso” facciamo. Sarà l’estremo aut aut, l’aut aut in cui non ci sono più mezzi termini, che spariscono di fronte all’invadente presenza divina. Per questo non siamo preparati mai a incontrare Dio così pienamente. Non possiamo sopportare questa esigenza di totalità che impone l’ora della morte, perché rimaniamo sempre parziali, sempre divisi anche nell’intimo di noi stessi . Per questo imploriamo: prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. “Adesso”, mentre abbiamo la possibilità della preparazione; e nell’ora della morte, quando non possiamo fare più nulla.

La perfezione ch dovremmo avere nell’ora della morte, qui diventa preghiera. In realtà è l’unico modo giusto per affrontare cristianamente la morte. Non dobbiamo considerare l’essere preparati per la morte un ideale verso il quale tendiamo, sarebbe orgoglio e presunzione; ancora meno qualche cosa che già avessimo acquistato a sufficienza. Possiamo però sempre anelarvi con un’ umile invocazione... Il nostro essere integro, totale non lo possediamo mai in questa vita, ma lo riceviamo come dono dello Spirito, tramite la preghiera. La preghiera è un’ invocazione che si fa sul fondo della nostra divisione interiore: “prega per noi peccatori”.

A questo punto diventa anche più evidente perché invochiamo precisamente Maria. Preghiamo Maria perché è l’unica persona umana che ha saputo vivere in pienezza l’“adesso”. All’inizio dell’Ave Maria si ricorda il momento dell’Annunciazione nel quale Maria vive totalmente l’“adesso”, lo vive in perfetta verginità, nel duplice aspetto difficilmente conciliabile, che però in lei diventa unico. Questa verginità da una parte significa perfetta e piena apertura, piena disponibilità a qualsiasi chiamata divina; dall‘altra parte la massima riservatezza perché è disponibilità solo per Dio, tutta e totalmente per Lui. Questa disposizione verginale intima in quel momento che fu l’Annunciazione, Maria vive già nell’“adesso” temporale, come se fosse l’ora della sua morte. Probabilmente è l’unica persona umana che ha potuto vivere in un modo totale, nella pienezza della sua vita, l’ora della morte, il confronto con Dio che chiama. E sappiamo come ha risposto. Ha preso la decisione giusta, abbandonandosi perfettamente nelle mani di Dio: “Ecco la serva di Dio, mi sia fatto…” Questo passivo è molto importante, è una preghiera e quasi un imperativo passivo: che Dio faccia. Si dona in quella passività che abbiamo detto caratteristica della morte, si dona per il resto della sua vita. E con questo vive pienamente la presenza divina nell’“adesso”, l’“adesso” come pura presenza, perché il “sì” della Madonna è il momento stesso dell’Incarnazione. La presenza divina in lei diventa intima e in modo unico (una volta sola ciò è avvenuto sulla terra) poiché Dio stesso diventa carne della sua carne.

Ma bisogna anche dire che la presenza di Dio nella vita della Madonna non si limita al momento dell’incarnazione, non si limita alla presenza fisica in lei dei nove mesi, ma è una presenza che diventa sempre più intensa con la maternità che accompagna costantemente il Figlio. Una madre non è meno, ma più madre, quando i figli sono nati perché sono in un altro modo più presenti alla madre di quando li portava in grembo. La presenza divina alla Madonna è il suo sì, il suo fiat, che si riafferma nella fanciullezza di Gesù con l’episodio del ritrovamento nel tempio. E in modo più evidente ancora alle nozze di Cana quando, in un certo senso il Figlio di Dio modifica i suoi programmi per aderire all’invito che la carità di lei suggeriva. Della vita pubblica di Gesù non sappiamo molto, ma doveva essere un periodo molto difficile per Maria. Sotto la croce, alla morte di Gesù, dice ancora una volta il suo sì, per noi tutti. Così anche nella preghiera con gli apostoli prima della Pentecoste. Dopo, non sappiamo più nulla. Però anche quando Gesù è in cielo la sua presenza alla Madre continua. Per questo possiamo chiedere la sua intercessione. L’unione di Gesù con Maria ci stimola a rivolgere a lei l’invocazione: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Perché sa quello che noi chiediamo, perché ha vissuto anche lei l’“adesso” e l’“ora della morte”. Lo ha vissuto e vissuto in modo perfetto, talmente perfetto da farci sperare di poter ottenere anche a noi una simile grazia. Dunque chiediamola: ottienici da Dio, proprio perché siamo peccatori, di poter dire sì, come te. Accettare Dio, dedicarci a Lui e così avere la sua presenza non solo durante la nostra esistenza sulla terra, ma soprattutto al momento della fine della vita, nel passaggio all’eternità. Così da essere noi presenti a Dio e come Dio è presente a noi nell’ora e oltre l’ora della morte. E su questo diciamo l’Amen.

Amen. Questo è il sigillo quasi divino alla nostra implorazione. In tedesco, recitando l’antica forma dell’Ave Maria, si congiungeva alla parola precedente formandone una sola nuova parola: morteamen. E questa parola si usava nel parlare quotidiano, per indicare l’ultima fine di una cosa.

L’ Amen sigilla tutto. Gesù lo utilizza prima di parlare quasi a dare maggiore forza alle sue parole. Egli è Dio e prima pianta il chiodo dicendo: Amen - è così- e poi viene quello che dice. Anche noi; poveri peccatori quali siamo, possiamo dire Amen, con l’aiuto di Dio, ma possiamo dirlo soltanto nell’ora della morte. Soltanto dopo aver avuto l’aiuto della Madonna per vivere bene tutti gli “adesso” e l’“ora” decisiva della nostra morte diciamolo e possiamo dire: Amen.

 

(da una conferenza di S. E. Mons. Peter Henrici s.j.)

Ultima modifica Giovedì 13 Gennaio 2011 11:08
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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