Domenica, 17 Dicembre 2017
Sabato 01 Novembre 2008 17:42

“D) - Il comandamento dell'amore - Percorsi formativi “Città dei Ragazzi”

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Sotto area: “Meditazione”

Tema: “Contributi sulla Meditazione”

 

D) IL COMANDAMENTO DELL’AMORE


 

- I grandi maestri, al termine della vita, hanno lasciato un messaggio riassuntivo del loro insegnamento. Budda lascia una dottrina di annientamento e di liberazione. Famoso il suo detto: “spegnere in noi ogni desiderio”. Socrate esorta a cercare la verità, la salvezza nell’uomo, nella sua coscienza, capace di discernere la verità e giungere al bene. Gesù li supera tutti. Il suo messaggio per la liberazione dell’uomo è ben più che una dottrina: è una vita che si comunica; ed è ben più che uno sforzo umano: è l’amore di Dio che entra nell’uomo e lo invade. San Giovanni lo esprime così nella sua prima lettera: ‘Dio è amore. Chi vive nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv)

- Nel quarto Vangelo il messaggio ha una formulazione tutta sua, semplice, concreta, essenziale. Eccola: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli unì gli altri come io vi ho amato. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” 13,34-35).

Gesù annuncia che egli ci trasmetterà un vita nuova, una vita misteriosa che Gesù spiega come una intimità profonda col Padre, una inabitazione di Dio in noi: “Verremo a lui e prenderemo dimora in lui (14,23). Ma questa vita divina ci è comunicata solo ad una condizione: che amiamo il fratello.. “Questo è il mio comandamento: che vi amiate come io vi ho amato” (15,12).

- Dunque, il cristianesimo non è una dottrina. Se fosse una dottrina sarebbe bastato l’Antico Testamento, sarebbero bastati i Profeti. E’ per questo che Gesù ha insegnato così poco. Budda che voleva lasciare al mondo una dottrina predicò per più di 50 anni. Gesù che voleva lasciare al mondo una vita, amò soltanto in silenzio per più di trent’anni, il silenzio di Nazareth, poi predicò per due anni e mezzo e morì volontariamente per aprire col suo esempio la strada dell’amore. Gesù intendeva chiedere di tutto all’uomo perciò nessun discorso sarebbe bastato: preferì il silenzio che ama, che si sacrifica, che giunge al sacrificio supremo.

- L’insegnamento di Gesù si fece esplicito nell’ultima cena, con un gesto molto eloquente ed inaspettato: la lavanda dei piedi ai discepoli. Questo il commento di Gesù: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni con gli altri. Vi ho dato I ‘esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,13-14). Lavare i piedi era il lavoro più umile dello schiavo: era il lavoro dello schiavo di ultimo rango. La Torah prescriveva che ad uno schiavo ebreo si potevano comandare tutti i lavori ma non questo. E Gesù sceglie proprio questo atto per fare la sua catechesi sulla carità. I punti forti del suo insegnamento sono i seguenti:

  • La carità è un rinnegarsi, un abbassarsi sugli altri, un umile servizio degli altri (lavare i piedi...).
  • La carità è azione, è un “agire” non un “sapere” (“Beati voi se, sapendo queste cose, le metterete in pratica”).
  • La carità di Cristo è entrare in un mondo nuovo, è inaugurare una “novità di vita” in cui si imita Cristo e si tenta di giungere là dove è giunto lui (“Vi do un comandamento nuovo “)
  • La carità è rendere visibile Cristo attraverso la nostra vita (“Da questo conosceranno che siete miei discepoli “).

E’ facile constatare che Gesù è estremamente concreto. Egli ci conosce e sa che siamo tanto portati a far della poesia attorno alla carità, a ridurla a cose che non costano, alle belle maniere, al buon tratto, al sorriso, alla gentilezza.. Ci è persino facile rifugiarci in una carità tutta interiore, perché quello che è solo interiore è facile mascherarlo ed è facile illudersi di possederlo. Gesù invece ci presenta subito la carità in modo estremamente concreto: farsi schiavo degli altri, servire umilmente fino a lavare i piedi, fino a compiere il lavoro dello schiavo di ultimo rango.

Gesù insegna che la carità vera disturba, è scomoda, comporta sempre qualcosa di molto pesante. In genere più è costosa più autentica è la carità.

  1. Ma perché Gesù chiama la carità “un comandamento nuovo”? Tutta la Bibbia insegnava la carità molto prima di Cristo.. I Profeti avevano ammonito che la più bella penitenza non era vestire di sacco e di cilicio e cospargersi la testa di cenere, ma era pensare all’orfano e alla vedova (i classici poveri di allora). La Bibbia inculcava la carità in famiglia, la carità verso [‘amico ma anche verso lo straniero, il pellegrino, persino il nemico: “Se il tuo nemico ha sete, dagli da bere “. La Bibbia era severissima contro chi disprezzava il povero, l’handicappato, lo zoppo, il sordo, il cieco. La Bibbia insegnava la bontà persino verso gli animali, insegnava a non mettere la museruola al bue mentre trebbia e a mai fare disprezzi alle bestie. Dunque la carità era già un costume prima che arrivasse Gesù. Perché allora il Signore parla di “comandamento nuovo”?
  2. Il nuovo sta nel modo con cui la pretende Gesù. A Gesù non la carità del buon cuore. L’orizzontalismo non gli garba, lo ritiene insufficiente. Gesù ha delle pretese sulla carità totalmente nuove e assolutamente sue. Per lui non è sufficiente che il cristiano ami i suoi: deve amare tutti, anche i nemici. Non basta che ami tutti: deve amare ciascuno: “Tutto quello che farete al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me “). E non basta che ami con tutto il cuore: deve amare col cuore di Cristo, come amerebbe lui, e lui ha amato fino alla morte in croce. La carità che pretende Gesù coglie di sorpresa l’uomo. E’ nuova per il mondo di allora e per quello di adesso. Sarà nuovo per sempre il comando della carità. L’uomo, per quanto progredisca, non si libererà mai del suo egoismo. In tutte le sue tappe storiche l’uomo moderno vedrà sempre puntato verso di lui il comando di Cristo che gli indicherà una meta da raggiungere: la novità della carità di Cristo.

Ed è un comando nuovo perché intromette nel mondo un lievito nuovo, una giovinezza eterna. E’ come l’ingresso della primavera nel mondo, un trionfo della più grande novità che l’uomo potrebbe attendersi. Se l’uomo accettasse integralmente il comando di Gesù non invecchierebbe mai: una giovinezza eterna farebbe irruzione nel mondo.

- Notiamo si tratta di un comando, non di un consiglio. Gesù non lo presenta con un “se vuoi” come fa con i consigli evangelici, comando perentorio come i dieci Comandamenti.

- E’ un comando di vita o di morte, di scelta o di rifiuto: “Da questo conosceranno che siete miei”.

E’ un comando da cui dipende il nostro inserimento in Dio, l’innesto della vita divina. Gesù precisa che è la spada che taglia netto chi è con lui e chi è contro di lui.

E’ un comando tutto proteso all’azione: “Amatevi” non ha nulla di negativo, è essenzialmente positivo.

E’ cosi grave e perentorio che nel testo sinottico parallelo costituisce la piattaforma di giudizio per l’uomo e la sua condanna eterna: “Via da me maledetti: perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare...

Cristo, dunque, è per una religione dinamica, che poggia tutta sulla carità. Basterebbe considerare questo aspetto per convincersi della sua divinità. Guai a noi se ci educhiamo o educhiamo gli altri ad un cristianesimo che non punta alla carità di Cristo come al suo centro vitale. Il cristianesimo che si ferma solo ai dieci comandamenti è solo corteccia: l’anima del cristianesimo è la carità: “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli..

- In concreto: quali gli atteggiamenti quotidiani da tenere sotto controllo per crescere nella carità? San Luca nel suo Vangelo (6,36-38) ci ha tramandato un “codice” perfetto dell’autentico amore fraterno, proposto da Gesù stesso. Meditiamolo brevemente.

- “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro.

Gesù ci comanda di avere un cuore misericordioso, modellato sul cuore di Dio: ciò significa che Gesù esige da noi una bontà senza misura.. Dobbiamo educare il cuore alla bontà. Dobbiamo chiedere ogni giorno di crescere nella capacità di amare. Dobbiamo lottare contro tutto ciò che in noi è meschino: invidie, durezze rivalse piccinerie...

- “Non giudicate e non sarete giudicati “. Gesù ci chiede l’autocontrollo dei pensieri. La carità parte dai pensieri: dobbiamo. vigilare sulla mania di etichettare le persone e sulla presunzione di puntare il dito sugli altri.. Impariamo a vergognarci della trave che abbiamo nel nostro occhio, quando presumiamo di saper togliere la pagliuzza dall’occhio del nostro fratello. Fermiamo in tempo il giudizio facile e affrettato, perché non diventi la nostra condanna.

- “Noni condannate e non sarete condannati “. Gesù esige da noi il controllo rigoroso della lingua. L’unità si infrange spesso per le parole sbagliate. Il male che possiamo fare con la lingua è incalcolabile e qualche volta irreparabile.

- “Perdonate e vi sarà perdonato “. Gesù comanda il perdono generoso. Comanda di perdonare i nemici, tanto più esige che noi perdoniamo alle persone che ci vivono accanto. Non dimentichiamo che Gesù è esigente: “70 volte sette”.

- Date e vi sarà dato “. Dare attenzione, gioia, affetto. Dare a tutti senza escludere nessuno. Dare continuamente. Dare senza pretese e senza aspettare il ricambio. Dare a chi ha più bisogno. Dare a chi ci ha offeso. Dare amore quando ci accorgiamo che le altre cose non servono più. Non stancarci di dare e pregare per aver la forza di continuare a dare.

- Un simile comportamento è possibile solo a chi è veramente umile. L’umiltà infatti è il segreto dell’unità dei cuori, è il primo passo dell’amore. Senza umiltà non sta in piedi la compagine di una famiglia o di una comunità. La psicologia umana è fatta cosi: resiste all’orgoglio ma cede con prontezza all’umiltà. Chi è ricco di umiltà non avrà mai gravi problemi di carità. Al contrario, chi è orgoglioso avrà sempre continui inciampi nella convivenza con gli altri.

- L’unità dei cuori è il supremo bene di una famiglia e di una comunità, Tutte le lotte sono possibili se i cuori sono uniti. L’unità, però, parte dall’intimo: l’unità mascherata, solo esteriore, non è unità, non unisce ma divide e complica. L’unità dei cuori, allora, non basta volerla, bisogna pregarla.. Non sa amare gli altri chi non sa stare in silenzio e a lungo davanti a Dio. L’unità dei cuori è stata l’ultima, più grande preoccupazione di Gesù lasciando questa terra... E’ segno che l’avvertiva come il nostro problema fondamentale. Nessuna preghiera di Gesù al Padre è stata così toccante come quando egli pregò per l’unità dei suoi discepoli.

- Se guardiamo bene, ci accorgiamo che i membri più importanti di una comunità, sia familiare che religiosa che parrocchiale, sono i promotori di unità, quelli che combattono le divisioni, appianano i malintesi, coprono o mitigano i difetti altrui; sono le persone che hanno terrore del male che può fare la loro lingua.

E per finire, Qualche pensiero sulla carità che ci aiuti a tradurre nella pratica quotidiana le riflessioni fatte.

  • Attenzione al prossimo è attenzione a Dio. Più ci specializziamo nell’attenzione ai bisogni dei fratelli, più ci spiritualizziamo.
  • E’ inutile evadere. Gesù ha insegnato che lui si trova là. Non andiamo a cercarlo tra le nuvole della contemplazione, non andiamo a cercarlo troppo sotto le specie eucaristiche, se non riusciamo a vederlo sotto le specie umane.
  • Quando il prossimo mi “disturba” è segno che io non credo ancora alla presenza reale di Gesù in lui.
  • Si vive la carità quando si accettano con gioia e con amore tutte le spine che vengono dal prossimo. Ma le spine pungono!
  • Incomincio ad amare veramente il fratello solo quando comincio ad avere vero interesse per lui: alle sue gioie e alle sue pene, ai suoi interessi... Prima di giungere all’interessamento vicendevole, la carità è solo educazione, è solo sorrisetti, è solo superficialità, è solo maschera: non è l’amore di Cristo.
  • Non devo aspettare che l’altro cominci: è sufficiente che cominci io. Se aspetto che l’altro cominci è segno che l’egoismo in me è ancora gigantesco.
  • La carità è un fiore di carta quando non c’è lo sforzo costante di non giudicare.
  • La carità non ammette esclusioni. Nell’istante in cui escludo qualcuno dalla mia carità, ho già fallito.
  • Per amarsi bisogna parlarsi, dare al fratello un po’ di tempo.
  • Ascoltare è importante come amare.
  • Per toccare il polso ad una comunità basta sentire i discorsi che vi si fanno.
  • Chi è ironico è soggetto a gravi mancanze di carità: sovente è rispettato da tutti ma amato da nessuno.
  • Chi non ha scoperto la carità come centro di tutto non è ancora arrivato alle porte del cristianesimo.
  • La carità è la forza atomica che Cristo ha portato sulla terra. L’individuo, o la comunità, che la farà sua farà miracoli.

 

Ultima modifica Venerdì 11 Gennaio 2013 09:30
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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