Giovedì, 14 Dicembre 2017
Mercoledì 09 Giugno 2010 08:38

Le forme dell'ascesi cristiana

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Le forme dell'ascesi cristiana

di Enzo Bianchi

Quanto alle forme dell’ascesi, occorre ribadire che l’ascesi della relazione, così essenziale nei rapporti con gli altri, deve avere il primato su ogni altra ascesi, anche se non può escluderne nessuna. I cristiani dovrebbero comprendere questo primato dell’ascesi della relazione: si tratta  di rinuncia alla tendenza a indebolire e abbassare gli altri invece di farli crescere.

Ascesi del lasciar esistere, del non potere sull’altro, del rispetto, della makrothymìa, della pazienza, del non giudizio... Accanto a questo primato ascetico della relazione la tradizione cristiana ha visto nel digiuno e nella veglia i due principali strumenti dell’ascesi. Ad essi va immediatamente aggiunta la preghiera, che appare congiunta al digiuno in alcuni detti di Gesù (cf. Mt 6,5-18, e inoltre Mc 9,29 e Mt 17,21 secondo parte della tradizione manoscritta), nella prassi apostolica (cf. At 13,2-3; 14,23) e nella figura esemplare di Anna che «serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere» (Lc 2,37). La connessione fra digiuno e preghiera era ben presente nella pietà giudaica, fondata su «preghiera, digiuno, elemosina» (Tb 12,8). Anche il digiuno di Gesù nel deserto è visto non come fine in sé, ma come «relativo a», finalizzato all’ascolto della Parola, che è ciò di cui veramente si nutre Gesù in quei giorni e che gli consente di lottare vittoriosamente contro Satana. Accanto a queste forme va ricordata la disciplina del cuore ottenuta mediante la lotta contro i pensieri e la rinuncia alla volontà propria.

Non si possono dare ricette sul come e sul quanto di queste forme ascetiche. L’ascesi non è una legge, ma un aiuto che deve adattarsi alle possibilità, alle forze, alle capacità di ciascuna persona. I rischi di un’ascesi non disciplinata sono gravissimi. Per questo la forma e la misura di una prassi ascetica vanno sempre scelte in obbedienza a un padre spirituale. Il protagonismo ascetico, il far coincidere la santità con le «prestazioni» è sintomo di orgoglio spirituale e deve essere combattuto! Fare dell’ascesi l’affermazione del proprio «io» significa stravolgere l’ascesi cristiana. Non a caso Gesù esorta a pregare, a far l’elemosina e a digiunare in segreto, senza essere visti e senza cercare l’ammirazione degli uomini (cf. Mt 6,1-18). Occorre pertanto il previo movimento oggettivante di affidamento all’esperienza umana e spirituale di una guida: l’ascesi diviene così obbedienza, avviene in uno spazio relazionale ed è liberata dalla tentazione di ridursi ad avventura individuale. Purtroppo, in assenza, nella chiesa cattolica occidentale, di una disciplina ascetica ecclesiale, ogni forma di ascesi è destinata a restare nell’ambito dello zelo personale e non appare più un fattore che plasma il volto della chiesa!

Certo, occorre ben comprendere, in particolare, il valore del digiuno e della veglia, che restano dati irrinunciabili della tradizione.

 

Il digiuno

Il digiuno è disciplina dell’oralità della persona. E dicendo «oralità» si fa riferimento alla sfera nutritiva (con la bocca si mangia), ma anche alla sfera comunicativa (con la bocca si parla) e alla sfera affettiva (con la bocca si bacia). Dunque «oralità» è rimando all’intera sfera relazionale della persona, cioè all’intera vita della persona. Il cristiano deve imparare a desiderare, a passare dall’immediatezza del bisogno alla distanza del desiderio; ma poi anche a disciplinare il desiderio attraverso una purificazione del cuore, un’igiene delle immagini che si introiettano, un’ascesi dei sensi, un equilibrio fra parola e silenzio... Il peccato nella Bibbia è spesso descritto come voracità, e la voracità trova un riscontro immediato nel rapporto con il cibo, ma poi si applica anche al rapporto interpersonale (cf. Gal 5,15; 1Gv 2,16) e al rapporto con Dio (cf. Is 58,2: testo significativo in cui alla condanna dell’umana bramosia del divino segue un discorso sul vero digiuno). La capacità di disciplinare la bocca, il parlare, è, secondo la Lettera di Giacomo, il criterio per definire un uomo maturo, completo, perfetto: «Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto (téleios), capace di tenere a freno anche tutto il corpo» (Gc 3,2).

Il digiuno, naturalmente sempre condotto in obbedienza a un padre spirituale, in corrispondenza a determinati tempi liturgici, proporzionatamente alle proprie forze fisiche e psichiche, non è una mortificazione, ma una confessione di fede nel Signore che ci nutre con la sua Parola, che ci fa vivere con la sua vita, che ci guida con il suo amore: è da lui che riceviamo la vita. Per questo il digiuno è sempre legato alla preghiera e all’ascolto più abbondante della parola di Dio contenuta nella Scrittura. Il digiuno è così affermazione del Dio Signore della vita, del Cristo vittorioso sulla morte con la resurrezione.

 

La veglia

Anche la veglia, lo strappare ore al sonno per pregare, per stare alla presenza di Dio che è nel silenzio, deve avvenire sotto la guida di un padre spirituale e rifuggendo tutti gli eccessi che, come nel caso del digiuno, potrebbero avere pericolose conseguenze sul piano della salute. Se il sonno è simbolo di morte, tanto nell’immaginario biblico quanto nella mitologia greca, dove Hýpnos (Sonno) è fratello di Thànatos (Morte), la veglia è un partecipare alle energie della resurrezione, un attestare la vittoria del Cristo sulla morte at tendendo con amore la sua venuta. Anche la veglia, dunque, vuole testimoniare la signoria radicale di Dio sulla vita del credente. Ma, più in profondità, la veglia vuole diventare lo stato spirituale del credente: il credente dev’essere un uomo vigilante!

L’uomo ascetico è anzitutto un vigilante, un homo vigilans, che si oppone all’homo dormiens. Chi è l’homo dormiens? E’ colui che vive al di qua delle sue possibilità, vive nella paura, banalmente, superficialmente, orizzontalmente più che in profondità; è pigro, negligente, si lascia vivere; è colui che vive come se avesse a disposizione un interminabile lasso di tempo; è colui che si sottrae alla fatica di pensare e di interrogarsi; che non ha passione, non è toccato da nulla: per lui tutto è scontato; è colui che non aderisce alla realtà e agli altri, ma resta nella sonnolenza, anzi ha fatto del non vedere, del non sentire, del non lasciarsi toccare e interpellare la condizione del suo vivere.

L’homo vigilans, invece, è costantemente presente a se stesso e agli altri, al proprio lavoro e al proprio ministero; è sempre attento a discernere la presenza del Signore negli eventi e nei fratelli; è l’uomo responsabile, lucido, critico, che trova in sé motivazioni, radici e forza; è paziente e profondo, non si esaurisce nell’immediato, ma si misura sul lungo periodo; è cosciente di essere chiamato a esprimere il tutto nel frammento della propria particolare esistenza. E uso apposta i due termini homo dormiens e homo vigilans per designare due tipi umani, due paradigmi antropologici. L’ascesi, lo sforzo ascetico disciplinato (la storia dell’ascesi, infatti, ci mostra che l’ascesi stessa dev’essere disciplinata), produce un tipo umano solido, profondo, robusto. Produce la profondità della fede in quanto fa sì che questa sia un’esperienza di tutta la persona.

Ma a digiuno e veglia occorre aggiungere anche la preghiera.

 

La preghiera

 Non intendo dilungarmi su questo aspetto inesauribile della vita cristiana. Mi basta ricordare che spesso la risposta che i padri del deserto davano a chi li interrogava su quale fosse la più difficile opera del monaco indicava la preghiera! E la quotidiana perseveranza nella preghiera, richiesta dal Signore e dal Nuovo Testamento, è vero sforzo ascetico. Bene si è espresso Romano Guardini a questo proposito:

 In generale l’uomo non prega volentieri. È facile che egli provi, nel pregare, un senso di noia, un imbarazzo, una ripugnanza, un’ostilità addirittura. Qualunque altra cosa gli sembra allora più attraente e più importante. Dice di non aver tempo, di avere altri impegni urgenti, ma appena ha tralasciato di pregare eccolo mettersi a fare le cose più inutili. L’uomo deve smettere di ingannare Dio e se stesso. E’ molto meglio dire apertamente: «Non voglio pregare», piuttosto che usare simili astuzie. E’ molto meglio non trincerarsi dietro giustificazioni come quella di essere troppo stanchi e dire chiaro e tondo: «Non ho voglia». L’impressione che si riceve non è troppo bella e rivela tutta la meschinità dell’uomo; ma è verità, e partendo dalla verità si va molto più facilmente avanti che non partendo dalla dissimulazione»23.

 L’aspetto di ascesi insito nella preghiera si rivela anche nella necessaria partecipazione del corpo all’incontro con il Signore e nello sforzo spirituale di uscire da sé per entrare in relazione con colui che non vediamo, ma che confessiamo presente. E si rivela nel dare del tempo, concretamente, alla preghiera personale: ma il tempo è la nostra vita! Anche nella preghiera, dunque, noi ci immettiamo in una dimensione di partecipazione alla morte-resurrezione di Cristo e confessiamo il Signore della vita, della nostra vita. La motivazione, ancora una volta, non è un desiderio di autotrascendimento, ma è il voler seguire Gesù il Signore là dove lui stesso è stato, è il voler incontrarlo, è l’amore per lui.

 

Elementi per un'ascesi oggi

Poste queste forme fondamentali dell’ascesi cristiana, mi pare doveroso ricordare alcuni aspetti che oggi, nel contesto socio-cuIturale in cui viviamo, richiedono un’ascesi da parte del cristiano.

Il primo è certamente quello concernente il tempo. Oggi è più che mai necessario accedere a un’ascesi del tempo, a una disciplina del proprio tempo. Nell’epoca in cui nessuno ha più tempo, occorre esercitarsi a ritrovare il tempo, cioè, in fondo, a essere restituiti a se stessi e a colui che, per il cristiano, è il Signore del tempo. Il cristiano dovrà perciò disciplinare le ore della propria giornata ponendo un’istanza che richiami la centralità della presenza del Signore.

Occorre poi un’ascesi della comunicazione. Nella società delle immagini, nel tempo dei mass media invadenti, del rumore e della velocizzazione dei ritmi della vita sociale, si fa strada la necessità di dare un equilibrio alla propria comunicazione con gli altri attraverso un sapiente dosaggio di solitudine e presenza all’altro, di silenzio e parola. La qualità della vita, infatti, consiste nella qualità delle relazioni, e queste ultime le determiniamo quotidianamente con il nostro comunicare con gli altri, con i toni del nostro parlare, con i gesti con cui ci presentiamo... E forse occorrerebbe assumere anche a livello ecclesiale una disciplina della comunicazione: a partire dalla riscoperta dell’iniziazione cristiana, della necessaria disciplina dell’arcano, del silenzio nella liturgia (spesso oppressa da un’eccessiva verbosità), per giungere fino a porre il problema di un uso non mondano dei mass media da parte della chiesa, dei cristiani, degli ecclesiastici...

Infine non si può non ricordare la necessaria lotta contro le tentazioni. E essenziale, in un tempo abitato da grandi e facili seduzioni, l’apprendimento di quest’arte che sola consente al cristiano di vivere il suo battesimo nel quotidiano, di inverarlo.

 

Per approfondire suggeriamo:

"È ancora necessaria l'ascesi", di Enzo Bianchi priore di Bose

"Catechesi", ed. LDC

Ultima modifica Mercoledì 25 Aprile 2012 08:10
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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