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Martedì 14 Febbraio 2012 11:19

Famiglia, via e risorsa della chiesa

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Famiglia, via e risorsa della chiesa

"La famiglia via e risorsa della Chiesa": è un titolo ampio, che suggerisce molti diversi pensieri. Avete già ascoltato una relazione sul pensiero dei Padri, e probabilmente vi sarà già stata citata la famosa frase di San Giovanni Crisostomo il quale durante una predica alla sua gente diceva: -Tornato a casa dopo l'Eucaristia, prepara due mense: una del cibo e l'altra della Sacra Lettura.

 

Il marito ripeta a tutti ciò che è stato detto nella celebrazione eucaristica. In tal modo rendi la tua casa una Chiesa-. La predica del giorno seguente continuava: -Quando ieri vi dissi: fate della vostra casa una Chiesa voi prorompeste in acclamazioni di giubilo e manifestaste in maniera eloquente quanta gioia avesse inondato il vostro animo all'udire queste parole-l.

La figura della famiglia come piccola Chiesa, o Chiesa domestica, ha avuto grande fortuna nella Chiesa del Novecento, soprattutto dopo il Concilio. C'è un'analogia tra la riscoperta del valore della comunione per l'intelligenza della Chiesa, al posto di una visione puramente funzionalistica, giuridica, sociologica e la riscoperta di certi valori della famiglia. Anche qui, infatti, si passa da una visione funzionalistica (la famiglia vale perché è un'istituzione, soprattutto orientata alla procreazione ed educazione dei figli) e la concezione della famiglia personalistica, dove l'elemento della comunione è messo in luce in maniera più forte di quello istituzionale.

I due cammini, nello sviluppo, nella comprensione della Chiesa e della famiglia, sono paralleli. Da qui un ricco sviluppo di una spiritualità familiare che si alimenta dalla sorgente

di grazia del Sacramento. -I coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale Sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Compiendo con la forza di tale Sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione ed insieme rendono gloria a Dio-2.

Un testo classico, solenne, che mette in luce gli elementi portanti della fede cristiana sui valori di cui stiamo parlando.

L'accento posto sulla grazia del Sacramento conduce allora alla riscoperta di una posizione centrale della vita di coppia e di famiglia nella dinamica della Chiesa, perché i sacramenti non sono mai fatti privati, ma per la loro natura sono la struttura dinamica della Chiesa stessa, che nasce dal Battesimo e ha tutto il suo sviluppo sulla base dell'impianto sacramentale.

Questi pensieri di fondo, a voi certamente già ben noti e da voi certamente meditati, vanno sempre ricordati, pensando in prima battuta alla famiglia come destinataria privilegiata di tutta l'azione missionaria della Chiesa. A dire il vero, se andiamo ai testi neotestamentari, possiamo restare stupiti e forse anche costernati, perché la predicazione di Gesù sembra antifamilistica: « "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: "Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque, fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre".. (Mt 12, 48-50) Si nasce figli di Dio non dalla carne e dal sangue, ma dalla grazia di Dio. Questa è una posizione molto forte, di forte reazione rispetto alla cultura del proprio tempo, soprattutto nell'ambiente ebraico, dove invece il rapporto di sangue era costitutivo della comunità di fede. Si è ebrei per nascita. Gesù rompe questo legame.

Certamente c'è una reazione anche a un tipo di struttura familiare di carattere clanico, dove in fondo la famiglia ha una sua compattezza interna, con una struttura gerarchica molto forte e autoritaria e con una capacità di contrapposizione tra famiglia e famiglia, tra clan e clan, tra tribù e tribù. Rispetto a tutto questo Gesù è fortemente reattivo.

La prassi dell'antica Chiesa apostolica ha preoccupazioni diverse da quella di non far apparire la vita dei cristiani estranea alla vita sociale comune. Una delle preoccupazioni fondamentali era che se si doveva essere perseguitati lo si doveva essere per la professione della fede, non perché si era diversi, perché non si rispettavano le norme della vita sociale o il costume dominante. Da qui un adeguamento della prassi cristiana alla situazione della società, il che ci spiega anche il calo di tono, ad esempio, nella promozione della dignità della donna.

Ricordo queste vicende storiche, anche se per sommi capi, perché il richiamo alla storia è sempre utile e di grande insegnamento. La Chiesa contemporanea, invece, da almeno due secoli e più, è fortemente impegnata nella difesa dell'istituto familiare che la modernità ha messo in crisi per tanti motivi e tanti aspetti.

In questa opera però credo sia opportuno osservare una differenza tra la lunga fase dell'Ottocento e del primo Novecento e la situazione attuale. Soprattutto nell'Ottocento la difesa della famiglia è stata inserita nell'ambito particolare della cultura cattolica della restaurazione nei confronti della rivoluzione francese e di tutto lo sconvolgimento politico e sociale che era stato provocato dalla caduta dell'Antico Regime e di tutto il vecchio sistema sociale e politico.

In questo sconvolgimento generale tutte le grandi istituzioni sociali venivano messe in crisi. Da questo punto di vista l'atteggiamento, sia del Magistero sia della cultura cattolica diffusa, è stato fortemente reattivo, animato ancora dal sogno di poter restaurare il vecchio mondo. In questo senso anche la difesa della famiglia si è inserita dentro una posizione essenzialmente conservatrice rispetto allo sviluppo complessivo della cultura, lasciandosi poi determinare da questa ulteriore cornice che fu lo sviluppo del nazionalismo nell'Ottocento, con il sorgere delle indipendenze nazionali, per cui unendo i vari fattori, Dio, Patria e Famiglia, si è avuto il trinomio che ha fatto da slogan a tutto questo movimento.

Invece, dal secondo Novecento in poi, ci si è mossi su un fronte diverso: non certo più Dio, Patria e Famiglia, slogan desueto, ma piuttosto la reazione a una cultura che mette in crisi la famiglia per la sua spinta verso un individualismo esasperato che frantuma la società intera e al suo interno la sua istituzione principale, la famiglia. La Chiesa si ritrova oggi a difendere la famiglia sulla base di una concezione comunitaria della persona umana che è tipica del cristianesimo. Non c'è dignità della persona umana in una libertà individualisticamente intesa, ma piuttosto dentro la ricchezza complessiva della relazionalità dentro la quale la persona umana si costruisce.

La motivazione della Chiesa in radice sta nella sua coscienza di dover servire l'uomo e la dignità della persona umana.-Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare-3. E la Familiaris consortio si dichiara consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell'umanità4.

Questo passaggio mi era inevitabile, ma credo che il nostro interesse, in rapporto al tema generale del convegno, sia su un versante diverso. Non tanto la famiglia come destinataria dell'azione della Chiesa, ma all'opposto, come soggetto dell'azione ecclesiale, come soggetto responsabile della missione.

Il dato fondamentale ed elementare è questo: famiglia come soggetto principale della trasmissione della fede. Da quando nei paesi di antica tradizione cristiana è invalsa l'abitudine del Battesimo generalizzato dei bambini, si è avuta immediatamente la conseguenza che la famiglia è divenuta il luogo assolutamente dominante di quell'atto fondamentale della Chiesa che è la trasmissione della fede. Allora, anche se resta la fondamentale importanza del ruolo dei pastori della Chiesa, resta anche vero che l'atto più importante che la Chiesa può compiere, abitualmente non lo fanno i suoi pastori, ma i genitori verso i propri figli.

Dico senza tema di sbagliare: -l'atto più importante della Chiesa-, perché se questo atto un giorno non fosse più compiuto da nessuno avremmo come conseguenza che nel giro di una generazione la Chiesa scomparirebbe. Allora la tesi della famiglia come soggetto ecclesiale non è un pensiero vagante o marginale, ma sta all'interno del cuore stesso di tutta la vita e la missione della Chiesa. Se, nella stragrande maggioranza dei casi l'atto della comunicazione della fede è un atto della famiglia, è ovvio che la Familiaris consortio: -La Chiesa trova così nella famiglia, nata dal Sacramento, la sua culla e il luogo nel quale essa può attuare il proprio inserimento nelle generazioni umane e queste reciprocamente nella Chiesa-5. Da qui viene allora la ricerca di una valorizzazione della famiglia come specifico soggetto portatore della missione ecclesiale a tutto campo, non solo all'interno della Chiesa.

Pensando soprattutto ai paesi di tradizione cristiana, in Europa e nelle due Americhe, Apostolicam actuositatem propone in maniera articolata la missione ecclesiale della famiglia: -La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. Essa adempirà a tale missione: 1) se mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa; 2) se tutta la famiglia si inserirà nel culto liturgico della Chiesa; 3) se infine praticherà una fattiva ospitalità; 4) se promuoverà la giustizia, le buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità-6.

È facile osservare la scansione di questi quattro punti, i primi due riguardanti la vita religiosa della famiglia, la testimonianza data alla fede, gli altri due la testimonianza data alla fede nella vita e nelle opere, l'ospitalità e la promozione della giustizia.

Credo che il ruolo della famiglia oggi nella missione della Chiesa necessiti forse di un salto di qualità, nel senso che quanto più nelle nostre Chiese di antica tradizione cristiana si risveglia e s'innalza in maniera sempre più corposa l'esigenza di un atteggiamento missionario, allora questo movimento influisce anche, ovviamente, sulla spiritualità della famiglia cristiana all'interno di questo suo ruolo nella missione.

Tutti conosciamo l'attività dei "missionari"; la spiritualità missionaria si è sempre fortemente concentrata su questa esperienza di vita e di Chiesa che è la vocazione e l'opera dei cristiani che partono per paesi lontani a portare il Vangelo ai popoli. Tutto questo è legato al presupposto che nei paesi di tradizione cristiana la fede sia condivisa, più o meno da tutti, e che si trasmetta di padre in figlio, per cui la missione è essenzialmente la cosiddetta "missione estera". Ma questa situazione, che ha dominato tutta la vita pastorale delle nostre Chiese nei paesi tradizionalmente cristiani, oggi ovviamente non corrisponde più alla realtà, per cui l'avvicinamento fra la situazione missionaria di paesi cosiddetti non cristiani e l'attività della Chiesa nei paesi cosiddetti cristiani rivelano un'attitudine che si avvicina sempre di più fino a quasi coincidere con problematiche molto più si mili di quanto nel passato potesse mai accadere.

Nei paesi di religione e tradizioni culturali diverse dal cristianesimo la tradizione pastorale è sempre stata quella di mandare i missionari, nel passato esclusivamente preti, religiosi e i religiose: celibi. Credo che oggi la percezione abbastanza evidente sia quella che se la missione non consiste semplicemente nel trasmettere dei contenuti, ma un'esperienza credente allora, chiaramente una missione che abbia per soggetti solo dei celibi è una missione monca, non in grado di trasmettere l'ampiezza, dell'esperienza cristiana. Da questa considerazione consegue, invece, negli ultimi decenni, la presenza missionaria in paesi non cristiani di famiglie.

Se questa però resta per noi qui un'esperienza eccezionale, abbiamo bisogno di trasferire la stessa sensibilità anche all'interno del nostro mondo.

Dicevamo prima che la famiglia è soggetto della missione ecclesiale in maniera assolutamente centrale perché è stata per secoli e secoli il luogo della trasmissione della fede. Quindi il discorso della famiglia e su come trasmettere la fede al suo interno è un discorso fondamentale sul quale portare la riflessione e l'impegno in maniera anche rinnovata sulla base del cambiamento delle situazioni.

Ma il discorso va al di fuori della famiglia cristiana verso il mondo esterno alla fede con l'esperienza dolorosa, ma frequente, da guardare con molto realismo, che il dentro e il fuori ormai si mescolano. Se potessimo fare un'inchiesta, quante sono le famiglie in cui la comunanza della fede tra marito, moglie e figli è completa? O quante sono invece le famiglie in cui non esiste questa comunione di fede completa tra marito, moglie e figli? Se questo fenomeno di una varietà all'interno della famiglia della situazione della fede è reale, e lo è, chiaramente il dentro e il fuori si mescolano: c'è una missione della famiglia all'esterno di sé e c'è una missione della famiglia al suo interno.

Notate che la Familiaris consortio dedica un'attenzione particolare alla casistica, che viene descritta dettagliatamente, che si può verificare e che si verifica di fatto nelle famiglie cristiane. Al n. 53 si indica il fenomeno dei figli che -contestano o addirittura rifiutano la fede cristiana ricevuta nei primi anni della loro vita-. Al n. 54 si indica il bisogno -di una certa forma di attività missionaria all'interno della famiglia-, quando qualche componente di essa non ha la fede o non la pratica con coerenza. Al n. 77 si indica il caso -delle famiglie ideologicamente divise- verso le quali è necessario moltiplicare -le manifestazioni di amore e di rispetto nella ferma speranza di mantenere salda l'unità-. Al n. 78 è indicato il caso delle coppie che vivono il matrimonio misto fra cristiani di diverse confessioni, il crescente numero di matrimoni tra cattolici e non battezzati, con il caso, frequente nelle società secolarizzate, in cui la persona non battezzata non professa alcuna religione. Al n. 80 il problema delle convivenze che, nel 1981, data di pubblicazione della Familiaris consortio, si usava chiamare con l'espressione .matrimoni per esperimento-. Al n. 81 si indicano le unioni libere da qualsiasi vincolo istituzionale pubblicamente riconosciuto, civile o religioso, le coppie di fatto, che a volte derivano da situazioni difficili, economiche, culturali, religiose; e qui il Papa fa riferimento soprattutto ai paesi poveri. Altre volte invece il fatto dipende -da un atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società o dell'istituto familiare, dell'ordinamento socio-politico-. Al n. 82 si nominano i cattolici uniti con solo matrimonio civile; al n. 83 i separati o divorziati non risposati, al n. 84 i divorziati risposati.

La casistica è veramente impressionante e completa e ho trovato interessante il realismo con cui questo documento fotografa la situazione, per trame ovviamente un' esortazione fondamentale ad un atteggiamento prima di tutto spirituale e poi operativo che sia congruo a queste situazioni.

Di fronte a questi dati, che sono dovuti fondamentalmente alla frammentazione di un tessuto culturale prima compatto intorno alla: comune partecipazione alla fede cristiana, credo che nell'elaborare la spiritualità familiare si debba essere molto attenti a considerare l'inadeguatezza del modello della famiglia come piccola Chiesa rispetto al quadro realistico della situazione, nel senso che questo modello si applica e può essere elaborato con grande ricchezza di valori, ma in una sparuta minoranza dei casi dei battezzati. Da parroco ho sperimentato la difficoltà di cui sto parlando, perché se affermo che la famiglia è una piccola Chiesa, allora il mio parrocchiano che ha la moglie atea e i figli in chissà quale situazione verrà a domandarmi chi lui sia, cosa la sua famiglia sia. Occorre quindi molta cautela nel proprio linguaggio. Abbiamo bisogno di elaborare spiritualità e senso ecclesiale per questo tipo di famiglie: fin tanto che c'è un membro della famiglia che è credente, egli ha bisogno di vivere in pienezza la sua vocazione cristiana di famiglia all'interno di una famiglia così.

Per la Chiesa allora si pone il problema di sentire integrate a sé le famiglie con una differenziazione molto ampia dei rapporti. Attraverso il coniuge, il figlio o il genitore credente la Chiesa intreccia un rapporto con il non credente, che si configura con una modalità singolare.

Io parroco, infatti, non posso considerare miei parrocchiani i coniugi battezzati e considerare i loro rispettivi coniugi di altra religione totalmente estranei alla comunità: che apprezzamento avrei così del rapporto familiare? Si creano quindi vicinanze, ma a volte anche una sorta di parziali appartenenze ecclesiali di non credenti attraverso il coniuge credente o di non praticanti attraverso il coniuge praticante. Ad esempio per quanto riguarda la preparazione e la celebrazione del matrimonio religioso si sa che nella maggioranza dei casi la coppia non è omogenea circa la posizione della fede. Chi tra voi lavora nella preparazione dei fidanzati al matrimonio ha a che fare con queste situazioni ogni giorno. Recentemente sono stato a fare un incontro in una parrocchia: su quattordici coppie dodici erano già conviventi. Lo sposo o la sposa di un credente, il padre o la madre di un figlio battezzato, anche se di altra religione o religiosamente indifferente o ateo, non può essere considerato privo di qualsiasi legame con la Chiesa.

Abbiamo del resto qui un testo del Nuovo Testamento piuttosto impressionante ed enigmatico, 1 Cor7: -Se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi; perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente. Altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi-.

Vorrei qui un bravo esageta che ci commentasse questo testo.

Questi rapporti anomali, rispetto a una struttura ecclesiale ideale, ma reali, non possono non determinare il volto stesso della Chiesa, perché la relazionalità in nome della fede la costituisce intrinsecamente. Il cristiano porta nella Chiesa le sue relazioni, non entra nella Chiesa da solo.

Diversamente negheremmo quel principio per cui difendiamo la famiglia, cioè che il valore della persona si costituisce nelle relazioni, quindi tutto il mondo di relazioni del credente implica la Chiesa, la mette in causa. Così pure l'esistenza cristiana di chi vive relazioni così profonde con non credenti da costituirle come relazioni familiari determina globalmente la relazione stessa della Chiesa con il mondo.

Questa, ad esempio, è un'esperienza già affermata nei matrimoni misti tra cristiani di diverse confessioni, dove le famiglie miste sono un luogo ecumenico di enorme importanza.

C'è un problema generale nella Chiesa che non riguarda solo le famiglie: quello dell'accoglienza dei cristiani cosiddetti della soglia, come alcuni teologi li hanno definiti: un'appartenenza alla Chiesa, ma non senza riserve. E oggi tali riserve sono ampie, spesso molto frequenti, ad esempio intorno ad alcune posizioni del Magistero, pur senza che tali riserve portino all'abbandono della fede. Quindi c’è un'accettazione della dottrina che risulta parziale, un'accoglienza del Magistero contrastata. Il fenomeno va allargandosi in forza della non coincidenza tra fede e quadro culturale in cui si vive: è questo il grande snodo su cui ci si inceppa.

Tutto questo produce la necessità di elaborare forme di accoglienza nuove, che non misconoscano quel tanto di scelta per Dio e per Cristo che la persona dichiara di avere e che valorizzino i rapporti che s'intrecciano attraverso l'appartenenza ad una famiglia che comunque è stata consacrata in molti casi dal Matrimonio sacramentale. Attraverso il membro cristiano la famiglia tutta è di fatto tutta coinvolta in qualche maniera nella vita ecclesiale, in una comunione di grazia e in rapporti molto diversificati, meritevoli di attenti discernimenti.

Secondo Familiaris consortio n. 78 si tratta di -mantenere un contatto personale con tali famiglie. I credenti devono essere fortificati nella fede e sostenuti nella vita cristiana, devono essere moltiplicate le manifestazioni di amore e di rispetto, nella ferma speranza di mantenere salda l'unità-.

Infine gli stessi credenti delle coppie puramente conviventi o createsi dopo un divorzio, per quanto moralmente e canonicamente la loro unione sia anomala, non cessano di essere appartenenti alla Chiesa, non solo come individui, ma con tutta la loro situazione di vita.

Vedete come la situazione della famiglia oggi, in questo suo articolarsi in maniera tanto poliedrica, frammentata, complessa, in diversissime situazioni dove il gioco della fede in moltissimi casi non è affatto assente, ma presente in maniera anomala rispetto ai nostri quadri ideali, impegni la Chiesa. Se la famiglia è al suo interno un soggetto assolutamente centrale in forza del suo essere luogo della comunicazione della fede, vedete che riscontri questo ha sulla struttura della Chiesa, come la Chiesa si imposti strutturalmente anzitutto in ordine a questo tema dell'appartenenza. Secondo Von Balthasar il tema dell'appartenenza alla Chiesa è il problema ecclesiologico più duro da risolvere.

Personalmente ho sempre contrastato e contrasterei una certa tendenza integralista o puritana, oggi non rara fra noi, per cui capita che ci si affoghi il diritto, al di là dell'ordinamento canonico, di dire chi appartiene o chi non appartiene alla Chiesa. In realtà è il Battesimo che fa l'appartenenza e poi la professione di fede che, se la persona interessata dichiara di fare, io non posso che prendere sul serio. A quel punto, se il credere non corrisponde più a un unico modulo fisso, perfettamente ortodosso, ma si sposta su vari livelli, diversi fra di loro, contraddittori, questo significa allora che anche i criteri d'appartenenza della Chiesa sul piano giuridico, canonico e soprattutto pastorale hanno bisogno di essere elaborati in maniera adeguata.

Oltre che risorsa, la famiglia, oggi, proprio nei suoi aspetti più problematici, è via per la composizione di un assetto della Chiesa che sia più decisamente aperto all'evangelizzazione. Parliamo moltissimo di evangelizzazione, ne facciamo pochissima: cominciamo dalla famiglia, ripeto, via per una composizione della Chiesa veramente aperta all'evangelizzazione, tanto quanto più disponibile all'accoglienza e al dialogo. L'Apostolicam actuositatem indicava l'importanza dell'ospitalità, non solo in senso materiale, ma anche in senso spirituale: l'accoglienza dell'altro dentro i miei interessi e i miei pensieri.

Una Chiesa chiusa in se stessa che si riducesse a contemplare la propria bellezza di grazia, arroccata per la paura del mondo in una posizione di difesa, non sarebbe in grado di dare testimonianza della fede al mondo d'oggi. E la testimonianza della fede in un Dio tutto particolare, quello di Gesù ucciso in croce che ci ha detto che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio. Allora non ho amato un mondo ideale, ma il mondo reale. Se Dio ha tanto amato il mondo, anche la Chiesa non può fare a meno di amare molto il mondo.

Severino Dianich, Docente di Ecclesiologia presso la Facoltà Teologica di Firenze.

Il testo non è stato composto dall’autore, ma è stato ripreso dalla registrazione.

da: Stile di vita della famiglia cristiana a cura di Niccoli S., Tortalla E. e Tortalla M. Collana Matrimonio, Famiglia e Pastorale n. 23 pg. 307-318

NOTE:

    GIOVANNI CRISOSTOMO, In Genesim, Sermones VI,2; VII,1.
    CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes, n. 48.
    Ivi, n. 47.
    Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Familiaris consortio, n. 1.
    Ivi, n. 15.
    CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Apostolicam actusitatem, n. Il.

Ultima modifica Sabato 25 Febbraio 2012 15:48
Elettra Pepe

Elettra Pepe

Pensionata Scienze Biologiche

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