Domenica, 22 Ottobre 2017
Mercoledì 01 Settembre 2010 08:57

Storie del deserto. Pacomio e l'angelo Azraele (Luca Desiato)

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Una sera prima di addormentarsi, dopo avergli fatto il resoconto della giornata: dallo scorrere delle nuvole alle voci degli uccelli, Apollonio si era accorto che il vecchio Pacomio aveva un aspetto decrepito. La sua lunga barba bianca non scendeva più dritta e fiera fin dentro la cintura ma ciondolava ingarbugliata...

Storie del deserto

 Pacomio e l'angelo Azraele

di Luca Desiato 

Una sera prima di addormentarsi, dopo avergli fatto il resoconto della giornata: dallo scorrere delle nuvole alle voci degli uccelli, Apollonio si era accorto che il vecchio Pacomio aveva un aspetto decrepito. La sua lunga barba bianca non scendeva più dritta e fiera fin dentro la cintura ma ciondolava ingarbugliata. Il suo respiro si era fatto leggero. Essiccato dal caldo ma assai più da un'interiore fatica il vecchio eremita disse ansimando che era venuto il suo tempo, quello di dire addio alla vita e al mondo. Si mise a pregare Azraele, l'angelo pietoso che lenisce i dolori degli uomini spargendo su di essi il balsamo dell'oblio. Quella è una delle creature celesti che dall’Altissimo hanno ricevuto l'incarico di dispensare la felicità che dopo l'ultimo respiro ci attende. E’ lui l'angelo della morte che separa l'anima dal corpo e dà la spinta d'avvio verso l'estremo cammino.

Si racconta che Salomone desiderasse vedere il suo volto, ma quando quello si era avvicinato non aveva potuto scorgerlo ché il suo fiato aveva all'istante dissolto la sua vita. Apollonio accudiva Pacomio. Aveva posto sul suo giaciglio di pelle di caprone una sparsa di erbe secche in modo da alleviarne il riposo. Con un impasto di fichi secchi e datteri lo nutriva, ma anche con certi brodini di carne di grosse lucertole. E una zucca piena d'acqua era sempre pronta in un anfratto della grotta.

Ma il vecchio ogni giorno di più deperiva, e nella sua debolezza proferiva fioche sentenze. « [ ... ] Considera la nostra fragilità. Come noi veniamo al mondo e poco duriamo, e presto ce ne partiamo morendo». «Maestro, tu non morirai». L'altro sorrideva. Era venuto, diceva, il momento di pregare l'angelo Michele che, quando non combatte i demoni, è mandato da Dio a proteggere le anime dei viventi dalla sfinitezza. «In quanto a te, diletto Apollonio, che cerchi Dio nel deserto, ricorda sempre che lui è dentro di noi. Non per rimpicciolirsi nell'angusto confine del nostro essere ma per tirarci fuori da noi stessi>>. Aggiungeva tra pause incerte e un risucchiare d'aria, che questa era una dottrina tramandata, bisognava crederla e affidarsi poiché i segreti dell'Altissimo ci appaiono come piccola luce dentro immensa tenebra.

Pacomio, che credeva fermamente che il discepolo gli fosse stato mandato da Dio per seppellirlo, lo pregò una mattina di salire fino al suo nido sul pinnacolo della vecchia caverna a prendergli un coltelluccio per certi intagli di legno che intendeva fare. Sentendosi prossimo alla fine non voleva che l'altro soffrisse vedendolo morire.

Apollonio uscì di corsa, arrivò sotto il pinnacolo, salì la scala di corda, prese il coltelluccio e discese. Al suo ritorno trovò un corpo morto. Aveva la secchezza di un legno che era stato a lungo accanto all'ardore del fuoco. Gli parve di scorgere nel volto dell'altro la tramutazione in una diversa fisionomia. Un volto che già conosceva. Quello del mercante di granaglie che anni prima l'aveva avvisato di fuggire e salvarsi dalla persecuzione dell'imperatore Decio. Gli stessi occhi color dell'uva passa, le labbra sottili, la stessa cicatrice sulla fronte che gli dava un' espressione di pacato dolore. Allora gli chiuse gli occhi, gli si accoccolò accanto e rimase così tutto il giorno. Verso sera lo avvolse nella sua pelle di caprone e andò a seppellirlo sotto la palma. Vennero giorni di abbandono inerte, di trasognata attesa.

A forza di girare scalzo attorno alla grotta gli erano venuti i calli sotto la pianta dei piedi, due piastre dure come zoccoli equini. La protezione ricevuta dal vecchio eremita adesso la sentiva incompleta. Riteneva di non aver avuto da lui, per una sua stracchezza d'animo e malinconia, la fiducia di cercare senza inquietudine l'Altissimo in quella vampa di deserto. E una mattina all'alba, mentre il sole cominciava ad allagare di luce le sabbie, prese con sé un otre d'acqua, una filza di datteri e se ne partì zigzagando per la rovente piana.

 

(da Vita Pastorale, n. 6, 2009)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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