Martedì, 12 Dicembre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2004 01:28

RAFFAELE

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RAFFAELE

 

Vi proponiamo di meditare:
 

sulla storia di un giovane
che aveva tutto dalla vita,
ma voleva qualcosa di più.
Perse drammaticamente tutto,
ma …

Tracciadi riflessione
   
  Lui stesso ci racconta la sua esperienza

ASCOLTIAMOLO!


Dio sia prima di ogni cosa


    Con l’aiuto della Vergine Santissima, alla quale mi affido prima d’iniziare questo quaderno e con la grazia dello Spirito Santo che, spero, m’illumini perché non cada in nessuna parola contraria alla santa Fede Cattolica Apostolica Romana, voglio scrivere per due motivi:

  1. Perché credo che scrivere e trattare delle cose di Dio rechi un grande giovamento alla mia anima; diviene un’espansione del mio spirito che gode nel parlare con Dio.
  2. Dispongo di tempo e mi sembra che l’uso migliore sia utilizzarlo alla maggiore gloria diDio.

    Se per caso qualcuno finirà per leggere queste righe, chiedo soltanto che siano considerate con tanta carità. Che non si cerchi in esse né dottrina né insegnamenti, poiché non pretendo far questo. Scrivo quello che penso o che mi passa per la mente, con semplicità, senza voler creare chissà quale opera letteraria… Studio la mia anima e le mie impressioni senza un piano determinato, né sistematicamente…Pertanto ripeto che se qualche anima curiosa vorrà leggere — cosa che provvederò perché non accada — la supplico solo di un po’ di carità...e cioè: benevolenza, comprensione; e se gli venisse la voglia di riderne, sappia vedere in esse un’anima che manifesta quello che pensa, quantunque, talvolta, dica forse delle sciocchezze (par.231).
    Sono un trappista ed è come trappista che sento, vedo e ragiono…Il trappista non è un fenomeno raro; non ha nulla di eccezionale o di strano; il trappista in primo luogo è un uomo come tutti, una creatura di Dio come tutti; ha le sue miserie, le sue debolezze, un corpo col quale lotta e un’anima che deve salvare…ecco tutto.
    Dio gli richiede una serie di impegni che sono semplici e piacevoli da compiere sulla terra.
    Il primo e il principale di questi impegni è che il trappista si uniformi alla volontà di Dio, che Dio sia la sua unica cura, il suo unico desiderio, il suo unico amore, la sua unica attività; sia ripieno di Spirito santo e tutte le azioni della sua vita siano dirette esclusivamente verso di Lui, per la Sua maggior gloria e nel Suo nome. Appare così evidente che il compito del trappista è molto semplice, non esige grandi studi e preparazioni, neppure richiede condizioni eccezionali, come molta gente crede, né occorre farsi violenza o annichilirsi, niente di niente…Basta soltanto : “Amare Dio sopra ogni cosa” e questo è meraviglioso! E’ così dolce che si può affermare che il compito del trappista sulla terra, è la più piacevole delle occupazioni, la più divina, la più utile, se mi è concesso usare questa parola. Quante volte sono bramoso (scoppio dalla voglia) di rispondere quando mi chiedono: “Dimmi un po’,che fate nella Trappa?” Perché in fondo è talmente semplice amare Dio e lasciarsi amare da lui: nient’altro che questo.Però, ciò che è l’impegno principale del trappista nel suo monastero, passa inosservato nel mondo, poiché il mondo, così occupato in altre faccende, non lo percepisce. Le uniche cose che il mondo considera di un trappista sono: un uomo che non si lava (che non segue norme igieniche), che mangia solo pane e fagioli, e che non parla mai…Naturalmente, visto solo da questo punto di vista, è un essere strano (par. 232).

    L’altro giorno ho incontrato un amico compagno di collegio, un bravissimo ragazzo e un buon cristiano. Gli dissi che appena mi fossi ristabilito sarei ritornato laggiù, nel mio monastero, e naturalmente ci mettemmo a parlare della Trappa. Ebbene, benché egli volesse in alcun modo offendermi, lungi da lui un simile proposito, mi apostrofò dicendomi che ero un egoista, quasi suicida e persino un uomo sudicio. Tutto ciò non mi recò alcuna offesa poiché capivo che lui vive nel mondo e il mondo è così, non vede altro che la scorza, coglie in ciò che gli si contrappone l’opposto della sua vita facile e comoda, del mangiare bene, del chiacchierare, cantare e ascoltare musica, lavarsi e prendere una doccia…In una parola, occuparsi unicamente del proprio corpo.
    Ma un trappista, che considera il corpo solo un poco di fango che non merita interesse, lo ostacola, lo tratta male e lo domina…Che cosa ci dà mai il corpo? Invece la propria anima cerca di serbarla chiara e risplendente, libera dalla melma degli appetiti umani, custodendola nella quiete, nella pace, nel riposo di Dio, cantando alla Vergine. Tutto ciò il mondo non lo vede perché non può discernerlo, non gli interessa, il mondo è così, …è il mondo…(par.233).

E’ evidente perciò l’incompatibilità dell’amore a Dio rispetto allo spirito mondano. E’ per questo che quando sento dire chenon c’è differenza nel servire Dio nel chiostro o nel mondo, non riesco a non sorriderne, perché per me è chiaro che il mondo è un nemico di Dio e, con un nemico di Dio, non si può fare nessun patto, per piccolo che sia, neppure alcuna concessione, perché se gli si concede il mignolo, in poco tempo ha guadagnato la mano, poi il braccio, e alla fine siamo pieni di lui. Lo spirito mondano s’insinua in ogni luogo e, senza esserne consapevoli, entra nella famiglia, domina la società nei giudizi e nelle opinioni, nelle idee e anche nel modo di considerare Dio… S’insinua anche nei conventi. E, a causa della capacità di infiltrazione che lo caratterizza, è pericoloso. Infatti si scorgono spesso anime molto sante… ancora dominate in parte dal mondo, così pure lo si percepisce negli stessi sermoni e nei predicatori, nei secolari e nei religiosi… e chi si lascia influenzare non se ne accorge (par.234).

    No, servire Dio nel chiostro non è lo stesso che servirlo nel mondo. Nel mondo è molto più difficile. ……



   
No, servire Dio nel chiostro non è lo stesso che servirlo nel mondo. Nel mondo è molto più difficile. Allora eccol’immediata domanda: Sono dunque un vigliacco?… fuggo dal mondo? Forse è pusillanimità, quantunque io consideri che, se nel nostro cammino incontriamo un grande masso che ci ostruisce il passaggio, è segno di buon senso scavalcarlo piuttosto che perdere tempo e forze per cercare di toglierlo dalla strada a forza di mine e di leve. E’ meglio e più sicuro raccomandarsi a Dio,prendere lo slancio e fare un bel salto al di sopra, e non starsene a combattere con l’ostacolo, perché corriamo il rischio di romperci le mani e uscirne pesti dall’impresa. E’ altra cosa se mi si dice che ci si può salvare qua o là, perché salvar la propria anima naturalmente è possibile in qualunque luogo, poiché Dio presta aiuto in ogni posto e, desiderando servirLo con tutte le nostre forze, il luogo, la posizione e le circostanze sono indifferenti. Però io dico che, se quel giovane che si avvicinò a Gesù per seguirlo non si fosse spaventato per il salto che doveva compiere al di sopra dei genitori e dei suoi averi e avesse avuto determinazione e coraggio per balzare al disopra di tutto, certamente Gesù non si sarebbe rattristato. Pertanto, se a qualcuno sembra vile lasciare il mondo e le sue creature per seguire Gesù, è anche vero che a volte lo si è molto di più per non aver il coraggio di spiccare quel salto. D’altra parte, so per mia propria esperienza che rinunziare a tutto non è davvero facile…Comprendo molto bene la perplessità di quel ragazzo che non seguì Gesù perché era ricco; certamente non visse felice in mezzo alle sue ricchezze dopo questo rifiuto dato al Nazareno. E chi può sapere se in seguito quelle ricchezze furono di ostacolo alla sua stessa salvezza? Terribile dovette essere la sua angoscia nel vedersi incapace di abbandonare tutto. E chissà quanto mesto il sorriso del Signore, vedendo che per un pugno di effimeri e miserabili beni quel giovane non riusciva a donargli d’impeto l’intero suo cuore.
    Non giudicare, dunque, o mondo chi per amore di Dio e per salvare la sua anima ti lascia e si allontana. Tu che cosa offri?…Miserie, menzogne, vanità, tutto ciò che è falso e che non dura. Viceversa, Lui, che cosa mi dà? Ah! Quello che mi dà il mio buon Gesù tu non puoi capirlo. Gesù mi dà TUTTO, poiché mi dà il suo Cuore, mi include nel novero dei suoi invitati al gran banchetto. Lascia dunque che Lo segua, non ti intromettere sulla mia strada, poiché quante volte sarà necessario scavalcarti, ti scavalcherò; e se Dio non mi dà la salute per far questo, lotterò contro di te con i piedi e con le mani. Tu sei il nemico di Dio e dunque sei anche nemico mio (par. 235).

    Dio mi ha portato via dalla mia Trappa perché io mi batta contro di te…e dunque, lotterò. Dio lo vuole. E così sia. Talvolta mi hai vinto, ma io non mi sono avvilito; la sconfitta fa assaporare il trionfo. Sono fragile e misero e tuttavia faccio assegnamento su un alleato che tu non hai, e cioè la Santissima Vergine Maria…Con lei giungerò là dove Dio mi vuole, e se tu puoi vincere me, contro di lei invece non puoi nulla.E’ invincibile; il tuo spirito mondano s’infrange contro di Lei; e tutto quello che tu mi offri impallidisce e diviene spregevole quando la santissima Vergine Maria posa su di me il suo sguardo, perché lo so, Ella mi ama tanto (par.236).

    Dunque, riassumendo, che cos’è il mondo e quali sono i suoi pericoli? Lo scrittore inglese P. Faber lo definisce mirabilmente nel suo libro Il Creatore e la creatura e riesce a suscitare nell’animo del lettore una persuasione vera e profonda su ciò che è il mondo:

    E’ un inferno sulla terra, qualcosa a cui è stato negato il sorriso di Dio. Non è né completamente materia, né completamente spirito; non è l’uomo solo,né Satana solo; non è precisamente peccato; è una peste, un influsso, un’atmosfera, una sostanza colorata, una pompa esteriore, un niente, un gusto, una malia, un sistema sfuggente e tuttavia, molto facile da riconoscere; nessuno di questi (elementi) vale da solo, ma tutti insieme.
    La Scrittura lo chiama: mondo; la misericordia di Dio non lo penetra (par.237). Viviamo in esso, lo respiriamo, operiamo sotto la sua influenza, siamo ingannati dalle sue apparenze e senza rendercene conto adottiamo i suoi principi (par.238).
    Ha una voce suadente, maniere affabili, atteggiamenti accattivanti, e un aspetto pieno di bellezza e seducente.In alcune occasioni riesce persino ad acquistare dignità, lo si vedrà rimproverare il peccatore che non rispetta, pronunciare massime sagge circa la correttezza pubblica, e proporrà eccellenti metodi di polizia (par.239).
    Altre volte, avendo buoni principi sulle labbra, discute con pedanteria della vocazione religiosa di una ragazza; dice cose molto belle all’indirizzo di Dio e della santità, raccomandando un prudente rinvio, meno fiducia in se stessi, ecc.

    Così parla Padre Faber nel suo libro, nel capitolo che tratta del mondo. Scrive cose deliziose e tuttavia alla finfine non è che sempre io sia d’accordo con lui.
    Quando analizza in che modo i cristiani debbono considerare il mondo, dice che ci sono due maniere per affrontarlo: uno con un atteggiamento dolente, tutto è male e tutto è peccato, in ogni cosa vi è pericolo, tutto è triste e maledetto…Descrive una sepoltura in un giorno piovigginoso per dare una rappresentazione visiva dello stato d’animo di quelli che considerano il mondo da questo punto di vista (par. 240).

    L’altro atteggiamento è opposto.
    Per renderli evidenti Faber propone come esempio San Bernardo, il profeta che sarebbe il rappresentante di questa prima alternativa e San Francesco di Sales come rappresentante della seconda. Di conseguenza dipinge i monaci lugubri, cupi, privi di gioia. Considera necessaria quest’attitudine verso il mondo per poter essere un contemplativo e dunque il monaco si chiude nel chiostro per pensare con orrore al mondo nel quale non vede null’altro che miserie, pericoli, peccati e maledizioni…
    Eppure, secondo il mio avviso, e quantunque io non sia nessuno per esprimere la mia opinione, credo che non sia così, perlomeno riguardo a me…
    Io vedo la creazione bellissima, godo con le anime degli uomini che amano Dio, la vita non è triste quando si possiede Dio, il sole brilla, mi piacciono i fiori, gli uccelli, i bimbi. Tutto è motivo di lode al Creatore, le stelle, la notte, i campi inondati di luce. Nella Trappa tutto questo è motivo di gioia perché tutto conduce a Dio. Sebbene il monaco, è vero, pianga i peccati degli uomini, canta bensì le meraviglie del Creatore. E’ allegro e felice di vedere la bontà di Dio riflessa nelle creature, di palpare la sua misericordia e l’amore di Gesù. Lo ringrazia di averlo tolto dal mondo pieno di pericoli e di peccati, certo però non c’è unicamente ciò nel mondo. Anche nel mondo vi sono affetti purissimi e gioie molto sante.Non è tutto desolazione e miseria, con le lacrime vi sono anche i sorrisi, e nell’afflizione delle spine i fiori sono ancora più belli (par.241).

    Se il monaco si ritira nel chiostro è per lodare Dio senza impedimenti e distrazioni. La salmodia, il silenzio gli prestano aiuto. Si immerge nel pensiero dei peccati degli uomini per implorare il perdono del Signore; guarda i tanti sventurati che sono sulla terra, guarda pure ai gaudenti, impetrando per tutti misericordia(par.242).

    Quando decisi di entrare alla Trappa non fu certo per fuggire il mondo, rattristato nel costatare che tutto quello che mi offriva era menzogna e raggiro. Io non ero un “disingannato” del mondo,in primo luogo perché per essere disingannato avrei dovuto essere stato ingannato. E, in realtà, il mondo non mi ha ingannato neppure una volta. Inoltre ero appena all’inizio della vita, avevo soltanto ventuno anni e non credo che un così breve lasso di tempo mi avrebbe aiutato ad abbracciare tanta esperienza da poter dire con forza e voce tonante: “Me ne vado nel chiostro perché sono un deluso della vita” e con fare compunto ritirarmi nella solitudine monastica per piangere i miei peccati. Niente di tutto questo. La mia vita fioriva, mi accarezzava, e Dio mi vezzeggiava…(mi coccolava, mi blandiva e mi viziava…). Il mondo non mi ha ingannato perché non lo poteva. Io ne avevo una visione chiara avendo Dio dalla mia parte. Ho un carattere allegro ed ero felice. Me la godevo con la musica e con la natura…neppure ebbi il tempo di conoscere il mondo. Lo vidi da vicino e niente più. Ecco tutto; e tuttavia me ne andai nella Trappa,perché? Secondo il mondo, io non ne avevo i motivi, quelli che il mondo ci attribuisce. Dunque il mondo crede in molte cose che in realtà sono false, visto che io non avevo bisogno, né prima né poi, di cambiare il mio carattere e diventare tetro per essere un buon trappista; tuttavia si deve affermare che l’allegria del jazz è ben diversa dalla gioia di una coscienza nella quale regna Dio. I desideri e l’interesse d’essere un giorno un buon architetto li ho mutati in quelli di assicurarmi un posto nel cielo, amando Dio. E visto che il corpo è solo un poco di fango e non meritava che me ne occupassi, tutte le cure e i riguardi per lui li ho diretti alla mia anima che è immortale. Infine, vedendo chiaramente che Dio mi amava molto più di quanto io lo ricambiassi, decisi di donarmi aLui, corpo e anima, e con i miei sacrifici corporali e spiritualiattendere alla mia e all’altrui salvezza. E’ questo dunque il semplice e chiaro movente che mi spinse ad entrare nella Trappa: l’amore di Dio e non la paura, come pensa Padre Faber. Certo, Padre Faber parla della vita contemplativa in generale e quantunque esaminando bene il suo libro, si giunga alla persuasione che abbia ragione, io voglio confermare che, per quel che mi concerne, l’eccezione nella regola è ben chiara (par.243).

    Tuttavia, ora che dopo essere stato trappista mi ritrovo nel mondo, quanto mi è difficile esprimere ciò che provo! Sono talmente distinte e varie e talmente tante le cause che mi offrono motivo di meditazione…Vivo oramai da alcuni mesi fuori del monastero; guardo, osservo e resto silenzioso, e nondimeno, nella mia anima e nel mio spirito, che da qualche tempo sono diventati molto sensibili, le impressioni si succedono senza posa. Senza volerlo, molte volte paragono la mia vita di novizio cistercense con la vita che mi circonda, è così diversa in tutto: nella maniera di lavorare, di pensare, di esprimere un parere; gli interessi non sono gli stessi, Dio appare lontanissimo. Perlomeno, ciò è quello che appare a me e forse non è la realtà. In ogni caso, non è che Dio si allontani, piuttosto sono gli uomini talmente occupati nelle loro meschine attività che, a poco a poco lo dimenticano…Dio è per loro una “cosa” di seconda categoria…che pena! (par.244).

    Oggi sono uscito da casa in serata. Ho attraversato le strade principali della città e, un poco stordito dalla confusione della folla, delle macchine e delle luci, mi sono diretto verso quello che bramava il mio spirito: la Casa di Dio. Questa era quasi deserta, una devota biascicava orazioni davanti ad un altare mal illuminato, un gruppo di donne bisbigliava preso un confessionale e il Signore, Dio della creazione, Giudice dei vivi e dei morti stava nel tabernacolo dimenticato da tutti. Questo mi fece vergognare,perché io sono uomo e dunque peccatore e quantunque desidererei poter riparare l’offesa di quel Tabernacolo negletto, non posso farlo…E’già tanto che Dio mi ammetta alla sua presenza. Che cosa posso fare io? Povero me! Sono il primo a comportarmi da cattivo figlio verso un tale ottimo Padre. La mia preghiera è così fiacca e incostante, neppure so se giunge fino a Dio. Lo stesso, non per questo mi astengo dal rivolgergliela. Nella pace e nel silenzio del tempio, la mia anima si abbandonava a Dio. Vedevo passare davanti a me tutte le miserie e le sventure degli uomini, gli odi e i conflitti e riflettevo che se questo Dio che si nasconde in un poco di pane non fosse tanto trascurato, gli uomini sarebbero più felici; dunque, non vogliono esserlo. In quel momento ero triste, perché nasconderlo? Forse imiei sentimenti erano influenzati dal grigio crepuscolo di questa umida città; o forse dalla mia anima consapevole dei miei peccati e di quelli dei miei fratelli. Non so che dire. Però la mia tristezza aumentava nella solitudine di quella chiesa. Ricordavo i canti della salmodia della Trappa, avevo presenti i miei fratelli monaci che lodavano Dio e io ero separato da loro e solo: mi vedevo svogliato e indolente nel mio amore a Dio
 …vorrei tanto essere santo e non posso (par.245).

    Quando uscii dalla chiesa annottava. Non volli passare per il centro della città e mi diressi verso i quartieri periferici. In questi, come sempre, si scorge la povertà materiale e morale: le case sudicie e nere lasciavano vedere, di quando in quando, l’interno mal illuminato delle stanze, tanfo di polvere e di umidità; donne scarmigliate che sgridano i bambini che giocano sul lastrico, le strade poco rischiarate e sudicie e i negozi ridotti avani dove si vende unicamente l’indispensabile: pane e ciabatte. Ditanto in tanto una bettola che esala un sentore di tabacco, vino e di pranzo a poco prezzo. Tutto questo sotto un cielo rannuvolato e privo di stelle. Questo è il quartiere popolare, il popolo povero, dove la fame è di casa, dove gli abitanti del centro della città non vogliono passare perché la miseria li annoia. Al centro invece ci sono i negozi di lusso, i palazzi con il portiere e l’ascensore, le insegne luminose dei teatri, e là le automobili lucenti e terse possono scivolare sull’asfalto senza timore di infangarsi o imbattersi nei fanciulli che giocano sulla strada.Tuttavia, tanto i poveri come i ricchi sono figli di Dio, tutti hanno le stesse fragilità e gli stessi peccati. Ma un giorno, quando Dio giudicherà, che sorpresa avremo! La disperazione dell’affamato potrà essere giustificata, ma l’egoismo di chi ha denaro e al quale i poveri danno fastidio, questo non sarà perdonato. Se dimenticano Dio quelli che sono in alto, perché poi ci meravigliamo che si ribellino quelli che sono in basso? Non è possibile andare dal povero a predicare pazienza e rassegnazione senza andare anche dal ricco per dirgli che non se si è giusti e non si dà di quello che si ha, l’ira di Dio cadrà sopra di lui (par.246).



    Andando in giro per questi quartieri mi assalivano molti pensieri di indignazione e di vergogna. Quanto più si esula Dio dalla società, tanto più grande è la miseria. Ese nel popolo — che si definisce cristiano — le creature si odiano a causa della classe sociale e degli interessi e si dividono in quartieri ricchi e poveri, che cosa accadrà il giorno in cui il nome di Dio sarà maledetto dagli uni e dagli altri? Se si sottrae al poverol’idea di Dio, non gli resta nulla: la sua disperazione è giustificabile, il suo odio ai ricchi diviene naturale, il suo desideriodi rivoluzione e di anarchia è conseguenza logica. E se l’idea diDio importuna il ricco che non fa alcun caso ai precetti evangelici eagli insegnamenti di Gesù, allora, che non si lamenti se il suoegoismo gli impedisce di avvicinarsi al povero, e non si sorprenda poiche questi pretenda di strappargli con la forza quello che ha(par.247).

    Osservando quella che è la societàoggi, come potrebbe l’anima di un cristiano non provare dolore,scorgendola in questo stato? Quando penso che tutti i conflitti sociali,tutte le differenze si appianerebbero se guardassimo un poco dipiù verso questo Dio così lasciato solo nella Chiesa cheavevo visitato poco innanzi! Quando percepisco lo spettacolo chepresentano gli uomini, comprendo che gli odi e le invidie, gli egoismi ele menzogne sparirebbero, se si contemplasse Dio. E vedo una soluzione così facile perché gli uomini siano felici e invece, costoro, ciechi o folli, non ne vogliono sapere. E allora non posso non esclamare: “Oh Signore, Signore, guarda il tuo popolo che soffre. Gli uomini non sono cattivi, Signore,ma se tu li abbandoni, chi potrà sussistere?”. Che possiamo fare da soli? Niente, assolutamente niente. Se tu, per un solo istante, distogliessi il tuo sguardo dal mondo, esso ricadrebbe nel caos…Perdonaci, Signore! (par.248).

    Da quando sono uscito dalla Trappa non odo che frastuono. L’unica musica che non mi disturba è la preghiera. Ma di questa nel mondo se ne sente poca. Tutto il resto è rumore; molta gente m’interroga a proposito del silenzio della Trappa e io non so che rispondere perché il silenzio della Trappa …non è silenzio, è un concerto sublime che il mondo non avverte. Ed è questo silenzio che dice: “Non far rumore, fratello, perché sto parlando con Dio”.
    E’ il silenzio del corpo che lascia che l’anima goda della contemplazione di Dio. Non è il silenzio di chi non ha niente da dire, bensì il silenzio che custodisce molte cose meravigliose nel suo intimo e tace, perché le parole, che sempre sono impacciate, non corrompano il dialogo con Dio. E’ il silenzio che ci fa umili, pazienti, che partecipa unicamente a Gesù la propria pena, affinché anch’egli silenziosamente la risani senza che gli altri se ne accorgano…
    Il silenzio è necessario per la preghiera, con il silenzio è difficile mancare di carità. E’ il silenzio che esprime meglio di molte parole la gratitudine per la gentilezza e l’amore d’un fratello.
    Il silenzio è tutto nella vita contemplativa. L’unico motivo per cui un trappista apre la bocca è per lodare Dio. Per questo, ora che sto nel mondo, la più lieve alterazione del silenzio mi sembra rumore a volte inopportuno. Qui, nel mondo, invece, è il contrario: a chi vuol parlare di Dio tutti chiudono la bocca (par.249).

    Io mi raffiguro tutta l’umanità in una grande valle, immensa e piena di sole. Tutti gli uomini sono lì.Vanno e vengono, si muovono e gridano. Dio sta in alto, su una montagna dalla quale domina una valle più immensa del mare. Gli uomini e le donne che vi dimorano vedono la sommità del monte dove sta Dio, senza peraltro vederlo…Dall’immensa moltitudine che è l’intera umanità, giunge alla vetta del monte dove dimora Dio un fragore come di tuono…Sono le conversazioni umane, la musica mista a grida di guerra, sospiri di dolore e gioia, rimbombi di tamburi, fischi di fabbriche, di motori elettrici, schiamazzi delle piazze e dei circhi, milioni e milioni di discussioni, conversazioni, conferenze,cinematografi e teatri; tutto questo vociare che farebbe ammattire chiunque giunge alla cima del monte. Però lì si arresta.Dio non lo ode. Tutto questo baccano lo disdegna, l’offende e non lo ascolta. E allora, che cosa ascolta? Perché mai Dio non cancella con un soffio tutta questa moltitudine che non produce altro che un frastuono intollerabile? Sembra quasi che qualcuno lo trattenga, qualcuno che Egli ascolta con diletto. E’ un mormorio? No. A mala pena si ode…Allora, che cos’è? Osserviamo attentamente gli uomini della valle e ne vedremo alcuni che non altercano, non discutono, non corrono, non picchiano martellate. Che fanno? Sembra che non facciano niente. Sono silenziosi e inginocchiati. Gli altri li guardano e si meravigliano; a volte li disturbano con i loro movimenti o si burlano diloro oppure li tolgono di mezzo. Però quelli continuano a tacere e rimangono in ginocchio… Andiamo dunque da costoro e chiediamo loro: Insomma, che fate? Perché non vi unite a noi, per il progresso, per la civiltà? Ed essi ci rispondono: “Taci fratello, non far rumore perché sto parlando con Dio” (par.250).
    Che sarebbe del mondo senza la preghiera? Se l’unica cosa gradita a Dio, l’unica che Gli impedisce di spazzare via l’umanità, sparisse? Perché dunque il mondo si meraviglia che alcuni uomini pieni di buona volontà ne siano immersi e si genuflettano, elevando il loro cuore a Dio? Li credono inutili? Li definiscono egoisti, folli, perdi tempo…però non è così: coloro che si dedicano alla preghiera, sono gli unici che sanno ben impiegare il tempo… E il vaniloquio degli uomini e le loro banalità, questo sì è pura perdita di tempo. Un giorno lo vedranno. Quel fratello converso poco colto, semplice, che nel convento silenziosamente prega le sue “Ave Marie”, sta contribuendo alla“pace universale”, più di tutti i discorsi pronunciati dai membri della Società delle Nazioni fin dal tempo che la fondarono. Sembrerebbe un’esagerazione, eppure è la pura verità e io ne sono convinto. E il giorno non tarderà, lo vedremo tangibilmente. Quando scorgo gente buona e cattolica che tuttavia disdegna l’orazione come attività secondaria mentre è il contrario, è l’essenziale, mi viene voglia di dirgliene tante…però taccio. Anche Marta tacque quando, dopo aver detto a Maria, seduta ai piedi di Gesù, che non faceva nulla di utile, al posto di lei rispose il Divin Maestro mostrandole che Maria aveva scelto la parte migliore e cioè la parte che Gli era maggiormente gradita. Non è che io creda che coloro che lavorano nel mondo per la gloria di Dio non facciano nulla, oh no!, è il contrario. Voglio soltanto dire che se non pregano, è tutto tempo perso. E’cosa buona predicare e darsi da fare, però, se ogni tanto non si inginocchiano pregando Dio in silenzio, corrono il pericolo che alle loro attività si uniscano attività mondane e allora ciò che ne risulta è solo rumore. Rumore che non giunge aDio e pertanto, tempo perduto (par.251).
 
   Queste cose che scrivo così come mi vengono forse non sono pensieri profondi, né perspicaci. Lungi da me supporli tali, quello che voglio è che riflettano fedelmente quello che penso, il mio modo di sentire e di guardare le cose. Quando prendo la penna e mi raccolgo un momento per sapere quello che sto per dire, mi accorgo che il mio unico motivo è parlare di Dio e sempre di Dio…Mi sento  talmente inetto che mi viene voglia di chiudere il quaderno e lasciarele pagine in bianco, perché così esprimerebbero sicuramente con più forza delle mie inadeguate parole la grandezza di Dio, la sua immensità, la sua potenza infinita, il suo eterno amore. D’altra parte non scrivo perché altri mi leggano; esso è un mezzo per dialogare o, per meglio dire,è un monologare, un effondermi, un confidarmi con Dio, come se fosse Colui al quale sto scrivendo. I miei scritti sono contemporaneamente considerazioni intime e preghiera a Dio. Le impressioni per quello che gli occhi mi riferiscono del mondo in cui vivo, mi giungono attraverso il prisma di Dio. Non posso vedere diversamente, e neppure lo voglio…
    Se mi emoziona un paesaggio è perché in esso vedo Dio, come i colori, i venti, il sole sono Sua opera.Lodiamolo, dunque (par.252).

    Nelle creature, cioè negli uomini come negli esseri irrazionali, anche in loro vedo Dio: nella grandezza della loro anima, per lodarLo o nella miseria dei loro corpi per implorarlo. Anche le attività della vita vedo in relazione a Dio. Un atto in sé non ha alcun valore se non rimanda ad un fine; l’atto sarà buono se il fine è buono, viceversa è cattivo se il fine è cattivo. Naturalmente è buono se il fine è Dio e cattivo il contrario. Visto che l’unico che mi interessa è Dio, se esamino un fatto o una suggestione dei miei sensi o un avvenimento che mi impressiona, come primo moto cerco Dio. Analizzo le mie idee per poter, in loro, imbattermi in Dio. A Lui indirizzo le mie azioni perché a Lui mi conducano. E questo è talmente facile! Anche il mangiare, il ridere, il parlare tutto, tutti i gesti della vita corrente possiamo dirigerli a questo fine. Risultato: facendo tutto per Dio, tutto diviene buono e attraverso i più insignificanti contrasti della vita possiamo elevare il cuore a Dio e raccomandargli tutto. Però Signore, tu sai che quantunque questo sia il mio desiderio, quante e quante volte dimentico che esisti e mi comporto come se Tu non mi vedessi. Quante volte al termine del giorno mi accorgo di aver parlato senza tenerti presente, e mi sono occupato in mille lavori che, pur non essendo cattivi, non avendoteli offerti hanno perso tutto il loro valore. Signore, se Tu sei tutto, com’è possibile che, sia pure per un momento, ti dimentichi? Ah! Signore, e fosse solo il dimenticarti! Questo ancora non è niente ,ma…offenderti? Tiriamo il sipario, il passato passò, ora permettimi di restare alla tua presenza, e magari avessi le lacrime del re David, che ponendosi dinanzi a Te ricordava i suoi trascorsi e l’angoscia gli opprimeva il petto e di tanto piangere non trovava riposo nel suo letto (par.253).





    Signore guardami bene e sebbene non meriti che tu mi dia ascolto e io sia occupato in mille uffici e faccende, ti accorgerai che il mio spirito è rivolto a Te. Ma se talvolta mi distraggo e le creature mi allontanano anche un solo momento da Te, tieni conto che sono fragile, il mio cuore è umano e sono un uomo carico d’imperfezioni. Il mio desiderio è vederti in tutto quello che mi circonda, non pensare che al tuo amore infinito per me e averti sempre presente, anche nel sonno come nella veglia, quando rido e quando piango, desiderando che tutto sia finalizzato a Te. Tutto mi manchi, purché non manchi tu, poiché avendo Te ho tutto il resto (par. 254).
    Una sola cosa mi fa soffrire del mondo: la dimenticanza del Creatore da parte delle creature… Io che lo conosco e lo frequento, provo grande pena per l’ingratitudine degli uomini, scuso i loro peccati, procuro di riparare le offese. Oh! La dimenticanza e l’ingratitudine, come non sentirne il dolore scorgendo figli che dimenticano il loro Padre, che non lo amano e non lo conoscono? Mi sembrano così logici gli slanci di quei santi che gridavano perle strade e le piazze il nome di Gesù Cristo e non so come potevano non impazzire vedendo che gli uomini non vi facevano nessun caso…Un San Francesco che predicava agli uccelli e ai pesci, lo capisco bene…Che pena, Signore, che pena…e che io non possa far nulla! (par.255).

    Una cosa mi mette in allarme e mi fa molto soffrire: la mia eccessiva sensibilità. Ogni pur piccola cosa mi dà godimento, il più piccolo contrattempo mi fa piangere.
    Questo dimostra quanto sono indietro nella virtù. Quando un fratello, senza volerlo, in una certa occasione toccò una fibra molto intima della mia anima piansi amaramente; e quelle lacrime che, all’inizio credevo sgorgassero nel vedermi umiliato,in seguito, riflettendo sull’episodio, vidi che erano impregnate d’un poco di superbia. Sono come una chitarra molto accordata alla quale vibrano le corde al più lieve soffio dell’aria o anche se minimamente sfiorate. Debbo acquistare forza: le anime che si consegnano a Dio non piangono se qualcuno le offende. E che forse non flagellarono Cristo? Quello che veramente posso attestare è che mai conservo rancore a nessuno e neppure pretendo scusarmi. E mi spiace molto di più la mancanza di carità che il fratello ha commesso nei miei riguardi che la mia propria offesa. Dobbiamo prendere a modello Gesù, che mentre lo crocefiggevano chiedeva perdono per i suoi nemici…Questo solo Dio può farlo, e questo Dio è Gesù Cristo. Invece noi, vili peccatori, soffriamo quando ci umiliano e piangiamo quando ci offendono mentre dovrebbe essere tutto il contrario: godere quando qualcuno, per un motivo qualsiasi o senza alcun motivo, ci fustigasse o ci ferisse. Tuttavia quest’attitudine non ce la possiamo dare e si ottiene solo con la virtù. E quando la virtù non si possiede, queste lacrime sono molto umane…
    Però Signore, che cosa merito o? Solo il disprezzo e l’indifferenza degli uomini, Tu lo sai bene; e mi spaventa pensare che tutta la stima che il mondo mi porta potrebbe essere il motivo per cui Tu mi ritenga ricompensato già ora sulla terra; mentre poi mi presenterò a Te quale veramente sono e quale il mondo ignora. Pertanto Signore, sia il mondo a disprezzarmi perché davanti a Te siano cancellati i miei grandi peccati.
    Compi questo per me, Signore, ti prometto di non piangere più! (par.256).


 Da:HERMANO RAFAEL ARNAIZ Y BARON
UN’ESPERIENZA SPIRITUALE: APOLOGIA DEL TRAPPISTA
 MANOSCRITTODI FRA’ RAFFAELE ARNAIZ Y BARON
(SCRITTO IN OVIEDO)

     Raffaele Arnaiz y baron nacque a Burgos il 19aprile 1911 da una famiglia dell’alta borghesia. Giovane studente di architettura, dotato di ingegno artistico per la pittura e la musica, entra a 21 anni nel Monastero Cistercense di S. Isidro a Venta de Banos. A 23 anni si ammala di diabete mellito ed è costretto ad uscire dal monastero più volte. Rientrerà come oblato e morirà il 26 aprile 1938.
    E’ stato beatificato da Giovanni Paolo II il 27settembre 1992.


MOMENTO DI SILENZIO

Circa 10 minuti


DIBATTITO

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Ultima modifica Martedì 12 Gennaio 2010 19:39

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