Giovedì, 14 Dicembre 2017
Lunedì 20 Dicembre 2004 01:31

L’albero guarito

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L’albero guarito

a cura di Lucia  Nocilla 

 Prima Parte
 
C’erano una volta un uomo e la sua sposa, che si chiamavano Silvio e Piera. In un bel pomeriggio d’estate camminavano per una delle tante stradine nei dintorni della loro casa.

- Guardate, Piera non sta bene — sussurravano tra loro gli alberi che costeggiavano la stradina, nel linguaggio misterioso delle foglie mosse dalla brezza.


   
    Infatti Piera camminava lentamente, si fermava spesso ansando, si appoggiava sempre a suo marito. Un solo albero non si accorse di loro: era un ontano, giovane ancora, che da parecchie settimane lottava contro la morte; infatti centinaia di migliaia di larve d’insetti si erano stabilite tra le sue foglie, intessendo tra di esse fitte ragnatele e divorandole. L’ontano soffriva indicibilmente, si sentiva ogni momento soffocare perché, con le foglie così mal ridotte, non poteva più respirare. Stremato com’era nello sforzo di sopravvivere, non si accorgeva né del vento, né dell’allegro stormire dei suoi vicini, né tanto meno delle due persone ferme accanto a lui. Esse invece lo osservarono con tenerezza.
- Guarda, Silvio, quell’albero è mal ridotto come me —mormorò Piera. - Chissà se guarirà — risposeSilvio, e — Chissà se guarirete — aggiunse guardando conindicibile amore la donna affranta che si appoggiava a lui.

    Dopo qualche giorno Piera e Silvio tornarono in quel luogo. Lei tossiva e aveva il fiato grosso, lui la coccolava, la sosteneva, la incoraggiava.

- Guarda quel povero albero, è sempre mal messo come me —osservò Piera appena riuscì a recuperare un po’ di fiato.

    Silvio lo guardò tristemente, poi ad un tratto gli occhi gli si illuminarono.

- Guarda, Piera, qui di fianco: c’è un rametto tutto verde,libero da quegli orribili vermi; forse l’albero ce la farà, vivrà ancora.

    Per la prima volta in tanti mesi di sofferenza, una speranza reale si fece strada nel cuore della donna, che traboccò di un’emozione improvvisa e profonda. Silvio sedette accanto a lei e rimasero in quel luogo silenziosi, tenendosi per mano e guardandosi.

    Gli alberi stormirono allegramente. Una betulla bambina si esibì in un numero che aveva appena imparato,cioè fare brillare la parte inferiore delle sue foglie con riflessi meravigliosi usando opportunamente la corrente del vento. Perfino il giovane ontano si accorse di loro, ora che era meno oppresso dal soffoco per via di quell’unico ramoscello verde che respirava.Quando vide l’uomo e la donna avviarsi lentamente per tornare a casa, sperò di rivederli; quando li vide scomparire dietro la curva, si diede da fare con tutte le sue forza per buttare fuori altri germogli.

    Piera e Silvio tornarono in quel posto ogni volta che le forze di lei lo permettevano. Però, per un’amara ironia del destino, man mano che l’ontano si riprendeva, la donna era sempre più sofferente.

    Venne il giorno in cui il giovane albero si ricoprì di nuovo del suo manto verde, anche se i segni della passata malattia erano ancora ben visibili su molti dei rami disseccati; ma quelle larve voraci erano scomparse, e delle fitte ragnatele era rimasto solo qua e là qualche filo bianco , che la prima pioggia avrebbe definitivamente portato via.

    L’autunno era appena cominciato, ma il freddo si fece sentire pungente. Una mattina, in cui il sole non riuscì a penetrare la spessa coltre di nubi, inaspettatamente, perché non succedeva mai con il tempo brutto, i due sposi arrivarono. Piera ansava come non aveva mai ansato, Silvio aveva dipinti sul viso un’angoscia e un dolore indescrivibili. Occorse tantissimo tempo alla donna per riuscire a parlare.

- Guarda, l’albero è proprio guarito — disse con l’ombra di un sorriso, così piano che le verdi creature faticarono a sentire

- E’ vero — assentì Silvio, e soggiunse: - Sono tanto contento, sai, mi fa sperare bene per te.

- Quanto deve amarla — pensò un vecchio salice, a cui il tronco si era spaccato nel mezzo per il gran pensare — Perché solo chi trabocca di amore può ancora sperare in simili circostanze.

    Silvio si avvicinò all’ontano e ne carezzò le foglie che cominciavano ad ingiallire per il primo freddo; poi ne staccò due rametti, tornò vicino a Piera allegro come un ragazzino che abbia fatto una grande scoperta.

- Questo rametto più lungo sono io — dichiarò — e questo più corto sei tu. Domani torneremo in città e ci ricorderemo dell’albero guarito. I rametti staranno in un vasetto vicino al tuo letto e ti aiuteranno a riprenderti.

    Piera cercò di rispondere ma non riuscì a causa di un accesso di tosse. Quando si calmò, si aggrappò al suo sposo per alzarsi e a stento sussurrò:

- Torniamo a casa…

    Si avviarono lentamente giù dalla stradina; l’ontano aveva una gran voglia di piangere, e due lacrime di linfa uscirono dalle cicatrici lasciate dai rametti spezzati. La betulla bambina tentò i soliti giochetti con le foglie ed il vento, ma smise subito perché il sole non c’era. Il vecchio salice pensò, pensò e pensò che: l’amore e la morte sono terribilmente difficili da conciliare, e la spaccatura nel suo tronco scricchiolò.



   
    Ogni volta che in paradiso passa una cometa, cosa che succede sovente, il Signore riceve i suoi messaggeri, gli angeli custodi, per dar loro consigli se sono in difficoltà. E certe volte ci sono delle code che non finiscono più, perché gli uomini, si sa, danno un mucchio di gatte da pelare.
   
    Quel giorno in particolare in coda c’era anche Celestino, un angelo invidiato da molti altri, perché era stato destinato a Silvio: da piccolo era tranquillo, e l’angelo aveva dovuto darsi da fare sul serio solo quella volta in cui si era appeso al lampadario con le sorelline per giocare alla giostra. Da ragazzo e da giovane aveva dovuto stargli ben vicino quando aveva imparato a fare il rocciatore. Da uomo gli bisbigliava una parola dolce quando litigava con la moglie sui parenti o su Mussolini. Da nonno dava una mano agli angeli custodi dei nipotini che portava a spasso perché non si cacciassero nei guai. Insomma, nel complesso non c’erano stati mai problemi, quindi perfino Dio fu stupito nel vederselo davanti,preoccupato ed incerto.

- Signore, con Silvio non so proprio cosa fare — esordì Celestino quasi balbettando.

- Non dirmi che Silvio ha preso una brutta strada: per caso non paga più le tasse? O si è messo a fare l’autoritario? O non compie più il suo dovere sul lavoro? O non ama più figli e nipotini?

- No no, niente di tutto questo; solo che, da quando hai guarito sua moglie dalla sua malattia chiamandola vicino a te, soffre talmente che io non so come consolarlo. Ogni mattina il suo cuscino è bagnato di lacrime, non mangia più, non dorme più, ed io non gli servo a nulla.

- Caro Celestino, sai che il dolore è una condizione della vita umana, perché ogni sofferenza si trasformerà in gioia; ho visto perfino un uomo che scriveva: “Il dolore è lo scalpello che scava il posto per la gioia”. Apposta ho mandato mio figlio sulla terra per avvisare tutti: Beati quelli che piangono perché saranno consolati. A quanto mi risulta, Silvio è intelligente, e deve capire queste cose. Tu aiutalo; adesso va’, perché ci sono ancora molti tuoi colleghi che hanno bisogno di consiglio.

Ma Celestino non si muoveva.

- Signore, forse non mi sono spiegato bene. Tu puoi chiedere di capire ad un uomo che sia in grado di capire. Forse, ancora più del dolore, il problema più grande per Silvio è la stanchezza: vedessi come si è ridotto a forza di non mangiare né dormire.

Dio sorrise, e Celestino si sentì rassicurato ancora prima che parlasse, perché quando egli sorride ha sempre qualche ricetta miracolosa.

- Le tue parole mi fanno ricordare quanto fossi stanco dopo aver creato il mondo. Che giorni furono quelli! Il settimo giorno mi riposai, ma non rimasi senza far niente. Sai come trascorsi quel giorno?

Non solo Celestino, ma tutta la fila di angeli pendeva dalle labbra di Dio per sentire questa straordinaria rivelazione; già, nessuno se l’era mai chiesto: cosa aveva fatto Dio nel giorno di riposo?

- Cosa facesti? — chiesero.

- Ascoltai la musica del creato: l’acqua, il vento, gli animali affaccendati, e il silenzio, soprattutto.

- Il silenzio!?

- Sì, proprio il silenzio, che serve ad unire tutte le musiche e dà armonia a tutto, anche ai sentimenti. La musica sola non basta, ci va qualcosa che tenga insieme tutti i suoni, e questo è l’armonia. Se un uomo coglie l’armonia risolve tutti i suoi problemi, anche se, ricordatevelo sempre, potrà ancora soffrire.Il settimo giorno io ho ascoltato la musica e dopo ho infuso l’armonia.

- E Silvio dunque? — Celestino corrugava la fronte per capire bene.

- Silvio, come ogni uomo, se è stanco deve fare come ho fatto io: ascoltare la musica e trovare l’armonia.

- Sembra facile — obbiettò l’angelo — ma tu sei tu, mentre Silvio è solo un uomo.

Dio sorrise.

- So che non è facile, ma lui può, perché io l’ho fatto a mia immagine e somiglianza. Sta a te aiutarlo a credere ciò e a realizzarlo.

    Celestino volò veloce sulla terra, impaziente di mettere il pratica il consiglio ricevuto, e con lui volarono via quasi tutti gli angeli della fila con lo stesso progetto.

    Le schiere dei beati, che avevano assistito a tutta la scena, sorrisero felici. Tra di loro in particolare fu felice Piera: sapeva che Silvio avrebbe come lei capito l’armonia che esiste tra le larve d’insetti e i germogli di un albero, tra la gioia e il dolore, tra i suoni e il silenzio, tra la vita e la morte.

 

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Ultima modifica Domenica 06 Marzo 2011 16:55

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