Lunedì, 21 Agosto 2017
Lunedì 24 Dicembre 2012 04:30

Un canto per cominciare

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FRANCO GOMIERO

Parliamo del canto d'inizio della celebrazione eucaristica. Nel repertorio gregoriano (Graduale Romanum e Graduale Simplex) questo canto si chiama Antiphona ad Introitum o anche solo Introitus. Nel Messale gregoriano di Solesmes (1996) è tradotto Canto d'ingresso.

È il canto che accompagna la processione di ingresso del celebrante e dei suoi ministri e introduce alla celebrazione eucaristica. Nella sua formulazione testuale appartiene al Proprio della messa, per cui varia a seconda dell'occasione liturgica celebrata.

È un canto funzionale, nel senso che ha lo scopo di dare inizio alla celebrazione, favorire l'unità dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività. Esso normalmente viene eseguito mentre si svolge la processione d'ingresso dei ministri all'altare.

Per comprenderne il contesto in cui è nato, bisogna immaginarsi la solenne liturgia papale in una delle grandi basiliche romane, con un numeroso clero e cantori specializzati. Trattandosi di una manifestazione importante della chiesa, era ovvio che dovesse rivelarsi nella forma più vistosa. Nel suo svolgimento i partecipanti a questa processione iniziale non recitavano in un primo momento nessuna preghiera, ma dei cantori destinati a questo, cantavano un salmo, quello dell'ingresso, come analogamente faranno in seguito per il salmo dell'Offertorio e per quello della Comunione; terminato il salmo, l'ingresso si conclude con la preghiera, come si addice all'adunata per qualsiasi servizio divino, preceduta dalla preghiera del popolo nel Kyrie e nel Gloria.

In altre parole, tale atto di preghiera è provocato dall'ingresso in basilica. E tale ingresso non dev'essere posto in rilievo soltanto dal canto, ma deve rivelarsi subito come introduzione alla preghiera, come un presentarsi alla maestà di Dio, e precisamente in modo che la comunità convenuta levi la voce nella preghiera e il sacerdote che la guida raccolga il suo grido e concluda nell'orazione. Così lo descrive Amalario nel IX secolo:

Officium quod vocatur Introitus missae habet initium a prima antiphona, quae dicitur Introitus, et finitur in oratione quae a sacerdote dicitur ante lectioneml1.

Poi finì per essere parte di un complesso di elementi sovrapposti, privi di una stretta logica rituale, che precedevano le letture e che andavano dal piccolo o grande corteo d'ingresso del sacerdote e dei ministri, la lettura dell'antifona d'introito dal Messale, in cornu epistulae (lato destro), anche quando era intonato dai cantori, facendo il segno di croce, il Kyrie, il Gloria e l'oratio, fino alle più tardive preghiere ai piedi dell'altare, perdendo di vista l'azione ecclesiale più importante, a cui tutto in qualche modo, canti e riti, avrebbe dovuto preparare, ossia l'orazione, preceduta dal Dominus vobiscum e dall'Oremus, con cui il celebrante prendeva la parola davanti alla comunità riunita2.

1. La forma musicale dell'introito

Il testo dell'introito è generalmente composto da una citazione della sacra Scrittura e da un salmo o almeno un versetto con il Gloria Patri, raramente è una composizione ecclesiastica, comunque manifesta uno stretto legame con le letture che seguiranno e il mistero che viene celebrato. Spesso è proprio il canto dell'introito a dare il nome alla messa del giorno. Ricordiamo alcuni esempi particolarmente significativi come la messa dei defunti, detta Requiem, la prima domenica di Pasqua detta Resurrexi, la seconda domenica di Pasqua detta Quasi modo dall'introito Quasi modo geniti infantes, le domeniche Gaudete (terza domenica di Avvento) e Laetare (quarta domenica di Quaresima), il Puer natus di Natale, ecc. Attraverso questo canto viene enunciato con semplicità e maestria il motivo dominante della convocazione liturgica.

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l AMALARIO, Liber officialis III, 5, 1 (HANSSENS Il, 271).

2 Cfr. J.A. JUNGMANN, Missarum sollemnia (Edizione anastatica), Àncora, Milano 2004, 223ss.

Le melodie gregoriane degli introiti sono di genere semiornato per la schola, i melismi non superano le due o tre note, i neumi di ogni sillaba non sono composti da più di due o tre dementi neumatici. Si ricollegano al genere antifona e rispecchiano tutti i modi dell' octoechos.

La sua forma consiste nella ripetizione di un'antifona, ossia un breve versetto melodico, intervallata dal canto di un salmo, secondo lo schema antifona - versetto salmodico - antifona - dossologia - antifona. Il canto viene prolungato per il tempo che dura la processione del celebrante e dei suoi ministri. Anche i versetti salmodici sono cantati con il tono solenne.

2. I nuovi canti d'ingresso

La possibilità di sostituire l'antifona d'ingresso gregoriana, sia nella forma ornata, sia nella forma del Graduale simplex, ha aperto un fronte completamente nuovo e inedito. Secondo le disposizioni dell'Ordo Missae, infatti, per il canto d'ingresso si può utilizzare sia l'antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale Romanum (l'edizione pubblicata secondo le nuove disposizioni liturgiche del Missale Romanum 1975) o nel Graduale Simplex (1975), oppure un altro canto adatto all'azione sacra, al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza episcopale, così come prevede l'Istruzione sulla musica nella liturgia Musicam sacram3. Dovrebbe essere eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola.

Inizialmente, allo scopo di favorire il canto dell'assemblea, sono state proposte delle forme molto semplici: un ritornello e dei versetti, che orientavano i fedeli al senso della convocazione e della festa. I più anziani ricorderanno i canti della Messa Parrocchiale di P. Damilano e A. Gazzera, i canti di L. Migliavacca, i 30 Salmi e cantici di J. Gelineau. Ma anche le proposte di M. Bonfitto, D. Machetta, P. Comi, L. Deiss e altri, che hanno conservato la forma ritornello-versetti e anche il riferimento biblico espresso non in maniera letterale, ma con una certa libertà letteraria.

Durante gli anni '70 del secolo scorso molti giovani nelle' chiese cominciarono a usare chitarre elettriche, organi elettronici, tamburelli e batteria. Il gusto musicale della discoteca e del juke-box entrò anche nelle chiese, rivoluzionando la concezione classica del canto ecclesiastico e facendo scoppiare polemiche e condanne a non finire, tutt' altro che spente. Dopo vari decenni di canto gregoriano, di musica polifonica palestriniana e perosiana, quasi contemporaneamente ai tentativi suddetti di offrire alla nuova liturgia nuovi canti, semplici, di tipo modale, in forma responsoriale per favorire la partecipazione dei fedeli, ma sempre legati allo stile classico o vicini al recitativo, irrompe la 'moda' del canto ritmato con accompagnamento di chitarra elettrica e altri strumenti in uso nella musica beat e pop. Il nuovo gusto musicale da una parte e l'incapacità di produrre cose migliori dall'altra, hanno fatto accantonare l'esistente che, per quanto semplice, comunque rispettava il significato di questo primo intervento cantato, e cominciarono a diffondersi canti sempre più generici, per lo più a strofe e pur sempre con una strofa-ritornello, spesso senza alcuna connotazione liturgica riguardante l'inizio della celebrazione e l'evento o la festa che si veniva a celebrare. Si cominciò a cantare quello che si sa e piace, senza badare troppo né al contenuto testuale, né alla struttura musicale. Non è nata una nuova forma musicale per il canto d'inizio, magari con qualche peculiarità, che lo distinguesse da altri canti. Semplicemente si è cercato qualche canto che potesse starci, o perché capace di creare un'atmosfera di festa, o perché abbastanza vivace e brioso.

Oggi occorre, ovviamente, riequilibrare questa nuova e infausta situazione. La facoltà di utilizzare dei canti diversi da quelli del repertorio gregoriano molto probabilmente è stata interpretata in maniera molto larga e fuori da ogni indicazione formale e di contenuto. Si trattava di canti che ancora non esistevano e che bisognava inventare, per favorire la partecipazione dei fedeli. Però non era stata dettata la forma musicale. I primi esempi, comunque, sembravano funzionare, sia quelli in forma antifonica (sul tipo Al tuo santo altar), sia quelli in forma innica (sul tipo Noi canteremo gloria a te), sia quelli in forma strofa-ritornello (sul tipo Chiesa di Dio). Il problema nasce quando i primi canti cominciano a stufare e si va in cerca di composizioni nuove, più conformi ai gusti musicali delle nuove generazioni. Molto spesso, però, la scelta dei canti nuovi messi in circolazione è affidata a degli sprovveduti in materia liturgica e il canto d'inizio finisce per restare nell' anticamera della celebrazione. Fare cantare un piccolo o anche grande gruppo di persone, a seconda del genere di assemblea, ma non fa iniziare la celebrazione. Diventa in qualche modo un canto fine a se stesso, dal quale raramente e molto difficilmente si potrebbe partire per annunciare il senso della convocazione e l'evento-mistero che ci si appresta a celebrare.

Dove è avvenuto questo, occorre fare una specie di reinvenzione, elaborata su dei criteri oggettivi, corrispondenti al nuovo progetto liturgico nel quale esso si colloca.

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3 «L'uso legittimamente vigente in alcuni luoghi, qua e là confermato con indulto, di sostituire con altri testi i canti d'ingresso, d'offertorio e di comunione che si trovano nel Graduale, può essere conservato, a giudizio della competente autorità territoriale, purché tali canti convengano con il particolare momento della messa, con la festa e il tempo liturgico. La stessa autorità territoriale deve approvare il testo di questi canti» (Musicam sacram 32).

Va ribadito che il canto d'ingresso è il primo canto di tutta la celebrazione, non semplicemente il canto che si fa all'inizio. Si incomincia la celebrazione pensando già al punto di arrivo o comunque al mistero che si celebra e facendo di tutto perché fin dall'inizio nessuno rischi di sbagliare strada. Ogni celebrazione eucaristica deve recuperare anche il suo colore musicale, con un'opportuna varietà non dipendente dal repertorio o dai gusti degli animatori e dei musicisti, ma dall'oggi liturgico, dall'evento che si celebra e dalle concrete possibilità dell'assemblea radunata. Il canto d'ingresso deve qualificare la celebrazione. Deve aiutare i cristiani a capire che festa celebrano e a quale azione di Dio devono prepararsi.

Si deve poi stare più attenti. La scelta dei canti non va fatta in funzione del cantare, ma in funzione del celebrare. Non deve servire a svagare, ma a concentrare, a unire voci e cuori nel comune servizio e nel comune riconoscimento dell'evento che trasfigura le nostre assemblee e le fa essere una manifestazione di Cristo risorto.

Inoltre, poiché ha la funzione di «dare inizio alla celebrazione, favorire l'unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione o l'entrata del sacerdote e dei ministri» (OGMR 47), questo canto non ha da dire tutto. Deve solo introdurre, ossia mettere in moto l'assemblea verso Colui che sta svelando a poco a poco l'opera di Dio in favore degli uomini. È un'importante azione 'simbolica', serve a raccogliere e mettere insieme le persone presenti, farne una realtà sola, unita nel cuore e nelle voci. Nello stesso tempo serve a dire che si comincia e che cosa si è venuti a fare. Suscita l'interesse per quello che segue e a esso dispone.

Infine, già lo si è detto, solitamente questo canto viene eseguito mentre il presbitero fa il suo ingresso nell'assemblea e assume la funzione della presidenza. Non è, però, un gesto onorifico nei confronti della persona che presiede, né di chi celebra il sacramento. Anche con questo canto l'assemblea, che si sente corpo di Cristo, intende riconoscere che il suo corpo ha un capo; che a presiederla è lo stesso Gesù che ha presieduto la cena pasquale e che ora viene rappresentato simbolicamente dal ministro ordinato.

3. Per la scelta del canto d'ingresso

Per la scelta di questo canto non ci sono indicazioni universali. Dipende dall'assemblea, dalla sua consistenza, la sua composizione e la sua capacità musicale. Dipende dal tempo liturgico, dalla festa che si celebra e dal repertorio che si ha a disposizione.

Se si vuole realizzare una buona apertura è ovvio che il canto debba avere una certa consistenza. Dev'essere un canto che 'costruisce' l'assemblea. Dunque solido testualmente e musicalmente. Serve a manifestare la buona riuscita della convocazione e a 'decollare' tutt'insieme, senza che nessuno si senta escluso o ridotto a semplice spettatore.

La forma antifona-salmo, benché raramente praticata, in certe situazioni potrebbe funzionare bene. È utile soprattutto per introdurre nel mistero del tempo o della festività un'assemblea eterogenea, non preparata precedentemente, priva di un repertorio adeguato. Bisognerebbe, però, avere delle belle antifone, dei buoni toni salmodici e dei cantori capaci.

Se poi si decidesse per canti a strofe o a ritornello e strofe, occorre ribadire che il canto serve solo per cominciare e che non è ragionevole ingolfare la partenza con canti interminabili, solo perché c'è una lunga processione iniziale. In tali casi occorrerà prevedere, come già detto, una certa alternanza tra strumenti e canto, tra schola e assemblea e magari anche un attimo di attesa silenziosa mentre si guarda ai riti (inchino di venerazione e bacio dell'altare, incensazione, venerazione della croce) che si compiono intorno alla mensa.

4. Chi esegue il canto d'ingresso

Il Messale prevede diverse possibilità: schola e popolo alternativa- mente; cantore e popolo; solo popolo e sola schola (cfr. OGMR 48). Dipende dalla composizione dell' assemblea e dalla forma musicale del canto. Se poi si prevede debba avere una certa durata o perché l'assemblea ne sia progressivamente compenetrata, oppure perché lo richiede la processione dei ministri, si possono usare alcuni accorgimenti: preludio d'organo sul tema, canto del coro e intervento progressivo dell'assemblea, breve intervento orale dell'animatore dopo una o due strofe per favorire l'interiorizzazione oppure brevi interludi musicali, ripresa del canto con graduale arricchimento armonico o strumentale.

Occorre ribadire che il canto d'ingresso è espressione delle fede e della festa del popolo radunato nel nome della Trinità ed è chiaro che il segno esplicativo è dato anche dalla sua dinamica corale. Dev'essere un canto che unisce le diverse presenze e le fa orientare e convergere intorno all'unico Signore e Maestro. Quindi per sua natura non è un canto da ascoltare, ma un canto al quale ognuno dà la propria voce per esprimere il desiderio e la gioia della venuta del Cristo in mezzo a noi. Perciò va pensato e strutturato non per essere il canto del coro, ma per essere il canto dell'assemblea, ossia dell'intera comunità radunata, ministri compresi.

Dovrebbero essere così tutti i canti. A prescindere che ci sia o meno la schola o il coror guida, non ha senso chiedere all'assemblea di ascoltare un canto. Il canto o è cantato, o non è cantato. Sarebbe come far sentire un canto in riproduzione. D'altra parte per i cristiani cantare non è solo un piacere, ma anche un dovere. È il loro modo di celebrare l'azione di Dio. I cristiani celebrano cantando. Lo attesta la tradizione biblica e liturgica . Lo richiede la condizione spirituale di chi viene ammesso. Lo richiede anche la consapevolezza – purtroppo tutta da riscoprire – che le azioni liturgiche (dire, fare, cantare , ecc.)non sono azioni magiche, ma sono 'azioni di servizio' . Sono azioni al servizio dell'azione invisibile di Dio. Hanno una funzione ministeriale 'in dominico servitio', su dice in latino, cioè sono al servizio del Signore: annunciano il passaggio di Dio da riconoscere mediante la fede e manifestano la sua accoglienza. Servono, in altre parole, a mettere i cristiani in stato di veglia e di attenzione per accogliere lo Sposo che viene, affinché appena arriva, ognuno possa essere pronto ad entrare con lui alla festa di nozze, cioè alla piena comunione di vita con lui.

Il testo

1. Fonte della vita, noi veniamo a te.

Ci raduni insieme, in fraternità.

Rit. Cristo fratello, vieni in mezzo a noi.

Solo in te formiamo vera unità.

2. Con parole eterne scaldi il nostro cuor.

Spezzi ancora il pane della carità.

3. Per sentieri nuovi tu ci manderai

a portar la gioia della vita in te.

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Ultima modifica Venerdì 04 Gennaio 2013 13:41
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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