Lunedì, 20 Novembre 2017
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Aspetti psicologici

Sconfitta e fallimento in famiglia, oggi.

Strategie di superamento

di

Paolo Tolomelli

Reggio Emilia

- Alcuni quadri di difficoltà, tratti dall’esperienza quotidiana.

- È possibile trovare un filo conduttore, per tentare di ridurre il danno?

- Una prima valutazione: la stanchezza.

- Dedicare più tempo all’educazione della persona.

- Allenarsi all’autocritica costruttiva.

- Cercare il senso della nostra esistenza e aprire, a noi e agli altri, nuovi orizzonti.

Alcune scene realmente avvenute :

- Durante una cerimonia nuziale, in una chiesa sovraffollata di luci e deliziosamente ornata di fiori. La madre della sposa, mentre i due protagonisti, commossi si scambiano sguardi affettuosi, sussurra sconsolata: "Perché non può durare così per sempre?"; è una donna provata da tante delusioni. Fa pensare al desiderio di Pietro sul monte della trasfigurazione di Gesù (cf Mt 17,4).

- In consultorio. Alla domanda: "Risposerebbe il coniuge attuale?", la risposta è spesso negativa o comunque – se discretamente disponibile – condizionata da preventivi drastici cambiamenti da parte dell’altro. Traspare il convincimento di non aver incontrato la "persona veramente giusta…l’anima gemella".

Non si rifiuta – di solito – il matrimonio in sé.

- Nello svolgersi di consulenze di coppia. Parecchi lamentano: "Mio marito/mia moglie non mi capisce…non si rende conto di quel che sopporto…pensa soprattutto/solo a sé".

Il coniuge si difende; a volte ribalta sul partner le stesse lagnanze/accuse; adduce spesso come legittime giustificazioni esigenze di lavoro obbiettivamente pesanti, sostenute e faticosamente portate avanti "per la famiglia". Pochi sono sfiorati dal dubbio che tale situazione di incomprensione e di sofferenza reciproca sia stata facilitata o determinata da una sostanziale impreparazione alla vita coniugale e familiare, impreparazione che può essere seriamente peggiorata dal narcisismo.

- In incontri occasionali, su mezzi pubblici, durante abituali attività quotidiane…Ci si sente dire: "Non ce la faccio più!". È un’esclamazione desolata e tristissima di tante persone persuase di essere coinvolte in una sconfitta esistenziale irreversibile, senza rimedio, la cui causa è solitamente attribuita alla carenza di tempo e di spazio necessari per far fronte alle numerosissime aspettative degli altri (coniuge, figli, genitori e suoceri, istituzioni sociali…). Assai raramente ci si interroga in modo sereno e obbiettivo sullo stato d’animo e sul metodo coi quali ci si accosta a tali compiti.

UN TENTATIVO DI INTERPRETAZIONE,

PER AIUTARE A RECUPERARE LA PIENEZZA DI VITA

Esiste un filo conduttore, un denominatore comune per interpretare i quadri descritti e risolverli , almeno parzialmente? Di certo abbiamo in noi il desiderio profondo di vivere in pienezza; abbiamo l’attesa che la nostra vita sia gratificante; desideriamo amare ed essere amati; non di rado però rimaniamo sommersi dall’onda montante delle delusioni.

Per distaccarci dalla palude in cui esse stagnano e proliferano, sarà opportuno iniziare da una valutazione – prima personale e di coppia, poi con gli altri: figli ecc. – della nostra "stanchezza", oggi ben comprensibile con tanti doveri e aspettative incombenti. Può trattarsi di psicoastenia, di uno stato fisico non ottimale, di un calo delle motivazioni che prima ci avevano attivato e sostenuto ; a volte ci sono cause relazionali, morali, spirituali…

È ovvio che i provvedimenti da prendere sono specifici; mi limito ad osservare, quale esempio per le cause fisiche, che non si è ammalati soltanto quando si ha la febbre: a volte un po’ di vacanza è indispensabile, necessaria più di un antipiretico, di un antibiotico…Si tratta comunque di fenomeni che dimostrano come la scelta del matrimonio non è una risposta ad una vocazione di mediocrità, improvvisata e di semplice realizzazione. Per questo il tempo del fidanzamento è prezioso ( "di grazia" ), in quanto tempo di verifica e di preparazione: verifica della maturità psico-affettiva propria e del partner, della capacità di integrare il principio del piacere con il principio di realtà con il discernimento fra l’io ideale e l’io reale accettando – non solo nelle intenzioni e nei buoni propositi – le nostre inadeguatezze; tempo di preparazione alla capacità di donarsi con una fortezza d’animo ed una pazienza attiva e fedele che non sono innate né facili da conseguire, bensì sono il frutto di un lungo e quotidiano esercizio.

È certo che le sconfitte (da non catalogare mai definitive o irreparabili!) si possono imputare a svariate cause; tra esse è sicuramente importante la mancanza di una costante e metodica educazione della persona fin dalla nascita da parte della famiglia e della società, con carenze di aiuti adeguati. Forse – per quanto concerne il rapporto genitori-figli – la distinzione e l’utilizzo del nostro tempo è proprio da rivedere, se è attendibile la conclusione di una recente ricerca secondo la quale i genitori (soprattutto i papà) dedicano al dialogo – non sempre affettivo – coi figli soltanto otto miseri minuti al giorno.

Ma non dobbiamo dimenticare che ciascuno di noi, in prima persona, deve allenarsi all’autocritica costruttiva, non banalizzando i numerosi e complessi problemi contemporanei né autosvalutandosi (l’umiltà è un’altra cosa: è una virtù), ma adoperandosi ad attuare un’ equilibrata correzione dei propri limiti ed una fiduciosa attivazione delle proprie doti positive. Tutto ciò con autenticità e, nei rapporti con gli altri, con empatia e spirito di condivisione. Avendo ben chiaro che l’autenticità consiste nel saper esprimere le proprie emozioni (che non sono segno di debolezza o di cattiveria) con obbiettività, rimanendo noi stessi, in armonia con i propri desideri e con le proprie convinzioni; è appena il caso ricordare che l’autenticità non va confusa con la maleducazione o col movimento di un elefante in un negozio di cristalleria. Analogamente l’empatia consiste nella capacità di percepire lo stato emozionale ed i pensieri – oltre che le parole – dell’altro senza perdere la propria identità. A sua volta, condividere non vuol dire approvare, ma comprendere, immedesimarsi nell’istanza.

RICERCARE IL SENSO DELL’ESISTENZA

Il desiderio dell’autorealizzazione – in sé buono e legittimo, oggi però sovente enfatizzato dai bisogni soggettivi – reso più arduo da una stressante competizione nel lavoro e da molteplici impegni nella società, sta determinando profonde frustrazioni intrapsichiche ed inoltre forti lacerazioni nell’ambito delle relazioni interpersonali; ciò alimenta i disturbi comportamentali e di personalità, in preoccupante aumento specialmente fra i giovani, nonché una esasperazione dei conflitti in ambito familiare e comunitario.

Credo che il rimedio debba partire dalla diagnosi accurata della situazione, senza perdersi in recriminazioni inutili né in accuse sterili, ma sforzandoci di distinguere la realtà oggettiva dalle elaborazioni soggettive. È opportuno ricordare che nessuno di noi è immune dal naufragio, altrimenti albergheremmo una presunzione nascosta: la sconfitta e il fallimento appartengono infatti alla condizione umana.

K.Jaspers parlò di "naufragio esistenziale" e affermò che il nostro essere è l’ "essere qui", l’ "esistere con altri".

È necessario quindi cercare il senso della nostra esistenza; bisogna scoprirlo, - non fantasticarlo – anche all’interno di noi stessi con creatività costruttiva, attivando le nostre potenzialità; bisogna capire le circostanze e le interrogazioni della vita…e rispondere, crescendo a livello interiore, attraversando momenti di crisi: sono momenti produttivi, perché c’è una maggiore maturità ed armonia da conquistare, perché in quelle circostanze, in quei frangenti si deve scegliere, cercando di aprire a noi e agli altri nuovi orizzonti, in modo ipotetico, non moralizzante, rispettando le diverse visioni e utilizzandole per un arricchimento reciproco.

È questo, in fondo, il quotidiano cammino – progressivo e paziente – che ci esorta a fare la fede cristiana.

                                                                                                                                                                    Paolo Tolomelli

                                                                                                                                                                   da "Famiglia domani" Aprile-Giugno n°2/2000

Giovedì 11 Novembre 2004 22:29

L'anfora e il dono (Tony Piccin)

La coppia vive e cresce "bevendo" dalla generosità di ognuno dei due.

Pubblicato in Spiritualità Familiare
 

Mentre preparavo queste riflessioni avevo l’impressione di parlare di cose scontate, anche se ho la sensazione, girando per il mio servizio attraverso l’Italia, che è necessario tornare a proporre questi argomenti con forza, perché purtroppo su di essi c’è molta confusione e approssimazione.

Vivere una fede matura

La prima premessa che intendo fare è questa: solo la famiglia che vive una fede matura può aiutare i figli a realizzare il passaggio dalla fede dell’infanzia, dalla fede di appartenenza, alla fede personale e matura.

Non possiamo pensare che una coppia che vive la fede più come appartenenza religiosa che come qualcosa di personale e maturo, possa essere capace di comunicare una fede matura.

E’ una presunzione che rischiano di avere tanti preti e anche laici: illudersi di poter contare per la pastorale su famiglie che, nei fatti, non riescono a vivere la propria fede.

Continuare ad insistere su una certa catechesi a tutti i costi fatta ai ragazzi, senza coinvolgere in un analogo percorso di fede le famiglie, significa votarsi al fallimento. In questo modo la cresima rischia di essere non il sacramento della confermazione ma quello del congedo, dell’addio alla vita di comunità.

Appartenenza non è fede

Una seconda premessa: non confondere l’appartenenza religiosa o il rispetto di norme morali essenziali con la fede.

E’ facile vivere la religiosità come appartenenza ad un contesto religioso, come desiderio di avere alcune norme morali di base che garantiscano, in questo mondo che va a gambe all’aria, dei principi di riferimento.

E’ importante il rispetto per la persona, per la vita, per i genitori, ma queste sono norme morali, non è la religione cattolica! E’ giusto insegnare ai figli a non mentire ma la fede è un’altra cosa.

L’essenza della fede è Gesù risorto

Fatte queste premesse ecco il primo punto: il fondamento, l’essenza della fede cristiana è credere che Gesù è risorto, è vivo, è presente oggi accanto a me.

Senza la fede in Gesù risorto, vivo, non sta in piedi il sacramento del sacerdozio, non sta in piedi il sacramento del matrimonio, non sta in piedi il nostro essere comunità.

Più vedo, andando in giro, belle organizzazioni, più sento che l’essenziale della nostra fede rischia di essere dimenticato. Rischiamo di essere associazioni filantropiche, che operano per la giustizia, per la pace, per promuovere una buona morale, e trascuriamo l’essenza della nostra fede.

Limitarsi a credere che Dio è Amore è Antico Testamento, il Nuovo Testamento ci insegna che l’Amore si è fatto visibile, è qui in mezzo a noi, si chiama Gesù risorto.

Vivere la fede in famiglia

Detto questo passo al secondo punto: cosa vuol dire fede vissuta in famiglia?

Uso una definizione presa dalla Familiaris Consortio (n.17) che dice: "la famiglia riceve la missione di custodire, rivelare, comunicare l’amore quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la sua Chiesa".

Io conosco l’amore di Dio che ha voluto rendersi presente nel presbitero, nel sacramento dell’ordine, nell’eucarestia, ma conosco anche l’amore di Dio che ha voluto rendersi presente nel matrimonio, per rendere visibile a tutti che Lui è alleanza, sposalizio, nuzialità.

Voi sposi siete l’annuncio di ciò che Cristo vuol fare con tutta l’umanità: un solo corpo! La famiglia è chiamata a testimoniare che la fede conta già qui, in questa vita, che incide sulla nostra esistenza e non è solo per l’aldilà.

Non è una fede alienante, consolatoria, ma una fede incarnata perché il Verbo si è fatto carne! Non c’è autentica azione dello Spirito se non dà frutti anche su piano umano! Questo non vuol dire che, con l’aiuto dello Spirito, riuscirò a cambiare la testa a mio marito ma che riuscirò a crescere interiormente al punto da amare mio marito con la testa che si ritrova!

Il Risorto come presenza viva

Quali sono i passaggi che deve fare una famiglia credente, che cerca di vivere quotidianamente la sua fede, per educare i figli ad una fede matura?

Il primo passaggio: educazione alla presenza del Risorto come presenza viva, amante.

L’Amore è persona, Dio è persona, Cristo è persona.

I figli ci devono scoprire a parlare con una persona che non si vede, che però si sente presente; questo in pratica può voler dire prendere in mano una pagina del Vangelo e leggerla, pregarci sopra, magari in coppia, magari con i figli.

E’ triste quando i figli, da adolescenti, prendono una strada diversa dalla vostra solo perché vedono in voi solo una fede molto legata all’apparenza, che si accontenta della messa domenicale, e che poi tollera la falsità, la bugia, l’assenza di perdono. Ma sono più che autorizzati a lasciare questo tipo di fede!

Al contrario, se io, genitore, mostro una fede adulta, potranno fare scelte alternative ma saranno chiamati a rispettare la mia perché hanno visto che il mio vivere cristiano mi ha fatto diventare una persona gioiosa, serena, capace di vivere la gioia, al fatica, il dolore, l’impegno, il rispetto, la soddisfazione.

Educare all’amore

Il secondo passaggio: un’educazione all’amore.

La prima spiegazione di Dio che può essere valida durante i primi anni di vita dei figli, fino all’adolescenza e alla giovinezza, è la vostra vita di coppia.

Avete a disposizione, come sposi, questa bibbia fatta di carne che è il vostro matrimonio e non sapete spiegare ai figli che il bene che vi volete e volete a loro è lo stesso che il Padre vuole a ciascuno di noi.

E oggi sappiamo che l’amore non è più qualcosa di automatico, che viene trasmesso dal nostro vissuto sociale e culturale, ma un obiettivo da conquistare.

Dobbiamo educare i figli, attraverso l’esempio, ad amare gratuitamente , a porre l’altro al centro dell’attenzione. Aiuteremo così i nostri giovani ad uscire da quella ambiguità che fa loro credere che saper far l’amore coincida con il saper amare, che sentire l’impulso unitivo del maschile verso il femminile, e viceversa, sia saper amare, dimenticando che il corpo è solo una delle modalità che abbiamo per esprimere, dire qualcosa di ben più grande che è nel cuore di ognuno e che si chiama amore.

Ma solo chi vive l’amore è capace di insegnarlo; allora vostro figlio riuscirà a fare, a tempo debito, quel salto di qualità che gli permetterà di interrogarsi, come cristiano, su come è chiamato a vivere quell’amore che fa parte del suo essere. Potrà orientarsi sulla strada della verginità o su quella della vita di coppia. Solo un’educazione all’amore può aiutare i giovani a scoprire la loro vocazione.

Una chiesa famiglia di famiglie

Il terzo passaggio: educare ad una fede adulta significa educare anche ad una chiesa famiglia di famiglie; aprirsi alla comunità non vuol dire rinunciare alla mia identità di famiglia ma arricchire la mia esperienza all’interno di quella famiglia più grande che è la comunità parrocchiale.

Questo è fondamentale per comunicare cosa significa essere parrocchia, altrimenti rischiamo di mantenere negli altri un’idea di parrocchia basata esclusivamente sulla figura del sacerdote e sull’edificio in cui ci si ritrova.

La chiesa è là dove c’è un cristiano amante: al supermercato, dalla parrucchiera, in ufficio; là dove c’è un cristiano c’è anche la chiesa che opera, che agisce, che fa pastorale.

Se la famiglia vive anche questa identità comunitaria è possibile costruire una chiesa che ha anche un volto che non è solo quello del sacerdote, ma è anche quello di una chiesa famiglia.

Pubblicato in Spiritualità Familiare

A CHE SERVONO I GRUPPI FAMIGLIA?

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)

Relaziane di Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta, nell'ambito del convegno organizzato dall'Arcidiocesi di Torino per il ventennale della "Familiaris Consortio" il 24 novembre 2001

Per le giovani coppie, per crescere come sposi, per contare nella società.

Seguendo alcune regole come: garantire le relazioni tra i membri, avere obiettivi

chiari, evitare funzioni terapeutiche, e altro ancora.

LE GIOVANI COPPIE

Le scienze umane ci insegnano che un bambino, quando non vive in contatto con altri uomini, altre donne non si umanizza, non impara a parlare, non riesce ad avere coscienza e consapevolezza di essere un uomo: questa consapevolezza nasce solo se il mio "io" ha rapporti intensi con molti "tu". Anche se in modo analogico, lo stesso si può dire di ogni nuova famiglia. Oggi un uomo e una donna che si sposano possono contare solo in parte sui modelli di relazione offerti dai loro genitori e quindi, se sono persone serie, sono alla ricerca di modelli per capire cosa vuol dire oggi essere marito e moglie, essere famiglia.

Questi modelli non si trovano di solito confrontandosi con i colleghi d'ufficio, i discorsi che si fanno sono per lo più banali (é difficile parlare di cose serie), meno ancora nei programmi o nelle letture offerti dai mass media.

La giovane coppia è un po' come il bambino di cui parlavo all'inizio, è carente di modelli, di riferimenti, stenta a trovare una propria identità.

Anche la coppia ha bisogno di incontrare altre coppie, magari qualcuna più avanti negli anni, altre coetanee, perché solo dal confronto con gli altri riesce a ritrovare se stessa, a scoprire come si può essere sposi nel mondo di oggi.

Quello che la Chiesa insegna sul matrimonio è importante ma rimane teoria se non si incarna in un'esperienza di vita che sia in grado di dare alla coppia consapevolezza di sé; è perciò molto importante che le coppie incontrino altre coppie, in un contesto di chiesa, per godere della ricchezza che deriva dal sacerdozio, dalla paternità e maternità, dalla fraternità e dalla Parola di Dio.

Il Gruppo Famiglia non serve solo per fare qualcosa di utile per gli altri, ma per donare alla coppia un aiuto per essere coppia, nell'oggi, perché non vi sono tante altre possibilità per farlo.

IL GRUPPO E LA COPPIA

L'esperienza che si matura in gruppo è unica, è qualcosa che se incamerata, confrontata, vissuta, permette di migliorare la relazione di coppia.

Quando si ritorna a casa da un incontro di gruppo famiglia si riescono a dire delle cose che non si sarebbero dette se non si fosse fatta vita di gruppo.

Infatti essere gruppo non vuoi dire incontrarsi per dirsi: "come siamo bravi", ma per fare un cammino nella fede; le persone che vi partecipano non devono per forza essere tutte avanti nella pratica religiosa, l'importante è che siano tutte disponibili ad un cammino. Questo cammino dovrebbe servire per capire meglio che cosa vuoi dire essere sposi, essere genitori, essere famiglie cristiane, per accogliere la tradizione e l'insegnamento della chiesa, per fare nostri quei passi della scrittura che ci parlano del rapporto di coppia, a cominciare da quello di Dio per il suo popolo, di Gesù per la sua chiesa, per finire con tutte le coppie, esemplari e non, che la Bibbia ci presenta.

IL RUOLO NELLA SOCIETÀ

Una novità di questo momento storico è data dalla consapevolezza che il gruppo deve anche trasmettere agli sposi la coscienza del ruolo che hanno e che devono rivendicare come coppia e come famiglia nella società contemporanea.

Mi sono convinto, in questi anni, che se le coppie acquisiscono la coscienza del loro ruolo, si associano, possono diventare protagoniste, contribuire davvero a cambiare la cultura ed il mondo in modo positivo. Ma acquisire questa consapevolezza, tradurla in azione, richiede intelligenza, lavoro, impegno ed i gruppi possono essere il luogo dove avviene questa maturazione.

E' necessario allora che i gruppi diventino occasioni di crescita non solo per la coppia ma anche per gli uomini e le donne che li compongono. Gli uomini devono imparare a gestire di più e meglio il sentimento, l'affetto, a parlare di sé, e le donne devono a loro volta condividere con i maschi i grandi progetti, le grandi idealità, sia politiche sia sociali.

TUTTI IN RELAZIONE

Per fare gruppo è necessario che durante l'incontro tutti abbiano la possibilità di parlare. Quando si superano le 15-16 persone non si riesce più a essere gruppo, si finisce per fare una conferenza; può far piacere essere in tanti ma allora non è più un gruppo.

Ribadisco questo perché la caratteristica di un gruppo non é data dal leader, dal trovarsi insieme, dalle idee portanti, ma dalla rete di relazioni che si instaurano al suo interno tra le persone.

Tutti i membri del gruppo devono essere in relazione, ma questo non significa che tutti devono dire la loro, perché ci sono tanti modi di comunicare. Il Gruppo Famiglia dà molta importanza alle relazioni, non forza nessuno, ma fa in modo che tutti, se vogliono, possano parlare.

Questa condizione di fondo deve essere garantita dalla coppia che conduce il gruppo, coppia che non deve essere imposta dall'alto ma deve essere espressione di una scelta fatta all'interno del gruppo.

In quest'ottica il sacerdote non può essere il leader del gruppo ma solo un membro, che dà un apporto specifico su alcuni argomenti di fondo. E' chiamato a portare nel gruppo il suo contributo, ma si rapporta con le coppie su un piano di parità.

CRESCITA, NON TERAPIA

CRESCITA, NON TERAPIA

La natura del Gruppo Famiglia è di essere una comunità di credenti, di persone battezzate e sposate, che, nel confronto con la parola di Dio e nella preghiera, fanno un'esperienza di crescita umana e di fede con un'attenzione particolare a quel dono che le coppie hanno ricevuto: essere sposi nel Signore. Ma il gruppo non è il "paradiso", siamo chiamati a misurarci sempre col peccato, con le incomprensioni, con le piccole gelosie, con qualche ambizione di troppo, e qui le coppie sono chiamate ad aiutarsi a superare i propri limiti, i propri difetti, confidando nella grazia di Dio che opera in ciascuno.

Come il gruppo non deve essere considerato un premio per le coppie "riuscite", così non deve diventare neppure una specie di consultorio.

Ci deve essere, da parte della copia responsabile, la saggezza di cogliere quando una persona sta chiedendo al gruppo qualche cosa che non si può e non si deve chiedere al gruppo, ma che va affrontato nelle sedi specialistiche opportune.

DINAMICHE DI GRUPPO

Ci sono due modi per interpretare il cammino di un gruppo:

il primo è tipico delle scienze umane, che studiano le dinamiche di gruppo, il secondo riguarda il cammino di fede. Per le scienze umane il gruppo, come la singola persona, conosce un momento di nascita molto ricco, la fase dell'apprendimento, l'adolescenza, dove viene messa in discussione l'esperienza fatta, l'utilità di fare gruppo, e in cui a volte il gruppo si scioglie oppure qualcuno lascia, e che, superata, porta alla giovinezza, forte, robusta, cui magari segue un po' d'invecchiamento.

Chi conduce il gruppo, in particolare, deve essere consapevole di questi diversi stadi che il gruppo attraversa, per sostenerlo nei momenti di crisi, per smorzare gli eccessivi entusiasmi, per cogliere sempre il senso del quotidiano.

In un ottica di fede il gruppo fa crescere nella consapevolezza di essere figli di Dio, di essere cristiani, di essere sposi, e di considerare la Parola di Dio come un messaggio da cogliere e che salva.

CHIAREZZA DI OBIETTIVI

il gruppo può scegliere di partire dalla fede o di darsi come obiettivo di arrivare alla fede, ma questo deve essere chiaro fin dall'inizio.

Quando in un gruppo sono presenti sensibilità troppo diverse, si rischia di perdersi per strada. il gruppo ha quindi bisogno, per nascere bene e per svilupparsi, del consenso sugli obiettivi. Chi conduce il gruppo all'inizio deve aiutare le persone ad elaborare le proprie motivazioni, a prenderne coscienza e farle diventare obiettivi condivisi: solo se vi sono uno o due obiettivi condivisi il gruppo può continuare a camminare.

Questi discorsi possono sembrare troppo tecnici ma la realtà del gruppo è una realtà complessa, che richiede queste attenzioni.

Infatti uno degli obiettivi del gruppo, che sovente non viene detto, è offrire alla coppia occasioni di dialogo, motivazioni per fare delle cose insieme, per stare insieme e per crescere come coppia, nutrendo il sacramento del matrimonio, la coniugalità. Questo è un obiettivo di fondo che non va mai smarrito.

TIPI DI GRUPPO

Si possono fare gruppi famiglia di tutti i tipi. Esemplificando abbiamo gruppi il cui obiettivo primario è il fare, altri in cui questo obiettivo è lasciato ai singoli è il gruppo funge da riferimento. Vi sono gruppi che riflettono e studiano temi che riguardano la coppia e il matrimonio, altri invece affrontano i problemi normali della vita: il lavoro, la guerra, la pace, anche se in un contesto di coppie. Vi sono gruppi che hanno come sacerdote il parroco e quindi sono più attenti alla vita della parrocchia, ai figli, al territorio, al contrario dei gruppi interparrocchiali, che sentono meno quest'esigenza.

Sono solo esempi che indicano però la complessità insita nei gruppi e anche i nodi a cui bisogna prestare attenzione se si vuole che questa esperienza riesca.

Mons. Giuseppe Anfossi

(pubblicato su "GRUPPI FAMIGLIA" maggio 2002)


Pubblicato in Spiritualità Familiare
Giovedì 11 Novembre 2004 22:36

LA NUZIALITA’ (Don Giorgio Mazzanti)

 

LA NUZIALITA’ ILLUMINA E ORIENTA LA PASTORALE

L’esperienza coniugale e l’esperienza sacerdotale a confronto

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

Gesù per 30 anni non ha fatto "nulla"; la sua vita pubblica, secondo Giovanni, è durata poco più di due anni; nei suoi discorsi pare non abbia usato più di 620 vocaboli, se vivesse oggi forse avrebbe difficoltà a capire il telegiornale! Ma allora…

Gesù Cristo è davvero il salvatore di tutti?

Rileggendo la sua storia, si vede che sceglie solo dodici apostoli e, al di fuori di questa cerchia, ha pochi amici: Marta, Maria e Lazzaro, la Maddalena. Come mai si è circondato di un così piccolo gruppo di persone? Che indicazione dobbiamo trarre?

Cristo ha scelto di vivere in pienezza e in profondità solo alcuni rapporti interpersonali perché solo un rapporto veramente autentico può essere universale.

Un’apertura vagamente generica verso tutti, in fondo, è come tradire tutti.

Cristo non ha fatto altro che importare sulla terra il mistero trinitario che Lui viveva. Il Dio di Gesù Cristo non è una deità vaga, ma neanche una pluralità molteplice; sono tre Persone che possono dire: noi insieme.

Allora, se la Chiesa è radicata nella Trinità, non può che essere una comunità in relazione; non di certo una mera gestione di servizi; così come essere sposati non è una semplice questione di mestiere.

Come la prima comunità cristiana

Che cosa ha fatto la prima comunità ecclesiale? Ha capito di dover vivere come una comunità familiare, come quella che Gesù aveva creato.

Notate che, in tutte le epoche di crisi, la Chiesa ritorna al modello apostolico.

Non esiste un vero rinnovamento ecclesiale se non si incomincia a vivere una vita davvero familiare, i soli programmi pastorali non bastano!

Dobbiamo deciderci non solo a far diventare la famiglia piccola Chiesa, ma a far diventare la Chiesa grande famiglia di Dio.

Se capissimo questo e lo realizzassimo si produrrebbe davvero una svolta epocale nella storia della Chiesa!

Non ci si può quindi perdere in piccole cose: un marito non si arrabbia se c’è troppo sale nella minestra.

Quando arriviamo a sciocchezze simili, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona tra noi.

Lo stesso vale in parrocchia: quando ci perdiamo nelle discussioni, ci offendiamo per niente vuol dire che non cresciamo più.

I cristiani non fanno nulla di eccezionale, di diverso dagli altri, ma sono "una cosa sola".

Ciò è possibile solo per opera dello Spirito Santo. Guai se la Chiesa dimentica lo Spirito Santo! Se in un matrimonio viene meno la vivacità dell’amore, si può escogitare di tutto, ma la relazione non funziona più!

Un nuovo stile di sacerdozio

Ora proviamo a fare una lettura in chiave nuziale, sponsale di alcuni passi delle Lettere di Paolo perché ci permette di vivere diversamente il nostro essere Chiesa.

Chi è il sacerdote, il vescovo, l’apostolo? Non certo uno che sfrutta la propria autorità: "E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo" (1 Ts 2,6).

Il sacerdote è qualcuno che si mette al servizio: "siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre ed ha cura delle proprie creature. Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Cristo, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari" (1 Ts 2,7-8).

Se il sacerdote non prova questi sentimenti è solo un mercenario. Deve cambiare il rapporto tra il sacerdote e la sua gente; bisogna essere veri!

Siamo tutti fratelli

E’ molto bello che S. Paolo, mentre si sente padre e madre nei confronti dei suoi, li chiama in continuazione "fratelli": "Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non col cuore, eravamo nell’impazienza di vedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo" (v 17).

Non deve essere questo il rapporto tra moglie e marito, tra genitori e figli? Nella lontananza desiderare di rivedere il volto dell’amato!

Uno è davvero prete, o anche solo catechista se istintivamente la sera prega per quelli che ha visto, incontrato durante il giorno. Se uno non prega mai vuol dire che è diventato un mestierante.

In un’altra occasione Paolo implora: "Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato" (2 Cor 7,2).

Una tentazione in cui può incorrere il prete: contare quanti soldi ha raccolto durante le messe, la domenica sera!

E insiste: "Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e per vivere insieme" (v 3). Un prete dovrebbe arrivare, come un genitore, a dare la vita per i propri parrocchiani che sono la sua famiglia.

"Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi" (v 4). Se un sacerdote diventasse, come un padre ed una madre, appassionato della sua gente, le parrocchie cambierebbero già domattina.

Cambiare società e chiesa

Allora l’unico rimedio è imparare a volersi bene anche se non è facile. Questa difficoltà reale è ripresa in alcuni detti popolari come: "fratelli-coltelli" oppure: "parenti-serpenti". Bisognerebbe veramente riuscire a cambiare il tipo di società in cui viviamo e, insieme, anche il tipo di chiesa.

Può un genitore dire male dei propri figli? No! E allora perché sparlate sempre dei vostri preti, o il prete sparla sempre della sua gente?

Questo non vuol dire nascondere i difetti, ma vuol dire amare ancora di più: "Se tuo fratello commette una colpa, va e ammoniscilo tra te e lui solo" (Mt 18,15).

Ma di solito succede il contrario, l’interessato è sempre l’ultimo a sapere che si sparla di lui; e qualcuno si sente zelante perché è andato a parlar male di un confratello al vescovo; ma questa è una carognata, non zelo!

Segni dell’amore di Dio

Paolo ai Galati scrive così: "mi avete accolto come un angelo di Dio" (Gal 4,14b). In un prete non conta tanto la bravura, quanto capire che Dio si serve di lui per far conoscere agli altri l’amore di Dio. Ha capito che, nella sua vita di prete, deve superare, seppur con fatica, l’ostentazione di se stesso per diventare ostensione di Lui. Questo vale per tutti, non solo per il prete.

Paolo aggiunge: "Vi sareste cavati anche gli occhi per darmeli" (v 15b). Questo è il rapporto cui si deve arrivare tra un sacerdote e la sua comunità, e viceversa.

E’ questo un concetto che anche Paolo ribadisce ai Corinzi: "Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo" (1 Cor 4,15). Pedagogo è l’educatore ma bisogna essere qualcosa di più. Un prete è maturo quando si accorge di essere diventato padre della propria gente.

Allora il suo sacerdozio cambia, non è più permaloso, se mai soffre, perché un papà non fa il permaloso con i figli, vorrebbe dire che è ancora bambino come loro.

Il mistero della nuzialità

Il sacerdote, che rappresenta nella Chiesa l’atteggiamento sponsale del Cristo, è chiamato a comunicare ai suoi lo stesso identico ministero.

Le coppie non andrebbero più in crisi se veramente interiorizzassero che il loro volersi bene prelude ad un ben altro sposalizio; le tenerezze, le coccole, l’unione fisica acquisterebbero un altro spessore, se le coppie comprendessero che il corpo dell’altro è destinato alla resurrezione, se capissero che le loro carezze non sono poi così diverse dal gesto con cui Dio ha plasmato il corpo dell’Uomo e della Donna. Pensate: una carezza che crea, capace di plasmare l’altro!

Allora ci accorgeremmo che il mistero della nuzialità è il cuore segreto e ultimo di tutto e allora, sacerdoti e sposati, potremmo diventare luce l’uno per l’altro.

Come si è svolta da questo momento in poi la vita della Chiesa?

Sicuramente nelle case, come aveva fatto Gesù. La chiesa ha cominciato a prendere volto nella casa, e certamente la famiglia che l’abitava non era la famiglia mononucleare di oggi, ma una famiglia allargata che diventava così il primo volto della famiglia di Dio.

Don Giorgio Mazzanti

("Gruppi Famiglia")

("Gruppi Famiglia")

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