Domenica, 22 Ottobre 2017
Domenica 06 Marzo 2011 16:30

"Coccole"

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di Lucia Nocilla

Daniela ha lasciato questo mondo troppo presto, ma chi ha camminato assieme a Lei, sia pure per un breve tratto, ce ne narra la storia: la cui origine aveva avuto per spazio ... l’universo senza confini, e per tempo ... l’eternità.

- I -

23 gennaio

- Silvia, sei pronta? Andiamo?

Silvia, alla voce di Luigi che chiamava, sobbalzò e tornò bruscamente alla realtà: era rimasta per un pezzo incantata con lo sguardo incollato ad una carrozzina per neonato, che aveva messo nella stanza degli ospiti dove c’era pure un armadio; là avrebbe dovuto prendere una giacca per uscire. Sentendosi in colpa per il ritardo, si precipitò giù dalle scale. Le bimbe erano già in macchina, Luigi aveva le chiavi in mano per chiudere casa.

- Eccomi, scusa … andiamo.

- E la giacca? – le chiese Luigi.

- Che scema, sono proprio fuori di testa …

Tornò di sopra, prese la giacca, se la mise, chiusero casa, salirono in macchina, partirono. Silvia appoggiò la testa al vetro della portiera e chiuse gli occhi, dopo che Luigi ebbe messo alle bimbe il CD con le loro canzoni preferite

- Non stai bene? - le chiese lui con premura

- Sì, sto bene, grazie - rispose lei cercando di sorridergli - Solo, prima mi ero incantata a guardare la carrozzina

Luigi le prese la mano e sospirò

- La nostra piccolina …

La storia con loro era iniziata poco più di quattro settimane prima, ma l’origine aveva per spazio l’universo senza confini e per tempo l’eternità.

 

- II -

 

- Che c’è, Luce?- chiese Dio alla piccola anima raggomitolata tra le sue braccia.

Niente di strano nel Grande Amore, perché tutte le anime sono piccole davanti a Dio, e tutte Dio le tiene tra le braccia mentre parlano con lui.

- Ti ho vista malinconica, e non dovresti, orache sei Luce, dopo aver fatto tanta strada. E’ tempo per te di unirti alle altre Luce, per far parte solo più del Grande Amore.

- Non so se è il mio tempo, Signore. Ho qualcosa dentro di me che non mi lascia tranquilla, ho un desiderio. Non so se voglio provare una cosa che non ho mai provato oppure che mi è piaciuta e ne vorrei ancora un po’. So solo che lo desidero tanto.

- Se sai cosa vuoi sono molto contento di te; sai anche che puoi raggiungerlo, perché io vi lascio tutta la libertà di scelta; cosa desideri ?

- Voglio coccole.

Dio sorrise

- Coccole?

- Sì, coccole; voglio prenderle nel mondo. Non ricordo se là io sono già passata. So che là le coccole esistono, e voglio che qualcuno nel mondo le dia a me.

- Sai di preciso che cosa sono ?

- So che sono uno dei modi con cui le persone del mondo creano Amore intorno a loro.

- Sai altro?

- No, non credo.

- Allora ti spiego io qualcosa di più – La voce di Dio divenne seria – E’ vero, nel mondo uomini e donne danno e ricevono molte coccole, ma non ce ne sono mai abbastanza per tutti. Tanti, troppi, non ne ricevono mai, alcuni le respingono; tanti, troppi, non ne danno, quasi sempre perché non ne hanno mai ricevute. Tu puoi andare nel mondo in cerca di coccole, però devi conoscere bene i rischi che corri.

- E sarebbero?

- Beh, sai, nel mondo ogni vicenda è un rischio, non si sa mai come andrà a finire.

- Perché?

- Perché uomini e donne sono tanti e diversi, quindi c’è una moltitudine di pensieri diversi, parole diverse, azioni diverse. Capisci che tutto ciò si mescola in un modo tale per cui è difficile sapere che cosa succederà.

- E allora?

- Allora può anche darsi che tu vada nel mondo in cerca di coccole e nessuno te ne dia.

- E tu non puoi fare in modo che io le abbia?

- No, io lascio completa libertà a tutti.

Luce rimase un po’ pensierosa, poi chiese:

- Quanto tempo ho per stare nel mondo?

- Tutto quello che vuoi.

- Veramente?

- Certo.

Luce era molto eccitata.

- Io dunque …

- Tu puoi andare!

Dio allargò le braccia, come sa fare lui: sia per accogliere che per lasciar andare. Ma Luce aveva ancora una domanda importante:

- Signore, come farò a trovarti, nel mondo?

- Sta’ tranquilla, ti troverò io!

 

- III -

29 ottobre

Buttata sulla rete un po’ sfondata della sua mansarda, Katia riprendeva fiato, dopo i cinque piani di scale. Erano un incubo, quelle scale, soprattutto con una pancia di otto mesi abbondanti. Si era alla fine di ottobre, fortunatamente non faceva ancora tanto freddo, ma la sua vita era diventata maledettamente difficile. Aveva quarantaquattro anni e uno di quei contratti di lavoro cosiddetti “a chiamata”, cioè lavorava quando la chiamavano; lei e Omar, il suo compagno che lavorava più o meno allo stesso modo, se la cavavano. Con la vita tribolata che Katia aveva vissuto, quell’ultimo anno con Omar era stato bello. Lui aveva qualche anno più di lei, erano entrambi soli quando si erano messi insieme. Katia gli voleva bene, era stata perfino contenta quando si era accorta di essere incinta. Non era la prima volta che le succedeva: aveva avuto due parti ed un aborto. I primi due bimbi le erano stati tolti da donne gentili e truffatrici chiamate assistenti sociali. Quando i carabinieri erano venuti a prenderli, le avevano mostrato un foglio scritto, le avevano detto, dal giudice (doveva essere un uomo potente e malvagio). E’ vero che i bimbi, due maschietti, uno di un anno ed il secondo, circa due anni dopo, di cinque mesi, non stavano bene: avevano macchie sulla pelle, il pancino gonfio, tanta tosse … Ma Katia ricordava che anche i suoi fratellini, quando era piccola, avevano le stesse cose e mica li avevano portati via a sua madre … E’ vero che su tre due erano morti che non camminavano ancora, ma sua madre raccontava che, quando lei era piccola, tanti bimbi morivano; al paese i dottori erano lontani, per farli venire ci volevano soldi e quasi nessuno li aveva. Dopo averci molto pensato, Katia aveva concluso che, piuttosto che morire, era meglio che i suoi figli fossero andati in una famiglia brava e ricca, come le avevano detto le assistenti sociali. I ricchi appartenevano ad un mondo diverso dal suo, lei da piccola li aveva visti solo da lontano, Da grande, quando a diciannove anni era venuta a Torino con il suo primo ragazzo, li aveva visti da vicino, perché a Torino i ricchi molte volte camminavano per le stesse strade dei poveri. Tuttavia aveva presto imparato ad evitarli, perché o ti guardavano male o il loro sguardo semplicemente ti ignorava come se tu fossi trasparente, il che era ancora peggio.

Dunque, i suoi bimbi erano finiti in famiglie di ricchi. Le assistenti sociali li avevano vestiti da ricchi (li aveva visti così l’ultima volta), così sicuramente i ricchi li avrebbero creduti ricchi e li avrebbero guardati bene.

Quei ricchi erano anche bravi, e su questo concetto Katia aveva le idee chiare. Infatti ricordava che, quando era piccola, al suo paese c’era un uomo che tutte le donne dicevano “bravo”: lavorava quasi tutti i giorni, portava quasi tutti i soldi a casa, non picchiava quasi mai la moglie, non si ubriacava quasi mai. In quella famiglia sembravano quasi ricchi e i bimbi non si ammalavano quasi mai.

Per tutte queste ragioni, Katia era tranquilla quando pensava ai suoi figli, nonostante sentisse ancora lacerante il dolore della separazione.

Intorno ai trent’anni era rimasta incinta con uno di passaggio. Si sentiva terribilmente sola (si era abituata al freddo di Torino ma mai alla solitudine), e quella breve relazione le aveva dato un po’ di conforto. Si era resa conto del suo stato dopo che lui era partito da un pezzo, e nel giro di pochi giorni aveva deciso che, se doveva separarsi dalla sua creatura, prima era e meglio sarebbe stato. Il sollievo di poter essere assistita in ospedale anziché rischiare di lasciarci la pelle, come capitava ai tempi di sua madre, era durato poco, una volta tornata a casa dopo l’intervento: nonostante le buone condizioni fisiche, era caduta in uno stato di angoscia di cui non aveva mai provato l’eguale. Una collega di lavoro le aveva regalato un grande orso di peluoche, e lei per mesi aveva dormito stringendoselo tra le braccia, cullandolo, a volte gemendo. Anche quel vuoto era passato, per lasciare posto al vuoto di sempre. Tuttavia qualcosa era migliorato, perché aveva fatto amicizia con qualche collega di lavoro, soprattutto con quella del peluoche. Lei le aveva presentato Omar, proponendole di subaffittargli la cameretta (più sgabuzzino che camera) attiguo alla cucina della sua mansarda, giusto per arrotondare le sue scarse entrate. Katia non sapeva niente del suo passato, ma da qualche parola qua e là aveva capito che doveva essere arrivato a Torino scappando da qualche altra città. Con lei era gentile, andavano d’accordo, così avevano unito le forze e raggiunto un po’ di serenità.

Circa due mesi prima però lui una sera era arrivato a casa trafelato.

- Devo sparire per un po’, qui c’è della gente che vuole farmi la festa – le aveva detto – Ma tornerò … Abbi cura di te e di lui …

Le aveva accarezzato la pancia e se n’era andato portandosi dietro solo un piccolo bagaglio. Un paio di volte alla settimana le mandava un messaggio sul cellulare, “Sto bene” “Ti voglio bene”, così lei era abbastanza tranquilla.

Però quel giorno, 29 ottobre, si rese conto che da otto giorni non riceveva messaggi, e si sentì crollare il mondo addosso.

Poi la prima contrazione. Restò senza fiato, ma passò in fretta, ed in fretta ragionò subito dopo. Dall’amica del peluoche aveva saputo che il posto più sicuro per partorire era l’ospedale Sant’Anna. Prese la borsa che teneva pronta, scese piano le scale, venti minuti di pulman, tre a piedi e varcò la soglia del S. Anna.

Mentre chiedeva informazioni all’entrata, ebbe un’altra contrazione, e questo facilitò tutto, perché fu portata subito nel posto giusto. Visita, tracciato, fogli, domande. A molte non sapeva rispondere.

- Signora, ma non ha mai fatto controlli durante la gravidanza?

No, non ne aveva fatti; né lei né sua madre erano mai andate dal dottore solo perché aspettavano un bambino.

E finalmente un letto comodo e del tempo per aspettare.

- Ci vorrà ancora un bel po’ – la aveva detto l’ostetrica – Ha poco più di due centimetri di dilatazione.

Le doglie erano rade, passava ancora più di mezz’ora tra una e l’altra. Katia guardò le altre tre donne in camera con lei; avevano tutte già partorito. Le vide giovani, belle e ricche. Alle sette di sera arrivarono mariti, parenti e amici. Tutti belli e sorridenti, con fiori e regali per i neonati. Per lei non ci sarebbe stato niente del genere. In famiglie come quelle, più di vent’anni prima, erano andati ad abitare i suoi figli. Proiettò se stessa in un vicino futuro: si vide salire le scale con un fagottino in braccio. E poi? Le cure, il lavoro, il semplice necessario per sopravvivere? Era sola. E vecchia. Meglio se, ancora una volta, avesse permesso al suo bimbo una vita senza problemi. L’avrebbe lasciato subito, perché non soffrisse, e per soffrire meno anche lei. E Omar, cosa avrebbe detto? Intanto Omar non c’era, forse era scomparso per sempre, senza rumore, così com’era comparso.

Contrazione. Gemette. Si accorse che l’ora di visita era finita perché in camera c’erano solo più loro quattro.

- Chiama l’infermiera – le suggerì la sua vicina – Fatti controllare.

Saggio consiglio. Campanello, infermiera, ostetrica, visita; camminate per il corridoio tra una doglia e l’altra; rottura delle acque, ultime spinte, parto. E silenzio. Sul lettino da parto Katia era terrorizzata. Nessuno badava a lei, tutti erano intorno al bimbo. Infine un vagito, flebile come il miagolio di un gattino, ma un vagito. Il suo bimbo viveva. Finalmente l’ostetrica tornò da lei e le sorrise.

- E’ una bimba, signora.

Si diede da fare: alcuni punti, disinfettanti, assorbente; l’aiutò a salire sulla barella, la spinse fuori della sala parto, sedette vicino a lei e cominciò a parlarle.

- Come si chiama la sua bimba, signora?

- Daniela – sussurrò Katia; era il nome dell’amica del peluoche.

- E lei?

- Katia.

- Vede Katia …

Katia seppe così che Daniela era nata con la sindrome di Down (non sapeva cosa fosse ma non osò chiederlo), che aveva un grosso problema al cuore, che avrebbe dovuto trascorrere qualche settimana al nido della maternità per impostare le cure. L’ostetrica seppe che Katia era completamente sola e che era sicura di non farcela ad allevare la piccina; le strinse la mano:

- Appena sarà possibile le manderò l’assistente sociale.

Katia si sentì mancare.

- No, l’assistente sociale no …

Ma non lo disse. Decise che non avrebbe visto la bimba, era stanca di soffrire. Girò la testa verso il muro e chiuse gli occhi.

Due giorni dopo tornò a casa. Aveva parlato con due assistenti sociali. Le avevano detto tante cose. Doveva riconoscere che erano state molto diverse da quelle che ricordava, soprattutto una, piccolina bruna e ricciuta, senza ombra di trucco sul viso, che aveva l’accento di sua madre. Ricordava parole tipo “comunità madre-bambino” “affidamento famigliare”. Ma Katia era stanca; era sicura che non ce l’avrebbe mai fatta, che il distacco da Daniela sarebbe comunque avvenuto; tanto valeva tagliare subito, anche se il suo petto era pieno di latte. Le avevano anche spiegato che cosa fosse la sindrome di Down; aveva capito che la bambina sarebbe stata sempre ritardata; in più avrebbe dovuto essere operata al cuore, una volta di sicuro, forse due o tre. Così aveva firmato la rinuncia. Alla sua bimba aveva donato la vita, una tutina bianca con i pagliaccetti rossi e blu, due body, due pupazzi morbidi (aveva lasciato in ospedale ciò che si era portata dietro), e la possibilità di avere un futuro migliore.

Entrata in cucina, posò la borsa per terra, prese dall’armadio il grande orso di peluoche e sedette sul letto cullandolo:

- Daniela …. Daniela ….

 

- IV -

19 novembre

- Daniela! Danielaaa! .... Daniela, non mi conosci più? Perché non rispondi?

Da parecchio tempo Luce sentiva vicino a sé quella voce che chiamava quel nome, ma non conosceva il nome. La voce sì, chiara, dolce, penetrante, inconfondibile.

- Dio, sei anche qui? Sei venuto a cercarmi?

- E ti stupisci? A volte mi sembra di diventare matto a cercare te e tutti quanti, soprattutto quando non mi rispondete! – La voce di Dio era allegra.

- Mi hai cercata e trovata! – sussurrò Luce sollevata – Ma perché mi chiami con quello strano nome?

- Non so se sia strano, so solo che è il tuo, ed è bellissimo.

- Il mio?

- Proprio il tuo, è il tuo nome nel mondo.

- Allora sono nel mondo …

Daniela faticava a raccapezzarsi: nonostante che il trovarsi di nuovo a tu per tu con Dio le procurasse un indicibile sollievo, persisteva in lei una sgradevole sensazione di malessere generale; non avrebbe saputo spiegare di che si trattasse né quando fosse iniziata, ma di sicuro stava male, soprattutto era stanchissima, addirittura sfinita.

- Dio, non sto bene qua – disse con sincerità – Sai, non è stata una grande idea, quella di venire al mondo.

Inaspettatamente Dio scoppiò a ridere.

- Sei venuta al mondo, come dicono gli uomini e le donne, solo da venti giorni, e sei già stata contagiata.

- Cioè?

- Cioè hai già assunto uno degli atteggiamenti dell’umanità che mi fa più impensierire: prendi una decisione e subito te ne penti, senza aver fatto niente per tirarne fuori qualcosa di buono.

- Signore, per te è facile parlare, ma non so se ti rendi conto di dove mi hai mandata.

- Io non ti ho mandata da nessuna parte, se non dove tu hai scelto di andare.

- Ah, io avrei scelto questa situazione?

La voce di Daniela era talmente amara, che Dio ne ebbe compassione.

- Sì, piccola. Ricordi che eri già un’anima Luce, pronta per entrare nel Grande Amore? Per me tu eri già bella abbastanza; ma tu non ti accontentavi di te. Quando si è completamente appagati, non si hanno più desideri, invece tu ne avevi ancora uno, cioè volevi migliorarti ancora. Volevi coccole nel mondo, cioè volevi sperimentare l’amore in un posto dove non è sempre così facile. Vedi, il mondo è strano …

- Chiamalo strano!

- … niente esiste senza il suo contrario, o senza che sia chiaro cosa sia la sua assenza (*).

Daniela, nonostante la tristezza e la stanchezza, divenne attenta, tutta se stessa rivolta a Dio, e si sentì meglio. Dio lo notò.

- Brava la mia piccola coraggiosa! Vedi, ci sono molte anime Luce come te che chiedono a se stesse più di quanto io avessi pensato. Come sono contento quando questo succede! Questo è il miglior frutto della libertà che io dono.

Daniela mise da parte tutto ciò che non fosse la felicità di ricevere un complimento del genere.

- Dunque, tornando al nostro discorso, nel mondo (*) non esiste la destra senza la sinistra, l’alto senza il basso, il pieno senza il vuoto, il buio senza la luce. Non c’è coraggio senza paura, perdono senza offesa, generosità senza egoismo, compagnia senza solitudine, e così via. Tu vuoi provare le coccole, cioè l’amore. Alle anime immature le coccole possono arrivare come coccole e basta. Invece alle anime Luce è riservato un compito più arduo: Per capire appieno l’amore sperimentano anche la mancanza di amore. Solo così raggiungeranno completamente la pienezza totale e saranno finalmente contente di sé.

Daniela traboccava di entusiasmo.

- Signore, com’è bello sapere e capire! Sono felice della mia scelta, è proprio ciò che fa per me. Sono sicura che d’ora in poi per me sarà tutto facile.

Dio sorrise con indulgenza.

- Calma, piccina, non c’è niente di tutto facile, questa è un’altra delle caratteristiche del mondo. Devo ancora informarti di cosa ti può anche capitare, perché capita tante tante volte, nel corso dell’avventura nel mondo.

- Spiegami.

- Tante anime Luce, mentre sperimentano il non-amore, possono decidere di aver capito che cosa è l’amore anche senza averlo sperimentato direttamente; e tornano al Grande Amore.

- E allora?

- Il finale è sempre lo stesso. Essere tutt’uno con me e con tutte voi.

Un pensiero attraversò la mente di Daniela.

- Vuoi dire che io, in questo preciso momento, potrei tornare al Grande Amore lasciando perdere il mio progetto?

- Sì.

- E tu non saresti deluso o scontento di me?

- Certo che no. Perché dovrei esserlo?

Daniela esitò un po’ prima di chiedere:

- E le altre anime Luce si prenderebbero gioco di me?

Di nuovo Dio scoppiò in una fragorosa risata.

- Cosa ho detto che fa tanto ridere? – Daniela era un po’ offesa.

- Un nuovo contagio dal mondo: aver paura del giudizio degli altri. Tu prenderesti mai in giro un’anima che cambia idea o programma?

- No.

- E allora perché dovrebbero farlo le altre?

Di tutto quello spiegone, a Daniela rimase un grande sollievo.

- Ho deciso: per ora resto qua – decise dopo averci pensato un bel po’. Ma Dio non aveva mai fretta, sapeva aspettare.

- E brava la mia Daniela, buona fortuna; ti sarò sempre vicino, ricordalo!

 

- V -

20 novembre

Gina entrò nel nido. Fuori era ancora buio, mancavano dieci minuti alle 7, quella settimana il suo turno era 7-15 . Prese le consegne dalla collega che aveva fatto la notte e fece un rapido giro tra le culle particolarmente affidate alle sue cure. In quel momento lei si occupava dei neonati meno problematici: nessuno era sotto i due chili di peso, non avevano bisogno né di flebo né di sondino gastrico per alimentarsi. Dal più al meno per tutti c’era una data di rientro a casa abbastanza probabile. Per tutti fuorchè per Daniela. Era una bimba Down, con una malformazione al cuore abbastanza frequente nella sua situazione: la parte destra e la parte sinistra del cuore comunicavano tra loro. Dopo i tre mesi, e se avesse raggiunto i tre chili di peso, sarebbe stato possibile operarla, con circa l’80% di probabilità di riuscita. Fino ad allora i farmaci attentamente dosati le avrebbero permesso di crescere e rinforzarsi per poter affrontare l’intervento. Ma secondo Gina e le sue colleghe non era questo il maggior problema della piccola: la mamma l’aveva abbandonata alla nascita,e, con quel quadro sanitario, non sarebbe stato facile trovare una famiglia adottiva. Diverse infermiere ne avevano dette di tutti i colori su quella “madre snaturata”, ma lei non era d’accordo; aveva un’amica, che era stata adottata in fasce, la quale un giorno, parlando della sua storia, le aveva detto:

- Sai, quando una mamma rinuncia al suo bimbo, lei è molto più abbandonata del figlio.

Gina si avvicinò alla culla di Daniela, che doveva mangiare alle sette e mezzo. La piccina dormiva quasi sempre, non piangeva mai; sicuramente, con quel cuoricino malandato, non aveva energie da sprecare, ma c’era qualcosa nel suo atteggiamento che angosciava Lina: non chiedeva mai niente, sembrava che non le importasse di vivere.

Si chinò sulla culla ed ebbe la prima bella sorpresa: il suo sguardo incrociò due occhietti azzurri spalancati rivolti a lei. La sollevò delicatamente, come sempre.

- Brava piccina, ti sei svegliata?

Seconda bella sorpresa: l’apparecchio che indicava la saturazione di ossigeno indicava 93, mentre prima non aveva mai superato gli 82.

- Ti preparo la pappa?

Daniela aveva tolto il sondino da tre giorni e non aveva ancora la forza di succhiare dalla tettarella; le mettevano in bocca il tubicino di una grossa siringa dove l’infermiera spingeva piano piano lo stantuffo. Gina preparò la sua siringa, glie la mise tra le labbra ed ebbe la terza bella sorpresa: lo stantuffo si mosse da solo, segno che la bimba succhiava.

- Tesoro, ma sei bravissima!

Piena di entusiasmo Gina travasò il latte in un biberon e, mentre trafficava, arrivò la quarta sorpresa: un vagito. Tornò alla culla, incredula, ma era proprio Daniela che protestava con la bocca aperta.

- Stellina, finalmente anche tu incavolata!

Daniela ricominciò a succhiare; impiegò venti minuti per quaranta grammi di latte, ma riuscì. Gina le prese la manina e … quinta bella sorpresa: la manina le stringeva l’indice, con una pressione così lieve che poteva essere avvertita solo dal suo tatto esercitato, ma indubbiamente stringeva. Sentì un nodo in gola per la commozione.

- Bentornata tra noi! - sussurrò – Non preoccuparti per la tua mamma, sono sicura che un po’ di gioia ci sarà ancora anche per lei; tu pensa a crescere e a diventare forte, che un’altra mamma per te la troveremo.

Le rimboccò la copertina e le accarezzò l’incredibile ciuffetto di capelli che le stava diritto sulla fontanella mentre la bimba già dormiva.

 

- VI -

7 dicembre

- Se non c’è altro, vado; per qualunque novità ci sentiamo - disse l’assistente sociale all’uomo importante seduto sulla poltrona di pelle dietro la grande scrivania coperta di fascicoli, buste ed appunti; ed uscì dallo studio chiudendosi la porta alle spalle.

L’uomo importante era un po’ calvo, un po’ rotondo, più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Era il dott. Latini, presidente del tribunale per i minorenni. Rimasto solo, si appoggiò allo schienale, con una grande tristezza nel cuore.

- Dunque, per la piccola Daniela ancora niente – disse a se stesso.

Nonostante l’esperienza, non riusciva a mantenere il distacco professionale di fronte alle storie che arrivavano sulla sua scrivania. Per lui non erano fascicoli, ma bimbi, ragazzi, uomini e donne sofferenti. Spesso pareva impossibile trovare il bandolo di matasse ingarbugliate tra dolore, violenza, abbandono, delinquenza. Altre matasse erano meno ingarbugliate, ma non se ne veniva a capo ugualmente. Daniela, per esempio: adottabile dalla nascita, sarebbe stato assai difficile trovarle una famiglia; l’assistente sociale gli aveva appena annunciato che già due coppie interpellate avevano detto di no; coppie che, in sede di percorso di selezione, si erano dette disponibili ad accogliere bimbi con rischio sanitario. Lui stesso, anni prima, aveva fondato l’associazione “Cerca famiglie”, per trovare una collocazione soddisfacente ai minori che nessuno voleva. L’esperienza gli aveva insegnato che quasi tutti i “brutti anatroccoli” erano accolti e adorati in famiglie che li avevano conosciuti o sentito la loro storia; famiglie che raramente avevano già pensato all’adozione, spesso già numerose; famiglie che, se fossero passate tra le maglie di psicologi -neuropsichiatri-assistenti sociali per la selezione, molto probabilmente sarebbero state dichiarate non idonee per bimbi belli e sani. Ma con i brutti anatroccoli ci si buttava. Era incredibile, o meglio meraviglioso, come queste adozioni funzionassero.

- Tieni duro, Danielina, anche a te troveremo una mamma ed un papà, te lo prometto.

La segretaria gli annunciò la persona del prossimo appuntamento. Diede una scorsa al fascicolo già pronto sulla scrivani e disse:

- Avanti!

 

- VII -

9 dicembre

- Come avevi ragione, Signore, che nel mondo non c’è niente di facile!

Nonostante si sentisse avvolta nel calore dell’infinita comprensione di Dio, Daniela stava di nuovo male, e Dio sapeva perché: da tre giorni Gina era in mutua con l’influenza. La piccina era fragile, e ne risentiva. Tutte le infermiere cercavano di darle qualche coccola in più, ma Gina le aveva dato il suo cuore.

- E questo è un problema per la mia intrepida Daniela?

- Non lo so, Signore … ma credo di sì.

- Raccontami.

- Dio, il corpo cui ho dato vita è così debole… è difficile non cedere alla tentazione di lasciarlo, sembra che non gl’importi se io sto con lui o no - Fece una pausa – E poi le coccole …

- Le hai trovate?

- Sì, almeno così credo … ma sono così poche … Ho capito che passa tanto tempo tra quando le ricevo e prima che arrivi la volta dopo.

- Come hai capito che sono coccole?

- Già, neanche questo so di sicuro; però mi sento come quando sto con te.

- Allora sono proprio coccole – sorrise Dio – E non sei contenta?

- Sì … Però sono così poche! Il mio corpo ne avrebbe bisogno più che del latte. Come avevi ragione quando mi hai detto che nel mondo non ce n’è mai abbastanza!

- E allora cosa pensi di fare?

Daniela tacque a lungo prima di rispondere:

- Forse lascerò il mondo … o forse resterò … non so.

- Saggia decisione.

- Quale delle due?

- Tutte e due.

- Tu sei in vena di scherzi, Dio, ma io non sono dell’umore adatto per apprezzarli – osservò Daniela amara.

- Mia piccola Daniela, voglio solo farti capire che tu per me sei unica e perfetta qualunque cosa tu scelga. E’ per te che è importante trovare la tua strada.

 

- VIII -

10 dicembre

- Dottore, la bimba del numero 2 non mi convince – disse una giovane infermiera al pediatra di turno.

Era arrivata da poco e non conosceva ancora i nomi.

Il respiro di Daniela era affannoso, la saturazione di ossigeno era scesa a 79, occhi sempre chiusi, tono muscolare quasi assente.

- Eppure tra l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre aveva fatto grandi progressi – rispose il dottore scorrendo la cartella clinica – Io stesso avevo parlato con le assistenti sociali per la dimissione, perché non aveva più senso tenerla qui. Però adesso sta di nuovo male … Vorrei che la vedessero al Regina Margherita. (era l’ospedale infantile attaccato al Sant’Anna).

Fu disposto il trasferimento: visite, esami, cambiamento di terapia … Nell’arco di quarantott’ore i cardiologi consultarono i cardiochirurghi e fu perfino presa in considerazione la possibilità di anticipare l’operazione al cuore; furono avvisate le assistenti sociali perché occorreva la firma del tutore legale. Nel frattempo però fu diagnosticala una bronchiolite, che poteva spiegare quasi tutti i sintomi. Alla terapia furono aggiunti gli antibiotici.

 

- IX -

12 dicembre

- E tu che ci fai qui? – chiese a Gina l’infermiera che stava dando da mangiare con la siringa a Daniela.

- Sono tornata oggi a lavorare, ma non ho visto Daniela al nido di Sant’Anna, mi hanno detto che era qui e sono venuta appena ho finito. Ma in che stato è! – esclamò con profonda tristezza – Pensare che la settimana scorsa era rifiorita. Che è stato?

- Una maledetta bronchiolite – rispose l’altra – Purtroppo gli ospedali sono dei concentrati di germi. Oggi abbiamo cominciato con gli antibiotici, speriamo che servano …. Senti, mi fai un piacere grande? Finisci tu di darle il latte? Io ho un terribile arretrato con le cartelle …

Gina prese la siringa, e intanto parlava dolcemente alla piccina.

- Forza, piccolina, non mollare. Non c’è che dire, la sfortuna ti perseguita, ci mancava pure la bronchiolite, ma tu ce la farai, vero? Fa’ la pappa, tesoro, devi guarire …

L’indomani il quadro generale era migliorato, probabilmente gli antibiotici avevano cominciato a fare effetto, e Daniela fu riportata al nido di Sant’Anna. Gina ne fu felice e si dedicò a lei più che potè. Quei cari occhietti si riaprirono, ricominciarono le strette al dito, tornò il biberon. Quattro giorni dopo fu raggiunto il fantastico peso di tre chili.

 

- X -

21 dicembre

Rosetta era un’assistente sociale che lavorava al coordinamento affidamenti familiari del comune di Torino; era appena entrata in ufficio quando squillò il telefono. Era Rocco, il suo capo.

- Rosetta, conosci per caso qualcuno che voglia adottare una bambina down con una malformazione al cuore? – esordì lui.

- Beh, come richiesta di primo mattino non c’è male.- rispose; da anni lavoravano fianco a fianco, e si intendevano – Spiegami tutto.

- Da due giorni il dott. Latini …

- Il presidente del tribunale?

- Sì, proprio lui. Beh, da due giorni mi sta appresso per Daniela, down, come ti dicevo, nata il 30 ottobre, abbandonata alla nascita, adottabile, dimissibile dal nido di Sant’Anna. Se l’è presa particolarmente a cuore.

- Se è adottabile cosa c’entriamo noi? Fanno loro gli abbinamenti per le adozioni.

- Appunto; ma le loro famiglie questi bambini non li vogliono quasi mai; ne hanno già interpellate due che non se la sono sentita. In più, dice Latini, siamo sotto Natale: per quasi venti giorni sarà tutto paralizzato quasi come a ferragosto; per una bimba di un mese e mezzo sempre vissuta in ospedale altri venti giorni di ospedale, per di più con personale ridotto per le ferie, potrebbero essere molto pesanti.

- Ma si rende conto Latini di cosa ci chiede? Dove la troviamo, la vigilia di Natale per Natale, una famiglia che si prenda una neonata con rischio sanitario?

- Forse una famiglia-comunità …

- Senti, oggi non so cosa posso fare perché non ho neanche un minuto libero; comincio a pensarci; domani dovrei avere un paio d’ore di fiato e mi dedicherò a questo.

- Grazie, buona giornata.

- Altrettanto a te.

Rosetta posò il telefono e si affrettò verso la sala d’aspetto, perché entrando aveva già visto le persone del primo appuntamento della mattina.

 

- XI -

22 dicembre

Fedele al suo impegno, Rosetta esaminava il dossier delle famiglie comunità. Erano famiglie affidatarie per così dire “extra large”, perché, opportunamente preparate e sperimentate, ospitavano quattro o anche cinque minori. Sfogliò il dossier che conosceva a memoria: adolescenti fuori di testa, disabilità grave, abusi, inserimenti avvenuti da pochissimo tempo; molti nuclei avevano già superato la soglia dei quattro minori ospitati.

C’erano solo Luigi e Silvia teoricamente disponibili: avevano due bimbe di sei e tre anni e mezzo senza particolari problemi; una terza bimba quella sera stessa sarebbe stata da loro accompagnata a casa sua perché tornava in famiglia per sempre. Di solito si cercava di lasciare passare un po’ di tempo tra una dimissione ed un nuovo inserimento, ma le emergenze erano sempre in agguato. C’era un problema: Silvia era sicuramente l’affidataria più pasticciona che conosceva. Al coordinamento affidamenti erano già arrivate lamentele per un ragazzo che era arrivato a scuola con la felpa macchiata, per una bimba in visita ai genitori naturali con i pantaloni consunti sulle ginocchia e le unghie non tagliate a dovere. Silvia raccontava fiabe, cantava, cuciva vestitini per le bambole, curava la vita di relazione, giocava, ma già due servizi di quartiere avevano dichiarato che era trascurante, e questo era maledettamente grave, soprattutto se riferito a bimbi già compromessi dalla trascuratezza. In più lei e Luigi erano stati definiti “Di non facile comando”, perché avevano espresso pareri non condivisi ad un paio di psicologhe. Rosetta in realtà non era d’accordo con quei giudizi così negativi; Silvia era sì la distrazione fatta persona (più di una volta lei aveva tribolato per duplicare documenti persi da quella benedetta donna), ma lei e il marito credevano profondamente in quello che facevano ed avevano trent’anni di esperienza alle spalle; inoltre, essere nonni di cinque nipotini, di cui il più piccolo aveva quattro settimane scarse più di Daniela, aveva permesso loro di non perdere per così dire la mano con i neonati. Così fece il loro numero; rispose Silvia, che si dimostrava sempre felice di sentirla. Dopo i saluti, Rosetta entrò subito nel vivo.

- Vorresti una bimba down, di un mese e mezzo, in attesa di adozione?

Dall’altra parte silenzio.

- Pronto, Silvia, ci sei ancora? Ti ho scioccata?

- Sì, ci sono … A noi chiedi? Con i nostri trascorsi? Un neonato?

Rosetta le spiegò la situazione: Il dottor Latini, la difficoltà a trovare una famiglia adottiva in fretta, la dimissione da Sant’Anna, le vacanze di Natale di mezzo ….

- Devo risponderti subito o posso parlarne con Luigi? Sai che stasera portiamo a casa Giulia.

- Sì, lo so.

- Siamo tutti molto emozionati. E domani, il 23, sono in giro dall’una alle cinque con Sara ed Alice: dalla psicologa e per le visite a mamma e papà.

No, questo pezzo le mancava e complicava tutto, ma Rosetta non era tipo da scoraggiarsi per così poco.

- Potrei venire a portarti documenti da firmare durante le tue sale d’attesa – suggerì – Però fermati un attimo, non mi hai ancora detto di sì, parla con Luigi. Avete un po’ di tempo per decidere.

- Quanto tempo?

- Mezz’ora …

Scoppiarono a ridere insieme.

- …. perché, se voi non potete, io devo cercare un’altra soluzione; e sono già le undici.

- E’ giusto. Ciao, ti richiamo.

Richiamò dopo dodici minuti, ed aveva la voce di una persona felice.

- Sono Silvia. Per la piccina va bene. Come si chiama?

- Daniela. Cos’ha detto Luigi?

- Niente. E’ molto commosso per la partenza di Giulia. Mi ha detto “Decidi tu” ed io ho deciso.

- Grazie … Ti richiamo appena so qualcosa per tutta la burocrazia. E, Silvia, una cosa: quando l’andrai a prendere, portati una tutina nuova. Dovrai fare un sacco di controlli al Regina Margherita, quindi attenta alle patacche, siamo nel mirino.

Silvia ebbe la sensazione di aver ricevuto un secchio d’acqua gelata in testa, anche se era ben consapevole delle sue molte mancanze.

- Peccato – rispose ironicamente – che i neonati abbiano il vizio di vomitare, sbavare, smoccolare, rigurgitare e fare cacca gialla e semiliquida senza chiedere il permesso e anche davanti ai pezzi grossi.

- Silvia …

- Scusa. Farò tutto ciò che posso.

Sia per Silvia e Luigi che per Rosetta quel giorno ed il seguente costituirono una maratona per preparare l’ingresso in famiglia di Daniela, ma ne vennero a capo. Luigi e Silvia ricevettero pure il numero di cellulare del dott. Rocco, cui il dott. Latini faceva riferimento, con l’offerta della più ampia disponibilità in caso di bisogno.

 

- XII -

24 dicembre

Dopo un bel po’ di tempo che si rigirava nel letto, Silvia rinunciò definitivamente a riaddormentarsi e guardò la sveglia: 4,46. Meno male, il grosso della notte era passato. Era tutto pronto: carrozzina, seggiolino auto, corredino, borsa con tutto per il cambio compresa la famosa tutina nuova.

Giorgia, sua figlia, si era incaricata dell’acquisto, oltre che di pannolini, salviettine, spazzolina per i capelli: tutto di marca; lei continuava a pensare che tanto qualche pasticcio l’avrebbe combinato ugualmente, ma almeno le cose c’erano.

La loro maggiore preoccupazione erano le reazioni di Sara ed Alice. Sara, alla notizia dell’imminente arrivo di Daniela, aveva dichiarato:

- Che pizza! Io volevo una bambina di cinque anni per giocare.

Alice aveva chiesto:

- E’ piccola piccola?

- Sì.

Al che la bimba era saltata al collo di Luigi cinguettando: “Anch’io sono piccola!” e non c’era stato verso di staccarla per venti minuti buoni.

Il menage dell’immediato futuro costituiva un grande punto interrogativo. Silvia sapeva che avrebbe dovuto fare corse almeno settimanali al Regina Margherita; sapeva che in febbraio ci sarebbe stata l’operazione al cuore in programma; Rosetta le aveva detto che, con un po’ fortuna, (ed in molti casi simili la dea bendata era intervenuta,) per allora ci sarebbe già stata la famiglia adottiva. A Silvia piaceva pensare che sarebbero diventati amici.

- Se abiteranno lontani da Torino – ragionava – li potremmo ospitare qui mentre la piccola è in ospedale; poi potremmo tenerci in contatto anche in futuro; si sa, quando si ha un figlio disabile le amicizie non sono mai troppe. Se accolgono una bimba con questi problemi, saranno sicuramente persone aperte, allegre e simpatiche. Però può anche darsi che non si trovi nessuno; allora, piccina, ti terremo noi. – Sorrise nel buio - Sarà un segno del destino che questi nonni devono darsi una mossa e restare sulla breccia; sarà dura, ma tra tutti ce la faremo.

I “tutti” erano i loro figli con le loro famiglie ed altre famiglie affidatarie con cui erano particolarmente uniti. Silvia continuò a fantasticare: era ben consapevole del fatto che la sua testa galoppava, ma era di nuovo successo ciò che succedeva ogni volta che dal servizio sociale arrivava una proposta di accoglienza: amava quel bimbo o bimba, ragazzo o ragazza, dal momento in cui sapeva che era al mondo.

Fu interrotta dal giornale radio della radio sveglia: 6,30, ora di alzarsi. Alle 8 sarebbe arrivata Miriam, la loro giovane amica che faceva da babysitter quando ne avevano bisogno. Alle 9 avevano appuntamento con l’assistente sociale di Sant’Anna .

Arrivarono puntuali, bagnati perché pioveva, carichi: borsa, zainetto, seggiolino (per Silvia quei bagagli erano stati una specie di incubo). Lasciarono tutto nell’ufficio dell’assistente sociale, che li accompagnò all’ingresso del nido, suonò ed annunciò il loro arrivo. Dopo dieci minuti comparve un’infermiera con la culla. Silvia e Luigi si strinsero forte la mano e videro una testina piccina con un buffo ciuffetto, due occhietti azzurri semichiusi. La piccina era molto pallida, minuta e stranamente immobile per avere quasi due mesi.

- Vorrei prenderla in braccio – sussurrò Silvia.

- Non dirlo a me – rispose piano Luigi.

Ma non c’era tempo per fare conoscenza.

- Ci aspettano in cardiologia al Regina Margherita – disse l’infermiera – Lì avrete tutte le istruzioni.

Raggiunsero l’ospedale infantile passando per i sotterranei. Nello studio della dottoressa Silvia, con le mani che quasi tremavano per l’emozione, prese per la prima volta in braccio la piccina (Dio, quant’era leggera), la posò sul lettino, le tolse il camicino per la visita. Tutto fu fatto con molta delicatezza, poi la dottoressa le mise sul piccolo petto il gel per l’ecografia. Quando il cuore comparve sul monitor, Silvia restò senza fiato: anche ad una profana come lei saltava agli occhi il buco tra al parte destra e la sinistra.

- Dottoressa, com’è possibile che Daniela sia viva?

Seguì una spiegazione di cui non capì tutto, ma il finale fu ben chiaro:

- Questi bambini sono sicuramente molto fragili; si cerca di superare i tre mesi; con l’operazione ci sono buone probabilità di risolvere il problema più grosso. Poi molto probabilmente occorrerà un altro intervento per correggere i difetti della mitrale e della tricuspide.

Silvia intanto rivestiva la piccina. Ogni minuto che passava le voleva più bene. Com’era minuta, bianca ed inerte! Ricevettero indicazioni dettagliate sulla terapia da somministrare , tutto fu anche scritto.

- E’ una bimba che va molto stimolata – concluse la dottoressa congedandoli – Fatele bagnetti, giocate, parlatele …

Tornarono al nido di Sant’Anna. Gina si era organizzata i turni in modo da essere presente alla dimissione, e li accolse con calore. Preparò il biberon e lo diede a Silvia, che finalmente aveva potuto riprendere in braccio la bimba. Accanto a lei Luigi continuava a soffiarsi il naso..

Daniela si addormentò a poco più di mezzo biberon, ma Gina li rassicurò:

- Recupererà al prossimo pasto. Le visite mediche fuori dal nido la stancano. Stamattina poi – soggiunse con un grande sorriso – credo che sia anche emozionata.

Silvia e Luigi erano imbambolati nella contemplazione della piccola e non furono capaci di spiccicare una sillaba. Gina li consigliò di fermarsi ancora per il pasto seguente per permettere a Daniela di abituarsi già un po’ a loro. Intanto il pediatra consegnò loro ancora un mucchio di carte, rispose alle loro domande e salutò la bimba che aveva socchiuso gli occhi.

- Così a Natale mangerai agnolotti e tacchino ripieno – le disse sfiorandole il ciuffetto.

Il biberon dell’una fu consumato completamente,con grande soddisfazione di Silvia. Lina le diede una tutina con un buffo Babbo Natale disegnato davanti.

- Si offende, signora? E’ solo un pensierino …

- E’ veramente cara, grazie!

Dal cassetto sotto la culla, Gina trasse ancora un sacchetto di plastica.

- L’ha lasciato qui la sua mamma – spiegò.

Luigi ne trasse due orsetti di peluoche, una tutina bianca con i pagliaccetti rossi e blu, due body. Una grande tristezza li invase, ma la accantonarono perché inaugurarono subito la tutina con il Babbo Natale. Poi tutti e tre uscirono dal nido e tornarono nell’ufficio dell’assistente sociale, la quale li salutò festosa:

- Oh, finalmente anche Daniela in braccio ad una mamma!

- Ad una nonna – corresse Silvia; c’era una cosa che le stava a cuore: - E la sua vera mamma?

- E’ stata una storia triste, che non siamo riuscite a gestire bene …

Silvia sistemò la bimba nel guscio. Abbracci, auguri; corridoio, ascensore, altro corridoio, atrio, pioggia, strada verso casa. Mentre erano sulla tangenziale arrivò una chiamata di Rosetta, che chiedeva notizie; le risposero con entusiasmo.

- Certo che Rosetta è sempre Rosetta – commentò Luigi chiudendo il cellulare- Oggi è in ferie e chiamava da casa di sua madre.

Gina, al nido, tolse i lenzuolini dalla culla n° 2.

- Sono contenta che tu sia andata via, però mi mancherai, piccinina …

Ma era tranquilla: quando aveva ritirato il biberon al termine della poppata, aveva visto la minuscola manina chiusa intorno all’indice della mano sinistra di Silvia.

 

- XIII -

25 dicembre /1° gennaio

- Buon giorno, Gesù Bambino!

Non erano ancora le cinque dalla mattina di Natale. Seduta sul lettone con Daniela in braccio che finiva il biberon, Silvia era completamente felice.

L’arrivo a casa era stato di una dolcezza infinita e senza traumi. Luigi era andato subito a prendere Sara e Alice, che Miriam aveva portato a mangiare a casa sua. Tornando aveva trovato la piccola sistemata nella carrozzina e Silvia indaffarata a mettere a posto le scorte di latte e medicinali di cui l’ospedale li aveva forniti.

Alle quattro e mezzo del pomeriggio, ora del pasto, non c’era stato modo di farle bere più di 40 grammi di latte sugli 80 che avrebbe dovuto prendere, perché si era riaddormentata.

Alle sette, poco prima di cena, Alice aveva fatto la prima pipì addosso.

- Ma Alice, cosa combini, hai quasi quattro anni!

- Io sono piccola – era stata l’entusiasta dichiarazione in risposta.

- Ma Daniela dorme sempre? – aveva chiesto alle nove Sara mentre guardavano un cartone animato.

Già, Danielina dormiva, e Silvia cominciava a preoccuparsi. Telefonò ad Alba, la sua amica che aveva già avuto quattro esperienze di accoglienza di neonati.

- Stai tranquilla, pensa a quanto è stanca. Anche i miei …

Avevano parlato un po’, ma alle undici, dopo che con Luigi ebbero sistemato in sala i doni di Natale per le bambine, Silvia era di nuovo in ansia. Aveva tirato su la piccina non sapeva più quante volte, l’aveva cambiata, aveva perfino preparato il biberon e cercato di metterle la tettarella in bocca, ma niente, Daniela continuava a dormire.

- Cerca di dormire anche tu; Alba ti ha detto che la stessa cosa era successa anche a lei con il trasferimento dall’ospedale a casa – l’aveva consigliata Luigi, e nel giro di pochi minuti aveva messo in pratica il suo suggerimento.

Silvia sapeva che aveva ragione, ma quella considerazione elementare e sensata non voleva saperne di passare dal cervello alla pancia. Aveva spento l’abajour, si era coricata, aveva tirato la carrozzina accanto al lettone e posato la mano sul corpo della piccola per essere sicura che il cuore battesse. Alle quattro e un quarto, nel dormiveglia, aveva sentito qualcosa dalla carrozzina; accendendo la luce, aveva visto per la prima volta gli occhi di Daniela completamente aperti.

 

- XIV -

 

- Signore, le coccole! Quante, e come sono belle! E non smettono mai! Qui ce ne sono talmente tante che io non capisco più niente! – Daniela era eccitata e felice.

- E infatti non c’è bisogno di capire – rispose Dio allegramente – Così sei finalmente riuscita a trovarle, queste benedette coccole?

- Non le ho trovate io, sono loro che hanno trovato me … Proprio come capita con te! Un po’ già lo sapevo che le coccole portano Amore, ma provarlo è tutto un’altra cosa!

- Altra contaminazione del mondo- osservò Dio divertito.

- E sarebbe?

- Sarebbe mettersi a fare teorie anziché lasciarsi andare alla gioia spontanea.

- Allora posso prenderne quante ne voglio senza problemi?

- Certamente

- E per quanto tempo?

- Sei proprio irrimediabilmente umana, ti preoccupi già del futuro! La risposta è: per tutto il tempo che vuoi, te l’ho già detto. Ma devi vivere ogni istante nel presente, altrimenti rovinerai tutto.

Daniela ubbidì e si abbandonò beatamente a quel fluire ininterrotto di coccole; poi si rese conto che il suo corpo aveva fame, ed aprì la bacca facendo il gesto di succhiare. Un lumino si accese, due braccia la sollevarono e bevve di gusto un mucchio di buon latte tiepido. E poi … si riaddormentò; tanto ormai aveva capito che, anche mentre dormiva, le coccole continuavano.

 

- XV -

 

A Silvia sembrava di essersi addormentata da cinque minuti quando si sentì chiamare.

- Silvia, è arrivato Babbo Natale! – gridava Sara.

- Sì, è livato Babbo Natale, ho vitto io ! – faceva eco Alice.

Silvia aprì faticosamente gli occhi. Cominciava ad albeggiare, erano le sette e mezzo.

- Svegliate anche Luigi – sbadigliò.

Non fu una faccenda del tutto immediata ma neanche troppo lunga: le due bimbe avevano dei sistemi che avrebbero costretto ad alzarsi l’essere più fannullone ed il più stanco: gli tirarono il naso e le orecchie, fecero il cavallino sul suo corpo inizialmente immobile; mentre erano in arcioni, Alice gli sollevò una palpebra ed annunciò alla sorella:

- Guadda, si è veiato!

Al che Luigi, con un ruggito, diede una sgroppata che le fece ruzzolare dall’altra parte del lettone e, tra risate generali, scesero in sala dove, accanto al presepe, c’erano i regali. Scese anche Daniela tra le braccia di Silvia, e si svegliò perfino, data la grande occasione. Ci volle un bel po’ a convincere le due grandi a vestirsi interrompendo di giocare con i giochi nuovi: ma quando, verso le undici, arrivarono figli e nipoti, erano riusciti perfino a fare colazione. Daniela riportò un vero trionfo: stette in braccio a tutti, grandi e piccini; i suoi occhi erano più aperti, ma in ogni caso non rinunciò alle sue tranquille dormite.

Fu un giorno davvero felice, ma la sera Luigi e Silvia parlarono di ciò che era stato più che evidente accanto ai loro nipotini vivaci e pieni di salute: la piccina era tanto pallida, minuta, ferma, silenziosa, con il visetto che aveva i tratti tipici della sindrome di Down.

- Se penso al suo cuore com’era nell’ecografia, mi viene male – diceva Silvia – Mi sembra impossibile che nel giro di un mese o due sarà in grado di sopportare quella terribile operazione.

- Prova a sentire Elisa, magari lei ti saprà dire qualcosa in più, informazioni, cose pratiche.

Elisa era una cara amica, ostetrica, anche lei mamma affidataria. Quella sera ed i giorni seguenti si parlarono molto. A Silvia fece bene, perché ebbe un quadro obbiettivo di ciò che sarebbe potuto accadere. Rischi ce n’erano, ed anche grossi, ma Elisa conosceva diversi down che avevano superato bene i loro problemi ed i cui nuclei familiari avevano raggiunto serenità ed equilibrio. Le loro chiacchierate finivano sempre circa allo stesso modo:

- Se avrai bisogno di aiuto, e se anche Daniela dovesse restare con voi per tanto tempo, tu sai che noi ci siamo.

E Silvia sapeva che non erano promesse vane.

Poi c’era Anna, sempre nel giro delle famiglie affidatarie, che il giorno seguente venne a conoscere Daniela e se la tenne in braccio tutto il pomeriggio. Era brava a lavorare a maglia, e Silvia le commissionò subito una cuffietta, perché quelle che aveva erano troppo grandi e le scendevano fin sul naso!

Il 30 dicembre era fissato il primo controllo al Regina Margherita, dal quale Luigi e Silvia uscirono pieni di ottimismo, perché la primaria cardiologa trovò Daniela, che sfoggiava la cuffietta nuova, talmente bene da toglierle parte dei farmaci.

In casa Alice continuava a fare una pipì addosso ogni giorno, ogni volta dichiarando con solennità “Io sono piccola”. Però prendeva parte attiva alle cure di Daniela: reggeva il biberon ed il contagocce delle medicine, sceglieva le tutine. Sara era molto orgogliosa quando poteva tenerla in braccio e non si stancava di starle accanto tenendole la manina.

I familiari continuavano a dare affetto. Marco, il genero, aveva proposto a Giorgia di dare disponibilità per l’adozione; intanto il loro figlioletto di tre anni metteva da parte i tappi del latte per far giocare “Dalienina”, come la chiamava lui.

Luigi era fermamente deciso a debellare il pallore della piccola: in braccio o in carrozzina, che fosse sveglia o che dormisse, la metteva sempre al sole.

- Piccolo girasole – le diceva – hai bisogno di sole. E non protestare – aggiungeva quando lei strizzava gli occhietti per quella luce cui non era abituata – Il tuo nonno sa che cosa ti fa bene.

L’ultimo dell’anno, come avevano progettato qualche settimana prima, vennero da loro Anna con la sua bambina ed Elisa con marito e bimbe. In tutto le signorine erano cinque, si conoscevano già e giocarono un sacco

I grandi se la contavano, finalmente per qualche ora nessuno doveva correre, e Daniela continuava a passare da un braccio all’altro, tra carezze e complimenti.

La mattina di Capodanno Silvia chiese ad Elisa di aiutarla a fare il primo bagnetto; prima non si era fidata perché la cucciola aveva ancora tosse e raffreddore, ma da due giorni erano praticamente scomparsi. Catino, olio per massaggi, platea entusiasta delle cinque bimbe grandi. Daniela nell’acqua si muoveva come non l’avevano mai vista ed Anna le fece tante foto… E poi nanna, rigorosamente al sole.

 

- XVI -

 

- Signore, mi sento strana ….

- Che c’è, sono finite le coccole?

- No, anzi … Qui, anche se a volte c’è un mucchio di confusione, le coccole si respirano sempre, anche quando tutti dormono.

- E allora?

- Allora … nonostante tutto …

- … non ti senti al tuo posto – termino Dio comprensivo.

- Perché mi succede questo? – chiese Daniela imbarazzata.

- E’ semplice: perché il tuo vero posto è il Grande Amore, e tu lo sai. Stavi per entrarci, ma hai voluto fare ancora un po’ di esperienza per migliorarti. Ora che senti di aver sperimentato, è naturale che tu tenda là dove è la tua vera dimora.

Daniela esitò ancora prima di parlare di nuovo.

- Forse ti perdo di rispetto, ma ho un dubbio: quel Grande Amore non sarà un posto un po’ noioso?

- Per questo ti preoccupi? – Dio rise di gusto – Se ti annoierai o no lo vedrai quando ci arriverai. Io non lo so, perché la noia è un concetto molto personale, anche per le anime Luce. Quanto al rispetto – Il tono era sempre divertito - io non ne ho nessun bisogno, altrimenti a quest’ora … Lasciamo perdere. Piuttosto tu non avresti rispetto per te stessa se non facessi ogni sforzo per capire chi sei e che casa vuoi.

- Ho ancora un dubbio: quando uno entra nel Grande Amore deve poi restarci?

- Ma come puoi pensarlo? Amore e costrizione sono incompatibili tra loro.

Come sempre, le chiacchierate con Dio portavano un immenso sollievo.

- Tu mi chiarisci sempre le idee!

- Meno male! E’ il minimo che ci si può aspettare da Dio.

- Certo che il Grande Amore deve essere veramente fantastico!

- A chi lo dici! – sorrise Dio.

 

- XVII -

 

La sera di capodanno alle dieci Daniela riuscì a bere solo mezzo biberon. Aveva di nuovo la tosse, il nasino era tappato e, con la tettarella in bocca, non riusciva più a respirare. Silvia era costernata: da tre giorni la piccina aveva aumentato di dieci grammi ogni poppata, ed ora erano di nuovo da capo. Inoltre, al di là della mancanza di appetito, tutto nella piccina era calato di tono: occhi chiusi, respiro sempre affannoso, tono muscolare ridotto, pallore più pronunciato dopo il tenue rosa che aveva cominciato a colorirle le guance con la elioterapia di Luigi. E pensare che solo poche ore prima si agitava nella catinella e dopo aveva riempito tutti di orgoglio perché, sgambettando durante il cambio, aveva centrato con un piede la cacca nel pannolino!

Alle undici Silvia telefonò al nido di Sant’ Anna descrivendo i sintomi. Il pediatra, come disse, aveva perfettamente presente il quadro clinico di Daniela, e prescrisse tre aerosol da somministrare ad un’ora di distanza uno dall’altro.

 

- XVIII -

2 gennaio

In casa c’erano le medicine necessarie, e alle tre del mattino la bimba respirava molto meglio, alle sette prese altri cinquanta grammi di latte. Silvia ritelefonò all’ospedale dando le nuove notizie ed annunciando che in ogni caso sarebbe presto venuta per farla vedere. Le risposero di partire pure con calma.

Alle dieci e mezzo il respiro era di nuovo affannoso, e la pediatra del nido le mandò al pronto soccorso del Regina Margherita

- L’appoggi qua, arriva subito il dottore – disse l’infermiera di là che le accolse indicando il lettino.

Mentre l’adagiava, Silvia vide la boccuccia aperta e la testina rotolare da un lato. Le uscì dalla gola una voce che non conosceva:

- E’ morta … Daniela è morta …

In meno di un minuto il lettino fu circondato da quattro persone, tutte precise, veloci, ognuna sapeva perfettamente cosa doveva fare. Silvia uscì senza farselo dire, sedette su una panca in corridoio ed avvisò Luigi; si dissero poche parole perché nessuno dei due riusciva a parlare. Rimase lì con la testa vuota, perdendo la nozione del tempo …. Ad un certo punto si sentì chiamare.

- C’è la mamma di Daniela?

Schizzò in piedi. Dalla sala medica stava uscendo una barella con flebo e matasse di fili; sotto il telo argentato, quasi invisibile tanto era piccola, Daniela.

- L’abbiamo rianimata, ha avuto un arresto cardiaco. Venga stasera alle sette, terzo piano, terapia intensiva cardiologica.

Mentre la barella spariva nell’ascensore, Silvia intravide il ciuffetto di capelli.

Tornò al Sant’Anna. Sulle sedie nel corridoio davanti al nido recuperò il seggiolino dell’auto, la borsa con i cambi, la sua giacca. Prese tutto e raggiunse l’uscita. Esattamente nove giorni prima lei e Luigi avevano varcato quella porta felici, un po’ timorosi, entusiasti, con Daniela nel guscio. Ebbe una vertigine, arrivò alla panca più vicina e pianse. Era dilaniata dai sensi di colpa: se avesse portato la piccina al pronto soccorso la sera prima, era sicura che l’arresto cardiaco avrebbe potuto essere evitato. “… Affidataria trascurante …”. Si sentiva un mostro: altro che trascurante! Questa volta la bimba affidata alle sue cure era morta perché lei l’aveva lasciata morire.

Era domenica, ma fece il numero di Rosetta ( era un raro esemplare di assistente sociale che lascia il proprio cellulare). Era in ferie, ma rispose. Faticò a capire le frasi spezzate di Silvia che piangeva:

- Daniela è morta … l’hanno rianimata ed è in terapia intensiva … io non l’ho portata all’ospedale in tempo … è stata senza respirare … io non me la sento di tenere un vegetale in casa … Rosetta, interrompi l’affidamento, non sono capace di tenere nessun bambino … Ma Danielina continuerò a seguirla lo stesso, sempre …

- Calmati, Silvia, spiegami bene, sono sicura che tu hai fatto tutto ciò che era possibile.

Quella cara voce che non la condannava la rincuorò, e riuscì a mettere insieme un resoconto sensato e comprensibile.

- Avvisa subito il dottor Rocco – concluse Rosetta – Questa settimana dovrai fare riferimento a lui perché io sono in ferie. Sta tranquilla, non hai niente da rimproverarti. Ti telefono il 10, appena torno.

Silvia lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica del dott. Rocco. Uscì dall’ospedale, raggiunse la macchina e tornò a casa.

Sara ed Alice furono sconcertate dall’assenza della piccina.

- E’ rimasta all’ospedale – spiegarono Luigi e Silvia – Vi avevamo spiegato che ha il cuoricino malato, devono poi farle l’operazione.

- Io vado all’oppedale – dichiarò Alice – devo dalle il bimbolon.

Silvia la prese in braccio, e sentì il culetto bagnato.

- Ma Alice!

- Io sono piccola – annunciò lei festosamente, e Silvia se la tenne stretta.

La sera lasciarono le bambine da Giorgia e Marco e andarono a trovare Daniela. Durante l’orario di visita c’era un medico a disposizione dei famigliari. Erano tutti molto gentili e pazienti. La piccina respirava per mezzo della macchina cuore-polmone, era intubata, nutrita con flebo e sondino gastrico, collegata costantemente con l’elettrocardiografo, faceva pipì col catetere, un ago con valvola in vena per i prelievi, un altro pronto per le trasfusioni. Non c’era molto spazio per accarezzare quel corpicino, e loro lo usarono tutto, dal ciuffetto ai calcagni. La prognosi era riservata, non era possibile alcuna previsione.

Uscirono quando gentilmente furono mandati via, passarono a riprendere le bambine. Casa, film, nanna. I loro figli telefonarono per sentire notizie, poi Elisa, Anna, Alba.

- Siamo fortunati a non essere soli – disse Luigi mettendosi a letto; erano sfiniti.

Spensero la luce, ma, appena chiudeva gli occhi, Silvia risentiva il respiro affannoso di Daniela, rivedeva la boccuccia aperta e la testolina riversa. La sua testa turbinava.

- Qualunque cretino l’avrebbe portata subito al pronto soccorso ed io non l’ho fatto … Se Daniela fosse stata da Elisa, o da Alba, o da chiunque altro, non sarebbe ridotta così …

Nel silenzio squillò il cellulare. Era il dottor Rocco.

- Scusi, ho sentito solo adesso il suo messaggio, non potevo aspettare domani mattina per saperne di più; sono rimasto malissimo …

Silvia mise a fuoco la figura di un uomo alto, bruno, di poche parole, che aveva visto qualche volta ai convegni. E chiamava a mezzanotte per avere notizie di una bambina che neppure conosceva; una voce calda e fraterna, con una “affidataria trascurante” (Silvia sapeva che le sue cattive note erano arrivate fino a lui); per lei sarebbe stato molto più naturale essere inquisita per omissione di soccorso.

- Non l’ho accompagnata in tempo in ospedale … - cominciò; poi ricordò le parole di Rosetta e cercò di raccontare i fatti e di ripetere il più fedelmente possibile i discorsi dei medici.

- Domani mattina cercherò il tutore – disse Rocco quando lei ebbe finito – E, signora …

- Sì? – (“Adesso mi insulterà” pensò)

- Grazie per ciò che state facendo.

- Grazie a lei … buona notte – riuscì a rispondere.

Posò il telefono, ricadde sul cuscino e dormì sei ore filate

 

- XIX -

3 gennaio/ 8 gennaio

- Quant’è difficile prendere una decisione! – sospirò Daniela

- Altra realtà molto diffusa nel mondo – osservò Dio

- Sai, avevo deciso di tornare al Grande Amore … Ma poi le coccole sono troppo belle! Così sono tornata subito indietro.

- Ho fatto male? – chiese Daniela dopo una lunga pausa, un po’ in ansia perché Dio non aveva fatto commenti.

- Questo devi valutarlo tu, sei libera.

- Questa storia della libertà nel mondo è decisamente pesante – il tono di Daniela era leggermente lamentoso – Mi avevi detto che potevo entrare ed uscire tranquillamente dal Grande Amore; ho creduto che anche qui fosse possibile, e sono uscita dal mio corpo. Sono subito rientrata, ma l’ho trovato così strano, non è più come prima.

- E com’è adesso?

- Mi sembra di non essere riuscita ad entrarci completamente; non so se mi spiego.

- Ti spieghi benissimo. E le coccole?

- Continuano, sempre tante, però anche quelle sono diverse.

- Non ti piacciono più?

- Certo che mi piacciono, forse ancora più di prima. Prima il mio corpo voleva coccole più di ogni altra cosa. Adesso ne riceve poche, ma non gli mancano, quelle coccole di prima. Ho scoperto che tante persone nel mondo mi vogliono bene e pensano sempre a me; tutti questi pensieri sono coccole; ed i pensieri-coccole più belli sono quando le persone parlano di me con te.

- E brava Danielina che ci sei arrivata! Anche se, per capire, hai dovuto andare un po’ avanti e indietro.

- Come, tu conoscevi già i pensieri-coccole più belli?

- Certo, visto che li ho inventati io! E sono a disposizione di tutti nel mondo; le persone hanno perfino dato loro un nome.

- Quale?

- Li chiamano “preghiera”

- E allora perché tanta gente non li usa? Sono stupidi?

- No, piccola; sono distratti, testardi, orgogliosi; soprattutto sono liberi.

- Pure loro – borbottò Daniela.

 

- XX -

 

Luigi e Silvia organizzarono la loro vita in modo che, almeno per uno di loro, uscissero a trovare quotidianamente le tre ore necessarie per la visita a Daniela. Solo un paio di volte riuscirono ad andarci insieme, ma Sara ed Alice se ne risentivano; almeno uno dei due doveva restare con loro.

Il primo giorno dopo l’arresto cardiaco Rocco accompagnò Silvia. I medici non esclusero una possibilità di ripresa, ma la prognosi restava riservata. Per i “nonni” questa partecipazione fu un gran sollievo, anche perché continuò a concretizzarsi ogni giorno con una telefonata serale. Rocco era sempre di poche parole ma c’era. Come c’erano Elisa ed Anna; telefonavano, ma non per chiedere notizie. “Vi vogliamo bene … Un bacio a voi e alle bimbe, a tutte e tre”. Una sera Elisa disse: “Avvisatemi subito se muore”. Fortunatamente si poteva parlare anche di quello, senza angoscia e senza tabù.

Il terzo giorno fu chiaro dagli elettroencefalogrammi che il danno cerebrale era grave ed irreversibile.

- Piccolo girasole, vola verso la Luce vera! – la pregò Luigi con gli occhi pieni di lacrime.

Avrebbero voluto poterla tenere tra le braccia mentre moriva, così come avevano fatto con i loro genitori; ma non potevano chiedere niente, perché legalmente per la piccina non erano nessuno. L’unica magra consolazione era che anche accanto alla sua culla ci fosse qualcuno durante le ore di visita.

 

- XXI -

9 gennaio

Domenica. Anna voleva salutare Daniela; lasciò la sua bimba a Luigi ed accompagnò Silvia al Regina Margherita. La dottoressa comunicò una novità: poiché quel reparto era di terapia intensiva, non si potevano tenere i casi cronici; e, dato che non esistevano strutture disponibili ad ospitare chi non respirava autonomamente, per Daniela si stava prendendo in considerazione l’ipotesi dell’operazione al cuore.

- Cioè morirà sotto i ferri; non fareste prima a staccarla da quella macchina e lasciarmela tenere in braccio finché non smette di respirare? – si ribellò Silvia, ma conosceva già la risposta:

- Non possiamo, signora – pausa – Se non avete altre domande, vado dagli altri genitori.

Anna e Silvia ripresero ad accarezzare Daniela con la punta delle dita.

- Piccolina, qui sta succedendo un bel pasticcio. Prendi tu una decisione – le mormorò Silvia.

Era veramente preoccupata dalla piega che stava prendendo la vicenda, e fu un grande sollievo non essere sola né in ospedale né mentre tornava a casa.

Alle sette di sera squillò il telefono mentre preparava cena.

- Qui è il reparto terapia intensiva del Regina Margherita. Devo avvisarla che Daniela sta peggiorando e non sappiamo …

- Arrivo subito – la interruppe Silvia.

Luigi era vicino a lei, e non ebbe bisogno di spiegazioni; disse con voce tremante:

- Bravo, piccolo girasole, ce la stai facendo! Siamo orgogliosi di te!

In trenta secondi Silvia indossò scarpe e giacca; poi mise in un sacchetto la tutina della mamma e la cuffietta di Anna.

- Coccola tanto le bambine! – raccomandò a Luigi uscendo di corsa.

Per tutto il viaggio fino all’ospedale ripeté ininterrottamente a Daniela le parole di lui.

Arrivò in reparto. Intorno al lettino della piccina c’era un paravento. L’unica differenza dalla mattina era il colorito leggermente violaceo, ma respirava ancora. Sul monitor i valori sembravano scritti a caso; alcuni recavano la dicitura “Non rilevabile”. Silvia cominciò ad accarezzarla, come sempre. Dopo pochi minuti le si avvicinò un’infermiera.

- Alla porta c’è una signora che non abbiamo mai visto che chiede di venire qui. Si chiama Elisa. Lei è d’accordo che entri?

- Certamente, è una cara amica – rispose con calore.

- Mi ha avvisata Luigi, non potevo lasciarti sola proprio ora – le disse abbracciandola.

Parlarono sotto voce e sorridenti con Daniela, ricordando tanti momenti belli tipo il bagnetto e i turni delle bambine grandi per tenerla in braccio. Alle nove dovettero uscire perché stavano iniziando le pulizie. Silvia lasciò ad un’infermiera gli abitini: se moriva, avrebbero avuto di che vestirla, ma non riusciva a staccarsi dalla culla.

- Vorrei restarle vicino fino alla fine …

- Può capitare adesso come domani mattina – le fu risposto.

Era arrivata a casa da dieci minuti quando arrivò la seconda telefonata dall’ospedale:

- Daniela ci ha lasciati, signora, mi dispiace.

Luigi e Silvia si abbracciarono, sentendosi piccoli piccoli di fronte ad una realtà tanto più grande di loro: il loro girasole aveva raggiunto la Luce.

 

- XXII -

 

- Cosa ti succede, piccola Luce? – chiese Dio ad una creatura che se ne stava tutta triste ed in disparte.

- Chiamami Daniela – rispose lei sommessamente.

- Vieni qua, Daniela, e raccontami tutto.

Le tese le braccia e l’attirò a sé, ma neppure quel gesto affettuoso ottenne il consueto effetto. Le accarezzò il viso: era bagnato.

- Vedo che hai portato le lacrime del mondo – le disse continuando ad accarezzarla.

- O Signore, quanto sono stupida! Non ho mai pianto là con tutti i guai e la confusione, e piango qua dove tutto è perfetto e dove ho scelto io di tornare. Non sei arrabbiato con me?

- In tutta la mia vita non mi sono mai arrabbiato, e non comincio proprio ora. Cosa c’è che non va?

Daniela non piangeva più, ma faticava a confidarsi.

- Allora rispondo io per te, piccola Danielina un po’ sciocca: tu soffri di nostalgia.

Daniela mandò un sospiro di sollievo: era detto. Se ne vergognava, ma era la pura e semplice verità.

- Sapessi quanta nostalgia! Io di qua li vedo tutti, quelli che mi hanno coccolata ed amata anche senza avermi mai vista: i miei nonni con figli nipoti ed amici, quelli che mi hanno mandata dai nonni, quelli dell’ospedale. – Abbassò la voce – Vedo anche la mia mamma e il mio papà: abitano di nuovo insieme, ma sono tristi perché io non sono con loro.

Tacque un po’ e poi riprese:

- Sono proprio l’unica, qui nel Grande Amore, ad essere scontenta, a non capire cosa voglio. Tutte le altre Luce vanno e vengono, parlano tra loro e sono felici, anche se io non ho idea di cosa facciano di così bello. Allora, oltre ad avere una terribile nostalgia, mi sento tanto sola! Mi sembra anche di rovinare il Grande Amore, perché sono sicura che qui nessuno ha mai pianto.

Dio si alzò e la prese per mano.

- Vieni con me – disse – Voglio mostrarti una cosa.

E Daniela vide, proprio di fronte a sé, un gigantesco arcobaleno; i suoi colori erano distinti ma nello stesso tempo si fondevano uno nell’altro; ed erano così vivaci e allegri che Daniela sorrise.

- Signore, e questo da dove spunta?

- Bello, vero? Anch’io vengo a vedermelo quando sono un po’ giù di morale …

- Tu giù di morale? E quando mai?

- Più spesso di quanto tu possa immaginare.

- E perché l’arcobaleno ti consola?

- Perché so che cosa lo ha creato e lo alimenta.

- E sarebbe?

- Le lacrime.

- Le Lacrime?

- Sì, io da sempre le raccolgo, sia quelle del mondo che quelle del Grande Amore. La Luce passa attraverso di esse ed ecco il risultato.

Completamente rasserenata, Daniela divenne loquace.

- Così le anime Luce ogni tanto piangono; posso sapere perché?

- Potrai chiederlo a loro … ma sovente per il tuo stesso motivo.

- Nostalgia?

- Sì.

- Anche loro sono state nel mondo?

- Più o meno, e con tante avventure diverse, sì.

- E perché non me l’hai detto prima?

- E che, volevi la pappa fatta? Dovevi fare le tue scoperte da sola, altrimenti tutta la tua fatica non sarebbe servita a niente.

- Dunque, le anime Luce sono state tristi e poi si sono rallegrate; ma ci dev’essere qualcosa che le mantiene allegre ed indaffarate oltre che ammirare l’arcobaleno.

- Certamente sì; tutte loro continuano a stare con le persone del mondo.

A Daniela venne un’idea geniale.

- Così aiutano le persone che amano a tenere i rapporti con te?

- Di più: loro sono il rapporto delle persone con me.

- Ma come funziona? Ognuno cura una persona, cioè un’altra anima in cammino?

- No, tutti possono scegliere tutti, sia nel mondo che nel Grande Amore.

- Già, la famosa libertà; chissà però che pasticcio.

- Neanche poi troppo, a parte qualche litigio.

- Qua si litiga? – si stupì Daniela.

- Che c’è di strano? L’Amore non è autentico se non si litiga.

- E perché qui non capitano i disastri come nel mondo?

- Perché qui si litiga senza rabbia, né angoscia, né rancore; quindi si tratta di un sistema che funziona da sempre, così a nessuno è mai venuta voglia di cambiarlo. Anche tu, se vuoi, puoi partecipare.

- Da subito?

- Sì, le altre ti aspettano, sono state contente del tuo arrivo.

Ma Daniela non si muoveva, era sempre lì.

- Altri ripensamenti? – si informò Dio.

- No, solo una domanda. Cosa pensano di noi nel mondo?

- Tutto e niente.

- Cioè?

- Tanti ci credono e ci pensano, altri no. In ogni caso vi hanno dato un nome.

- Quale?

- Chiamano voi angeli e questo posto paradiso. Ma prima che tu vada ti spiego ancora una cosa. Tra credere e pensare ci sono delle differenze. Chi nel mondo pensa tanto ha inventato un sacco di storie su di voi, tipo che dovete aiutare uomini e donne ad avere una vita al riparo da difficoltà e pericoli. Ma questo è compito loro, non vostro. Chi ha capito chi siete davvero, di solito pensa meno e crede di più; e vive meglio, anche tra difficoltà e pericoli. Ma ricorda: tutti loro e tutti voi siete in cammino, non si finisce mai di evolversi e maturare.

Daniela sparì nella confusione delle anime Luce, tutta contenta perché era sicura che non si sarebbe annoiata mai.

Dio sistemò nell’arcobaleno le sue lacrime che aveva raccolto senza che lei se ne accorgesse, e sorrise.

 

Di Lucia Nocilla

 

(*) spunto tratto da: “Conversazioni con Dio” di Naele Donald Walsch, ed. Sperling&Kupfer.

 

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Ultima modifica Martedì 29 Marzo 2011 13:46
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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